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AMARE GLI ALTRI

AMARE GLI ALTRI, economics, giovani, Politica Novembre 6, 2012

La generazione perduta: noi

Tante volte dico: dovrei fare causa all’università. Dove, facoltà di Filosofia, mi hanno fatto studiare Marx, Engels, Lenin, Rosa Luxemburg, il rinnegato Kautsky, Agnes Heller e la scuola di Budapest, perfino Toni Negri. La rivoluzione era alle porte e ci si doveva tenere pronti e attrezzati. E poi -scusate, avevamo scherzato- è arrivato l’edonismo reaganiano, il liberismo senza freni, Wall Street al centro del mondo, il godimento consumistico illimitato, e tutto quello che oggi si sta sgonfiando come un soufflé venuto male.

I ragazzi che oggi hanno sui vent’anni sono cresciuti in questo sconfinato Bengodi, barche, Coste Smeralde, Briatori, sesso compulsivo, Porsche Cayenne, calciatori e veline, labbroni, senoni, fiumi di denaro, Paese dei Balocchi in cui tutto è a portata di mano, basta allungarla senza spostarsi dal triclinio. E poi -scusate, avevamo scherzato- eccoli qua, piegati dai debiti, senza lavoro, senza casa, senza soldi, senza prospettive: e, insomma, come siete bamboccioni, quanto siete choosy, ma che generazione perduta, potreste sempre andare a Rosarno a raccogliere i pomodori anche se vi siete laureati e masterizzati, ma che volete?

Non dovrebbero farci causa, dovrebbero ammazzarci.

La generazione perduta è la mia, la nostra, ma perduta irrimediabilmente, c’è un girone dell’inferno bell’e pronto che ci sta aspettando, se non faremo da subito qualcosa per redimerci, se di qui alle fine dei nostri giorni non metteremo i giovani al centro di ogni nostro pensiero e di ogni nostro gesto politico.

Lorella Zanardo ha scritto un libro pensando ai giovani, a cui ormai dedica la gran parte del suo tempo. Si intitola Senza chiedere il permesso (Feltrinelli), ne parleremo più diffusamente, intanto guardate questo video.

 

AMARE GLI ALTRI, Corpo-anima, Politica Settembre 29, 2012

Angeli: per un Nuovo Miracolo Italiano

Parlavo qualche giorno fa con un manager di successo. Gli dicevo che oggi non basta più cercare il successo solo per se stessi. Che almeno un pezzetto del proprio talento e della propria fortuna va reinvestito politicamente, per il bene comune, per gli altri.Vi ho raccontato  (“Io donna”, 4 agosto) la storia di Lucia Iraci, parrucchiera parigina di origine siciliana, titolare di un prestigioso e frequentatissimo salon a Saint Germain, che ne ha aperto un altro a prezzi politicissimi –tre euro per un taglio e una piega- nel 18° arrondissement, dove le donne non possono certo permettersi di spendere per l’acconciatura. Lei ha questo da offrire, la sua perizia con tinte e forbici. Ognun* di noi ha un dono, piccolo o grande, da mettere in comune. Non c’è essere umano che non disponga di qualche genere di talento. Si tratta di farlo fruttare, questo capitale, e non solo per sé.
C’è un Paese da rimettere in piedi, e noi abbiamo dimostrato di saper lavorare bene insieme quando è stato necessario. Di saper spingere tutti nella stessa direzione. Basterebbe questo a definire una visione: che ognuno porti in dono un po’ di ciò che ha. Che si senta parte di un disegno condiviso. Questa è politica. Questa è grande politica: fate il confronto con le miserie a cui ci tocca assistere sulla questione della legge elettorale, e a cui si dovrebbe dare, altro che politica, il nome di egoismo e tristitia. In questo, nel portare se stessi in dono, nella comunione, si realizza pienamente l’umanità di tutti. Si diventa come angeli, in definitiva. E poi voi sapete che non c’è niente che funzioni come darsi agli altri per curare quella solitudine penosa ed estrema che chiamiamo depressione.
Non c’è nessuno che abbia così poco da non poter dare: anche il più povero tra i poveri troverà nelle sue tasche quanto basta per dare una mano a un altro. Forse perfino per cambiargli la vita. Insegnare a chi vuole apprendere, passargli la propria esperienza, potrebbe essere grande parte di questo disegno di gratuità: chi sa scrivere insegni a scrivere, chi cucina a cucinare, chi amministra ad amministrare. Buona parte degli sforzi di tutti dovrebbero essere rivolti ai giovani, ai quali abbiamo rubato tanto –fiducia, soprattutto, e risorse ambientali- e con i quali siamo in grande debito.
E allora forza, perché c’è da lavorare. Ognuno di noi si faccia angelo per qualcun altro.
AMARE GLI ALTRI, cinema Settembre 27, 2012

