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giovani, italia, lavoro, Politica, scuola novembre 27, 2015

Università: meno chiacchiere deleterie, ministro Poletti. E più investimenti

Quella del ministro del Lavoro Giuliano Poletti è un’assoluta banalità: meglio laurearsi in fretta e misurarsi da ventenni con il mondo del lavoro – è a quell’età che si impara un mestiere- che tirare in lungo per uscire splendidamente alle soglie dei 30, trovandosi “a competere con ragazzi di altre nazioni che hanno sei anni meno di loro“.

Ma se il corso di studi si conclude troppo in là non è affatto per l’ossessione, stigmatizzata dal ministro, di “prendere mezzo voto in più“.

La questione è ben più seria, e ha soprattutto a che vedere con l’organizzazione della nostra università, che sembra congegnata per fabbricare fuoricorso. Per non parlare del business milionario dei troppi master e contromaster post-laurea che dissanguano le famiglie, trattenendo ulteriormente i giovani in parcheggio fuori dal mondo del lavoro.

In questo blog ne abbiamo parlato più di due anni fa riprendendo Ivan Lo Bello (oggi presidente di Unioncamere oltre che del Comitato consultivo dell’ Agenzia Nazionale di valutazione del sistema universitario e della ricerca), il quale chiedeva “di introdurre tirocinii e praticantati durante i corsi universitari, visto che oggi i nostri ragazzi incontrano il lavoro mediamente tre anni più tardi rispetto ai loro colleghi europei”.

Anche per consentire eventuali correzioni di rotta nel corso di studi, orientando con maggiore consapevolezza la propria formazione: un gran numero di ragazzi oggi sceglie la facoltà in modo casuale, con l’unico criterio di dribblare i test d’accesso, e infilandosi in strade senza uscita.

Da un ministro, quindi, è lecito attendersi interventi più articolati e meno bar-biliardistici: che entrino nel merito dell’organizzazione delle università, che indichino proposte, che delineino soluzioni contro la dispersione. Anche perché è sempre stato molto comodo per i governi trattenere i ragazzi in percorsi scolastici sine die: finché saranno in formazione non saranno censiti come inoccupati o come neet.

Ma quella di Poletti è anche una banalità pericolosa, data la leggerezza con cui viene affrontato il tema dello studio. Al grande pubblico le cose che dice arrivano così: vedete di portare a casa in fretta quel benedetto pezzo di carta straccia, e non perdete troppo tempo a studiare. Discorso doppiamente rovinoso: perché studiare non è mai una perdita di tempo, anche quando allo studio non conseguono pezzi di carta, anche quando si sta già lavorando e perfino quando si è ministri. E perché si sarebbe dovuto tenere conto del contesto: un Paese, il nostro, che nella classifica dei 34 più industrializzati si piazza ultimo per numero di laureati (è questo che dovrebbe preoccupare il nostro ministro) e quartultimo per soldi investiti nell’università in rapporto al Pil (recentissimo rapporto Ocse). Viceversa, come dicevamo, siamo ricchi di 25-34enni con un titolo equivalente al master che non riescono a trovare uno straccio di lavoro.

Anzichè far chiacchiere un ministro del Lavoro, in collaborazione con il Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, dovrebbe prospettare soluzioni e dare battaglia per aumentare gli investimenti. Che, certo, si vedrebbero meno dei 300 milioni per il bonus di 500 euro a pioggia per tutti i diciottenni da spendere in attività culturali.

Ma si avvicinano le elezioni, e i pacchi di pasta à la Lauro rendono molto di più.

 

jihad, scuola novembre 19, 2015

Il non-minuto di silenzio delle 6 studentesse musulmane di Varese

Mi chiedo che cos’avrei fatto al posto dell’insegnante delle sei quindicenni musulmane che in un istituto tecnico di Varese si sono rifiutate di aderire al minuto di silenzio per le vittime parigine. Lei non le ha ostacolate, ha consentito loro di uscire dall’aula, e al loro rientro ha ritenuto di discuterne con la classe.

“Volevano capire perché commemorare solo Parigi e non l’aereo russo o Beirut” ha spiegato la prof. “Il gesto è stato una richiesta di aiuto a capire quale sia la discriminante nella valutazione dei morti”.

