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giovani, italia, lavoro, Politica, scuola novembre 27, 2015

Università: meno chiacchiere deleterie, ministro Poletti. E più investimenti

Quella del ministro del Lavoro Giuliano Poletti è un’assoluta banalità: meglio laurearsi in fretta e misurarsi da ventenni con il mondo del lavoro – è a quell’età che si impara un mestiere- che tirare in lungo per uscire splendidamente alle soglie dei 30, trovandosi “a competere con ragazzi di altre nazioni che hanno sei anni meno di loro“.

Ma se il corso di studi si conclude troppo in là non è affatto per l’ossessione, stigmatizzata dal ministro, di “prendere mezzo voto in più“.

La questione è ben più seria, e ha soprattutto a che vedere con l’organizzazione della nostra università, che sembra congegnata per fabbricare fuoricorso. Per non parlare del business milionario dei troppi master e contromaster post-laurea che dissanguano le famiglie, trattenendo ulteriormente i giovani in parcheggio fuori dal mondo del lavoro.

In questo blog ne abbiamo parlato più di due anni fa riprendendo Ivan Lo Bello (oggi presidente di Unioncamere oltre che del Comitato consultivo dell’ Agenzia Nazionale di valutazione del sistema universitario e della ricerca), il quale chiedeva “di introdurre tirocinii e praticantati durante i corsi universitari, visto che oggi i nostri ragazzi incontrano il lavoro mediamente tre anni più tardi rispetto ai loro colleghi europei”.

Anche per consentire eventuali correzioni di rotta nel corso di studi, orientando con maggiore consapevolezza la propria formazione: un gran numero di ragazzi oggi sceglie la facoltà in modo casuale, con l’unico criterio di dribblare i test d’accesso, e infilandosi in strade senza uscita.

Da un ministro, quindi, è lecito attendersi interventi più articolati e meno bar-biliardistici: che entrino nel merito dell’organizzazione delle università, che indichino proposte, che delineino soluzioni contro la dispersione. Anche perché è sempre stato molto comodo per i governi trattenere i ragazzi in percorsi scolastici sine die: finché saranno in formazione non saranno censiti come inoccupati o come neet.

Ma quella di Poletti è anche una banalità pericolosa, data la leggerezza con cui viene affrontato il tema dello studio. Al grande pubblico le cose che dice arrivano così: vedete di portare a casa in fretta quel benedetto pezzo di carta straccia, e non perdete troppo tempo a studiare. Discorso doppiamente rovinoso: perché studiare non è mai una perdita di tempo, anche quando allo studio non conseguono pezzi di carta, anche quando si sta già lavorando e perfino quando si è ministri. E perché si sarebbe dovuto tenere conto del contesto: un Paese, il nostro, che nella classifica dei 34 più industrializzati si piazza ultimo per numero di laureati (è questo che dovrebbe preoccupare il nostro ministro) e quartultimo per soldi investiti nell’università in rapporto al Pil (recentissimo rapporto Ocse). Viceversa, come dicevamo, siamo ricchi di 25-34enni con un titolo equivalente al master che non riescono a trovare uno straccio di lavoro.

Anzichè far chiacchiere un ministro del Lavoro, in collaborazione con il Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, dovrebbe prospettare soluzioni e dare battaglia per aumentare gli investimenti. Che, certo, si vedrebbero meno dei 300 milioni per il bonus di 500 euro a pioggia per tutti i diciottenni da spendere in attività culturali.

Ma si avvicinano le elezioni, e i pacchi di pasta à la Lauro rendono molto di più.

 

giovani, italia, lavoro, TEMPI MODERNI ottobre 21, 2015

La triste vita nelle aziende

Giovani e precari, fortunatissimi giovanotti/e che in un modo o nell’altro lavorano, e non è roba per tutti, in-attesa-di-rinnovo-di-contratto  ammazzandosi di fatica, mandare comunque in giro curriculum perché non si sa come va a finire, mai alzare la cresta, mai rivendicare un diritto anche se ce l’hai in contratto, manca un mese alla scadenza, mancano 15 giorni, a te ti hanno detto qualcosa? (tra me e te spero che salvino te, scusa, sono costretto a pensare questo, amico), sempre sissignore, pedalare anche con la febbre, odio soprattutto per quei maledetti vecchi, 40 o 50 anni ormai fuori dal mondo, con capiscono un ca…o, non imparano più un c…o, e perché non se ne vanno? supergarantiti e non rendono niente e possono permettersi tutto, finché non vanno a casa loro per noi non c’è speranza, ma adesso si sente dire di una legge –l’ho sentito alla tv- una legge che possono licenziare anche i vecchi, possono lasciarli a casa come noi, cioè anche a loro gli tolgono l’articolo 18, è questione di mesi, l’ha detto il governo, gli daranno un po’ di pensione, non so, basta che si levino dalle palle, non ce la faccio più a farmi un mazzo così e loro sempre in malattia, sempre una scusa, e la maternità e una palla e l’altra, e noi qua ogni 6 mesi-un anno a tremare perché non sai mai come va a finire, e una volta mi sono girate e ho risposto male al capo e lui non mi ha parlato per una settimana e io non ci dormivo la notte, sono fregato, pensavo, e invece ‘sti vecchi di m…a che hanno tutti i diritti, ma che muoiano, ma che vadano ai giardinetti col cagnolino, che se ero io a poter andare a casa sparavo i mortaretti, perché questa è vita? ditemi se è vita, ogni mattina venire qua e la sera uscire con le ossa rotte, che se vai in bagno una volta di più ti guardano male, tu messo così, quei due amici e quelle due amiche che lavorano come te, stanchi morti che ce la fai a malapena a farti una birra, e gli altri e le altre messi e messe invece molto peggio, perché la birra gliela devi pagare tu (la disoccupazione giovanile in Italia è al 40,7 per cento, con tendenza a crescere, ndr).

