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esperienze

diritti, esperienze, TEMPI MODERNI gennaio 25, 2016

Tutti pazzi per la famiglia

La piazza di Milano per il riconoscimento delle unioni civili

Ho partecipato alla manifestazione per il riconoscimento delle unioni civili. Piazza della Scala era strapiena e, per quanto conosco la mia città, quella di sabato era una piazza “vera”. Ma mentre stavo lì pigiata, al freddo e al gelo, non potevo non domandarmi che fine aveva fatto la feroce critica alla famiglia, definita addirittura “schizofrenogena”, ovvero generatrice di disagio mentale, da profeti dell’antipsichiatria come Ronald D. Laing  e David Cooper, che ha a lungo informato i comportamenti dalla generazione post baby-boomer, ovvero la mia.

La famiglia era considerata un destino da sfuggire a ogni costo, una trappola borghese, tempio di ogni ipocrisia, un sepolcro imbiancato, un inferno a cui sottrarsi sperimentando forme diverse di aggregazione umana. Per Michel Foucault, tra i massimi ispiratori delle queer theory e lui stesso omosessuale, la famiglia è uno dei dispositivi dell’”internamento”. E questo è André Gide: “Famiglie, io vi odio! focolari chiusi; porte sprangate; possessi gelosi della felicità”. La critica dei focolari e dei ruoli familiari è stato uno dei fuochi del femminismo. Eccetera.

Non è detto che si fosse nel giusto, ma tutto questo è evaporato come neve al sole. La famiglia è diventata il nuovo Graal. Non che sia più solida di un tempo, anzi: una famiglia su due è destinata a sfasciarsi. Ma tutti vogliono una famiglia, e in un certo senso le piazze Lgbt + supporter di sabato erano piuttosto stranianti: tocca proprio alla cultura Lgbt rilanciare l’antica istituzione?

Abbiamo rinunciato a ogni riserva critica sulla famiglia? e perché? Si tratta di una resa (forse l’unica vera alternativa che siamo riusciti a configurare, la solitudine, è un inferno ben peggiore)? Di un desiderio un po’ esteriore di normalità? E’ neoconformismo o c’è dell’altro? Forse vediamo la famiglia come l’ultima zattera di salvataggio tra i marosi della società liquida? Ed è giusto smobilitare senza riserve?

Non so: pensiamoci.

esperienze agosto 7, 2015

Pensiero per le vacanze

Il blog si riposa per una quindicina di giorni, canonicamente ferragostani (salvo incursioni “a gatto selvaggio”). Fatene buon uso, nel vostro tempo libero. Qui trovate post per tutti i gusti.

Augurandovi giorni di serenità e bellezza, rimpiangendo i miei album dei compiti per le vacanze, vi lascio un po’ di acqua cristallina e un breve pensiero di altissimo peso specifico su cui meditare.

Sono parole della grande antropologa americana Margaret Mead:

“Non dubitate che un gruppo di cittadini coscienti e risoluti non possa cambiare il mondo. In fondo è così che è sempre andata”.

Con i miei auguri più affettuosi, amiche e amici (e nemiche e nemici, soprattutto).
 

Corpo-anima, esperienze, salute agosto 4, 2015

Estate, tempo di ipocondria

Pensieri disordinati e svagati sull’ipocondria, sindrome vacanziera (tutti partono, anche i medici, la città si svuota, se mi viene un coccolone a Salina come faccio, etc. etc.). Qualsiasi variazione dei ritmi abituali peggiora l’ipocondria.

Quel mio amico che in Grecia correva a perdifiato in lungo e in largo per il pronto soccorso in costume urlando (in italiano): “Sono un codice rosso! Ho un infarto in corso!”.

Quello stesso amico che -a suo dire- raggiunto dal mini aerosol di uno starnuto voleva tornare d’urgenza in Italia per sottoporsi a un check up completo.

L’ipocondriaco è anche un po’ medico: non vede l’ora di consigliarvi le medicine che con lui hanno funzionato. Adora intrattenersi in lunghe conversazioni con i farmacisti (i farmacisti, meno).

D’altro canto l’ipocondriaco pensa che tante medicine siano del tutto inefficaci, o che facciano molto male, o che il dosaggio sia sbagliato, o che l’indicazione terapeutica sia sballata. L’ipocondriaco è un avido lettore di bugiardini. C’è anche l’ipocondriaco leghista che non assume farmaci prodotti sotto il Po (già Bologna è troppo).

Esiste l’ipocondriaco psichico: semplice nevrotico convinto di essere sul punto di diventare pazzo.