Probabilmente mi sarei comportata come lei: avrei consentito alle ragazze di uscire di classe e di manifestare liberamente il loro punto di vista, e poi avrei aperto la discussione. Per concluderla, possibilmente, invitando tutta la classe a ripetere il minuto di silenzio dedicandolo anche alle vittime dell’aereo russo e di Beirut, e a tutte le vittime del terrorismo jihadista e di ogni terrorismo.

Non ho informazioni precise, ma non credo che sia andata in questo modo.

Se non intendiamo aderire immediatamente e senza farci ulteriori domande alla spiegazione più autoconsolatoria, si dovrebbe riconoscere che restano molti dubbi aperti sulla motivazione del gesto, così come è stata espressa dall’insegnante.

Perché le ragazze non hanno semplicemente chiesto di estendere la commemorazione anche alle altre vittime? Come si è formato in loro il convincimento che fosse necessario un atto così forte -rifiutarsi di onorare la memoria delle vittime della barbarie jihadista-? Quando l’hanno concordato? E’ stata una decisione autonoma o c’entrano le famiglie? In quali discorsi si è formata la loro decisione? Esiste in quelle ragazze anche solo il germe di quell’identificazione solidale con gli shahid che si è manifestata nei fischi e nelle grida dei tifosi turchi allo stadio di Istanbul? E se sì, perché sei ragazze di quindici anni dovrebbero eventualmente voler considerare le “ragioni” dei terroristi?

Mi pare che il lavoro importantissimo della prof –e di moltissimi altri prof di questo Paese- cominci proprio adesso.

bambini, Corpo-anima, Donne e Uomini, scuola marzo 24, 2015

Contro l’educazione sessuale

 

C’è un limite anche al cretinismo progressista e laicista, in sostanza: tutti possiamo fare tutto e abbiamo diritto a qualunque cosa senza alcun limite, la fase dell’onnipotenza infantile tirata fino agli 80 anni.

Fa parte di suddetto cretinismo anche un certo concetto di “educazione sessuale” per infanti e adolescenti, espressione che è quasi un ossimoro perché il sesso è tutto fuorché educato. Basterebbe leggersi un bigino di Michel Foucault per inquadrare la questione: detto alla buona, meno parole si fanno sul sesso e meglio è, per il piacere. Perché poi lui avverte che la sessualità non esiste, esistono i corpi e i piaceri.

Mi viene la pelle d’oca, quindi, all’idea che dei formatori appositamente formati (il business della formazione oggi è colossale) pretendano di spiegare a dei ragazzini-e come dovranno regolarsi nelle cose di sesso, addirittura come ci si masturba e altre idiozie del genere. Corre anche una certa ipocrisia, se vogliamo, perché siamo stati tutti bambini e bambine e dovremmo ricordare che quanto a corpi-e-piaceri, da liberi e perfetti perversi polimorfi, sono i ragazzini e le ragazzine a poter formare gli adulti, liberandoli dalla parola normativa (ricordo come un’enorme violenza ogni intervento invadente del mondo adulto sui nostri giochi).

La cosa che si dovrebbe fare è dare una mano ai genitori a fare meno danni possibili, e collaborare con loro in questo senso, attenendosi a due semplici principi educativi:

  1. rispetto del-la partner, a qualunque genere appartenga, sempre e comunque
  2. responsabilità procreativa di ciascuno, che sia maschio o femmina, e protezione di se stessi e dei partner dalle malattie a trasmissione sessuale (+ altre informazioni sanitarie, se servono).          Punto. Finito. Impostati i due binari, gioco assolutamente libero. Questa è la sola educazione sessuale che concepisco. Anche il sesso, come i temi eticamente sensibili, vuole il minimo indispensabile di parole.

 

diritti, esperienze, Politica, scuola novembre 16, 2014

Omosessualità: la Chiesa cominci da se stessa

Dopo il caso della lettera della Diocesi di Milano che, nei fatti, sembrava invitare i prof di religione a collaborare alla “schedatura” delle scuole troppo liberal in tema di omosessualità, l’arcivescovo Angelo Scola corregge il tiro, ribadendo le scuse della Curia«per l’inappropriatezza del linguaggio» e sottolineando che l’intento era solo quello di conoscere la situazione: «Una posizione non omofoba, ma da cui non intendiamo recedere di un millimetro, come giusto in una società democratica. Noi abbiamo qualcosa da dire circa le conseguenze sociali e la questione dei diritti connessi a questo orientamento sessuale“. Scola ha ammesso che «La Chiesa è stata lenta sulla questione omosessuale“, e che si tratta oggi di aiutare “i 6 mila professori di religione della Diocesi a proporre la nostra visione di problemi come quello dell’educazione sessuale” nel rispetto del Concordato.