La triste vita nelle aziende.

bambini, Corpo-anima, Donne e Uomini, Femminismo, lavoro, questione maschile settembre 28, 2015

Sempre più mamme “saltano” il congedo di maternità. Una pessima notizia: per le madri, per i bambini e per il mondo

Leggo su La 27ora l’ottimo report su maternità e lavoro: in stretta sintesi, il vecchio congedo di maternità si va estinguendo. Sempre più neo-mamme rinunciano alla “pausa-bambino” e rientrano al lavoro prima possibile. Il web è pieno di testimonial offerte come modello da seguire –ad, politiche, business women- che staccano giusto il tempo del parto per tornare alla scrivania dopo pochi giorni.

Non riesco a leggerla come una buona notizia. Per tante si tratta di fare di necessità virtù: meno ti assenti, meno rischi il posto (o per le più fortunate, la carriera). Più interessanti invece le forme di flessibilità in sostituzione del congedo: riduzione d’orario, part time.

Resto convinta che un bambino appena nato ha bisogno di stare con la mamma, e la mamma con il bambino. Si tratta di un unico organismo vivente che gradualmente diventa un due. Il momento del parto non interrompe la simbiosi –natura non facit saltus-, ne cambia semplicemente la forma. Spiega la psicologia che il processo di individuazione del nuovo nato –cioè il tempo che serve alla creatura per percepirsi come uno/a distinto dalla madre- dura ben 3 anni: i cuccioli della nostra specie sono i più lenti nell’acquisizione di autonomia. Per una lunga fase il bambino/a sente di essere la madre, com’è stato per i 9 mesi di gestazione (e in parte anche la madre “si sente” il bambino/a).

I tempi della riproduzione non cambiano in base alle esigenze della produzione: se potessero ci imporrebbero gestazioni di due mesi, o meglio ancora gravidanze extracorporee -non manca tanto-, asettiche e inodori.

Come la gran parte delle mamme sono tornata al lavoro dopo 3 mesi. Mi è mancato molto, con il senno di poi, non poter assecondare la gradualità del processo che dicevo: l’allattamento, un unico ritmo di sonno-veglia e così via. Ho perso qualcosa di importante per la mia identità, e ho fatto perdere ben di più a mio figlio.

Permettetemi di essere brutale: quando comprate un cucciolo di cane potete portarlo a casa solo dopo due mesi, quando sarà pronto ad affrontare il distacco dalla madre. Gli allevamenti più seri allungano il periodo a tre mesi. Perché non dovrebbe valere per gli esseri umani quello che vale per i cuccioli di altre specie?

Non intendo colpevolizzare le neomamme –non più di quanto colpevolizzi me stessa-, ma penso che quel tempo speciale, diverso da tutti gli altri tempi della vita, non mi sarà più restituito, e percepisco la cosa come una perdita. Soprattutto sento di aver tolto qualcosa di importante al mio bambino. A maggior ragione non posso salutare con felicità il fatto che le giovani mamme rinuncino perfino a quelle poche settimane di tempo “differente” (nel senso di occasione irripetibile per sperimentare la propria differenza femminile).

Per andare meglio, il mondo avrebbe bisogno di somigliare di più al mondo delle donne e alla coppia madre-figlio, assumendo come fondamentale e non più aggirabile il valore della cura che nella maternità trova il suo imprinting. E invece ci vogliono sempre più uguali agli uomini. L’eccesso di maschile si perpetua.

La maternità è sempre più un fastidio, un ingombro da far fuori con una guerra simbolica e reale.

Si tratta di una sconfitta radicale.

 

ambiente, lavoro, Politica maggio 19, 2015

Un’altra Italia: ecco la vera partita che si gioca in Liguria

Tanti parlano e scrivono di Liguria in questi giorni. Direi in extremis. In questo blog trovate più di 20 post sull’argomento. Il primo è del 2008.

