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diritti, Donne e Uomini, femminicidio, questione maschile aprile 14, 2015

Parla Greta, ex-prostituta: “Ormai sono quasi tutte schiave. E in Germania la legalizzazione ha fallito”

Un bordello tedesco

Greta ha 56 anni, madre tedesca, padre italiano, due lauree. Sposata, vive a Karlsruhe dove lavora nell’amministrazione dopo un periodo passato in Italia. Per qualche anno, prima della caduta del Muro, ha esercitato la professione di prostituta in Germania. Oggi si dedica come volontaria ai programmi di recupero e riabilitazione delle “colleghe”.

“Ho cominciato per ragioni economiche. Lo fai sempre e solo per quello: soldi, necessità. Il mio compagno era morto in un incidente stradale e io mi sono trovata in difficoltà. Non alla fame, però nei guai. Ero giovane, mi pareva di poter avere un certo potere sugli uomini”.

Ricordi la prima volta?

“Oh, certo! Uno che soffriva di eiaculazione precoce. Una grande fortuna”.

 Dove lavoravi?

“In casa, o in hotel. Con il passaparola. Era come stare in un limbo. Staccavo l’interruttore per il tempo necessario, mi sconnettevo da me stessa. Uno sdoppiamento, uno stato di catalessi in cui lasci che la cosa succeda. Ce la facevo senza presidi chimici, ma la gran parte delle ragazze ha bisogno di alcol o droghe. E’ un problema grosso quando lavori per riabilitarle: sono quasi sempre tossiche di qualcosa, borderline, con gravi problemi di autolesionismo. Si tagliuzzano le braccia, o sono preda di una specie di euforia autodifensiva. Tante sono perdute per sempre”.

Pagavi le tasse?

“Nemmeno per sogno. Ma non le paga nessuna, nemmeno oggi che in Germania la prostituzione è legale (dal 2002). Dovresti iscriverti alle Camere di Commercio, pagare un forfait fiscale. Si valuta che le prostitute siano almeno 400 mila: ebbene, quelle che si sono registrate sono 44, di cui 4 uomini. Un fallimento assoluto”.

 Un fallimento anche contro la tratta?

“Soprattutto contro la tratta. Con l’ingresso in Europa di Romania, Bulgaria e stati baltici c’è stata un’ondata di ragazze che arrivavano da lì. Tedesche non ne trovi quasi più. Ragazzine in grande parte analfabete che arrivano da paesini sperduti nelle montagne e mantengono tutta la famiglia: sai che libertà! Tante rom, tante ragazze madri: le vedi anche per strada che battono con il bambino, poi quando arriva il cliente il pappone custodisce il piccolo. Una cosa straziante. Poi ci sono quelle che possono permettersi un posto nei bordelli per 140-160 euro al giorno. Sono enormi strutture private a più piani, un business colossale per i proprietari”.

 Quanto paga un cliente?

“Come saprai dipende dalle prestazioni. Di base, per una cosa normale, sui 40-50 euro. Ma quasi mai sono cose normali”.

 E quali cose sono?

“L’idea un po’ “romantica” e ingenua che gli uomini vadano a prostitute per farsi una s…a e via va dimenticata. Una s….a se la possono fare con chiunque. Mica è “Pretty Woman”: vengono da te per ben altro. Vedono il porno, ti chiedono di indossare falli artificiali, di travestirsi con parrucca o intimo femminile. Ci sono i feticisti, i coprofagi. Vanno molto i giochi con l’urina. Dall’anal sex alla zoofilia, un repertorio sterminato. Sono sporchi, maleodoranti, spesso ubriachi e strafatti. Pagano il diritto di scatenare quello che hanno dentro, e tu sei solo una latrina, né più né meno. Devi tacere, fare e lasciare fare, e saper fingere piacere. Ti pagano, e pretendono anche che tu sia soddisfatta delle loro prestazioni”.

Qual è il senso profondo dell’andare a prostitute?