Per l’ipocondriaco il momento della visita è il nirvana: finalmente qualcuno ha capito che non sta affatto scherzando.

Poi il medico ti dice che non hai nulla di che. Giusto un istante di comprensibile euforia, ma appena fuori dallo studio ti ripiglia l’angoscia. Pensi che non abbia capito niente e chiami tutti gli altri medici che conosci per un consulto e per sparlare di lui.

Ma anche quando il medico diagnostica un piccolo disturbo, l’ipocondriaco è certo che si tratti di sottovalutazione.

Un serio ipocondriaco è convinto che quasi tutti i medici siano inaffidabili e che si siano laureati a forza di 18 politici, e i tagli alla sanità lo terrorizzano. Anche le lastre non hanno fotografato bene e l’ecografo non era di ultima generazione.

All’ipocondriaco serve un team di amici medici comprensivi e disposti a essere svegliati in piena notte.

Esistono molti medici ipocondriaci, ma non ve lo diranno mai.

Sei convinto di avere un dolore sospetto a un braccio, cominci a contrarlo e a tenerlo sbilenco, nel giro di un paio d’ore ti farà male sul serio. Entri in un loop di misurazioni pressione: a ogni misurazione la trovi più alta, ti agiti sempre di più, arrivi a 100-200, chiami il tuo medico ma il cellulare è staccato, sei ormai a 110-220, ti parte una selva di extrasistole, e via così. L’ipocondriaco professionista è in grado di procurarsi rapidamente molti tipi di patologie.

L’ipocondriaco avverte una minaccia costante e la materializza in un disturbo fisico.

L’ipocondriaco fa in modo che nel suo gruppo vacanze ci sia almeno un medico, da torturare preferibilmente la notte quando gli altri dormono.

L’unico disturbo che l’ipocondriaco non cura mai è l’ipocondria.

Fissato su uno pseudo-sintomo, l’ipocondriaco può trascurare veri problemi di salute (ma questo è meglio non dirlo a un ipocondriaco perché potrebbe funzionare da detonatore).

Più che dal movimento fisico scarica-ansia, l’ipocondriaco trae giovamento da lavori di fatica tipo trasloco. Se dopo otto ore non sarà morto, per qualche minuto si convincerà di non stare così male, tutto sommato. Giusto qualche minuto.

L’ipocondriaco ha molto bisogno di coccole e rassicurazioni. Può funzionare anche: “Adesso ci hai rotto le balle. Non puoi infelicitarci la vita. Piantala subito o sparisci!”. Ma solo per poco. Prenderlo in giro non serve. L’ipocondriaco fingerà di ridere di se stesso, in realtà continuerà a stare malissimo.

In sostanza, l‘ipocondriaco vuole la mamma.

 Gli uomini e le donne sono colpiti nella stessa percentuale dall’ipocondria (2 per cento), e la fascia di età maggiormente coinvolta dalla malattia è quella tra i quaranta e i cinquant’anni.

Epigrafe ideale sulla tomba dell’ipocondriaco: “Ve l’avevo detto che non mi sentivo troppo bene”.

Ipocondriaci, parliamone senza inibizioni.

 

 

 

 

esperienze, Femminismo giugno 24, 2015

Victoria Pratt, giudice Usa: quando si parla di autorità femminile

La giudice americana Victoria Pratt

Leggo sul Fatto Quotidiano la straordinaria storia di Victoria Pratt, giudice nella Municipal Court di Newark, New Jersey (la città natale di Philip Roth), e vedo in lei un esempio perfetto di autorità politica femminile.

Ragionavamo qualche tempo fa nel blog del fatto che le quote non hanno prodotto buona politica femminile. E per buona politica femminile intendo una politica che cambia i linguaggi, le agende e i dispositivi che regolano la convivenza, allo scopo di migliorare le sue performance e i suoi risultati.

Victoria Pratt, 42 anni, figlia di un afroamericano e di una parrucchiera dominicana, ha saputo fare proprio questo. Facendo a modo suo, ha cambiato l’approccio e il linguaggio della giustizia penale. And it works! Il suo metodo funziona: il tasso di recidiva degli imputati giudicati da lei è tra i più bassi in tutti gli States e “oltre il 70 per cento dei giovani che transitano nella sua aula completa con successo il percorso di recupero” (vale la pena di segnalare che da noi il tasso di carcerazione è il più alto d’Europa, e le recidive sfiorano il 70 per cento: il carcere costa moltissimo non rieduca nessuno).

