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AMARE GLI ALTRI

AMARE GLI ALTRI, esperienze, Libri Marzo 10, 2013

Voglio curare la Gestapo: Etty Hillesum

etty hillesum

 

Ho un livre de chevet, finalmente, da leggere e meditare nelle sue fitte 800 pagine. La cronaca minuziosa di una vita interiore che diventa specchio del mondo e strumento di decifrazione di quell’assurdo a cui è stato dato il nome di Shoah. La Tragedia vista dal dentro di un’anima, come un incubo, un disturbo, il sintomo di un male tutto umano.

Parlo del “Diario 1941-1943” (edizione integrale, Adelphi) di Etty Hillesum, giovane ebrea olandese. Sensuale, inquieta, spregiudicata, ironica (“Risultati del quarto d’ora buddhistico: mi è venuto un gran freddo, sul pavimento”). Nevrotica, colta, lettrice di Jung e di Rilke. Etty nasce ad Amsterdam nel 1914 e muore nelle camere a gas di Auschwitz nel novembre 1943.

La ragazza, si potrebbe dire così, psicoanalizza tutto: se stessa, i suoi amici, i suoi amanti, ogni comportamento, ogni gesto.

Un ossessivo fare ordine. Un certosino, indefesso, ininterrotto lavorio per ricondurre ogni minima circostanza della vita al senso che deve certamente avere: le traduzioni dallo slavo, il volto dell’amico e mentore Julius Spier, le emicranie, i giacinti, i libri, la depressione (“il mio più nero medioevo”), gli slanci erotici, i cioccolatini, le passeggiate al sole della Stadionkade.

Ma anche, man mano che passano i mesi, i primi segni della persecuzione, quei cartelli, “vietato agli ebrei”, gli amici arrestati. Anche quel male lei vuole ricondurlo a un senso.

Quella mattina che nei locali della Gestapo Etty sperimenta per la prima volta la violenza di un giovane ufficiale, che per Etty “era da compiangere più di coloro a cui stava urlando…  In fondo, io non ho paura, perché sono cosciente del fatto che ho sempre a che fare con degli esseri umani… avrei voluto chiedergli: hai avuto una giovinezza così triste, o sei stato tradito dalla tua ragazza? Avrei voluto cominciare subito a curarlo”.

Anche quell’inferno in cui troverà la morte passa al vaglio fitto del “cuore pensante” di Etty: “Continuo indisturbata a crescere, di giorno in giorno”. Sempre più vicina a ciò che cerca da sempre, al senso ultimo, fino a dargli il nome di Dio.

Quel Dio che, lei dice, “ha bisogno di noi”, e di cui intende “salvare un pezzetto” dentro di sé, come per proteggerlo da tutta quella disperazione. Perché “a ogni nuovo crimine o orrore dovremo opporre un nuovo pezzetto di amore e di bontà che avremo conquistato in noi stessi”.

Maestra e sorella Etty.

 

 

 

 

 

AMARE GLI ALTRI, leadershit, Politica Marzo 7, 2013

Ho fatto una cavolata

 

Potrebbe essere il self-portrait di una generazione -la vera generazione perduta- questa lapidaria frase-testamento (“Ho fatto una cavolata”) lasciata scritta in un biglietto da David Rossi, responsabile comunicazione di Monte dei Paschi di Siena suicidatosi ieri sera. E lo dico con il massimo rispetto, con il più assoluto rispetto.

Sarebbe potuta bastare come sintetica auto-analisi anche per il Pd, che ieri ha tenuto in streaming la sua direzione nazionale. Dove le lancette della Storia sono miracolosamente tornate indietro: sembrava un’assise di qualche anno fa. Una delle cavolate maior, dopo l’exploit delle primarie, è stato riaprire le gabbie ai brontosauri che si sono immediatamente divorati  la tenera erbetta di quella “primavera”. Ma non uno di loro, tra quelli intervenuti ieri, che abbia detto: “Sono alla quarta, quinta, sesta legislatura. Ho fatto una cavolata a ricandidarmi”.

Tra le tante cavolate che ho pazientemente ascoltato -con poche eccezioni, come gli interventi di Laura Puppato, Renato Soru, Pippo Civati– segnalo per esempio quella di Alessandra Moretti, che ha parlato di “presidiare la rete”: due concetti, quello antico e arrogante (e maschile) di “presidio” e quello di “rete” che non stanno insieme neanche a piangere. Perché “presidio” è l’esatto contrario di “rete”. Chi dice “presidiare la rete” non ha capito granché: della rete, dello spirito del tempo, della crisi dei partiti, della leadershit.