Non sono affatto tra coloro che chiedono alla Chiesa di ritirarsi da questo territorio, dalla politica e dal mondo. Su svariati temi, come la fecondazione assistita, sono più grata ai dubbi della Chiesa che alle certezze del laicismo liberistico (laicismo, non laicità).

Mi piacerebbe semmai che si osasse di più. Perché è vero che la Chiesa ha molto da dire in tema di omosessualità, ed è vero anche per il fatto che nella Chiesa ci sono molti omosessuali. Non si tratta, quindi, di guardare fuori da sé. Si tratta semmai di intraprendere una riflessione efficace proprio a partire da sé -come insegna il pensiero femminile della differenza-, assumendo la posizione autocosciente dell’osservatore che si osserva.

Non è provocazione, né gossip: dico solo che la percentuale di persone omosessuali all’interno della Chiesa è notevole, con ogni probabilità superiore a quella del “mondo fuori”. Sono molti i religiosi omosessuali, e chiunque frequenti la Chiesa ne ha esperienza. Ci si potrebbe forse spingere a dire che la Chiesa è la più omosessuale tra le nostre istituzioni, verosimilmente seguita dall’esercito. La Chiesa, quindi, non dovrebbe “saltarsi”, nel suo processo di conoscenza. Non può tenersi fuori dal campo di osservazione. Semmai, dovrebbe porre se stessa al centro di ogni indagine e interrogazione, conferendo in questo modo il massimo di verità al proprio intento conoscitivo ed educativo.

Diversamente sarà buon gioco dei suoi critici e dei suoi nemici stigmatizzare come ipocrite e negazionistiche le sue iniziative a riguardo.

 

 

 

bambini, diritti, Donne e Uomini, Politica, scuola settembre 12, 2014

Una-dieci-cento eterologhe: ogni regione a modo suo

Non sarà il Far West, ma in tema di fecondazione eterologa la confusione è totale.

Se in Toscana per essere sottoposti a un ciclo di trattamento (raramente ne basta uno) si pagherà un ticket di 500 euro, in Emilia la prestazione sarà gratuita, mentre in Lombardia sarà la coppia a dover sostenere interamente la spesa, intorno ai 3 mila euro.

Inoltre le coppie lombarde (eterosessuali) che richiederanno la prestazione dovranno dimostrare con certificazione medica che almeno uno dei due è affetto da “sterilità irreversibile” (perfettamente dimostrabile solo per una minoranza dei richiedenti).

Ergo: una coppia lombarda non avrà gli stessi diritti di una coppia emiliana o toscana. Si sta riproponendo quindi a livello regionale quell’ “ingiustificato, diverso trattamento delle coppie affette dalla più grave patologia, in base alla capacità economica” stigmatizzato dall’ultima sentenza della Consulta sulla legge 40, che aveva giudicato inammissibile il divieto di fecondazione eterologa anche in base alla discriminazione tra coppie che potevano permettersi il turismo procreativo fuori Italia e coppie che non avevano questa possibilità. Sulla base di ciò, non si possono escludere nuovi ricorsi (il legislatore lombardo non ci ha pensato?).

Il tutto reso ancora più surreale dal fatto che donatori di gameti non ce ne sono, quindi la discussione al momento resta quasi solo teorica.

Insomma, un caos assoluto. Che prelude a una ripresa del turismo procreativo (anche solo interregionale) e a nuove battaglie legali, in attesa di una normativa nazionale unica.

cultura, italia, scuola marzo 15, 2014

Università: eccellenze “bocciate” dall’Abilitazione Nazionale

Se il premier Renzi ha davvero a cuore il nostro sistema educativo come base di una rinascita del Paese, suggerirei di buttare l’occhio sull’Abilitazione Scientifica Nazionale: “patentino” che consente ai ricercatori universitari di accedere ai concorsi per ottenere un incarico, novità introdotta nel 2010 dalla ministra Gelmini.

No-abilitazione, quindi, no-concorsi: anche se poi, il paradosso è questo, benché non abilitato spesso resti a insegnare. Come precario.