Che cosa fa di straordinario la giudice Pratt? Non si lascia intimidire dalle consuetudini, da ciò che è già scritto e codificato. Cerca la sua strada, mantenendosi ben radicata in se stessa. Tanto per cominciare è propensa a una vera rieducazione, e tende a comminare pene alternative al carcere, tipo i servizi socialmente utili. E poi costringe i suoi imputati a “guardarsi dentro”  e a praticare l’autocoscienza, garantendo loro rispetto ma pretendendo il massimo impegno nella ricerca di sé.

Scrive Il Fatto: “Le udienze della giudice Pratt hanno più a che vedere con le sedute di psicoterapia collettiva o con il Living Theatre che con la giustizia. Fa commenti sull’abbigliamento e il taglio di capelli degli imputati, usa lo slang, fa domande personali e rimprovera come una madre burbera ma amorevole”. 

L’imputato non è semplicemente chi ha sbagliato, ma è una persona considerata nella sua interezza, le sue luci inseparabili dalle sue ombre. Non si tratta affatto di  perdonismo, ma di una pretesa più alta.

Quello che conta è che il suo metodo funziona, molto ma molto più di quello della giustizia penale tradizionale. “Judge Victoria Pratt looks defendants in the eye, asks them to write essays about their goals, and applauds them for complying – and she is getting results”, scrive The Guardian. E osserva che il suo metodo potrebbe cambiare la giustizia americana (*in coda al post, per esempio, potete leggere  come Pratt ha gestito il caso del ventenne afroamericano Terence Cawley).

Il metodo dell’autocoscienza praticato dai Tribunali Gacaca del Rwanda è riuscito a rimettere in piedi un paese dilaniato da una delle più spaventose guerre interetniche che la storia ricordi, con un milione di morti.

Confidando in un metodo simile, con autorità femminile la giudice di Newark sa cambiare la giustizia e farla funzionare.

Una “madre burbera ma amorevole”, una giudice-maestra. Un modello per tutte.

 

 IL CASO TERENCE CAWLEY

* On a hot morning in May, Terence Cawley, an African American man in his 20s, sat on a bench at Part Two waiting to see Judge Pratt. He had an earring and a chinstrap beard, and wore grey sweatpants, a tan jacket and blue sneakers. (His name and some details have been changed to preserve anonymity.)

“Good morning Mr Cawley. What’s going on with you today?” Pratt asked. Eleven days earlier, she had sentenced him to 30 days in jail. But as with almost every case in her court, she suspended the sentence, pending completion of a “mandate”, which, in Cawley’s case, meant two days of community service and four days of counselling and support groups. If Cawley completed that, no jail. As she often does, Pratt also gave Cawley an extra assignment: he had to write an essay answering the question “Where do I see myself in five years?”

Now Cawley was back, clutching a handwritten yellow sheet of paper, to read his essay to the court.

“Where do I see myself in five years?” He paused. “I will be part of a rap group, but I also have a talent for cutting hair. I aspire to be a well-known and successful artist. I can also see myself opening my own barbershop. Education could play a major role, to learn the ins and outs of the music and barber industries. Music is more than beats. I do see positivity and success.”

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“What’s the name of your rap group, Mr. Cawley?” asked Pratt, impressed.

“Mula,” he said.

“Mula?”

“Like money. Moolah,” he explained.

She quizzed him. How many are in the group? Where do you perform? Do you have a video?

“We have one of a song called Cha-Ching,” he said.

“Is that something I can listen to?”

He shook his head, smiling. “You might not want to listen to it, Judge.”

“Well, I didn’t know I had an artist in the courtroom,” she said. “Mr Cawley, you think and write like a college student. There is every reason you should be in school, so sign up.”

She turned to Janet Idrogo, the resource coordinator from Newark Communuty Solution,  the organisation one floor above that handles the mandates. “How did he do?” Pratt asked.

“Completed,” Idrogo announced.

Pratt applauded. The court staff clapped with her, along with a few of the waiting defendants.

So Mr Cawley, what did you learn about yourself?

“I need to cut the nonsense.”

“That’s right,” said the judge. “Goodbye and good luck.”

“Thank you, your honour,” he called out, waving a hand above his head, and he was out the door.

 

esperienze, Politica maggio 3, 2015

#NessunotocchiMilano: una città che ha fretta di risorgere

Cittadini anti-graffiti a Milano, via Scaldasole, quartiere Ticinese

Dice 20 mila, il sindaco Pisapia: senz’altro più di 10 mila i milanesi alla manifestazione #NessunotocchiMilano, idea lanciata dal Pd milanese -ma corteo rigorosamente senza bandiere, colonna sonora: “O mia bèla Madunìna” e Inno di Mameli-. Manifestazione che come ha sottolineato in conclusione il cantautore Roberto Vecchioni dal palco improvvisato sulla bellissima nuova Darsena, ha “ripulito la città” ripercorrendo amorosamente le strade devastate il Primo maggio dall’idiozia di decine di teppisti in nero.