Ne ho scritto molto perché il caso ligure è paradigmatico, e da tempo. Un laboratorio, come si dice. In troppi se ne accorgono solo ora.

Il fatto è che la Liguria è un’Italia in piccolo: territorio fragile e bellissimo, una dorsale montuosa a picco nel mare, devastato da decenni di malapolitica. Lì le larghe intese ci sono da tanto e si chiamano Partito Trasversale del Cemento per Fare Palanche (in pochi ai danni di tutti). La Liguria è Nord ma è anche Sud: per i numeri sconfortanti dell’occupazione, per la fatica dello sviluppo, per la forza del ricatto politico e del voto di scambio, per gli affari consistenti di ‘ndrine e cosche, per i reati ambientali e gli ecomostri, per la drammaticità dei mutamenti climatici.

In Liguria si vede bene un modello a fine corsa.

Il 31 maggio la Liguria andrà al voto regionale e i commenti di questi giorni si esercitano sul cosiddetto voto utile, sul potenziale di una nuova formazione politica -quella per Luca Pastorino presidente- “a sinistra del Pd”. Sul rischio che a causa di questa formazione “rossissima” o meglio “rosso-rosa-verde” la regione “rossa” non sia più rossa (se è per questo non lo è da un sacco di tempo) e si consegni al centrodestra di Giovanni Toti. Sul rischio di dover passare dal monocolore (grigio cemento) a larghe intese di nome e non solo di fatto: quelle sono al governo da tanti anni, un “partito della regione” che ha procurato gravissimi danni. Sulle varie possibili future geometrie politiche.

Direi che la questione è un’altra, e molto più significativa per la Liguria e per tutti. Si tratta precisamente di quel “cambio di paradigma” di cui si parla da un bel po’. Detto alla buona, si tratta di questo: di sperimentare la possibilità di vivere con il proprio territorio, e non contro il territorio. Di cura e valorizzazione di bellezza e risorse ambientali -langerianamente, di portare la carità (I care) nella politica- per farne occasione di lavoro e di sviluppo. Di fare un passetto indietro, tornando a prima della rapallizzazione, della glassatura della riviera, dei porti e porticcioli, dell’abbandono, del disboscamento, della distruzione dei muretti a secco, esoscheletro che “teneva su” le montagne, per poter finalmente andare avanti. Di conservare quanto serve per progredire. Di ri-radicarsi. Di sposare le nuove tecnologie pulite alla sapienza di un amore antico.

E se riuscisse in Liguria, potrebbe riuscire dappertutto.

Ecco l’importanza della sfida ligure.

 

Donne e Uomini, economics, italia, lavoro marzo 31, 2015

Gap salariale tra donne e uomini: una proposta di legge

 

Proprio oggi l’Istat diffonde nuovi disastrosi dati sulla disoccupazione, e in particolare sul calo costante dell’occupazione femminile. Nelle settimane scorse abbiamo appreso che uno dei pochi dati positivi che riguarda il lavoro delle donne nel nostro Paese, un gap salariale inferiore alla media europea (7.3 contro 16 per cento), si sta progressivamente ampliando, mentre negli altri Paesi la forbice tende a ridursi.

La trasparenza e la pubblicità delle retribuzioni nelle aziende (fatta salva la privacy: cioè omettendo l’identità dei singoli lavoratori e nominando solo  il genere di appartenenza) è il primo passo necessario per contrastare la disparità salariale: è questo il senso della proposta di legge depositata oggi da Pippo Civati del Pd, a inaugurare un pacchetto di leggi “dedicate” alla cittadinanza femminile (e dati i vantaggi che ne deriverebbero, a tutto il Paese).

Ecco il testo della proposta.