Ma la cavolata che ha unificato un bel po’ di interventi è stata la reiterazione di quel “noi” e “loro”: noi, il partito, e loro, i cittadini, gli italiani, gli elettori, la “ggente”. Noi, la politica, e loro che soffrono, sono allo stremo, non campano più. Noi che non siamo stati capaci di intercettare il loro disagio. Anche perché noi a disagio non lo siamo affatto.

Come a confermare: noi non abbiamo esperienza diretta dei loro problemi. Anzi: noi, se non ci fossero loro che ci puntano l’indice, che non credono più in noi e non ci votano, continueremmo a stare alla grande. Accidenti a loro. Perché noi non siamo loro.

Giusto un passetto prima delle “brioches”.

Non un errore di comunicazione, no. E’ uno svarione ontologico.

 

AMARE GLI ALTRI, Donne e Uomini, Politica Marzo 3, 2013

Hitler Unchained

 

l’Hitler in ginocchio di Cattelan

 

Da qualche giorno la rete è intasata da discorsi di Hitler. Non so da dove li vadano a pescare, se da “Mein Kampf” o cosa. Non si tratta di spamming o di propaganda neo-hitleriana: è gente di sinistra che citando Hitler intende dare dimostrazione del fatto che Grillo è senza dubbio un suo epigone.

Il primo risultato è che ci sono discorsi di Hitler dappertutto, e questo è un male in sé. Ma la cosa impressionante e scellerata è che chi cita Hitler a proposito del Movimento 5 stelle, sta attivamente desiderando e auspicando che il Movimento 5 Stelle vada in quella direzione. Incredibile.

Etty Hillesum ci ha ampiamente spiegato, e a prezzo della sua stessa vita, che un pezzetto di Hitler ce lo portiamo dentro tutti (leggete l’edizione integrale del suo “Diario”, finalmente disponibile da Adelphi): si tratta di minimizzarlo, confidando nel fatto che il male non può mai essere assoluto, ed è questa la sua rabbia, si tratta di dare spazio al bene, e di “aiutare Dio” che ha casa in noi e negli altri.

Aiutiamo Dio, allora, e facciamo in modo di massimizzare il bene che c’è in tutti e ovunque, e ce n’è molto nel Movimento 5 Stelle. E non divertiamoci a spingere verso il peggio, perché è un gioco violento e pericoloso.

In un incontro ieri alla Libreria delle Donne di Milano, qualcuna ha parlato della situazione politica usando la metafora domestica e femminile della “pentola che bolle”. Ecco: in questa pentola ognun* di noi ci metta a cuocere il meglio che ha in dispensa, portando tutte le cose buone di cui dispone e offrendole alla comunità.

E basta con queste orribili sciocchezze.

Re-incateniamo Hitler.

Restiamo umani.

 

 

AMARE GLI ALTRI, economics, Politica Febbraio 23, 2013

Un voto utilissimo

 

Non mi sono mai astenuta dal voto, non ho mai lasciato la scheda in bianco, pur comprendendo le ragioni di chi l’ha fatto.

Ma stavolta no. Stavolta non le capirei. La campagna elettorale è stata difficilissima, lunghissima, e non bellissima. Ma c’è stato tutto il tempo per farsi un’idea, e andare domani a esprimerla. Io dico: “votate”, e  lo dico in modo non retorico. L’asprezza della contesa è la dimostrazione di quanto conti, stavolta, ogni singolo voto.

Il peso specifico di queste elezioni è molto elevato. Si tratta di un voto ad alto tasso di responsabilità. E’ il voto delle formiche, non delle cicale. Qui si gettano le fondamenta per dare avvio a un duro lavoro di ricostruzione. Va ricostruito quasi tutto. Domani si schizza il progetto, lunedì si comincia.

Dobbiamo farlo tutti, e tutti insieme, e con la massima unità possibile, perseguendo quel minimo comune denominatore in grado di esprimere -il bene dei molti contro quello dei pochissimi- una visione collettiva per il nostro Paese.

A chi obietta “ma tanto la sovranità degli Stati è una scatola vuota, tanto chi comanda è il mercato“, rispondo: lo sarà ancora di più, se non daremo vita a istituzioni più forti, legittimate da un voto convinto, eleggendo rappresentanti che non intendono piegarsi a questo iperrealismo necro-economicistico.

Quello che conta è l’energia, che poi è sinonimo di luce, di vita, di amore. Anche il voto è uno dei mezzi utili a veicolarla, e quell’uno che possiamo esprimere ha il potenziale di mille, se sarà solo uno dei gesti, in previsione di tutti gli altri che verranno da ciascuno di noi per la costruzione del bene comune.