“Reality”: una festa per il cinema italiano

“Cesare deve morire”, film dei fratelli Taviani che rappresenterà l’Italia agli Oscar, già vincitore dell’Orso d’oro a Berlino, vi confesso, non l’ho visto. Ma non nascondo che mi sarebbe piaciuto che l’Italia segnalasse “Reality” di Matteo Garrone (che invece ho visto in anteprima), e per almeno tre ragioni:

1. “Reality” è un film straordinario. Straordinariamente diretto, interpretato, fotografato (da Marco Onorato). E straordinariamente italiano, raccogliendo e innovando il meglio della nostra tradizione, da Pirandello a Eduardo, oltre al cinema di De Sica, Zavattini, Fellini, Visconti di “Bellissima”, e alla critica pasoliniana sulla perdita dell’innocenza del nostro popolo. Un film che piacerebbe molto anche agli americani, innamorati del nostro cinema.

2. E’ una fiaba amara e struggente che rappresenta la desolazione di un presente miserabile e quasi post-bellico, che mostra le macerie di un Paese da ricostruire, anzitutto moralmente e spiritualmente -con tratto neorealista– ma incoraggia la fiducia nella forza del desiderio.

3. Matteo Garrone, ancora giovane, è tra i nuovi grandissimi del nostro cinema, e ha molto da dare.

La storia la dovreste conoscere, non ve la racconto più di tanto -io stessa detesto leggere prima quello che vedrò-: in breve, un pescivendolo napoletano, che vive tutto sommato serenamente del suo commercio e arrotonda con qualche piccola truffa, viene travolto dalla prospettiva di partecipare al Grande Fratello, perdendo la sua serenità e quasi il senno di fronte alla prospettiva di una vita più vera del vero, larger than life. Ma è soprattutto l’innocenza ad andare perduta, come per la cacciata dal Giardino.

Matteo Garrone non giudica, rinuncia a ogni sarcasmo e a ogni ideologismo, racconta quello che accade con sguardo compassionevole, conferendo grandezza ai suoi personaggi. Lo strepitoso protagonista Aniello Arena -detenuto nel carcere di Volterra in permesso-set: una faccia, qualcuno ha notato, che realizza un’impossibile sintesi tra Totò e Bob De Niro, “quando Matteo mi ha scelto” ha detto, “la mia anima ha ballato la tarantella”-  dà un tratto umanissimo e gentile al suo Luciano. Formidabili tutti, e in particolare Loredana Simioli (Mary, moglie di Luciano) e Nando Paone (il buon amico Michele). Il senso di amore prevale.

In un’intervista Matteo Garrone ha detto che girare “Reality”, che ha vinto il Gran Premio della Giuria a Cannes, è stato molto più difficile che girare “Gomorra”. Perché ogni scena, ogni sequenza, chiedeva la ricerca di un equilibrio sottile tra il grigiore della realtà e i colori squillanti della fiaba, sfuggendo al rischio del grottesco e del picaresco.

Oscar o non Oscar -ma com’è che vengono selezionati i film?-, una grandissima festa per il cinema italiano.

Nelle sale da domani sera.

AMARE GLI ALTRI, Donne e Uomini, esperienze Settembre 21, 2012

Luce e l’energia: Irigaray a Verona

luce irigaray

 

La filosofa e psicoanalista Luce Irigaray ha partecipato ieri al seminario organizzato all’Università di Verona dalla comunità filosofica femminile Diotima.

Tema del seminario: Tra filosofia e psicoanalisi: l’inconscio.

Titolo dell’intervento di Irigaray: L’incertezza della coscienza.

Qui traggo dai miei appunti, al meglio che posso.