“Onorevoli colleghi! Il divario retributivo di genere è un fenomeno complesso che
riguarda sia la cosiddetta “discriminazione diretta”, cioè a parità di lavoro, sia le
differenziazioni di mansioni e di settori. Si tratta di un divario troppo ampio, che, a
livello di Unione Europea, si attesta in media intorno al 16%.
Colmare questo divario è necessario anzitutto per motivi di giustizia e di uguaglianza.
Ricordiamo che l’articolo 37 della Costituzione afferma che «la donna lavoratrice ha gli
stessi diritti e, a parità di lavoro, le stesse retribuzioni che spettano al lavoratore». I
destinatari di questo imperativo sono tutti i soggetti, pubblici e privati, da cui dipenda il
rispetto dello stesso, compresi quindi i datori di lavoro, ai quali la presente proposta in
particolare si rivolge.
Peraltro, deve considerarsi come dal superamento del divario si trarrebbero vantaggi
anche per l’economia, un riconoscimento adeguato del lavoro delle donne essendo
generalmente riconosciuto come un importante fattore di crescita.
Al fine di assicurare la piena realizzazione della parità salariale molti sono gli interventi
da porre in essere, anche attraverso la revisione di alcune norme esistenti, intervenendo
su sanzioni e incentivazioni, ma il punto da cui partire in modo semplice e immediato
può essere quello della trasparenza.
Si tratta di un elemento su cui puntano oggi sia l’Unione europea sia Paesi
economicamente forti e sviluppati e che ci sembra il caso di riprendere e – per certi
versi – anticipare.
Infatti, il 7 marzo 2014 la Commissione europea ha adottato una raccomandazione «sul
potenziamento del principio della parità retributiva tra donne e uomini tramite la
trasparenza».
Per questo la Germania, che certamente presenta un divario retributivo molto più ampio
del nostro, si sta dotando di una legge per la parità salariale di grande significato, che
prevede la pubblicizzazione degli stipendi di un’azienda, senza indicare i nominativi dei
lavoratori, ma associando alle cifre il riferimento al gruppo di appartenenza e quindi al
genere.
Una soluzione che si combina perfettamente con la decisione del governo tedesco e
della sua maggioranza di introdurre un salario minimo stabilito per legge, come anche in
Italia sarebbe auspicabile che si facesse.
 
Una soluzione avanzata dal governo di Grosse Koalition guidato da Angela Merkel, e in
particolare dalla ministra Manuela Schwesig, ministra federale alla famiglia.
I dati in Italia ci dicono che, per una volta, il nostro Paese è in testa alle classifiche
europee, perché il gap è solo del 7,3%. Il dato che allarma è però che la differenza
aumenta, mentre negli altri Paesi diminuisce.
Con un testo di legge chiaro e semplice, che rinvii all’intervento del Governo, entro
poche settimane, si può intervenire immediatamente, perché il nostro Paese sia alla pari
con i migliori standard di civiltà e riconosca quell’equilibrio tra uomini e donne che è
un fattore di qualità imprescindibile della nostra democrazia e della nostra Costituzione,
perché ogni ostacolo sia rimosso e superato nella nostra vita sociale.

Articolo 1
1. Al fine di colmare il divario retributivo tra i sessi, le imprese e le organizzazioni sono
tenute a garantire la trasparenza e la pubblicità della composizione e della struttura
salariale della remunerazione dei propri dipendenti, avendo cura di non indicare alcun
elemento identificativo personale, salva la appartenenza di genere, secondo quanto
previsto al successivo articolo 2.
Articolo 2
1. Il Governo, entro tre mesi dall’entrata in vigore della presente legge, adotta uno o più
decreti legislativi con cui definisce:
A) le modalità per assicurare la trasparenza e la pubblicità della composizione e della
struttura salariale della remunerazione dei dipendenti;
B) le sanzioni per la violazione degli obblighi di trasparenza e pubblicità di cui
all’articolo 1 e delle modalità per assicurarne il rispetto.
2. Nell’esercizio della delega di cui al comma 1, lettera A), il Governo si attiene ai
seguenti principi e criteri direttivi:
a) assicurare il rispetto della normativa sulla privacy, escludendo in ogni caso la
presenza di qualunque dato anagrafico diverso dalla appartenenza di genere;
b) prevedere la chiara identificazione della appartenenza di genere;
c) prevedere la chiara identificazione della composizione e della struttura salariale;
d) assicurare che ciascun lavoratore conosca, senza dovere presentare richiesta, la
retribuzione e ogni altra forma di remunerazione, compresi i bonus, di tutti i lavoratori
dipendenti della medesima impresa o organizzazione;
e) assicurare che ciascun lavoratore possa consultare, senza dovere presentare richiesta,
per un periodo di almeno sessanta mesi, la retribuzione e ogni altra forma di
remunerazione, compresi i bonus, di tutti i lavoratori dipendenti della medesima
impresa o organizzazione;
f) assicurare che le prerogative di cui alle lettere d) ed e) siano assicurate anche alle
associazioni sindacali;
g) assicurare che le imprese con almeno cinquanta dipendenti informino regolarmente i
dipendenti, i rappresentanti dei lavoratori e le parti sociali sulla retribuzione media per
categoria di dipendente o posizione, ripartita per genere;
h) assicurare che le imprese e le organizzazioni con almeno duecentocinquanta
dipendenti svolgano audit salariali da mettere a disposizione dei rappresentanti dei
lavoratori e delle parti sociali.
3. Nell’esercizio della delega di cui al comma 1, lettera B), il Governo si attiene ai
seguenti principi e criteri direttivi:
a) prevedere sanzioni amministrative adeguate e ragionevoli per il caso di mancato
adempimento all’obbligo di rendere pubbliche le retribuzioni e ogni altra forma di
remunerazione;
b) prevedere sanzioni amministrative adeguate e ragionevoli per i casi di mancato
rispetto delle modalità previste per assicurare le forme di trasparenza e di pubblicità di
cui alla presente legge e ai decreti delegati emanati in base alla stessa;
c) prevedere un progressivo aumento della sanzione per il caso in cui le violazioni di cui
alle lettere a) e b) del presente comma risultino gravi e reiterate.
Art. 3
La presente legge entra in vigore il giorno successivo alla sua pubblicazione nella
Gazzetta Ufficiale”.