Potrebbe essere, se l’energia sarà molta e convinta, che il nostro Paese cambi radicalmente, una rivoluzione incruenta, e questa mitezza efficace sarebbe un fatto straordinario.

Diamo il massimo di importanza al nostro voto di domani. Mettiamoci il massimo di energia e di amore, come capita quando facciamo qualcosa per i nostri figli. Posso dirlo: facciamo come fanno le madri. Mettiamoci cura, attenzione, responsabilità, comunità. E sarà un voto importantissimo, e utilissimo.

 

AMARE GLI ALTRI, bambini, TEMPI MODERNI Gennaio 29, 2013

Piccoli milanesi ad honorem

 

Metropolitana milanese. Mamma e figlio cinesi, lui sui dieci anni con borsone da calcio, lei di una pallosità materna senza confini: “Allola mi laccomando, poi asciuga bene capelli se no plendi laffleddole, e sotto metti la maglia (giuro, parlava così, ndr) e poi dimmi a che ola tolni, no come l’altla volta che hai detto sette e sei allivato a otto…”. “E basta ma’! E mollami!” la stoppa lui. “E che strèss! Se ti ho detto le sètte  vuole dire le sètte”, con una “e” che più aperta non si può. Una “e” della Bovisa, del Giambellino, di Quarto Oggiaro (vorrei farvela sentire: un’autentica meraviglia!). Una “e” del Ticinese, di Lambrate, di Gorla, in bocca a quel piccoletto con gli occhi monopalpebra.

L’essenza della milanesità –da sempre- è il meticciato. Il vero milanese è una creatura stralunata e scissa, le radici che pescano a centinaia di chilometri –quasi sempre più a Sud: terroni-, una creatura aggrappata alla città come una patella, attaccamento che si esprime in un fantastico e innamorato slang incapace di dieresi, di “ö”e figuriamoci di “ü” (che diventa “ju”). Il pugliastro dei baby boomers, avete presente? Un’intera generazione di figli di barlettesi, tranesi, baresi e brindisini che ha dato volto e voce a vari decenni di Milano: Celentano, Mazzarella, Jannacci, Abatantuono, Teocoli. Più milanesi del panettone.

Tocca a questi altri, adesso, pazzi di Milano: ragazze filippine (“…ma sei fuoori?”), “pinella” peruviani, piscinine del Senegal che ci riempiono di allegria e vitalità. Seconda generazione, ma è già in arrivo una terza. Più o meno un neonato milanese su tre è figlio di gente che viene da lontano. Il 20-30 per cento degli alunni è di etnia extra e di lingua madre italiana. Ma questi ragazzi hanno un problema in più. In base allo ius sanguinis (italiano chi è figlio di italiani) e alla pessima legge Bossi-Fini sull’immigrazione, solo a 18 anni potranno fare domanda per accedere alla cittadinanza, e con una procedura piuttosto complicata. Un’ingiustizia profonda che potrà essere sanata solo cambiando la norma nazionale. Ma l’amica consigliera comunale del Pd Paola Bocci ha proposto di anticipare gli effetti della riforma con un conferimento di cittadinanza onoraria.

E ce l’ha fatta! Ieri il Consiglio Comunale milanese si è impegnato a conferire con una cerimonia pubblica un attestato di riconoscimento simbolico di cittadinanza italiana ai bambini nati a Milano da genitori stranieri. Dice Paola: “Anche se questo non cambia lo status giuridico, afferma con forza la volontà di vedere i bambini e i ragazzi come tutti uguali, riconoscendoli come risorsa preziosa e insostituibile della Milano di adesso e di quella che verrà. C’è urgenza di cambiare una legge anacronistica… questi bambini si sentono italiani, frequentano o hanno frequentato le nostre scuole, conoscono bene la nostra lingua e sentono come loro questa città… Mi auguro che l’impegno preso oggi sia un monito per chi andà a governare il Paese, perché si impegni da subito a cambiare la legislazione vigente”.

Mi metterò un cappellino, andrò alla cerimonia, piangerò come una fontana.

 

p.s. Altre città: copiateci!

 

 

 

AMARE GLI ALTRI, Donne e Uomini, economics, Politica Gennaio 26, 2013

Alessandra Bocchetti: Per vanto, per tigna, per orgoglio

 

Con grande piacere ospito questo intervento di Alessandra Bocchetti, e la ringrazio.

 

“E’ ricominciato il teatro della politica. Chi vince, chi perde, chi ha la battuta più pronta, chi ha la lingua più sciolta, chi è più furbo, più abile, più spiritoso. Uno spasso oppure la disperazione.