 

“Ho potuto “uscire” dalla psicoanalisi solo perché avevo un background filosofico. In caso diverso sarebbe stato difficile fuoruscire da quel labirinto.Vorrei partire da tre domande: 1. quali questioni Sigmund Freud ha posto alla cultura occidentale? 2. quali questioni invece ha omesso di porre?  3. è indispensabile fare riferimento all’esistenza di un inconscio, o si tratta di un prodotto della nostra cultura?

1. Sigmund Freud ha messo in forse la certezza della coscienza, certezza che sta alla base della cultura occidentale. Per la cultura greca la coscienza si basa sulla capacità di percepire il mondo e di organizzarlo e tradurlo in parole giuste. Nel poter fare un discorso, nel logos. Con Cartesio la coscienza diventa altro, la sua certezza si basa sulla rappresentazione del soggetto. La psicoanalisi dice che questa certezza della coscienza è solo illusoria, in quanto la percezione è filtrata, ipotecata da un inconscio. Anzi, da un doppio inconscio, individuale e collettivo. La certezza della coscienza, come è intesa dalla tradizione occidentale, mi impedisce l’incontro con l’altro e con la sua verità. Un’altra conseguenza è che la certezza della coscienza non mi permette di coltivare la mia energia. Se sottopongo la mia energia a verità esterne alla mia vitalità, causo una patologia, provoco un’entropia o una perversione della mia energia. Altro paradigma della cultura occidentale: l’identità. La psicoanalisi ci fa scoprire che l’identità è solo un intreccio di relazioni, con gli altri e con il mondo. Infine, alla separazione corpo-spirito, un altro tra i fondamentali della nostra cultura, Freud oppone un’idea del corpo come memoria, custodia di parole non dette. Queste dunque le questioni che Freud ha posto alla cultura occidentale.

2. Quali sono invece le questioni che Freud non ha saputo porre alla cultura occidentale? Se la psicoanalisi ha intuito che l’identità è relazionale, se ha capito che per guarire si deve sperimentare il transfert, di questa intuizione ha fatto però un uso solo negativo, non ha saputo costruire una cultura della relazione. Il secondo non-detto riguarda la sessualità, che Freud pone al centro. Freud però non parla mai di un’identità sessuata. La sua sessualità è neutra-maschile. E non si può trattare una patologia senza fare riferimento all’identità sessuata, che si appoggia alla certezza della morfologia corporea, la sola terra su cui camminiamo, base della vita personale e relazionale, materiale e culturale.  Infine, quando Freud contrappone natura e culturae impone la legge del padre alla natura-madre, sta imponendo alla natura, alla madre, alla donna qualcosa di sovrasensibile. Ritiene insomma di poter affrontare una patologia della sessualità e dell’identità ricorrendo a qualcosa di sovrasensibile, com’è la cultura-legge del padre. In questo senso la psicoanalisi ad un tempo pretende di guarire e fa ammalare.

3. Un inconscio è davvero necessario? La prima volta che mi sono posta la domanda (lo racconto nel mio libro “Per una nuova cultura dell’energia”) è stata quando per guarire dai postumi di un incidente mi sono rivolta allo yoga, e ho sentito il maestro dire agli allievi che “tutto può diventare conscio”, coerentemente alla tradizione orientale. Per me che ero psicoanalista questo era inaccettabile. Oggi, dopo 30 anni di pratica dello yoga, sarei più prudente. Ogni giorno, grazie alla pratica quotidiana dello yoga, trasformo la mia energia fisica in energia spirituale. Che cosa ne è dell’inconscio? Continuo a pensare che non tutto possa diventare conscio, come sosteneva il maestro, ma molto può essere portato a consapevolezza. Vorrei anche dire che non abbiamo bisogno di alcuna legge del padre per coltivare la nostra identità e la nostra sensibilità. Basta assumere la differenza sessuale, e quindi la propria parzialità, che comporta necessariamente un negativo. Non serve nessuna legge. Nella pratica psicoanalitica si slega l’energia legata, per legarla in un altro modo. Nella mia pratica invece io slego questa energia, e la lascio a disposizione del processo creativo. Infine: l’idea della certezza della coscienza e dalla dicibilità della verità fa riferimento al discorso tra soggetto e oggetto. Ma la parola che ci serve a denominare l’oggetto non è utile per incontrare l’altro. Per poter incontrare l’altro si deve mettere in discussione la certezza della coscienza, ammettendo l’esistenza di un inconscio. Quindi è necessario un inconscio, se intendiamo cambiare la cultura della certezza della coscienza”.