I segni ci sono ancora: vetrine sfondate e intonaci graffitati da piazza Cadorna, in via Carducci e via Molino delle Armi. Per rimettere le cose a posto serviranno tempo, squadre specializzate, soldi pubblici. Il lavoro di oggi è stato solo simbolico ma molto preciso e molto forte. La risposta spontanea di una città strutturalmente discreta, che manifesta i suoi sentimenti solo quando sono autentici. E se è vero -ed è vero- quello che «Quel che oggi pensa Milano, domani lo penserà l’Italia» (Gaetano Salvemini), il segnale lanciato è quello di una volontà “risorgimentale”, di una voglia di riscossa che potrebbe traversare elettricamente tutto il Paese. Uno spirito simile a quello che ha accompagnato 4 anni fa il cambio di giunta -e da cui ha preso avvio anche il cambio al governo nazionale- e che sembra voler lanciare una nuova sfida politica per Milano e per l’Italia. Basta alle devastazioni, basta al nichilismo black bloc o di chiunque altro, vuole dire basta a tante altre cose: basta alla corruzione che ci umilia, basta con l’insicurezza quotidiana -una dolce Tolleranza-Zero- basta alla sfiducia ingenerata dalla lunghissima crisi, basta alla politica inefficace, basta alle cretinate “da bere”. Una riconferma di quell’anima storicamente laboriosa, positiva, radicalmente riformista, accogliente e solidale che non smette di costituire il tratto identitario di Milano, e che trova in Expo, al netto delle legittime critiche, un importante catalizzatore.

In testa al corteo, intorno a Pisapia, tutta la giunta e vari consiglieri comunali, il segretario metropolitano del Pd Pietro Bussolati, la sottosegretaria Ilaria Borletti Buitoni e vari candidati in pectore alla poltrona di sindaco, da Emanuele Fiano a Ivan Scalfarotto. Più che “anni Settanta”, come commentava qualcuno, il clima “anni Sessanta” di una città che intende fortemente ricostruirsi a partire dai suoi fondamentali storici, liberandosi dell’inessenziale e degli esibizionismi superflui -senza rinunciare all’allegria- e dando il la al resto del Paese.

Ottimo auspicio per tutti.

Giovane anti-writer

Claudio Bisio con il sindaco Pisapia

Il corteo in corso di Porta Ticinese

 

 

 

AMARE GLI ALTRI, esperienze febbraio 20, 2015

Barbari invidiosi Feyenoord: o del Nordico in Italia

Ieri sera mi sono ricordata di un professionista tedesco, signore alto e distinto, che ogni sera si piazzava in mutande nel carrugio del “mio” paesello ligure, non più di 2 metri di larghezza, a grigliare salsiccie e bistecche, impestando aria e panni stesi. Di sera il grill a carbonella, di giorno uno stendino pieno di costumi e asciugamani a ostruire il passaggio. Prova a farlo a Frankfurt o a Dusseldorf, mi veniva da dirgli. Ci ho pensato vedendo in azione a Roma gli orrendi barbari olandesi, la spazzatura nella Barcaccia del Bernini, in una delle piazze più belle del mondo. Mi sono venuti in mente tutti quei nordici che perdono il loro overcontrol dopo N birre, quel ragazzo corazziere di Hitler pieno di vino italiano che voleva stuprare mia mamma bambina -se lo ricorda ancora con terrore-, ci vollero molti uomini per blandire e tenere a bada quei due metri di bionditudine fuori controllo.

Il nordico in Italia, titillato da dolcezza, sensualità e bellezza: non solo Goethe. Quella certa tendenza a sentirsi über -e tu unter– che si sfrena improvvisamente, con il rumore di qualcosa di rigido e anelastico che si spezza di colpo, senza mediazioni. Una brutalità invidiosa, che sfascia, sporca, disprezza, stupra: siamo in Italia, qui possiamo tutto. E non è solo roba da hooligan.

Non per fare tutto un fascio di tedeschi, olandesi, danesi. O per divertirsi con un razzismo al contrario, che viaggia insolitamente da Sud a Nord (di norma si va da Nord a Sud). Solo per dire che ce n’è per tutti, a ogni latitudine. E che la perfezione umana può realizzarsi solo nel pacifico dialogo tra differenze.