Oltre 50 mila domande esaminate dalle 200 commissioni per la tornata 2012-13, abilitati circa il 30 per cento dei candidati. Clamorose le bocciature di eccellenze, spesso da parte di commissari con meno titoli degli esaminati: su “Repubblica” Corrado Zunino segnala tra gli altri il caso della clinica Elisabetta Kon, “vera scienziata, un’autorità in campo internazionale” e quello di Augusto Neri, vulcanologo di fama mondiale. Entrambi fuori.

Per contro, sottolinea Zunino, passati figli-di e amici di amici, secondo la logica delle baronie e delle lobby che l’Abilitazione Nazionale avrebbe dovuto arginare.

Clamoroso il caso di Progettazione Architettonica, con uno striminzito 20 per cento di abilitazioni e bocciature di progettisti di chiara fama: l’Associazione italiana di Architettura e critica parla di una commissione sessista e maschilista.

Sessista e maschilista –forse-, certamente ignara dell’esistenza del pensiero italiano della Differenza Sessuale –conosciuto invece e studiato in Spagna, in Francia, negli Stati Uniti- anche la commissione che ha respinto la filosofa Annarosa Buttarelli, nota tra l’altro per aver cambiato l’ermeneutica della filosofia di Maria Zambrano.

La sua produzione è definita di “corrente”. Si parla nel giudizio di “specificità femminile” e di “studi di genere… non presenti nella nostra tradizione accademica” (come se poi la filosofia non fosse, quasi per definizione, rottura critica di tradizioni).

Criteri peraltro, quelli di “specificità” e di “genere”, che niente hanno a che vedere con il pensiero della differenza e con Buttarelli, ritratta dal giudizio come “militante” e non come filosofa. Racconto questo caso perché lo conosco da vicino. Annarosa Buttarelli è ideatrice e coordinatrice del Master in Filosofia di Trasfomazione presso l’Università di Verona e tra le fondatrici e animatrici della comunità filosofica Diotima. Due assolute eccellenze di quell’ateneo.

Migliaia i ricorsi dei candidati. Molti chiedono che il bando 2012 venga annullato. La richiesta è di tornare ai concorsi, individuando nuovi criteri per la valutazione dei titoli.

Forse sì, ci si dovrebbe pensare.

 

femminicidio, Politica, questione maschile, scuola settembre 20, 2013

Sulla violenza: lettera Snoq alla ministra Carrozza

 

Maria Chiara Carrozza, ministra dell’Istruzione

Se Non Ora Quando Factory invia una lettera alla Maria Chiara Carrozza, ministra dell’Istruzione, sulle “donne, la scuola, i programmi”.La pubblico volentieri

 

“Gentile Ministra Carrozza,

siamo un gruppo di donne che insieme ad altre hanno organizzato la giornata del 13 febbraio 2011, giornata che è rimasta nel cuore di tutte. Le confessiamo che il grande successo di quella manifestazione ci ha riempito di gioia, ma anche ci ha lasciate sgomente dal senso di profonda e drammatica necessità che tante donne portavano nelle piazze, necessità e urgenza di cambiamento, di ossigeno. Ricorderà che in quel periodo le nostre istituzioni, il Parlamento, si trovavano impantanati in storie ridicole trasformate in affari di Stato, si votava sulla nipote di Mubarak.

Questa nostra presentazione non serve per farci grandi, ma per poter meglio far comprendere che da quel giorno la necessità e l’urgenza di cambiamento non ci hanno più abbandonate e sono diventate per noi interrogazione quotidiana.

Una lettera alle istituzioni di questi tempi è inusuale, troppo divaricata è infatti la forbice tra governanti e governati, troppa sfiducia, troppo sospetto, troppa estraneità. Ma questo non vale per Lei, signora Ministra. A parte la stima grande per la sua storia di scienziata, ci è molto piaciuto il suo discorso a Cernobbio. Anche noi pensiamo, come lei, che la politica ha fatto male alla scuola e che con questa classe dirigente omologata con poche donne non riusciremo ad uscire dalla crisi. Ci piace quando parla di investimenti per la scuola e non di spese. Ci piace quando va a inaugurare l’anno scolastico a Casal di Principe, significando così che nessuno deve essere lasciato indietro.