Al termine della sua relazione, Luce Irigaray ha risposto alle domande del pubblico. Ecco alcune delle cose più significative che ha detto:

“Quando parliamo di inconscio, lo intendiamo in due sensi: come ciò che è represso, così lo pensò Freud, oppure come ciò che non è ancora giunto alla nostra percezione. Solo in quest’ultimo senso l’inconscio è una risorsa, fonte di arricchimento”.

“Non riesco a contrapporre Freud e Jung, l’idea di un inconscio individuale e quella di un inconscio collettivo. Anche dal punto di vista freudiano non si può interpretare fino in fondo l’incultura sulla soggettività femminile se non in base a un inconscio collettivo”.

“Per me è importante che il cammino dell’Oriente e quello dell’Occidente oggi si incrocino per lo sviluppo di una  umanità nuova. Per esempio, la cultura orientale ha coltivato maggiormente l’energia, ma manca la dimensione della soggettività. O ancora: vi è differenza tra l’idea orientale di compassione e quella occidentale di amore, ma non dobbiamo rinunciare a nessuno di questi due aspetti. Abbiamo bisogno di una cultura del respiro, ma il respiro ha bisogno di amore. Considero l’anima come una riserva di respiro, come ciò che resta del respiro dopo quel tanto che ho utilizzato per garantire la mia sopravvivenza materiale. Questa riserva di respiro serve alla creazione. Ogni giorno va trovato tempo per il raccoglimento e il respiro. Io lo faccio quotidianamente, mi prendo anche il tempo per stare in contatto con la natura, e quello per scrivere una poesia. Questi sono i miei modi per coltivare l’energia“.

 

 

 

 

 

AMARE GLI ALTRI, lavoro, scuola Agosto 27, 2012

I giovani! I giovani! I giovani!

Rieccomi amic*! Non mi farò tentare dalle disgustose risse a sinistra. Non intendo certo dedicare il primo post della ripresa a questo spettacolo immondo -solo, mi domando: chi si candida alla premiership, mi riferisco a Pierluigi Bersani, crede di guadagnare fiducia da una simile scompostezza?-.

Voglio ricominciare da quello che conta davvero, e se permettete parto dai miei principi politici assoluti, che voglio ribadire. Sono due, e semplicissimi: riduzione del danno per il maggior numero, tenere i più piccoli -piccoli umani, animali, piante- al centro di ogni decisione pubblica. Sono convinta che le cose andrebbero molto meglio per tutti se passassimo ogni scelta al vaglio di questi due principi.

Dal governo Monti mi aspetto che i giovani -e i piccoli in generale- siano il fuoco del rush finale, di qui alle prossime elezioni. Pensare a loro. Ascoltarli. Interpellarli. Coinvolgerli. Mobilitare la loro attenzione e la loro partecipazione. Ma più l’orribile espressione “generazione perduta”. La generazione perduta sarà la nostra, se non sapremo finalizzare ogni sforzo e ogni sacrificio a questo irrinunciabile obiettivo.

Il governo Monti finora ha fatto davvero poco per i giovani. La riforma del lavoro è stata una grande delusione soprattutto su questo fronte. A breve dovrebbe entrare in vigore il provvedimento sullo start up delle aziende innovative, che tra l’altro consentirebbe agli under 35 di aprire una srl con un solo euro. Perfetto, ma serve ben altro. Sappiamo tutti benissimo che cosa: misure davvero efficaci contro il precariato, incentivi alle aziende virtuose e penalità per gli sfruttatori, efficaci misure per l’apprendistato, serie politiche per la casa, mutui agevolati, servizi per le giovani coppie e i loro bambini, e così via.

Qui voglio dire qualcosa di più sul tema della formazione: di cui va garantito l’alto standard, ma l’imbroglio della formazione-parcheggio deve finire. Università, specializzazione, master, corsi e contro corsi: se va tutto bene si arriva alle soglie dei trent’anni. Ma è a venti e something che si apprende un lavoro.