Non si tratta di sesso. In questione c’è ben altro. E’ un mix tra il potere che ti dà il fatto di pagare e il piacere di umiliarti. Il tutto veicolato da una violenza di base. Hai a che fare con qualcosa di guasto”.

Una specie di camera di compensazione: mi svesto per un’ora o due dei ruoli che devo sostenere, mi concedo di manifestare una parte di me che normalmente devo tenere compressa e nascosta, un mio doppio impresentabile. La tua scelta di prostituirti la definiresti libera?

“Be’, allora ho scelto liberamente. Ma se non avessi avuto problemi di soldi, a questa “libertà” non avrei dovuto ricorrere. Fai quel mestiere perché sei in stato di bisogno. Punto. Quelli erano anche altri tempi. Negli anni ’70-’80 la quota delle “libere” professioniste era significativa. Ancora non c’era il fenomeno della tratta, che oggi copre il 95 per cento della prostituzione. Uno scenario drammaticamente diverso. Appena ho intravisto l’opportunità di uscire dalla prostituzione l’ho fatto. Ma io ho le mie risorse. Parlo 7 lingue, sono riuscita a trovare incarichi come traduttrice, interprete, davo qualche lezione… Poi nel ’92 sono stata assunta nella pubblica amministrazione. Mi sono sposata: mio marito conosce la mia storia. Ne sono uscita viva, ma non ho mai dimenticato. Per questo lavoro nei progetti di recupero”.

Si dice che con la legalizzazione la Germania è diventata il bordello d’Europa.

“Ci sono bordelli di uno squallore inimmaginabile. Le case “all you can fuck”, con un ingresso di 90 euro bevande comprese fai tutto quello che vuoi per il tempo che vuoi. Ci sono quelli dove puoi astenerti dal preservativo. E’ veramente dura, credimi. Ne sono uscita, ti dicevo, perché avevo risorse su cui puntare, ma c’è voluta una forza titanica. Anche lavorare nella riabilitazione non è semplice: ricordo il caso di un’ex-prostituta di Amburgo, Domenica Niehoff, che si è data molto da fare in progetti di recupero ma dopo un po’ ha mollato, non ce la faceva a reggere tutta quella miseria e quella disperazione”.

 Che cosa si dice in Germania di questa situazione?

La legalizzazione è unanimemente riconosciuta come un enorme fallimento. Ma è molto difficile uscirne. E’ un serio problema politico. Paradossalmente, proprio il fatto che c’è una legge ti dà pochi margini di manovra. Il business è floridissimo. A Saarbrücken, ai confini con la Francia, è stato da poco aperto un megabordello, una specie di filiale del famoso “Paradise” di Stoccarda. Lo hanno aperto per intercettare clienti francesi, visto che in quel Paese si stanno muovendo in senso restrittivo. E il proprietario di queste strutture è uno legato alla tratta. Del resto chi apre bordelli se non i malavitosi? Tra l’altro in questi bordelli le donne sono molto meno sicure che per strada! Ci sono state decine e decine di prostitute uccise in questi anni: altro che maggiore sicurezza! Al chiuso i rischi aumentano in modo esponenziale”.

 Tu sai che in Italia si sta discutendo di legalizzazione: l’esperienza tedesca dimostra che la strada è fallimentare. Che cosa si dovrebbe fare, allora?

“Bisognerebbe convincersi che la prostituzione oggi è essenzialmente schiavitù e non libera disponibilità del proprio corpo. Ci vorrebbe una forte azione delle forze dell’ordine congiunta alla volontà politica di affrontare la questione: non è difficile individuare le vittime di tratta. Quando vedi ragazze nigeriane, rumene, bielorusse per le strade di Milano che cosa pensi? Che sono libere professioniste? Se sono libere professioniste, bene: che emettano fattura, che si facciano pagare con carte di credito e denaro tracciabile. Si può scegliere la strada svedese o islandese della punibilità del cliente: lì andare a prostitute non è più considerata una faccenda normale. La popolazione andrebbe sensibilizzata: il tema non può essere il decoro urbano, il tema è che migliaia di schiave vivono in mezzo a noi. Ma il business è colossale, verosimilmente la partita è la stessa della droga, delle cooperative “sociali” che sfruttano i migranti. Ci saranno anche politici che difendono questi buoni affari”.