Pochi giorni fa in una delle mie tardive incursioni al mercato, quando già tutti stanno sul piede di partenza e le cassette ormai tutte impilate, ho visto un dignitoso signore che tra gli scarti a terra di frutta e verdura, raccoglieva quello che ancora era possibile raccogliere. Raccoglieva con eleganza come fosse in un orto o in un giardino e non sul pavimento sporco e fradicio del mercato all’ora di chiusura. Per me non è stata solo pena, ma un brusco viaggio nel tempo a  quando i miei figli erano piccoli e, alla vista di qualcuno che chiedeva l’elemosina, mi chiedevano, chi era, perché… Spiegare la miseria è stata per me, giovane madre, uno dei compiti più difficili. La miseria è difficile da spiegare perché fa tanta vergogna. Fa vergognare perché è colpa di tutti.

Viviamo in un tempo in cui è difficile raccontare la miseria. Tutte le mattine invece ci aspettano gli annunci: il paese è più povero, siamo tutti più poveri. Ci informano che i consumi calano, non si vendono più automobili, si viaggia di meno, i saldi sono un flop! Non possiamo più consumare allegramente, ce lo dicono i numeri, le statistiche, i bilanci. L’annuncio più spaventoso è quando ti comunicano che gli investitori fuggono. Così la nostra immaginazione si popola di figure misteriose: gli investitori che fuggono, lo spread che si alza e si abbassa, il debito pro capite che ogni bambino che nasce, creatura innocente, trova già pronto al suo arrivo. Poi ci sono i moniti della Bce, se non della Banca Mondiale o di Draghi in persona, il cui solo nome porta con se  visioni poco serene. In verità poche persone sanno quello che sta succedendo, questi sono gli esperti e i tecnici, lontani mille miglia da tutti noi. Tra di noi c’è chi un po’ si districa, c’è chi un po’ fa finta di capirci, la maggioranza si arrende e si affida. Questo affidamento è la cosa più pericolosa, perché così non si è più veramente cittadini anche se ti sembra.

Chi ci può salvare da un destino così misero è chi è capace ancora di raccontare la miseria fuori dai numeri. Chi è capace di ricordarci che il destinatario della miseria è sempre un corpo umano e chi considera tra i “beni comuni” anche tutti noi, giovani, vecchi, donne e bambini, tutti insieme, tutti in carne ed ossa.

Al mattino alla radio ascolto spesso “Prima pagina” un programma dove un giornalista commenta le principali notizie dei quotidiani e poi dialoga con coloro che chiamano per telefono per parlare delle loro personali esperienze. Lì si possono ascoltare i racconti, che sono spesso crudi e terribili, ma mai misteriosi. Pochi giorni fa una donna raccontava che per via dell’eliminazione del servizio di un pulmino garantito dal  comune del suo paese, non avrebbe potuto più permettersi di fare la dialisi tre volte a settimana e che quindi aspettava di morire. Un’altra donna raccontava che suo figlio non aveva più l’insegnante di appoggio, perché il budget della scuola non poteva più garantirlo. Quella donna temeva per suo figlio un destino crudele in un mondo crudele. Il suo amore, raccontava con dignità, non sarebbe bastato a proteggerlo. Un’altra donna confessava con stupore  di come il suo affetto per i due genitori ormai disabili  stesse mutando a poco a poco nel suo cuore in un inaspettato risentimento.  E’ un effetto della stanchezza, diceva quasi vergognandosi, perché non riceveva più alcun aiuto.

Con questi racconti ecco che l’economia si materializza, così i tagli alle scuole, alla sanità si fanno vedere per quello che combinano e scombinano, per quello che hanno a che fare con i destini delle persone.

Le storie sono tante, diverse, ma hanno sempre una cosa in comune: è sempre una voce di donna che racconta. Le donne sono capaci di raccontare e di svelarci cosa i numeri non fanno vedere.

Perché è soprattutto su di loro che si abbatte la crisi, questa come tutte le crisi della storia, come le guerre, le carestie, le epidemie. Sono sempre state le donne a pagare i prezzi più alti. Camus, ritirando il premio Nobel, dichiarò che gli esseri umani sono divisi  tra coloro che fanno la storia e coloro che la subiscono. E che lui si sarebbe sempre schierato con questi ultimi. Tra questi ultimi ci sono le donne. Non ce ne dobbiamo vergognare. E’ proprio per questo che sappiamo raccontare gioie e dolori meglio degli altri. Ancora a noi, per ora, appartiene la modestia del racconto, quello che non si fa con la penna, ma con la voce. Siamo capaci anche noi di farne arte, certo, ma per la politica sono più importanti i racconti  senza pretese.