Parlo ad esempio del mio mestiere, quello di giornalista. Dopo la laurea (da tre a cinque anni, se va tutto liscio), le strade possibili sono due: il praticantato di 18 mesi in una redazione (con regolare assunzione) al termine del quale si affronta l’esame di stato, opzione oggi meramente teorica; o un biennio di scuola di giornalismo -se non ho capito male solo scuole italiane: i master all’estero, incredibilmente, non sono riconosciuti-. A cui vanno aggiunti eventuali corsi specialistici, più quelli obbligatori di lingue, e via dicendo. Se tutto va come deve, insomma, si comincia a lavorare -precariamente, e chissà per quanto- solo sui 27-30 anni. Da quello che pare l’intenzione sarebbe quella di abolire del tutto la via del praticantato sul campo per rendere obbligatoria la scuola. Insomma, di fatto si abolirebbe l’apprendistato, che a mio parere resta la via maestra per imparare un mestiere. Una follia. L’apprendistato andrebbe favorito, introdotto, regolamentato, defiscalizzato in tutte le professioni e i mestieri. Si sta andando invece nella direzione opposta.

Così proprio non va. I ragazzi devono cominciare a lavorare prima possibile, alternando lavoro e formazione -solo strada facendo si capisce che cosa è necessario approfondire-. Il business dei corsi e dei master, per i quali le famiglie si costringono a enormi e spesso inutili sacrifici, va in ogni modo ostacolato.

Su questa sterminata questione -i giovani, cioè le nostre famiglie, la nostra vita- ancora un paio di cose: tutti dovremmo darci da fare per loro, mettendo in campo con generosità politica la nostra esperienza, offrendo le nostre consapevolezze e il nostro meglio. E infine: è assolutamente impensabile che la nostra futura rappresentanza politica non ringiovanisca, oltre a femminilizzarsi.

Ma a quanto pare non ci stanno pensando affatto.

 

AMARE GLI ALTRI, economics, Politica Luglio 26, 2012

I tedeschi e noi

Leggo che anche la Germania non sta tanto bene, che i sindacati invitano Merkel a mettere in cima alla sua agenda il salvataggio dell’euro, che crolla l’indice di fiducia nelle aziende tedesche, che la politica isolazionista è alle corde, anche se presumibilmente la Cancelliera terrà durissimo finché i sondaggi elettorali (l’ultimo realizzato da “Stern”) la faranno sentire Uber Alles (sugli altri sfidanti Spd).

Comincia il valzer anche per voi, eh, amici? Fa caldo, i freni inibitori si allentano, e decido di lasciarmi andare al più scellerato umore antitedesco, quello che ci procura un plus di godimento ogni volta che li stendiamo a calcio. Mi faccio beffe interiori del loro rigore: prontissimi a contravvenire appena vengono qui, ho in mente un signore che ogni sera, per un mesetto buono, ha installato il suo barbecue teutonico nello stretto carrugio del mio paesello al mare, tutti quanti impestati da fumi di wurstel. Provate a farlo a Francoforte). Guardo con scetticismo alla loro potente macchina sistematica tritatutto, anche Hegel stamattina mi fa il solletico. Si spezzano ma non si piegano, ecco qua. Mancano totalmente di cortesia e di grazia. Penso al corazziere di Hitler ubriaco che pistola alla mano voleva prendersi mia madre, poco più che una bambina, fucilato dal plotone dei suoi commilitoni e ancora sepolto sotto a un cortile milanese. E a quella trattoria per cavatori di marmo sulle Apuane gestita da un vecchio anarchico dalla memoria lunga, lardo e vino rosso, credo uno dei pochissimi posti al mondo dove i tedeschi non sono ammessi, senza eccezioni. Eccetera. Me le concedo proprio tutte.

Mi depuro di questi inutili cattivi sentimenti, li lascio correre e andare via spero di incontrare tanti tedeschi, quest’estate, per stupirmi e apprendere la loro differenza, e a cui proporre la nostra, se gli va (ma gli va?).

AMARE GLI ALTRI, Donne e Uomini, TEMPI MODERNI Luglio 23, 2012

Coppie gay: 2 padri o 2 madri non sono la stessa cosa

Riduzione del danno, superiore interesse del minore. Per me sono principi politici irrinunciabili. Li metto alla prova dei fatti, e vedo che funzionano.