#ListenToSurvivors

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

ambiente, bellezza, economics, lavoro, Politica gennaio 1, 2014

#2014: aggrappiamoci alla bellezza

Pizzo Calabro, Chiesa rupestre di Piedigrotta

Questa di cui vedete uno scorcio è la Chiesa Rupestre di Pizzo Calabro, scavata nel tufo, affacciata su una piccola baia turchese. Pochissimi la conoscono: varrebbe un viaggio da Oltreoceano. Ci penso continuamente da quando mi ci hanno portata. Pensiero che è fonte di energia e di gioia.

Dappertutto nel nostro Paese, a pochi passi dalle nostre case, abbiamo bellezza e bontà. Mi sono chiesta com’è che è capitato proprio da noi. Com’è avvenuto che un terzo di tutte le bellezze artistiche del pianeta siano state edificate sulla nostra penisola.

Credo che sia andata così: che le bellezze naturali erano tali e tante, così varie e sovrabbondanti, che chiunque sia nato in mezzo a tanto splendore o si sia trovato a passare di qui ha provato a emularle e a gareggiare invidiosamente, arrivando spesso a sfiorare il sublime.

Se noi perdiamo il senso della bellezza, se, per esempio, e come in gran parte è accaduto, ci affidiamo alla misura unica del denaro, perdiamo tutto. Ma se lo riguadagnamo, e siamo in tempo per farlo, ricominceremo a primeggiare.

Qualunque cosa facciamo, di qualunque cosa ci occupiamo, e lo dico in particolare alle amiche e agli amici del Sud, con tutta la sua magia, aggrappiamoci alla bellezza, contempliamola, fidiamoci dell’istinto che ne abbiamo, produciamola, offriamone al mondo.

Nutriamo il pianeta!

Questo è il mio augurio -e il mio manifesto politico- per il 2014.

p.s. Si chiama proprio “La Grande Bellezza” il film di Paolo Sorrentino che sta conquistando le platee di tutto il mondo. E’ un segno, ed è un auspicio. Jep Gambardella torna alle sue radici e si aggrappa alla bellezza per rinascere. E’ quello che dobbiamo fare tutti.

bellezza, economics luglio 22, 2013

Save Italian Beauty!

Lanificio Leo, Soveria Mannelli, Catanzaro. I telai sono fermi

Ci siamo venduti Gucci, Pucci, Bulgari, Pomellato, Cova, Pernigotti e una marea di altri marchi (forse al lungimirante e strategico assessore milanese al commercio Franco D’Alfonso non spiacerebbe anche che ci vendessimo D&G, e poi magari Armani, Prada e via liquidando).

Intanto quello che resta qui della nostra genialità e della nostra bellezza sta soffrendo molto, quando non agonizzando. Mi sono dimenticata di chiedere al signor Giuseppe Leo, erede di un lanificio tradizionale con 150 anni di storia a Soveria Mannelli, Catanzaro, che cosa direbbe -poniamo- a degli acquirenti cinesi se si dichiarassero interessati alla sua azienda. A occhio mi pare che li congederebbe, non prima di avergli offerto un ottimo caffè.

Però i suoi antichi telai sono quasi fermi, lavorano solo part-time, i suoi magnifici stampi ottocenteschi, per decorare tovaglie e altra biancheria con disegni “a ruggine”, stanno lì a prendere polvere. Ci siamo fatti un giro in quella desolazione, tra le matasse di lana che aspettano di diventare maglieria o coperte, tra i fili colorati e sospesi come in un’installazione pop. Ci lavoravano in 22 e ora sono in una decina, “ha da passa’ a nuttata”, ma accidenti, non passa mai. “Tenete duro” gli dico. “Stringete i denti, signor Leo!”.