ambiente, lavoro, Politica gennaio 23, 2015

#Liguriachevorrei: una battaglia per tutto il Paese

Stretti tra monti aspri e un mare aperto e minaccioso, i liguri hanno scorza e tempra. Gente non facile da conquistare. Sempre pragmaticamente pronti a fare affari, anche trattando con i politici: ma con Genova che annega ogni autunno, i terrazzamenti che franano in mare, quel paio di piane minacciate da speculazioni colossali, ormai si è capito che le palanche vanno in tasca solo a pochi a danno di tutti. Non ci credono più. Gattopardescamente, il Partito trasversale del Cemento cambia le facce ma non gli intenti: sfruttare, speculare, continuare a distruggere quel territorio fragile e spettacolare.

Detto da una “foresta” innamorata ligure d’adozione: quello che sta capitando in Liguria è paradigmatico per tanti motivi. Quella terra si presta bene a rappresentare l’intero territorio italiano, con la sua bellezza devastata e costantemente sotto scacco, e per le grandi potenzialità, tutte da esplorare, di una decisa svolta ambientale, con importanti ricadute economiche e occupazionali; l’altra ragione è che con il suo Partito traversale del Cemento, la Liguria è stata pioniera del partito-nazione orientato al business, ma oggi può diventare il laboratorio di una decisa inversione di rotta, in cui le soluzioni politiche nascono dai cittadini che si auto-organizzano localmente per difendere i beni comuni.

Al netto delle irregolarità verificate nelle primarie per l’individuazione del candidato presidente del centrosinistra, la rivolta di sinistra in corso contro la candidatura di Raffaella Paita, vincitrice contro Sergio Cofferati, può diventare un catalizzatore del cambiamento politico. Sostenuta anche da parte del centrodestra, che al momento non ha ancora individuato il suo candidato presidente, Paita si presenta quasi come candidata unica “nazarena” con ottime chance di vittoria. Risultato contendibile solo a un patto: che un’eventuale lista alternativa sappia opporre un programma fortemente centrato su ambiente-lavoro-diritti, e declinato minuziosamente in chiave locale: i problemi delle comunità della valle del Magra non sono gli stessi di quelle della Piana di Albenga, di Genova o del Savonese.

L’altra cosa importante è che, langerianamente, si insista più sui temi, sui problemi e sulle soluzioni che sulla coloritura di sinistra. E che la nuova iniziativa politica non diventi occasione di riciclo di personalità che cercano un modo per tornare in pista, il che darebbe un’idea di “ritorno al passato” elettoralmente poco premiante.

I nomi, dicono i promotori di #Liguriachevorrei, verranno dopo. Ma è importante che il candidato presidente –oltre a essere ligure: i “foresti” avrebbero poche chance- possa opporre a Raffaella Paita, donna tutta di apparato, una convincente storia civica, e una capacità di visione strategica per la Liguria. Un nome che circola, quello di Ferruccio Sansa, giornalista del Fatto Quotidiano, figlio di un magistrato che fu anche sindaco di Genova e autore con Marco Preve del bel saggio “Il partito del cemento” (Chiarelettere), sembra rispondere a queste caratteristiche. Oltre a piacere molto al Movimento 5 Stelle e a Beppe Grillo: e in Liguria non è cosa da poco.

#SaveLigury

Aggiornamento 5 febbraio: un altro bellissimo nome che circola è quello di Anna Canepa.

Ligure, magistrato, attualmente sostituto procuratore presso la Direzione Nazionale Antimafia a Roma. Ha conseguito la laurea in giurisprudenza presso l’università di Genova, dal 1989 svolge le funzioni di Sostituto Procuratore della Repubblica, dapprima in Sicilia, quindi a Genova, occupandosi di reati di criminalità organizzata presso la Direzione Distrettuale antimafia e successivamente poi al Dipartimento Criminalità Organizzata e Terrorismo. Nel 2008 è ritornata in Sicilia, applicata volontariamente alla Procura della Repubblica di Gela. Già vicepresidente dell’Associazione Nazionale Magistrati, attualmente Segretario Generale di Magistratura Democratica.

aggiornamento 14 maggio: io ve l’avevo detto per tempo

economics, lavoro dicembre 17, 2014

Non ti pago-non ti pago: l’amaro destino del lavoro intellettuale in Italia

Una volta mi chiama l’Ordine dei Commercialisti (ricca categoria) di una città ricchissima. Mi chiedono di coordinargli un convegno: la mia passione per la commercialistica è nota, ma due euri fanno sempre comodo. Faccio presente che la coordinazione di un convegno significa una certa quantità di lavoro preliminare -studio della materia, riunioni e quant’altro- oltre all’impegno per la giornata. Gli dico: a quanto ammonterebbe la mia spettanza? Gelo dall’altra parte del filo: “Ma… veramente… scusi… in che senso”. “Il mio gettone. Il mio cachet”. “Ah! Capisco. Non avevamo pensato che… insomma credevamo…”. Credevano che io, onoratissima per l’incarico, e non avendo nient’altro da fare, mi sarei fiondata pagandomi anche il viaggio. (più sentiti).