Questa volta, speriamo, tante donne entreranno in Parlamento. C’è addirittura chi parla di una vera rivoluzione. Anche io ho lavorato tanto perché questo succeda, quindi ne sarò molto contenta. E’ un primo importante passo, ma non è questa la rivoluzione delle donne, sia chiaro. La vera rivoluzione sarà se le donne saranno capaci di parlare con la propria voce, quella della loro storia, quella appunto che sa raccontare. Rivoluzione sarà, se non se ne dimenticheranno, se non se ne vergogneranno, se la sapranno riconoscere tra le tante e la sapranno ascoltare dentro e fuori di sé. Insomma, voglio dire che la vera rivoluzione sarà solo se riusciranno a restare donne.

Sembra un paradosso, vero? Come si fa a non parlare con la propria voce, a parlare con la voce di un altro? Eppure capita alle donne soprattutto in politica, perché la politica è sempre stato il mondo degli uomini, il mondo del loro potere, delle loro decisioni. E non ha importanza se queste decisioni hanno portato a dei grandi disastri, se scelte sbagliate hanno prodotto milioni e milioni di morti. Comunque gli uomini si sentono autorizzati alla politica e pensano che quello sia il loro territorio, la storia di tanti errori non riesce a delegittimare questa loro certezza. Di fronte a tanta sicurezza, le poche donne che fino ad oggi sono entrate a fare parte di questo mondo, hanno finito per parlare con un‘altra voce. C’è da dire che viene quasi naturale, come entrando in un coro, spontaneamente si segue la voce dominante. Ci sono state delle eccezioni luminose verso le quali ogni donna è debitrice, ma queste eccezioni non hanno fatto ancora la rivoluzione. Così chi ci governa è ancora lontano dalla vita quotidiana, sa poco di cosa succede nelle case, ha magari il sapere dei numeri, o la sua presunzione, ha, o crede di avere, l’arte delle alleanze, ma non ha la voce del racconto, né la capacità di saperla ascoltare. Le donne al seguito.

Con questa storia dei numeri che, avrete capito, io uso come artificio retorico, non vorrei deludere la mia amica Linda Laura Sabbadini, perché lei è una di quelle persone che ai numeri mette l’anima, consegnandoci un paese più leggibile seguendo parametri di pura umanità.

Personalmente soffro quando sento rivendicare la formula del 50 e 50. Detta così, sembra un’arroganza, una spartizione ladronesca, tanto a me tanto a te, un gesto di giustizia rudimentale, la giustizia dell’invidia, bassa, la definirebbe Simone Weil. Si tratta, in realtà, di un’idea tutta nuova, inedita alla storia, del governare insieme di uomini e di donne, non perché gli uomini e le donne sono uguali, ma proprio perché sono differenti, due corpi differenti, due storie differenti, due sguardi differenti. Anche la formula di “democrazia paritaria” con cui si vuole significare questa nuova teoria di governo, non mi soddisfa, perché l’idea della parità è talmente estranea alla realtà umana che questa formula finisce per significare una sorta di idealità troppo astratta. L’”insieme” di cui si parla non sta a garantire un mondo più giusto, ma solo un mondo più equilibrato, che funzioni meglio per tutti, garantito dal doppio sguardo di due esseri che sono sempre stati vicini, ma non sono stati mai vicini per governare i beni comuni, i beni, cioè, che appartengono a tutti coloro che condividono l’esperienza umana,  finalmente senza servi, né serviti.

I segretari dei partiti che hanno accolto questa idea, sono stati più conformisti che veramente interessati, non hanno capito la portata rivoluzionaria di una teoria come questa. Passare dalla civiltà dell’uno alla civiltà del due, è un cambiamento epocale. Non ho registrato né commozione né sgomento.

E le donne ne saranno all’altezza? Il gioco è tutto in mano loro.

Personalmente credo che a salvarci dalla crudele deriva liberista potrà essere solo il sapere delle donne e il loro modo di stare al mondo, se le donne, però, riescono a coglierne il valore. Ma sapranno rendere i racconti che hanno ascoltato, che hanno fatto, strumenti di una politica più attenta alla vita? Sapranno armonizzare la politica dei racconti con la politica dei numeri? Sapranno non dimenticare di essere donne? Altrimenti non vale la pena, meglio sarebbe fare altro.

Certo per loro il compito non è facile, ma le donne hanno una chance in più, secondo me.