Telerie Leo

Non ci sono solo i grandi marchi, e ogni volta è un colpo al cuore, non c’è solo il nostro pregiato agroalimentare, ormai tra gli ultimi settori a richiamare investimenti stranieri. C’è anche uno straordinario brulicare di qualità, di bontà e di bellezza -ne ho vista tanto, negli ultimi giorni, alle pendici della meravigliosa Sila- che attende di essere essere salvato per salvare noi. C’è un artigianato eccellente, che dà vita a prodotti unici, irripetibili, no global per natura (non c’è un pezzo uguale all’altro) e che adeguatamente supportato creerebbe lavoro e potrebbe dare luogo a un indotto turistico ed eno-gastronomico (il meraviglioso rosato fresco del Savuto! quanti di voi lo conoscono?) E invece ogni giorno che passa qualcosa sparisce.

Passavo l’altro giorno sulle rive del Crati, il fiume che attraversa la bella Cosenza, proprio sotto la frescura centenaria della Villa (il Parco cittadino) dove mi ero trattenuta a leggere i giornali al riparo dal sole feroce della controra. Ho quasi pianto vedendo l‘officina chiusa di Mancuso e Ferro, e  appeso al muro di cinta qualche resto delle loro meravigliose marmette decorate, i pavimenti più belli e preziosi di tutto il Sud.

Pavimento di Mancuso e Ferro, Cosenza. Azienda chiusa

Non si può accettare di perdere tutto questo!

Save Italian Beauty! Salviamola noi!

ambiente, cultura, economics, Politica luglio 1, 2013

Italia, Location Mundi

Firenze: Ponte Vecchio location per la cena Ferrari

Capiamoci: chiudere e affittare per una serata -alla Ferrari- il Ponte Vecchio di Firenze (vedere qui) ha come equivalenti l’affitto della Galleria a Milano o a Napoli, di Piazza del Popolo a Roma, di Rialto a Venezia. Trattasi di luoghi di passaggio e di poli di attrazione turistica.

Al Comune di Firenze ha fruttato in poche ore oltre 100 mila euro, che in tempi di patti-capestro di stabilità sono pur sempre una bella sommetta. Ci sarebbe un precedente: piazza Ognissanti affittata per 3 giorni da un magnate indo-thailandese per la festa di matrimonio della figlia.

Quando si parla della bellezza del nostro territorio e dei nostri siti culturali e del loro potenziale economico (ne stiamo parlando qui) forse non si intende esattamente questo, ovvero una specie di disneyzzazione del Paese, che probabilmente sarebbe solo l’altra faccia dell’incuria e dello sfruttamento cementizio di cui soffre da decenni. Rent Ponte Vecchio come controcanto dello sfascio di Pompei. (e, aggiungo io, personalissima opinione: Matteo Renzi come faccia refreshed e refurbished della vecchia politica?)

E’ possibile pensare alle nostre bellezze e al nostro qualis in una logica diversa da quella dello sfruttamento, evitando la prospettiva di diventare una mega Mini-Italia, un Paese dei Balocchi per ricchi russi ed emiri, una Location Mundi, un paradiso delle seconde case chiuse per ¾ dell’anno –eventualmente spinti, noialtri italiani, a vivere in location più cesse, come è capitato agli abitanti dei nostri centri storici finiti ad abitare in periferia-?

Che ne dite? Pochi, maledetti e subito? O meglio una logica diversa e lungimirante?

aggiornamento di venerdì 5 luglio, ore 13:

stamattina ho partecipato a una puntata di Coffee Break su la 7
proprio sul tema della bellezza e della cultura.
Mi permetto di suggerirla, sono temi politici vitali.
Se interessa, è qui.

economics, esperienze, Politica giugno 30, 2013

L’Italia sepolta a Pompei

“Scuorno!”, direbbero a Napoli, che sta lì giusto a pochi chilometri da Pompei. Sento personalmente la vergogna e l’umiliazione per la reprimenda in qualche modo provvidenziale dell’Unesco (leggere qui) che ci intima di trovare soluzioni entro la fine dell’anno allo stato di abbandono di quello stupefacente sito. Un richiamo fortemente simbolico, al quale ci dovremmo aggrappare come a una zattera di salvataggio.