E anche per dire che noi italiani, campioni di autocritica, non siamo sempre i peggiori del mondo. E alle nostre Barcacce, e a tutto il resto dello splendore che ci è dato e che ci siamo dati -il qualis contro il quantum- dobbiamo volere un gran bene.

p.s: c’è anche forse il fatto che di (altri) barbari in arrivo a Roma di questi tempi abbiamo sentito più volte parlare. E quella di ieri è sembrata un’esercitazione sul campo.

AMARE GLI ALTRI, Corpo-anima, esperienze febbraio 6, 2015

Nascono in Toscana gli “assistenti sessuali” per disabili

Che l’iniziativa farà molto discutere è certo. Ma i corsi per i trenta aspiranti “assistenti sessuali” (love giver), una dozzina di week end teorico-pratici, dovrebbero partire a breve in Toscana, prima regione a riconoscere il diritto delle persone disabili a un soddisfacimento sessuale.

Gli argomenti di possibile discussione sono molti: dall’attenzione pubblica nei riguardi di un bisogno che alcuni potrebbero ritenere secondario rispetto ad altri; al fatto che il confine fra l’attività assistenziale e quella prostitutiva potrebbe apparire pericolosamente labile; fino all’ovvia domanda: gli assistenti sessuali sarebbero volontari o professionisti retribuiti?

Anche se probabilmente in cima ai problemi c’è la difficoltà di rompere il tabù che ci fa ritenere naturalmente “angelicate” e libere da impulsi sessuali donne e uomini portatori di disabilità.

Proviamo a parlarne con sincerità e con garbo.

p.s. io sto rimuginando qualche pensiero. La domanda che mi faccio: può essere questa la risposta a quella domanda?

Interverrò nella discussione. Intanto posto un documento che leggete come primo commento.

esperienze, jihad, tv gennaio 20, 2015

Ibrahim, che racconta il suo jihad

“Ibrahim”, jihadista di Isis intervistato da “Piazza Pulita”

A Piazza Pulita (uno tra i migliori talk: mai urlato, condotto sobriamente da Corrado Formigli) si parla di terrorismo islamico.

Tra gli ospiti Domenico Quirico della Stampa, rapito in Siria nel 2013: “Noi solitamente ci scegliamo i nemici” dice Quirico. “Stavolta è il contrario. Loro hanno dichiarato guerra a noi, e noi cerchiamo di non farla“.

Si sta commentando la straordinaria intervista di una giornalista di Piazza Pulita al siriano “Ibrahim”, guerrigliero di Isis. L’intervista è stata realizzata a Eindhoven, Olanda, raggiunta illegalmente dall’uomo attraverso la Turchia. Vale la pena di analizzarne con attenzione i passaggi e di provare a cogliere il sotto-testo: ci dicono molto di Isis, del fondamentalismo islamista, del jihad, del momento che stiamo attraversando.

“Ibrahim” parla con calma, in una postura rilassata. Nessun segno di “esaltazione”: sta esponendo convinzioni profonde e radicate.

In Turchia” spiega “ho comprato documenti falsi. Ci sono decine di trafficanti di passaporti falsi tra la Turchia e la Grecia. E’ una mafia. Sono assolutamente convinto che il governo turco sia consapevole di quello che succede sotto i suoi occhi”.

Se Ibrahim stesse dicendo il vero, le ipotesi sono due. La prima, gravissima: il governo turco favorirebbe deliberatamente i movimenti degli jihadisti tra la Siria e l’Europa; la seconda: il governo turco chiude un occhio su attività illegali come la produzione e lo smercio di falsi passaporti. E’ bene ricordare del resto che anche Napoli è stata indicata tra le centrali di produzione e smistamento di documenti falsi.

Continua Ibrahim: “All’inizio della rivoluzione per noi siriani l’esercito libero era l’unica soluzione. L’unica speranza per liberarci da Assad e ritrovare la nostra libertà. Ma l’esercito libero non è stato all’altezza del compito che aveva. Molti di noi volevano uno stato dove si applicasse la legge islamica, loro volevano uno stato secolarizzato. Ci hanno deluso e ce ne siamo andati”. La sharia imposta urbi et orbi: è questo l’obiettivo dichiarato di Isis.

Jihad è la nostra guerra santa, contro te stesso e contro tutti quelli che offendono la legge islamica. Semplicemente, jihad significa combattere i nemici dell’Islam, tutti coloro che stanno attaccando l’Islam. L’insegnamento del profeta è: prima di tutto cerca di convincere gli altri del tuo messaggio, ma se loro rifiutano e ti attaccano, attaccali a tua volta e sii implacabile”.