Gli uomini hanno dietro di loro un’età dell’oro che è sfuggita per sempre dalle loro mani, legata a un ordine che non c’è più. Questo ordine voleva le donne sottomesse, a casa con i bambini sorridenti o al giardino,  con pochissima istruzione, che tanta non serviva, donne dall’intelligenza disinnescata, che non potevano amministrare i loro beni, che non potevano deporre in tribunale, sempre a totale  disposizione per desideri, capricci e soprattutto servizi. Rarissimi uomini nella storia hanno sofferto per le condizioni misere delle donne. Questo ordine  ogni onest’uomo lo rimpiange nel segreto della sua anima ancora oggi, anche se non tutti sarebbero  disposti a confessarlo. Per questo sentimento segreto le donne ai loro occhi, nel mondo della politica, ma anche in quello degli affari, anche in quello della scienza e dell’arte resteranno delle intruse chissà per quanto tempo ancora. Per loro siamo ancora disordine. E’ bene non dimenticarlo, dovendo fare “un insieme”

Noi donne invece non abbiamo niente da rimpiangere, nessuna età dell’oro alle nostre spalle, nessun ordine ci fa nostalgia, proprio per questo possiamo guardare avanti ad occhi asciutti con animo saldo e piede leggero. Questa è la nostra forza, basta cercarla dentro di sé. Possiamo vincere un premio Nobel, ma anche  raccontare la vita vera come nessuno, perché nessuno la conosce come la conosciamo noi. E poi apparteniamo a quel popolo eletto che si lava le sue mutande da sé e continueremo a lavarcele, per vanto, per tigna e per orgoglio. E questa non è una metafora.

Un grande augurio a tutte le donne che saranno elette, che possiate fare del vostro meglio”.

 

 

AMARE GLI ALTRI, Donne e Uomini, questione maschile Gennaio 23, 2013

Care Assessore e Consigliere di Milano…

 

Carissime Assessore milanesi, Lucia (Castellano), Ada Lucia (De Cesaris), Cristina (Tajani) , Chiara (Bisconti), Daniela (Benelli), cara vicesindaca Maria Grazia (Guida), cara Francesca (Zajczyk), delegata per le pari opportunità, care consigliere comunali milanesi e tutte voi che amministrate Milano*,

sono sicura che camminando in città e passando accanto a quelle moltissime vetrine oscurate da ghirigori pastello e con l’insegna “Centro massaggi” (cinese, thailandese, orientale o altro), vi sarete domandate come me: chissà che cosa capita là dentro. E ve lo sarete anche rapidamente figurate, per poi passare oltre, con il nostro noto passo di pianura. Ci si abitua rapidamente a tutto, anch’io non ci pensavo quasi più, ma il fatto che a Brescia sia stata aperta contro 42 persone (28 cinesi e 14 italiani) un’indagine per sfruttamento e favoreggiamento della prostituzione, gestione di casa di prostituzione e falsa regolarizzazione di cittadini extracomunitari, ha riportato la faccenda al mio personale ordine del giorno.

Non abbiamo elementi per sostenere con assoluta certezza che al riparo di quelle vetrine su strada, tra il ferramenta e il panettiere, ci siano prostituzione, sfruttamento e riduzione in schiavitù di molte giovani donne orientali (difficile credere che eventualmente le ragazze siano auto-organizzate), ma l’inchiesta bresciana insinua qualche dubbio in più e invita tutte noi a una mobilitazione finalizzata a una più attenta verifica di quelle attività. Non sarebbe piacevole dover scoprire che in tanti dei nostri caseggiati dividiamo le spese condominiali con macrò, papponi e tenutari di case chiuse o bordelli, contro i quali negli anni Cinquanta la senatrice socialista Lina Merlin ebbe il coraggio e la tenacia di lottare, ostacolata e dileggiata dai suoi stessi compagni di partito, pervenendo nel marzo 1958 a una legge moderna che recepiva la Convenzione per la repressione della tratta degli esseri umani e dello sfruttamento della prostituzione adottata dalle Nazioni Unite, istituiva il reato nel nostro Paese e lo puniva con severità.

La legge Merlin è in vigore per tutti, anche per le ragazze cinesi e thai o di qualunque altra nazionalità, ignare del fatto di avere diritti e incapaci di difendersi dai loro sfruttatori. Vi chiedo perciò, care amiche, di mobilitare tutta la nostra attenzione e di intraprendere tutte le inziative necessarie a fare chiarezza su queste attività commerciali, capillarmente diffuse sul nostro territorio, sui “servizi” effettivamente offerti, e sulla facilità di ottenimento di queste licenze.