Qualche settimana fa raccontavo della chiesa rupestre di Piedigrotta a Pizzo Calabro, gioiello seicentesco di arte votiva affacciato su una piccola baia dalle acque turchesi, edificata a celebrare il miracolo di un naufragio scampato. Scavata nel tufo dorato, la navata centrale dai soffitti affrescati, le cappelle laterali, le statue che la popolano fittamente come stalagmiti dalle sembianze umane, scolpite da Angelo Barone e poi dal figlio e dal nipote. Ebbene, durante la visita avrei potuto portarmi via quello che volevo: un frammento di affresco, un pezzo di statua o una intera, il tufo è leggero. O farmi prendere da un acting out iconoclasta. Il custode-bigliettaio non c’era. Se ne stava tranquillamente al bar, un centinaio di metri sopra.

Poco più a Sud, in una sala del Consiglio Regionale della Calabria, giacciono da tre anni i Bronzi di Riace, sdraiati su catafalchi come malati terminali, malamente esposti insieme ad altri preziosissimi reperti restituiti dal mare e dal tempo. A quanto pare non hanno una sala dove rimetterli in piedi. Vorrei rapirli di notte e metterli in mostra a casa mia. E chissà quante altre meraviglie ignorate, tra Pizzo e Reggio, e nel resto della Penisola, quante cantine e quante soffitte piene di tesori accatastati.

Io non me lo dimentico, no, il progetto scellerato di una discarica contigua a Villa Adriana (era appena ieri, governo Monti: salvati giusto in tempo dall’indignazione del mondo). E il fatto che gli investimenti per la cultura sono calati dal 39% al 19% del Pil nel giro di una decina d’anni.

Stiamo andando rovinosamente contromano. Le rose sono il nostro pane. La bellezza e la qualità per noi sono tutto, sono il lavoro, il nostro new deal, il futuro, la felicità, la salvezza. Siamo il super-brand. Siamo il posto del mondo in cui tutti vorrebbero vivere, anche a costo di doversela vedere come capita ogni giorno a noi con la corruzione, il gigantismo burocratico, la non-certezza del diritto, il costo folle dell’energia etc. etc. E tutti quegli osservatori internazionali che continuano a ripeterlo: è la bellezza che potrebbe fare dell’Italia la prima economia in Europa.

Sepolti a Pompei ci siamo noi, soffocati dalla lava della cattiva politica. Quei Bronzi ammalati e legati al catafalco siamo noi. Dalla politica non aspettiamoci niente. La politica, come sempre, arriverà per ultima e di malavoglia. La politica, destra e sinistra -il partito trasversale del cemento-  il nostro territorio, le nostre bellezze, li hanno solo sfruttati, sfregiati e devastati per farci affari. La cosa importante è che lo diciamo a noi stessi e ai nostri figli, e che ce ne convinciamo profondamente, fino a trasformarci, e a cambiare il nostro sguardo e i nostri gesti: la bellezza salverà quel pezzetto di mondo che siamo.

E’ questo il compito che ci è stato assegnato: testimoni del qualis contro la logica rovinosa del quantum.

E’ questa la lotta che c’è da fare. Non perdiamo altro tempo.

I Bronzi di Riace, sdraiati da più di 3 anni in una sala del Consiglio Regionale a Reggio Calabria. I Bronzi siamo noi!

Donne e Uomini, giovani, Politica marzo 15, 2013

Preliminari infiniti

 

Non so voi, io sto cercando di seguire ancora i talk politici. Devo farlo, quanto meno per lavoro. Mi pare di non farcela più. Mi pare che nessuno di noi ce la faccia più.