Nessuno deve essere lasciato indietro. Per questo le scriviamo.

Come tutti di questi tempi avrà sentito parlare di femminicidio, di violenza contro le donne ne avrà letto, ne avrà sofferto, come ogni donna, di quel dolore speciale, dolore che un uomo, anche il più buono e pietoso, non può provare. C’è chi dice che è un fenomeno antico, che c’è sempre stato, che i numeri non sono aumentati. Fatto sta che oggi di donne ne muoiono troppe e troppe sono ancora maltrattate. E che bisogna mettere le mani urgentemente per arginare questo fenomeno antico o moderno che sia. Per lo più le donne che vivono questa disgraziata condizione, o che ne muoiono, sono stanche di essere male amate, stanche di obbedire, stanche di servire. La loro sofferenza, la loro morte svela un mondo terribilmente impreparato alla libertà delle donne.

A questo punto Lei si chiederà perché le stiamo parlando di tutto questo. La risposta è semplice. Perché, come lei, pensiamo che sia la scuola la strada più importante per uscire da questa crisi. In questo caso non parliamo di crisi economica e politica, ma della crisi profonda dell’anima di questo paese. E’ questa una grande urgenza.

Vede, noi non crediamo che si possa vincere la violenza contro le donne con l’inasprimento delle pene. Poco, solo un poco, crediamo ai provvedimenti di allontanamento dei violenti, alla loro rieducazione. Noi pensiamo che l’unica cosa che salverà noi donne da tutto ciò sia la stima di sé, il rispetto di sé, la coscienza del proprio valore, il senso della propria dignità. E’ anche noi stesse che dobbiamo rieducare, quindi, per poter riconoscere la violenza prima che accada. Niente altro ci salverà.

Siamo state molto deluse dal Decreto Legge recentemente proposto, decreto per altro senza un euro di finanziamento, che affrontava la piaga della violenza contro le donne come problema di ordine pubblico, accomunandola  alla violenza negli stadi, a chi ruba i fili di rame, ai no Tav. Questo significa non capire nulla o meglio far finta di non capire che il problema della violenza contro le donne non è il problema dei violenti ma di un’intera società.

Non crediamo neanche alle “lezioni di buona educazione” che ogni tanto insegnanti di buona volontà impartiscono nelle scuole a ragazze e ragazzi. E tanto meno crediamo sia giusto e buona la pubblicità reiterata della violenza, anzi pensiamo che faccia male, male alle ragazze per la spontanea identificazione con la vittima, con la parte debole, e male ai ragazzi per i possibili sensi di colpa e l’identificazione con la parte comunque forte. Lottare, poi, contro gli stereotipi nei libri di testo è ottima cosa ma pensiamo non basti. Per quanto ci riguarda ci auguriamo un mondo dove nessuno sia servo di qualcun altro e dove ognuno pulisca ciò che ha sporcato.

Che fare, allora. Abbiamo parlato di autostima, unica soluzione possibile. Ma la stima di sé comincia sempre prima di noi. La stima di sé per essere ha bisogno di due cose, l’ammirazione per coloro che sono venuti prima di noi e le aspettative di chi ci sta intorno. Questi sono i due nutrimenti necessari. La nostra società di aspettative nei confronti delle donne ne ha ben poche, lo sanno tutte le donne che hanno voluto e vogliono mettere al servizio della società i loro talenti, le loro ambizioni. Tutte possono, infatti, raccontare strade faticosissime. E l’ammirazione per chi è venuta prima di noi è semplicemente impedita. Le donne della storia, le filosofe, le scrittrici, le artiste, le scienziate sono dimenticate. La scuola non le racconta.

Noi crediamo profondamente nella differenza tra uomini e donne. L’uguaglianza non è per noi un valore, se non nella dignità e nel diritto. Crediamo nella differenza come ispiratrice di una giustizia migliore, una società più accogliente, più equilibrata. Uomini e donne hanno corpi differenti, differente storia, differente cultura. Noi donne veniamo da una storia pesante e dolorosa, ma che ci ha insegnato molto, questo è il nostro tesoro. Pensiamo che sia il tempo di mettere al lavoro questa differenza per una nuova concezione del mondo, per una nuova visione della società. Uomini e donne insieme nel governo della cosa pubblica, nel pensare, nel fare delle scelte che riguardano la vita di tutti, nella scienza: a questo bisogna preparare ragazze e ragazzi.