*va dato atto al sindaco Giuliano Pisapia di aver perseguito con ferrea determinazione e da subito l’impegno a femminilizzare le istituzioni, tanto che ormai nella nostra città le posizioni di vertice affidati alle donne, in Comune e nelle aziende partecipate, sono ben 6 su 10. E  salvo eccezioni che non conosco, si tratta sempre di donne indicate per la loro competenza e non in forza di parentele, vedovanze o come segnaposto di uomini. Anche questo è il modello Milano, che urge esportare e riprodurre contro ogni inerzia machista o familistica che continua ad appesantire la politica, liste elettorali comprese.

AMARE GLI ALTRI, bambini, esperienze Gennaio 15, 2013

Vorrei scrivere una storia su un pesce

Una pausa di dolcezza e di fiducia, in mezzo a tante lotte.

Le parole dei piccoli. Sempre così unsophisticated, prossime all’essenza delle cose, ancora impigliate nella materia della nascita.

Bambini a cui “Terre di Mezzo”, editore e onlus, ha fatto incontrare una dozzina di scrittori -Silvia Ballestra, Gianni Biondillo, Marco Missiroli e altri –nell’ambito di “La grande fabbrica delle parole”, progetto sulla scrittura creativa, sul modello di “826 Valencia”, coordinato da Dave Eggers a San Francisco, di “Fighting Words” a Dublino (Roddy Doyle), di “Ministry of Stories” a Londra (Nick Hornby).

Location milanese, l’anfiteatro della Martesana, zona via Padova, il posto più multiculturale della città.

Il libro tratto dall’esperienza, “Ma tu quanti libri scrivi in una settimana?”, curato da Francesca Frediani,  raccoglie le interviste dei bambini agli scrittori: rarissimo caso in cui le domande sono più avvincenti delle risposte. Eccone una scelta:

“Ma scusa un attimo, se il libro l’hai scritto tu, perché è l’editore che deve decidere se pubblicarlo?”. “La vita da scrittrice a te ti piace?”. “Quale è stato il tuo peggiore libro?”. “Fai libri di paura?”. “Se diventassi ricchissima scriveresti ancora libri?”. “Io vorrei scrivere una storia su un pesce ma non mi viene un’idea speciale per il protagonista”. “Ma quindi tu ascolti le storie prima di scriverle?”. “Ce l’hai Facebook?”. “Sei mai stato bocciato?”. “Hai mai visto partite della Juve?”. “Capita che giri, giri e non trovi ispirazione?”. “Devi avere dei gran nervi saldi?”. “Ma chi ha scritto i libri dei draghi? Se li metti tutti insieme fanno una pila altissima!”. “Hai un buco nella felpa?”. “Ti è capitato di rovinare il quaderno mentre scrivi, magari rovesciandoci su qualcosa?”. “Scrivi spesso di quando eri piccolo?”. “Che cosa succede ai libri che nessuno compra?”. “Fai il lieto fine, di solito?”. “Ai bambini piacciono i tuoi libri?”. “Ti è mai venuto il blocco dello scrittore?”. “Ma lo scrittore non guadagna niente?”. “Bisogna finirle per forza, le storie?”. “Quando scrivi al computer ti fanno male le mani?”. “Ma tu scrivi anche i libro dei compiti?”. “Come avresti intitolato il primo libro del mondo?”. “Ti è successo di scrivere un libro e piangere?”.

 

 

AMARE GLI ALTRI, economics Gennaio 6, 2013

La spesa sospesa

A Napoli c’è un’usanza antica e civilissima, quella del caffè sospeso: vai a bere il tuo caffè e ne lasci uno pagato per un avventore che non può permetterselo. Ispirandosi a questa pratica, uno studio veterinario dell’hinterland partenopeo si è inventato la visita sospesa: ultimi tra gli ultimi, i nostri adorati amici rischiano di essere i primi a pagare la crisi e a non poter ricevere le cure necessarie.

Ieri a Milano un pensionato di 81 anni ha cercato di uscire dal supermercato senza pagare i 39 euro della sua spesa. Intercettato, ha detto di averlo fatto per fame. Il direttore non l’ha denunciato, limitandosi a chiedergli di saldare il conto.

Sarebbe bello che le catene di grande distribuzione, da Esselunga a Carrefour a tutte le altre, istituissero la “spesa sospesa”, raccogliendo donazioni dei clienti e contribuendovi esse stesse. Un tesoretto a disposizione di chi si trova in difficoltà e faccia richiesta di accedervi, con particolare riguardo alle persone anziane e sole.

Io la butto lì, vediamo se qualcuno raccoglie.