Un’altra volta, invece, in cui sono cascata. Università Bocconi, anche qui ente notoriamente poverissimo, gente a cui dei soldi non importa nulla. Convegno sul tema: paternità e top manager, una cosa così. Anche lì: telefonate, riunioni in loco, preparazione delle interviste. € 0,00. Faccio garbatamente presente, mi guardano come un ultracorpo venusiano. Ormai era fatta. Non mi beccano più.

Per cose “militanti”, politiche, femministiche e umanitarie chiedo solo viaggio e alloggio, e spesso nemmeno quello: sono le mie passioni, sono il mio impegno, il mio volontariato, e anche il mio piacere, ci mancherebbe altro. Presento anche libri e film, non sempre volentieri, i più gentili ricambiano con un mazzo di gladioli. E va be’. Ma non mi è chiaro per quale ragione dovrei erogare tempo e lavoro gratuito per ordini professionali con le casse pienissime -l’ho fatto tante volte, sob-, case editrici e cinematografiche, istituzioni, enti locali etc etc.

Anzi, mi è chiarissimo: si pretende, in Italia, che il lavoro intellettuale (o immateriale, o della conoscenza) sia gratuito. Un fatto dello spirito, mai della carne: benché anche certe prestazioni dei sacerdoti, mi pare, abbiano i loro bei tariffari. Se chiami un idraulico gli paghi anche il semplice sguardo alla tubatura. Ma se per esempio ti invitano in tv, a meno che tu non sia un’opinionista di altissimo livello tipo Valeria Marini, puoi dover colluttare perché ti rimborsino almeno il taxi. Con onorevoli eccezioni: superstar borderline tra giornalismo e showbitz, ma anche formatori-formati all’uopo e last minute (vanno fortissimo le formatrici sulla violenza sessista e sulla parità di genere: un business niente male). Ma normalmente il lavoro intellettuale in questo Paese non si paga, o si paga pochissimo. La remunerazione è inversamente proporzionale alla quantità di idee. Quando basta che tu vada in Spagna, come mi è capitato -la Spagna della grande crisi, dico, che mi ha chiamato qualche volta per parlare nelle Università- e per quanto a fatica il tuo impegno viene remunerato.

Insomma, il lavoro intellettuale è come il lavoro di cura: invisibile, gratuito e scontato. Ma senza l’uno come senza l’altro in questo Paese crollerebbe anche quel poco che sta ancora in piedi. Nelle idee di oggi -materia prima del lavoro intellettuale- c’è l’embrione della grande parte del lavoro di domani.

Lavoratori dell’intelletto e casalinghe, unitevi!

p.s: ricordo qui l’insuperata campagna #coglioneno

 

economics, italia, lavoro, Politica dicembre 5, 2014

Censis, Italia: la paura mangia l’anima. E chiama il fascismo

L’ultimo rapporto Censis fotografa un Paese divorato dall’incertezza e dalla paura.

Una-cento-mille Tor Sapienza, dove la disperazione spinge i poveri a prendersela con gli ancora-più-poveri: la coesione sociale, la nostra capacità di accoglienza e integrazione sono preziose risorse in via di esaurimento. Gli immigrati semmai sono carne umana con cui la criminalità può fare soldi, come in Libia: ce l’hanno spiegato nelle intercettazioni del “cupolone”, “rendono più della droga”.

Povertà e paura della povertà sono la chiave: più del 60 per cento ritiene che gli possa capitare di finirci, con picchi del 67 per cento tra gli operai. Il dato della natalità continua significativamente a decrescere: il Paese, già il più vecchio d’Europa, lo diventa sempre più. Quanto ai giovani, capitale umano «inutilizzato» e «dissipato», 2,4 milioni tra quelli che vivono soli ricevono un aiuto economico dai propri genitori… un flusso di risorse pari a oltre 5 miliardi di euro annui», altrimenti non ce la farebbero.

Tra disoccupati e inattivi, sono quasi 8 milioni i cittadini “non utilizzati”. Il Sud è l’epicentro della crisi: il tasso di occupazione dei 25-34enni oscilla tra il 34,2 per cento di Napoli e il 79,3 di Bologna, a Bari solo 2,8 bambini su 100 vanni al nido contro i 36,7 di Bologna, il 25 per cento delle scuole medie la banda larga non sa nemmeno cos’è (contro il 5 per cento europeo medio).