Il rifiuto della fede e della legge islamica, che per Isis sono un tutt’uno, viene letto come un gesto di aggressione. Chi non si converte è necessariamente un nemico, la sua non-conversione è un atto di guerra perché significa non credere al Profeta, e quindi offendere il Profeta (non servono le vignette, per questo). Per un laico è un passaggio quasi incomprensibile. Simmetricamente, il concetto di tolleranza appare incomprensibile agli jihadisti. C’è una sola verità, una sola fede possibile. Chi non vi aderisce sta dichiarando guerra a questa verità e a questa fede, quindi è un nemico che va “implacabilmente” eliminato.

A Raqqa, capitale di Isis, “lo stato islamico si occupa di loro –dei foreign fighters e di tutti quelli che hanno voluto aderire al progetto, ndr-. Lì c’è la vera giustizia sociale, ci sono scuole, ospedali, banche, centrali elettriche, e da poco hanno una moneta. E’ un cambio epocale. La cosa che devi capire è quanto la gente viva in pace.

Chi crede e si sottomette alla sharia trova la pace, intesa non solo come non-guerra, ma come soddisfazione all’unisono dei bisogni materiali e spirituali. Islam significa “sottomissione, abbandono, consegna totale a Dio”, e quindi sicurezza e pace (salām: l’assonanza con Islam è evidente).

“I giornalisti occidentali sono stati decapitati perché è stato provato che erano spie. Gli yazidi adorano un diavolo, quindi per la legge del profeta non possiamo accettarlo”.

La persecuzione  “obbligatoria” degli Yazidi, seguaci di un culto di probabile origine gnostica, è la dimostrazione plastica del fatto che dicevamo: prima ancora che inaccettabile, per i fondamentalisti religiosi l’idea di tolleranza è incomprensibile. La differenza di credo non solo non può essere ammessa, ma va attivamente combattuta (jihad) da ogni fedele. L’inammissibilità di una fede diversa e quella di tutte le altre differenze è il fondamento di ogni totalitarismo.

Voi pensate che sia l’Isis a reclutare i ragazzi, ma vi sbagliate. Sono loro che ci cercano per andare nello stato islamico…. Odiano l’ipocrisia e il doppio gioco dell’Europa. Se insistete a offendere la nostra religione e a uccidere la nostra gente, in ognuno di noi può nascere odio e chiunque può fare qualsiasi cosa”.

Il “doppio gioco dell’Europa” va letto probabilmente come l’adesione dell’Europa al Patto Atlantico, il fatto di avere scelto gli americani aggressori e di aver preso parte alle loro guerre: risuona qui il vagheggiamento di un’Europa antiamericana (e antisionista) e amica dell’Islam. Molto impressionante quell’odio che può nascere “in ognuno di noi”: più che di una guerra senza un fronte territoriale riconoscibile, microfisica e “molecolare”, si potrebbe parlare di una guerra che impegna ogni singolo corpo, “pronto a morire”. Ciascuno è chiamato singolarmente a essere esso stesso “guerra” contro gli infedeli, arma umana autorizzata, già innescata e autosufficiente. 

E’ una crociata contro di noi, e noi dobbiamo difenderci…”: la guerra dunque è partita dagli infedeli, ed è in corso da molto tempo. E “finché il Vaticano non prende una posizione contro questa guerra, vuole dire che è complice”.

Qui si coglie un’ambiguità: la massima autorità cristiana viene in qualche modo riconosciuta, alle sue posizioni viene attribuito un valore. Forse, ancora, il vagheggiamento di un possibile dialogo con i cristiani. Confermato dal lungo silenzio di Ibrahim, quando la giornalista gli chiede se è possibile che l’Isis arrivi a Roma. L’uomo medita, come se non intendesse chiudere del tutto la porta. Non sceglie la minaccia definitiva di Abu Bakr al-Baghdadi, califfo dello Stato Islamico: “Se Iddio vorrà, conquisteremo Roma e il mondo intero“.

Cerca rifugia nel Corano: Il profeta ha detto: arriveremo”.

 

 

 

 

diritti, esperienze, Politica, scuola novembre 16, 2014

Omosessualità: la Chiesa cominci da se stessa

Dopo il caso della lettera della Diocesi di Milano che, nei fatti, sembrava invitare i prof di religione a collaborare alla “schedatura” delle scuole troppo liberal in tema di omosessualità, l’arcivescovo Angelo Scola corregge il tiro, ribadendo le scuse della Curia«per l’inappropriatezza del linguaggio» e sottolineando che l’intento era solo quello di conoscere la situazione: «Una posizione non omofoba, ma da cui non intendiamo recedere di un millimetro, come giusto in una società democratica. Noi abbiamo qualcosa da dire circa le conseguenze sociali e la questione dei diritti connessi a questo orientamento sessuale“. Scola ha ammesso che «La Chiesa è stata lenta sulla questione omosessuale“, e che si tratta oggi di aiutare “i 6 mila professori di religione della Diocesi a proporre la nostra visione di problemi come quello dell’educazione sessuale” nel rispetto del Concordato.