Sto ascoltando il bel dibattito -molti parlano a partire da sé, ed è una buona cosa- in Consiglio comunale a Milano sull’istituzione del registro delle coppie di fatto (potete seguirlo qui). Quindi, soprattutto delle unioni omosessuali -le coppie etero possono accedere al matrimonio-.

Lo spettro è quello della filiazione. E’ su questo che si agitano le coscienze, ed è un bene che si agitino. Sarebbe irresponsabile che non si agitassero. Trovare l’uscita è molto difficile. A Milano e anche nel resto del Paese ci sono molti bambini di coppie gay. Ci sono GIA’, e vanno tutelati. La serenità dei loro genitori, il riconoscimento dei loro diritti, è la prima tutela.

Resta un nodo enorme che la legge non potrà sciogliere: l’asimmetria tra la filiazione di due donne e quella di due uomini (o di una sola e di un uomo solo, come dirò: l’orientamento sessuale è marginale). Al centro di questa asimmetria c’è la relazione madre-figlio. Nel caso di due lesbiche, questa relazione è mantenuta. Nel caso di due omosessuali maschi, questa relazione è quasi sempre brutalmente recisa. Un uomo che vuole un figlio, che sia omosessuale o eterosessuale, -con un compagno, o tutto per sé- ha due strade: una donna con cui è in relazione che offra i suoi gameti e il suo grembo, e poi sparisca (opzione rarissima); l’acquisto di un ovulo e l’affitto di un utero in Paesi la cui legislazione lo consenta, come la California e il Regno Unito (opzione sempre più spesso praticata). In entrambi i casi, il legame con la madre è reciso. Quella madre (o quelle due madri, la donatrice e la portatrice) DEVE sparire. Al bambino è tolta, non per disgrazia, ma per precisa scelta, la relazione fondativa del suo essere, quella con la madre. Tra il legame con la madre e quello con il padre NON c’è simmetria. Se il bambino senza padre nasce povero, quello senza madre nasce poverissimo. La più povera tra tutte le creature.

Non so riconoscere questo come un diritto, perché contravviene a entrambi i principi politici che mi sono data: fa crescere il danno (aumenta il dolore) e non fa l’interesse del bambino.

Come può, il diritto, rappresentare questa asimmetria?

Bambini così poveri esistono già, e negare diritti a chi ha deciso di chiamarli al mondo presumibilmente li renderebbe ancora più poveri. Ma concedere questi diritti incoraggerebbe queste pratiche. Il dilemma è questo, è tremendo, e appare insolubile.

p.s.  Non è detto che questi padri “soli” siano omosessuali. Non si tratta, cioé, della loro omosessualità, si tratta del loro voler tenere alla larga la madre per le ragioni più svariate, anche per pura e semplice misoginia, o per delirio di onnipotenza. E’ pur vero che questo caso oggi si propone più frequentemente fra i maschi omosessuali che fra quelli eterosessuali. Almeno, fin qui.

p.p.s. L’adozione, ovviamente, è tutta un’altra questione. Lì il danno viene quasi sempre e certamente ridotto -salvo casi limite- e l’interesse del bambino posto al centro.

AMARE GLI ALTRI, economics Luglio 14, 2012

Diventare più ricchi

Non ricordo chi l’ha detto: “L’Occidente è il Terzo Mondo delle relazioni”. Un teologo missionario, se non ricordo male. Ma mi batte in testa da anni, forse ve ne avevo anche già parlato.

E’ questo, la solitudine, la fragilità della famiglia, il dissolvimento della comunità, a costituire la nostra povertà più radicale. E’ la vera paura di ogni madre e di ogni padre, che il proprio figlio, così spesso unico, rimanga solo. Lo temiamo anche per noi stessi, di restare soli, circondati dal mare cupo dell’indifferenza. Della risorsa relazionale, invece, quello che chiamiamo Terzo o Quarto Mondo è ben più ricco di noi (con tutte le luci e le ombre).

Cosicché, come in un gioco di bambini –“celo”, “manca”, si dice dalle mie parti- si potrebbe immaginare uno scambio: noi vi diamo un po’ di risorse economiche e materiali, o anche ve ne rubiamo un po’ meno. Voi ci re-insegnate il bene della relazione. Voi imparate a rispettare di più persona all’interno del gruppo, noi disimpariamo un po’ di “individuo”. E così via. I giochi dei bambini sono cose serie. C’è sempre da imparare anche da loro. In questa logica di scambio forse si trova la chiave per prepararsi al giro di boa epocale che ancora in troppi pensano di poter evitare, o quanto meno rimandare.