Eccetera.

La paura mangia l’anima, chiama risposte immediate, sommarie, adrenaliniche, fight or flight, lotta o fuggi. Non dà il tempo per riflettere, analizzare, concepire strategie. E’ il “negro” che mi porta via il lavoro, anche se non va così, è l’immigrato che stupra le “nostre” donne, e hai voglia a esibire statistiche in cui si vede che le violenze sono una cosa di famiglia: non c’è più tempo per queste “cazzate”, è venuto il momento di agire.

Quando la pazienza, la temperanza, la resilienza, la capacità di assorbire i colpi, di mediare, di accomodare e di arrangiarsi degli italiani vengono meno, noi “brava gente” diventiamo cattiva, cattivissima gente, e gli ultimi saranno i primi. A lasciarci le penne. Poi toccherà ai penultimi, e via via, a salire.

Ci sono tutti gli ingredienti per la replica di una Storia che abbiamo già visto: paura, rabbia, povertà, disuguaglianza, corruzione, ruberie, privilegi, inefficacia di una politica asserragliata nei centri storici. La destra vola in Europa e sbatte trucemente le ali anche da noi.

Attente e attenti, c’è il fascismo appena dietro l’angolo. Non è il momento per distrarsi.

Fai la cosa giusta.

 

economics, italia, lavoro, Politica ottobre 30, 2014

Non possiamo permetterci Alfano

Io non ci credo. Non credo al fatto che agenti di polizia possano aver deciso autonomamente di caricare a freddo e brutalmente una manifestazione di lavoratori disperati -mirando in particolare ai sindacalisti- senza che qualcuno gli abbia ordinato: “andate giù duri”. (secondo la testimonanza di un lavoratore, “ai primi caduti, un poliziotto, un omone, si è tolto il casco e allargando le braccia ha detto ai suoi: basta, basta”). Da qualche parte l’ordine dev’essere arrivato.

Quanto meno credo che un ministro dell’Interno, tenuto a essere massimamente consapevole della situazione sociale del Paese -160 vertenze drammatiche, disoccupazione a livelli mai visti, metà dei giovani a casa, il Sud che si va desertificando-, abbia il dovere di non fare capitare giornate come quelle di ieri, e debba saper governare una situazione potenzialmente esplosiva, chiamando le forze dell’ordine al massimo di responsabilità.

Ci spiegheranno, speriamo, com’è andata. Quel che è certo, e nella migliore delle ipotesi, la performance del ministro Alfano è stata pessima, ci sono lavoratori e sindacalisti con la testa spaccata, e che qualcuno oggi parli di Renzi-Scelba dovrebbe essere motivo sufficiente perché gli si chieda di andare a casa, o dove preferisce.

Che miracolosamente la corda non si sia ancora spezzata non significa che non possa spezzarsi a breve, e nella posizione di chi governa l’ordine pubblico serve qualcuno all’altezza del dramma sociale in corso. Un governo guidato dal Partito Democratico non può permettersi una giornata come quella di ieri e un ministro come Alfano.

Servirebbero anche –a mio parere servivano subito, io me le aspettavo già ieri sera- parole nette del premier Renzi, in possesso della sferza verbale necessaria a stigmatizzare quello che è capitato. Appare preoccupante, questo silenzio, in un uomo in genere così pronto.

Il silenzio di Pina Picierno sarebbe invece un sollievo per tutti.

Aggiornamento: qui il video di Gazebo che testimonia l’ordine a caricare, dato a freddo. Il resoconto di Alfano non corrisponde al vero.

Corpo-anima, economics, Femminismo, lavoro, Politica, questione maschile ottobre 16, 2014

Silicon Valley: anche le madri hightech. Congela gli ovuli, paga l’azienda

La notizia è che alcune imprese di Silicon Valley (Facebook, Apple) hanno deciso di rimborsare la crioconservazione degli ovociti alle proprie dipendenti.

Il social egg freezing è una pratica di grande utilità per quelle donne che, dovendo sottoporsi a chemioterapia o altre terapie invasive, congelano i propri ovuli per non privarsi della possibilità avere figli in futuro. La pratica si va tuttavia diffondendo anche tra donne in età fertile che non possono fare figli per ragioni diverse da una malattia: perché non hanno un partner, perché non hanno una casa, perché non ottengono un mutuo, perché non ci sono servizi, perché nessuno potrebbe aiutarle nel lavoro di cura, perché non hanno un lavoro o perché il lavoro è precario, o perché non possono interrompere la carriera. La speranza è di poter conquistare nel tempo condizioni economiche, sociali e relazionali migliori, e di poter intraprendere una gravidanza alla scadenza dell’età fertile con il patrimonio di ovuli di un tempo (sempre che ci si riesca: in campo di fecondazione assistita il numero degli insuccessi continua a prevalere su quello dei successi, ma non si dice mai).