Non sono affatto tra coloro che chiedono alla Chiesa di ritirarsi da questo territorio, dalla politica e dal mondo. Su svariati temi, come la fecondazione assistita, sono più grata ai dubbi della Chiesa che alle certezze del laicismo liberistico (laicismo, non laicità).

Mi piacerebbe semmai che si osasse di più. Perché è vero che la Chiesa ha molto da dire in tema di omosessualità, ed è vero anche per il fatto che nella Chiesa ci sono molti omosessuali. Non si tratta, quindi, di guardare fuori da sé. Si tratta semmai di intraprendere una riflessione efficace proprio a partire da sé -come insegna il pensiero femminile della differenza-, assumendo la posizione autocosciente dell’osservatore che si osserva.

Non è provocazione, né gossip: dico solo che la percentuale di persone omosessuali all’interno della Chiesa è notevole, con ogni probabilità superiore a quella del “mondo fuori”. Sono molti i religiosi omosessuali, e chiunque frequenti la Chiesa ne ha esperienza. Ci si potrebbe forse spingere a dire che la Chiesa è la più omosessuale tra le nostre istituzioni, verosimilmente seguita dall’esercito. La Chiesa, quindi, non dovrebbe “saltarsi”, nel suo processo di conoscenza. Non può tenersi fuori dal campo di osservazione. Semmai, dovrebbe porre se stessa al centro di ogni indagine e interrogazione, conferendo in questo modo il massimo di verità al proprio intento conoscitivo ed educativo.

Diversamente sarà buon gioco dei suoi critici e dei suoi nemici stigmatizzare come ipocrite e negazionistiche le sue iniziative a riguardo.

 

 

 

esperienze novembre 14, 2014

Storia della bambina perduta: si conclude la saga di Elena Ferrante, biografia di una generazione

Quel momento lancinante della “Storia della bambina perduta”, quarto e ultimo volume di “L’Amica Geniale”, saga firmata da Elena Ferrante. Una domenica mattina al rione, bancarelle e odore di mandorle tostate, i camion che anche il giorno di festa sferragliano oscenamente sullo stradone. E’ lì che capita il fatto, lo spavento definitivo attorno a cui tutto comincia a vorticare, e per Lila e Lenù ogni cosa sembra perduta. Fatto che ho bene in mente come se fosse un ricordo straziante, confuso con i fatti della mia vita insieme a molti altri del racconto fluviale, migliaia di pagine divorate con urgenza: l’estate a Ischia, la rissa in piazza dei Martiri, il sesso tra Elena e Antonio, i nuovi libri di scuola, il marasma degli anni Settanta.

E’ questo che capita, leggendo Ferrante: di smarrire i confini tra sé, chi narra e chi è narrata per dissolversi in un indistinto femminile. L’identità che si smargina, direbbe Lila nella sua lingua così prossima alla materia, ferita dalle coltellate del dialetto: “Una cosa si smarginava e pioveva su un’altra, era tutto uno sciogliersi di materie eterogenee… aveva dovuto sempre faticare per convincersi che la vita aveva margini robusti, perché sapeva fin da piccola che non era così”. La tua esperienza si impasta a quella delle due amiche, partecipando a quel rapporto fusionale, alla “sarabanda infernale” che è il legame tra loro.

Avrei detto che si doveva conoscere, amare e odiare Napoli, “città senza amore”, luogo dove “s’è costruito di tutto e s’è scassato di tutto”, dove “ogni volta… il trucco della rinascenza accendeva speranze e poi si spaccava, diventava crosta sopra croste antiche”. Ero convinta che ci si dovesse essere accostati al suo mistero e alla sua irredimibilità, lontani da ogni rappresentazione oleografica, per partecipare a questo mezzo secolo di vita doppia femminile: il rione, Lila e Lenù, una con l’altra, una nell’altra. Perciò mi ha colto di sorpresa il trionfo americano di Ferrante (New York Times: “Nulla di ciò che leggiamo a proposito dell’opera di Elena Ferrante ci prepara alla ferocia dei suoi romanzi”. E The New Yorker: “Non vorrei smettere mai. Mi irritano gli ostacoli –il mio lavoro, gli incontri in metropolitana- che rischiano di tenermi lontana dai suoi libri”).