Noi pensiamo, l’abbiamo detto, che per dare forza, stima di sé, rispetto di sé alle ragazze come ai ragazzi siano necessarie delle figure da ammirare. Le ragazze hanno bisogno di figure di riferimento forti, donne forti, che hanno dato il meglio di sé, esempi da seguire. Questo è un nutrimento simbolico necessario. Ma la nostra scuola insegna solo ad ammirare gli uomini e le loro opere.

Le poche donne che restano nei programmi finiscono per rappresentare delle eccezioni, il loro potenziale simbolico è nullo, la loro forza resta intransitiva. Ai ragazzi si mostra un mondo di uomini, alle ragazze è riservato uno specchio vuoto. Questo è male per entrambi

Questo non era grave in un mondo dove le donne vivevano sotto tutela, quando non potevano accedere alle professioni, non potevano amministrare i loro beni, non votavano. Ma oggi no, oggi una ragazza sceglie cosa vuole studiare, può viaggiare, vota, può scegliere con chi dividere la propria vita, può avere figli o no, se non li desidera, può vivere dove vuole.  Ma la scuola di oggi per lei è ancora quella Ottocentesca, nelle sue linee fondamentali. Le donne non ci sono, non si ricordano, non si studiano, non esistono.

Dove sono le Maria Montessori, le donne che hanno covato l’Illuminismo nei loro salotti, Madame Curie, Santa Teresa d’Avila, le donne che hanno fatto la loro parte nel Risorgimento, le tantissime poete, le grandi scrittrici, le matematiche, Simone Weil, Hannah Arendt? Non ci sono, se non per la buona volontà di alcuni insegnanti disposti a “fuori programma”. Perché non si celebra l’8 Marzo come giorno della memoria del percorso delle donne, e degli uomini loro alleati, verso la loro libertà? Perché non si racconta ai ragazzi e alle ragazze le tappe di questo cammino luminoso?

Degli psicologi, reduci da un’inchiesta in tre licei della Regione Umbria, ci raccontavano della grande difficoltà in cui si trovano oggi le ragazze, per il semplice fatto che l’assenza di figure forti di riferimento entra in contraddizione con la libertà che godono, creando spaesamento, confusione, senso di solitudine, debolezza.

Lei non era ancora Ministra, quando si è indetto l’ultimo concorso per i nuovi docenti. Nel programma di Letteratura Italiana, su cui dovevano rispondere i candidati, su 30 autori c’era una sola donna: Elsa Morante. Anche questo è femminicidio. Si dice che le donne debbano andare avanti solo con il merito, ma alla povera Grazia Deledda, evidentemente, non è valso nemmeno il premio Nobel.

Gentile Ministra, ci rivolgiamo a lei, perché lei in questo momento è quella che può fare moltissimo contro la violenza alle donne, ma non solo, è quella che può rendere questo paese più civile, più equilibrato. La rivoluzione, non abbiamo altro termine, deve cominciare  dalla scuola, può essere solo nella formazione. Cambiare urgentemente i programmi, per dare forza alle ragazze, non farle sentire aggiunte in questa società, ma necessarie. Questo prima di tutto. Non c’è vero discorso sulla modernizzazione della scuola se non si parte da qui.

Ma non solo. Ridare dignità alla figura del docente, non farlo vivere sulla soglia della miseria, non farne un vinto. E rendere difficilissimo diventare insegnanti, che non sia una professione di rimedio ma di vera vocazione. Questo però è un altro discorso.

Se condivide quello che abbiamo detto, ci piacerebbe incontrarla per raccontarle il nostro lavoro.

Confidiamo molto in Lei. Grazie per la sua attenzione”.

Se non ora quando FACTORY

 

AMARE GLI ALTRI, scuola giugno 7, 2013

Pietà per la maestra cattiva

 

 

La mia maestra -ottima maestra, prealtro- ci obbligava ai codini e alle trecce, e alla bisogna ce li tirava. Metodo educativo opinabile, ma allora in voga.

Ho amici inglesi tirati su nei college a bagni ghiacciati: non credo che funzioni, tendenzialmente perverte. Ma tant’è.