AMARE GLI ALTRI, Donne e Uomini, giovani, media, scuola, tv Dicembre 6, 2012

Per i giovani, tutto

Per i

Per il suo documentario “Il corpo delle donne” (5 milioni di contatti online), la mia amica Lorella Zanardo è stata amata, odiata, celebrata, detestata, perfino un po’ perseguitata. Lì si vedeva semplicemente quello che ogni giorno vedevamo in tv: non c’era niente di diverso, se non lo sguardo. In questo caso, lo sguardo di un’italiana poco italiana e non assuefatta, grazie alla frequentazione assidua con altri Paesi. Prova del fatto che il cambio di sguardo sulle cose è tanto, è quasi tutto, e quindi che molto dipende da noi, dalla nostra volontà e dal nostro desiderio.

“Il corpo delle donne” è stato anche un libro, edito da Feltrinelli. Recentemente per lo stesso editore Lorella ha pubblicato “Senza chiedere il permesso-Come cambiamo la tv e l’Italia”, dedicato ai ragazzi. L’intento è l’educazione alla cittadinanza attiva, attraverso un uso consapevole dei media. Le chiedo di raccontarmi il cambio d’oggetto.

“Semplice” dice. “Quando uscì il documentario centinaia di docenti di tutta Italia ci chiamarono per presentarlo e commentarlo nelle  scuole. Insegnanti appassionati e responsabili, ma in qualche modo “vinti” dalla concorrenza imbattibile della tv. Ci siamo andati: qui è l’embrione di questo progetto di educazione ai media, che in altri Paesi è materia obbligatoria. Se non conosci il linguaggio dei media, a cominciare dalla tv, hai scarse possibilità di essere un cittadino attivo e consapevole.

La gente guarda moltissima tv, che resta in assoluto il primo mezzo di accesso alle informazioni. Secondo l’Istat la penetrazione è del 98 per cento. In gran parte delle case ci sono 2 o 3 apparecchi televisivi, e i programmi più guardati in assoluto sono quelli della tv generalista. Questo dà un’idea della potenza del mezzo e del livello di responsabilità. Altro dato da smentire è che i ragazzi guardino poco la tv: i bambini la guardano tantissimo, adolescenti e giovani vanno a cercarsi i programmi online. Anche la rete è invasa dalla tv.

A questi dati ne vanno intrecciati altri: il più alto tasso di abbandono scolastico in Europa, il più alto tasso di analfabetismo di ritorno -intendo gente che ormai fa fatica a leggere-, la più bassa percentuale di iscritti all’università (quest’anno c’è stato un crollo).

L’audience di tutti i quotidiani messi insieme probabilmente non raggiunge quella di una puntata di “Striscia la notizia”, 8 milioni di persone. Questo è il Paese con cui abbiamo a che fare. Questo significa non avere avuto, tra le tante altre cose, la legge sul conflitto di interessi. E nel frattempo la scuola viene messa in ginocchio.

Quando giriamo le scuole per portare il nostro corso di alfabetizzazione all’immagine, “Nuovi occhi per i media”, il cui schema è riprodotto nel manuale della seconda parte del libro, partiamo proprio dagli stereotipi di genere: qui sta l’anello di congiunzione con “Il corpo delle donne”. Questi stereotipi producono ancora disastri, in particolare sulle ragazze. In questi giorni ci tocca ancora subire lo spettacolo della valletta muta e seminuda, mi riferisco a una trasmissione di Paolo Bonolis. Fanno come se niente fosse.

Il modello è sempre quello, il vecchio maschio 50-60 enne e la ragazzina passivizzata, presentata come un oggetto, muta e senza cervello. E’ lo stesso vecchio maschio che detta legge dappertutto, in tv, in politica, nei consigli di amministrazione. Tutto il Paese, in ogni settore, è bloccato da questa figura.

Toccherebbe al Ministero della Pubblica Istruzione occuparsi di alfabetizzazione all’immagine, oltre che alla parola. C’è una grandissima domanda, a cui non corrisponde alcuna offerta. Noi riempiamo questo vuoto con i nostri mezzi. Particolarmente interessanti le esperienze che abbiamo realizzato in Toscana e in Trentino, dove abbiamo lavorato sui formatori”.

Il libro è un’ottima guida per gli educatori che vogliano acquisire consapevolezza e metodo per lavorare con i ragazzi sul linguaggio mediatico e la cittadinanza attiva. Un efficace corso di “educazione civica”, che veicola tra gli altri due importanti messaggi: il cambiamento di sguardo è un passaggio decisivo per cambiare ciò che guardi -o sei costretto a guardare-; ogni nostro atto politico oggi deve mettere al centro i piccoli -bambini e giovani, animali e piante- in una chiave di restituzione almeno parziale di ciò che la “generazione perduta” -la nostra- ha loro violentemente sottratto.