#Ferrantefever in una libreria di New York

Immaginabili, dopo questo trionfo, gli sconquassi nell’invidioso mondo letterario italiano: rabbia e sconcerto espressi in giudizi ringhiosi e sprezzantemente misogini, come il paragone tra la saga e “una soap tipo “Un posto al sole””. Sono peraltro certa che Ferrante, chiunque essa sia, non se ne sia poi avuta a male, avendo lei stessa dichiarato di essersi nutrita anche di certi “fondali bassi” come i fotoromanzi (Bolero, Grand Hotel, Sogno: quando era ragazzina, e anche quando lo ero io, le soap non esistevano).Come mi spiegò in un’intervista, in quella sottocultura aveva incontrato “il gusto di avvincere i lettori. Il fotoromanzo è stato uno dei miei primi piaceri di lettrice in erba. Temo che l’ossessione di ottenere un racconto tesissimo, anche quando narro una storia piccola, mi venga da lì. Non provo alcun piacere a scrivere se non sento che la pagina è emozionante. Una volta avevo grandissime ambizioni letterarie e mi vergognavo di questa spinta verso tecniche da romanzo popolare. Oggi mi fa piacere se qualcuno mi dice che ho scritto un racconto avvincente, per esempio come quelli di Delly”.

La grandiosa “soap” “L’Amica Geniale”, biografia di una generazione, racconta sessant’anni di vita italiana, dagli anni Cinquanta al ’68, il femminismo, le bombe, il terrorismo, il terremoto, il berlusconismo. Ma si tratta di una Storia che è subito carne, come tutti ne facciamo esperienza, e mai di un universale astratto e superiore.

La maternità insofferente di Lenù che piazza le figlie da nonni e amici, dimenticando felicemente i pianti delle bambine tra le braccia dell’amante, o inseguendo i propri successi: “A Montpellier mi sembrò evidente quanto potesse risultare angusto, a trentadue anni, essere moglie e madre… per tutti quei giorni densi d’amore mi sentita per la prima volta liberata dai vincoli che avevo sommato negli anni”. Una rappresentazione fedele di quel primo femminismo rivoltoso che sentiva l’essere madre come il principale ostacolo alla realizzazione del sé femminile, venuto al mondo all’improvviso con la forza di una rivelazione. Quante tra noi sanno il senso di quella colpa, e lo stanno ancora smaltendo.

Le stanze fumose, l’andirivieni caotico e distruttivo, nelle vite e nelle case, la macellazione dei sentimenti sacrificati all’ideologia, la furia dionisiaca malcelata nell’“impegno”: ecco gli anni Settanta in Italia come mai la letteratura né il cinema li avevano saputi rappresentare. La Storia vista dagli occhi di una donna, e perciò obbligata all’autenticità del “privato”.

Spesso la sparizione è un passaggio obbligato per non dover più vivere come morte: Amalia che scompare in “L’amore molesto”, romanzo che ha rivelato Ferrante. E qui Lila, fin dal principio della lunga storia, forse per poter  vivere “in vecchiaia, secondo una nuova verità, la vita che in gioventù le avevano vietato e si era vietata”. E altre ancora che si sottraggono allo sguardo insieme all’autrice: l’assenza come precondizione per un esserci autentico, oggi che la malattia della visibilità ci rende tutti miserabili.In Italia il gioco “Ferrante chi è?” continua a occupare il più del dibattito –un uomo? una donna? un team? un algoritmo?-, mentre per lettrici, lettori e critica americani, forse per l’abitudine a Salinger e a Pynchon, la questione appare decisamente marginale. Questo grande romanzo di formazione femminile, larger than life, apre ben altre domande.

La mia sarebbe questa, e sento che ha a che vedere con me stessa: delle due, Lila e Lenù, l’“amica geniale”, chi è? Chi fugge, o chi è rimasta? Forse la risposta la dà Lenù: per tutta la vita “Lila aveva raccontato una sua storia di riscatto, usando il mio corpo vivo e la mia esistenza”. Forse nessuna delle due, senza l’altra -e nessuna di noi, senza la sua Altra- potrebbe pensare di esistere.

 

*I quattro volumi della saga di Elena Ferrante, “L’Amica Geniale”, “Storia del secondo cognome”, “Storia di chi fugge e di chi resta”, “Storia della bambina perduta” e tutte le sue altre opere sono pubblicati da Edizioni e/o)

Aggiornamento 18 novembre 2014: Elena Ferrante inserita tra i 100 Global Thinkers