Ci manca, amic*, la necessaria concentrazione per seguire nel dettaglio i non accordi, i tatticismi, le schede bianche, la deflagrazione del Pd (in cui è rappresentato tutto il ventaglio delle ipotesi: dall’accordo con i 5 stelle, al governissimo con il Pdl, a un’alleanza con la Lega, al ritorno alle urne), le vicende giudiziarie di Berlusconi, il conflitto tra il Presidente Napolitano e il partito di Repubblica… Non riusciamo a eccitarci per l’elezione dei presidenti della Camera e del Senato, no.

Non per cattiveria, ma quelle poche energie che ci restano dobbiamo riservarle a far quadrare il bilancio familiare, a cercare le offerte per la spesa, a non perdere il lavoro, o a cercarne uno se l’abbiamo già perso, a preoccuparci per i figli, a organizzare i turni per occuparci dei bambini, dei vecchi e dei malati, visto che che il welfare siamo noi, a tenere in qualche modo viva la fiducia… stupidaggini così.

Sbrigatevi: non ce la facciamo più, con questi preliminari infiniti. Nessuno vi ha costretto a candidarvi: è stata una vostra libera scelta, siete stati eletti, ora fate in fretta, senza clamore, responsabilmente, tutto quello che dovete fare per il bene del vostro Paese. Lavorate per unire, non per dividere. Gettate ponti: e invece di giorno in giorno vediamo aumentare le lacerazioni. Come se ognuno giocasse solo la propria partita personale, eventualmente su più tavoli, tutti contro tutti. Non perdete i contatti con la realtà. Non lasciatevi drogare dall’eccitazione della politica politicante. Fate parlare le vostre coscienze.

Ma la vera grande paura è quella di nuove elezioni. Il Paese potrebbe rivoltarsi. La protesta disciplinata del Movimento 5 Stelle potrebbe non bastare più. L’argine potrebbe crollare.

Dovreste conoscerlo, questo Paese che avete voluto rappresentare. Dovreste sapere della sua grande resilienza, della sua capacità di assorbire tutto, di adattarsi a tutto, fino allo stremo. Ma dovreste tenere presente anche il modo in cui, all’improvviso, questo Paese si rivolta e fa saltare il banco.

Io spero che il Presidente Napolitano, rompendo ritualità e indugi, saltando ogni inutile cerimonia, sappia rapidamente indicare il nome di un candidato presidente del Consiglio la cui personalità abbia qualche chance di rompere schemi e schieramenti sollecitando la coscienza di ogni singolo parlamentare. Abbiamo un parlamento ringiovanito e femminilizzato: spero che sappia reinterpretare il suo ruolo, che si riprenda la propria centralità, ridimensionando il ruolo del governo, buttando all’aria la scacchiera dei tatticismi politicanti, rompendo da subito con le logiche imposte dalle vecchie leadership e avendo come stella polare il bene del Paese, non quello angusto del proprio schieramento. Non dimenticate di essere donne, non dimenticate di essere giovani, non smettete di parlare la vostra lingua.

Disubbidite!

E fate in fretta.  Stiamo soffrendo troppo. Non c’è più tempo.

 

 

 

ambiente, economics, esperienze, Politica novembre 19, 2012

Siamo molto ma molto meglio dei nostri politici

Renato Guttuso, Contadini al lavoro

Prova del nove del fatto che il Paese reale è molto ma molto ma molto meglio della sua classe dirigente, il sondaggio pubblicato stamattina dal Corriere -e che, lo dico al direttore Ferruccio De Bortoli, io avrei sbattuto in prima, e non a pagina 21-: per 9 italiani su 10 arte, ambiente e agricoltura saranno il motore della nostra ripartenza, il cuore del modello italiano di sviluppo, la vera possibilità di crescere e creare occupazione.

Per più del 90 per cento degli intervistati questi settori “potrebbero rivelarsi fondamentali per la ripresa e invece sono ingiustamente trascurati“. Hanno ragione.