Ma quello che stiamo vedendo da qualche tempo -bambini piccoli terrorizzati, schiaffeggiati, umiliati dalle educatrici, fino a quest’ultimo straziante episodio nel Vicentino del ragazzo disabile di 15 anni insultato e strapazzato dalla maestra di sostegno e dall’assistente sociale, entrambe ultracinquantenni: guardate qui, se ce la fate– impone una riflessione generale.

Può essere che la principale differenza tra oggi e ieri, a parte una mutata sensibilità, sia la possibilità di filmare questi episodi. Ma non si può non chiedersi -e soprattutto non chiedere a maestre ed educatrici- che cosa sta succedendo nel chiuso delle aule, e da che cosa si origina una simile insopportabile crudeltà. Ben sapendo che la stragrande maggioranza delle maestre e prof fanno parte a pieno titolo della categoria delle eroine, vista la dedizione con cui prestano il loro compito in cambio di stipendi imbarazzanti, in condizioni spesso difficili, senza alcun riconoscimento sociale e a volte facendo molto di più per i loro ragazzi di quanto le loro mansioni chiederebbero. Onore alla categoria, quindi.

Ma non si può fingere di non vedere, di fronte al moltiplicarsi di episodi come questi.

Di che cosa si tratta? Di mancata “vocazione”? Di frustrazione? O di franca propensione al sadismo? C’è qualcosa che sta capitando, nel mondo della scuola, e che dovremmo sapere? C’è sufficiente vigilanza? E’ frequente l’omertà, a coprire casi come questi?

Mentre vedevo il filmato delle maestre venete, picchiavo il pugno sul tavolo per la rabbia. Le avrei sbranate, se avessi potuto. Ma l’odio non porta da nessuna parte.

Pietà e compassione per la maestra cattiva: che sia punita com’è giusto. E che sia capito quello che le è capitato, perché non capiti mai più.

economics, giovani, lavoro, scuola febbraio 25, 2013

Due pensieri sui giovani

Serie: tutto per i ragazzi, restituiamo loro almeno parte del debito mostruoso che gli abbiamo caricato sulle spalle.

1. Ha ragione Ivan Lo Bello, vicepresidente di Confindustria, quando chiede “di introdurre tirocinii e praticantati durante i corsi universitari, visto che oggi i nostri ragazzi incontrano il lavoro mediamente tre anni più tardi rispetto ai loro colleghi europei” (Corriere di ieri).

Intenderei la cosa in senso molto ampio: non solo, per esempio, stage in uno studio legale per chi vuole fare l’avvocato o in uno studio di architettura per chi intende fare quel mestiere, ma esperienze lavorative in senso lato, preferibilmente convertibili in crediti universitari, per sperimentare il lavoro in sé, e per verificare sul campo se la scelta di studio è stata quella giusta, rendendo possibili eventuali correzioni di rotta con piani di studi molto flessibili e tagliati su misura. Se, poniamo, uno studente di legge scoprisse in corso d’opera che la sua vera passione è la ristorazione -esagero- potrebbe orientare il suo piano di studi in senso commercial-gestionale, completare il triennio in studi giuridici e poi dedicarsi pienamente ad apprendere la sua professione. Perché poi ritrovarsi a fare il lavoro sbagliato è quasi peggio che fare il matrimonio sbagliato, oltre che garanzia di sicuro insuccesso e perdita secca per la comunità. E’ a vent’anni, e non a trenta, che uno impara bene un mestiere, e incastrarsi fino a 27-28 in una lunga teoria di master e contromaster non può essere la strada per tutti.

2. Sogno da tempo hub creativi permanenti nelle nostre città, dove le idee in embrione dei ragazzi possano incontrare liberamente l'”how to do it” e l’esperienza degli adulti, con relativi incubatori di progetto e d’impresa, microcredito e debito d’onore, convenzioni con aziende, canoni agevolati o comodati per l’affitto di spazi ecc. ecc.

Cosa dite? Ci si prova?

AMARE GLI ALTRI, Donne e Uomini, giovani, media, scuola, tv dicembre 6, 2012

Per i giovani, tutto

Per i

Per il suo documentario “Il corpo delle donne” (5 milioni di contatti online), la mia amica Lorella Zanardo è stata amata, odiata, celebrata, detestata, perfino un po’ perseguitata. Lì si vedeva semplicemente quello che ogni giorno vedevamo in tv: non c’era niente di diverso, se non lo sguardo. In questo caso, lo sguardo di un’italiana poco italiana e non assuefatta, grazie alla frequentazione assidua con altri Paesi. Prova del fatto che il cambio di sguardo sulle cose è tanto, è quasi tutto, e quindi che molto dipende da noi, dalla nostra volontà e dal nostro desiderio.