In sostanza queste giovani donne sono impedite nel loro desiderio di avere figli come se fossero malate. Il fatto è che le malate non sono loro. Malato è il mondo che esercita questa violenza su di loro -una specie di sterilizzazione forzata-, costringendole a non concepire all’età giusta o ad abortire nel caso in cui il corpo, ribellandosi alla pianificazione obbligatoria, dia corso al loro desiderio inconscio.

Abbiamo trovato rivoltante l’obbligo al figlio unico in Cina, ma non siamo capaci di leggere la brutalità di questo diktat occidentale. La teologa femminista Mary Daly ha affermato che “la libertà riproduttiva delle donne è repressa ovunque”. Pensiamo all’autodeterminazione come alla libertà di non avere figli se non si vogliono, e mai come alla libertà di avere figli come e quando si vogliono (libertà che comprende la prima).

Ho parlato recentemente di queste faccende ai ragazzi del liceo Manzoni di Milano: sono stati loro a voler discutere delle Sixteen and Pregnant, delle giovanissime “disubbidienti” che fanno un figlio da ragazzine e in condizioni socioeconomiche pessime, leggendo in quei comportamenti un segno di ribellione al mainstream che interpreta la maternità come un lusso per cui combattere (comportamenti da non riprodurre! ho raccomandato loro).

Che Apple e Facebook abbiano deciso per questo benefit alle dipendenti, che nella Valle del Futuro, dove si concentrano le imprese dell’economia digitale, si concepisca il rimborso del social egg freezing, indicando il differimento della maternità sine die come idea all’avanguardia, costituisce un salto simbolico di un certo rilievo. Insomma: congelare gli ovuli è una cosa moderna, buona e giusta, hightech come uno smartphone. Perché compromettere la tua luminosa carriera -e rompere i c…ni alla tua direzione del personale- quando hai a disposizione tutti i mezzi per rinviare la maternità più a lungo possibile, eventualmente per sempre? Molto più smart essere “madri maschili” (sempre Mary Daly), espropriate della propria potenza riproduttiva che viene docilmente consegnata al business dei centri antisterilità. Una sorta di “dimissioni in bianco” ma più moderne, tecnologiche e women friendly. Insomma: non ti caccio se fai un figlio, ma ti pago per non farne.

Quello che sconcerta, e che mi induce a ipotizzare una sorta di “analfabetismo femminista”, è l’entusiasmo con cui tante hanno accolto la notizia del nuovo benefit in Silicon Valley. Traggo dai social network:

“Questo “benefit” proposto da FB e Apple alle sue impiegate lo ritengo un’ottima iniziativa. Infatti, se per le donne è già difficile fare carriera quando si è (non vorrei dire “sterile) senza figli, con i figli è praticamente impossibile, a meno che non si lavori in proprio. D’altronde, negli anni 70, un saggio di Elizabeth Badinter intitolato “L’amour en plus” proponeva che la maternità venisse delegata a delle donne preposte alla funzione procreativa. Laicamente parlando, se non ammettiamo che la maternità é ancora e sempre sarà un ostacolo sia al lavoro sia alla carriera non andremo mai da nessuna parte”.

“Ritengo che siano scelte, quelle del rinvio o di accesso alla PMA o al criocongelamento di gameti che siano e debbano essere sempre personali e da non giudicare. Da rispettare semmai”.

Un figlio tra i venti e i trent’anni oramai è un’utopia anche nei paesi più evoluti anzi forse proprio nei paesi più evoluti. Le ragazze finiscono di studiare a 25 quando va tutto bene e non fanno master”.

“Mi sembra una cosa assolutamente positiva. Altrimenti questi vantaggi della tecnologia rimarranno a vantaggio dei facoltosi, lasciando a noi poveri comuni mortali le briciole…”.

è un bene che le cure contro la sterilità vengano a far parte di un’associazione sanitaria aziendale e come la scelta di mettere al mondo un figlio venga incoraggiata con un sostegno concreto. Mica come in Italia”.

Si dovrebbe lottare contro quegli impedimenti -economici, sociali, relazionali, culturali- che ostacolano il desiderio di avere figli quando il corpo li sa e li vuole fare, prevenire l’infertilità da continuo rinvio e da altro, e non lottare contro il corpo femminile “indisciplinato” per piegarlo alle esigenze del profitto. Questo sarebbe il lavoro politico da fare.

Che tante donne che si dichiarano “femministe” collaborino all’agguato alla libera potenza materna, intendendo questo come un progresso e un’occasione di libertà, è un fatto che andrebbe posto con urgenza al centro della discussione.   

p.s. si potrebbe anche pensare a un superbonus aziendale per legatura tube o asportazione utero. Così archiviamo definitivamente la pratica e non ne parliamo più.