Questa mancanza di visione e di slancio costituisce il vero grande limite dell’esperienza Monti, troppo ripiegata sul qui e ora, su un iperrealismo finanziario senza prospettive, per salvaguardare interessi che non sono certo quelli della maggioranza dei cittadini, su un ragionierismo asfittico che non sta ci sta portando da nessuna parte.

Come diceva tanti anni fa Alexander Langer, il buon senso di un popolo vale ben più di qualunque espertocrazia: notazione perfetta per raccontare quello che capita oggi.

Sono anche commossa perché combatto per questa visione da tanto tempo, nel mio ultimo libro ne ho parlato diffusamente, e sono sicura che presto sarà il nostro mainstream.

A patto di mandare al governo una classe politica che sia non dico meglio, ma almeno all’altezza di noi cittadini, che sappia favorire processi già in atto: è questo il compito principale della politica.

Dobbiamo lottare tutt* per questo.

 

Donne e Uomini, economics, Politica novembre 19, 2012

Donne: perfino il Burundi meglio di noi

Secondo il Global Gender Gap Report realizzato annualmente dal World Economic Forum, le italiane sono scivolate dal 74 esimo all’80 esimo posto in classifica. I primi posti sono del Grande Nord, il Burundi sta al 24 esimo.

Ok, non facciamoci raccontare chi siamo dai numeri e dalle statistiche, ma quest’ultimo anno, quello del governo Monti, ci è costato parecchio, e ne abbiamo tutte esperienza sensibile e quotidiana.

Ho legami personali con almeno 5 giovani donne che stanno perdendo il lavoro (precario). Il doppio sì resta un sogno.

Chi ha figlie e figli si vive in casa questa faccenda. Avere figlie e figli fa una grande differenza nella percezione delle cose, perché significa avere i poveri in casa.

Al Sud ci sarà anche tanto nero –condizione comunque non felice- ma ufficialmente siamo a 4 donne su 10 che lavorano. Questo significa per tante tornare alla mercé degli uomini, il massimo della miseria possibile per una donna.

Il rialzo dell’età pensionabile significa che gli anni tra i 60 e i 65 possono diventare tra i più duri di tutta quanta la nostra vita, con i figli dei figli da curare e i genitori ancora al mondo sulle nostre spalle mentre ancora si lavora.

I tagli alla sanità e ai posti letto in ospedale significano che i malati ce li curiamo noi, sempre di più. Alcune di noi hanno la fortuna di avere compagni che condividono, ma non si tratta di una condizione maggioritaria.

Poi c’è il resto del bollettino della sex war: 194 inapplicata, violenza in crescita, etc. etc.

Direi quindi che non ho bisogno del Global Gender Gap Report per sapere come siamo messe.

Faccio la giornalista, mi chiamano colleghi stranieri per chiedermi perché ce lo lasciamo fare. Io cincischio qualche spiegazione, ma non so perché ce lo lasciamo fare.

Con molta semplicità penso che, se non intendiamo più lasciarcelo fare, le possibilità sono due: la rivolta, o la partecipazione attiva all’amministrazione del condominio, nel maggior numero possibile, con l’intento e la forza di ribaltare le agende della politica seconda.

Non penso che la nostra differenza sia tanto fragile da dissolversi all’interno delle istituzioni. Ho molta fiducia nella differenza femminile.

Se questo è capitato a quelle poche in passato, ho fiducia nel fatto che capiterà sempre meno alle molte -io spero- che troveranno la forza di andare là a prendere decisioni per il bene comune, tenendosi in legame strettissimo con i luoghi dell’origine.

Vediamo già dei segni interessanti in questa direzione -a Milano, a Torino-, chi sta dentro si sporge per chiedere aiuto alle altre fuori -postura ben diversa da quelle fuori che vanno a contrattare qualcosa con le poche che stanno dentro-.

Esperienze che vanno osservate, valorizzate e moltiplicate. Il momento per farlo è adesso.

(post pubblicato anche nel blog di Paestum)