“Il corpo delle donne” è stato anche un libro, edito da Feltrinelli. Recentemente per lo stesso editore Lorella ha pubblicato “Senza chiedere il permesso-Come cambiamo la tv e l’Italia”, dedicato ai ragazzi. L’intento è l’educazione alla cittadinanza attiva, attraverso un uso consapevole dei media. Le chiedo di raccontarmi il cambio d’oggetto.

“Semplice” dice. “Quando uscì il documentario centinaia di docenti di tutta Italia ci chiamarono per presentarlo e commentarlo nelle  scuole. Insegnanti appassionati e responsabili, ma in qualche modo “vinti” dalla concorrenza imbattibile della tv. Ci siamo andati: qui è l’embrione di questo progetto di educazione ai media, che in altri Paesi è materia obbligatoria. Se non conosci il linguaggio dei media, a cominciare dalla tv, hai scarse possibilità di essere un cittadino attivo e consapevole.

La gente guarda moltissima tv, che resta in assoluto il primo mezzo di accesso alle informazioni. Secondo l’Istat la penetrazione è del 98 per cento. In gran parte delle case ci sono 2 o 3 apparecchi televisivi, e i programmi più guardati in assoluto sono quelli della tv generalista. Questo dà un’idea della potenza del mezzo e del livello di responsabilità. Altro dato da smentire è che i ragazzi guardino poco la tv: i bambini la guardano tantissimo, adolescenti e giovani vanno a cercarsi i programmi online. Anche la rete è invasa dalla tv.

A questi dati ne vanno intrecciati altri: il più alto tasso di abbandono scolastico in Europa, il più alto tasso di analfabetismo di ritorno -intendo gente che ormai fa fatica a leggere-, la più bassa percentuale di iscritti all’università (quest’anno c’è stato un crollo).

L’audience di tutti i quotidiani messi insieme probabilmente non raggiunge quella di una puntata di “Striscia la notizia”, 8 milioni di persone. Questo è il Paese con cui abbiamo a che fare. Questo significa non avere avuto, tra le tante altre cose, la legge sul conflitto di interessi. E nel frattempo la scuola viene messa in ginocchio.

Quando giriamo le scuole per portare il nostro corso di alfabetizzazione all’immagine, “Nuovi occhi per i media”, il cui schema è riprodotto nel manuale della seconda parte del libro, partiamo proprio dagli stereotipi di genere: qui sta l’anello di congiunzione con “Il corpo delle donne”. Questi stereotipi producono ancora disastri, in particolare sulle ragazze. In questi giorni ci tocca ancora subire lo spettacolo della valletta muta e seminuda, mi riferisco a una trasmissione di Paolo Bonolis. Fanno come se niente fosse.

Il modello è sempre quello, il vecchio maschio 50-60 enne e la ragazzina passivizzata, presentata come un oggetto, muta e senza cervello. E’ lo stesso vecchio maschio che detta legge dappertutto, in tv, in politica, nei consigli di amministrazione. Tutto il Paese, in ogni settore, è bloccato da questa figura.

Toccherebbe al Ministero della Pubblica Istruzione occuparsi di alfabetizzazione all’immagine, oltre che alla parola. C’è una grandissima domanda, a cui non corrisponde alcuna offerta. Noi riempiamo questo vuoto con i nostri mezzi. Particolarmente interessanti le esperienze che abbiamo realizzato in Toscana e in Trentino, dove abbiamo lavorato sui formatori”.

Il libro è un’ottima guida per gli educatori che vogliano acquisire consapevolezza e metodo per lavorare con i ragazzi sul linguaggio mediatico e la cittadinanza attiva. Un efficace corso di “educazione civica”, che veicola tra gli altri due importanti messaggi: il cambiamento di sguardo è un passaggio decisivo per cambiare ciò che guardi -o sei costretto a guardare-; ogni nostro atto politico oggi deve mettere al centro i piccoli -bambini e giovani, animali e piante- in una chiave di restituzione almeno parziale di ciò che la “generazione perduta” -la nostra- ha loro violentemente sottratto.