La Terra non ce la fa più. Non ci sostiene più. Non è più in grado di sopportare lo squilibrio tra l’inumano egoismo di pochi e la disperazione dei moltissimi, dei sempre di più. E chiede a noi, parte di quei pochi –ancora per poco- di restituire risorse materiali, intellettuali e spirituali accumulate, per investirle nella ricerca di un nuovo punto di equilibrio. Ci chiede, questo è certo, di rinunciare a una parte considerevole dei nostri privilegi. Ma il desiderio di guadagno, di stare sempre meglio, è essenzialmente umano, e non va condannato.

Anche la rinuncia cristiana è praticata in cambio di un bene più grande, la benevolenza di Dio. Il bene più grande in nome del quale rinunciare, qui, non potrebbe che consistere in questa risorsa a costo zero, fonte rinnovabile di energia, che è l’amore per gli altri, che è la gioia delle relazioni e dei legami. E nella libertà di potersi sottrarre al dominio crudele del denaro. E insieme, forse, anche nel poter ancora sperare nella benevolenza di Dio.

Il cambio, mi pare, sarebbe vantaggioso.

AMARE GLI ALTRI, ambiente, economics, Politica Luglio 11, 2012

Sempre più lontani da ciò che è giusto

Un mese fa, il 12 giugno, se n’è andata a 78 anni l’economista Elinor Ostrom, premio Nobel dell’Economia 2009 per i suoi studi sui commons, i cosiddetti beni comuni, risorse condivise materiali (acqua, pascoli, boschi, ecc) o immateriali (come la rete). Qui una tra le sue ultime lezioni magistrali.

Ostrom era stata premiata “per aver dimostrato come la proprietà pubblica possa essere gestita dalle associazioni di utenti». In poche parole, tra Stato e Mercato, tra proprietà pubblica e proprietà privata, Ostrom aveva indicato come più efficiente e sostenibile la gestione da parte delle comunità di utilizzatori, che hanno tutto l’interesse a preservare e sviluppare il bene che usano, sia esso un pascolo, una strada o un sito web. In altri termini, aveva dimostrato il valore politico ed economico delle comunità locali.

Ora, tanto per cambiare, nel nostro Paese le cose sembrano andare nella direzione opposta, come spiegano quasi all’unisono nei loro ultimi editoriali Giuseppe De Rita e Ilvo Diamanti. Da una parte il Leviatano invincibile del Mercato, dall’altro un Iperstato, che toglie sempre maggiori risorse e potere al locale, alla dimensione orizzontale, per accentrare e riorganizzare in modo verticale e verticistico.

D’altro canto, i cittadini sembrano dare ragione a Ostrom, praticando sempre più spesso una gestione diretta dei beni comuni.

Anche da questo punto di vista, la distanza tra la vita e la “politica” appare sempre più incolmabile.

 

AMARE GLI ALTRI, esperienze Luglio 8, 2012

Mario nella “Ruota degli Esposti”

la “ruota degli esposti” alla clinica mangiagalli di milano

Gioia e dolore, per il bambino lasciato dalla sua mamma nella “ruota degli esposti” alla clinica Mangiagalli di Milano.

Gioia perché la mamma che non poteva tenere il suo piccolo ha utilizzato quella opportunità ancora non conosciutissima, e forse altre mamme nelle sue condizioni ora sapranno che si può fare (ricordo che si può anche partorire in ospedale e non riconoscere il bambino, non c’è l’obbligo di farlo, e il piccolo viene subito dato in adozione).

Dolore perché accanto al piccolo Mario, questo il nome che gli è stato dato da medic* e infermier*, la mamma ha lasciato tre tutine pulite, e un biberon con latte del suo seno.

Spero in un destino di amore per Mario, ma soprattutto abbraccio forte sua madre, con tutto il cuore, augurandole di saper elaborare nel migliore dei modi questo distacco, di poter convivere con un ricordo struggente che non la abbandonerà mai.

Cara mamma, se davvero non avevi altra possibilità, hai fatto la cosa giusta.