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femminicidio

Donne e Uomini, femminicidio, questione maschile gennaio 7, 2016

Capodanno a Colonia: piazza Tahir nel cuore dell’Europa

Il più grande pericolo che corriamo dopo i fatti di Colonia -un migliaio di “arabi e nordafricani” che la notte di Capodanno si sono avventati contro tutte le donne che incontravano libere per strada, 90 denunce per molestie, 2 stupri-  è la sottovalutazione (episodi analoghi anche ad Amburgo, Francoforte, Düsseldorf e Stoccarda).

Si è trattato di un atto di guerriglia organizzato, eccitato dall’alcol e dai botti, in cui le donne hanno avuto la parte delle prede, come sempre in circostanze di guerra. Anzi, è stato molto di più. I predoni hanno rubato e hanno molestato: tra le cose e le donne non c’è stata alcuna differenza. Se degli attentati di Parigi si è parlato come di un atto di jihad nel cuore dell’Europa, dei fatti di Colonia si dovrebbe parlare come di una piazza Tahir esportata in Germania: non la piazza Tahir della primavera araba, quella dove le donne partecipavano da pari ai moti “rivoluzionari”, ma la piazza Tahir subito-dopo, quella in cui le donne venivano molestate, insultate, umiliate e palpeggiate per ricondurle brutalmente al loro stato di illibertà.

Tutte noi siamo state molestate almeno una volta nella vita. E ci è chiaro è il messaggio: sei solo una cosa a mia disposizione, specie se giri sola per strada, mostrando di non appartenere ad alcun uomo; nessuna libertà ti è consentita, se non quella di consegnarti a un padrone, e se non lo fai, se pensi di poter essere autonoma, di guadagnarti il pane, di guidare la macchina, di vestirti come ti pare, sei solo una puttana a mia disposizione. E devi avere paura.

“Essere una donna è pericoloso ovunque”, come scrive Mona Eltahawy (“Perché ci odiano”): deve tornare a esserlo anche in Germania, anche in Europa. E’ questo il messaggio che doveva arrivare, ed è arrivato. I balbettii della povera sindaca di Colonia (il consiglio alle sue concittadine di “tenersi alla distanza di un braccio, EineArmlaenge, dagli sconosciuti) sono lì a dimostrarlo. La pericolosità dell’essere nata donna, la paura che deve conseguirne –ovvero il preciso rovesciamento della paura che gli uomini provano per la potenza materna e l’illimitato godimento femminile- è il fondamento ineliminabile del patriarcato, il cuore della questione maschile. Se una sola donna mostra di non avere paura, tutto l’impianto è a rischio di crollo.

Gli uomini di Colonia non erano poveri astinenti sessuali che cercavano occasioni di “sfogo”: lo stupro e la molestia sono atti solo pseudosessuali, quello che si cerca non è il piacere, ma il dominio e l’assassinio simbolico della preda. Gli uomini di Colonia erano uomini che rimettevano le cose a posto, riaffermando un sistema di valori che nella postura del dominio -maschio sopra, femmina sotto- trova il suo fondamento, il suo suggello, la sua garanzia. Gli uomini di Colonia volevano dare una lezione agli uomini di Germania, che si fanno comandare dalle loro donne, che hanno addirittura un premier donna. Qualcosa di simile agli stupri etnici.

Si tratta, dicevo, di non sottovalutare: fare finta che gli uomini di Colonia non siano poi tanto diversi dagli ubriaconi dell’Oktoberfest significa lasciare alla destra xenofoba il compito esclusivo di interpretare la vicenda e di immaginare risposte politiche. E i maschi della destra xenofoba non sono certo paladini della libertà femminile.

Si tratta di saper leggere quello che è capitato la notte di Capodanno senza cercare riparo nella retorica della correctness. O, peggio, imbastendo patetiche e autoconsolatorie dietrologie, tipo: era tutto organizzato, anche il non-intervento della polizia, in modo da poter restringere le politiche di accoglienza, e altre cretinate simili.

Stiamo alle cose certe. E una cosa certa, come diciamo da sempre, è che il corpo della donna è il campo di battaglia definitivo. Quello che capita alle yazide, alle siriane, alle saudite ci riguarda, è molto più vicino di quanto vorremmo credere. E ridurre le nostre pretese di libertà, anche solo della misura di un braccio, significa ridurre anche le loro.

Tenere le donne al centro –a cominciare dalle politiche di accoglienza- è una primissima, ineludibile risposta. Più profughe di loro non c’è nessuno.

 

 

 

 

 

femminicidio, Femminismo, Politica, questione maschile dicembre 16, 2015

Colleghe della stampa estera: raccontate il business della violenza in Italia, ormai nelle mani della politica

Le donne in questo Paese non sono affatto messe bene, no.

Ci mancava pure la jattura dell’emendamento bianco rosa o rosa bianca o come diavolo l’hanno chiamato, che spazza via in un colpo solo tutto il sapere cumulato sul campo in anni e anni dai centri antiviolenza autogestiti dalle donne, quelli a cui la Convenzione di Istanbul attribuisce un ruolo preminente.

Perciò spero che le mie colleghe straniere, le corrispondenti di Libé, del Frankfurter Allgemeine Zeitung, del Guardian e del NYT possano dare una mano a questa lotta, raccontando alla fin fine quello che è: la violenza sessista in Italia è diventata un business da milioni di euro, la formazione di esperti è il core business del business, e i soldi stanziati dalla politica per affrontare la questione, la politica intende riprenderseli.

Domani in una conferenza stampa Donne in Rete contro la violenza (D.i.R.e), Udi, Casa Internazionale delle donne, Telefono Rosa, Pari e dispare, Fondazione Pangea e altre ribadiranno alla stampa estera che le donne vittime di violenza non sono minori deficienti da tutelare, ma persone –spesso ad alta scolarità e con buon reddito- da accompagnare in un percorso ogni volta diverso nei tempi e nei modi. Che devono essere loro stesse le protagoniste della propria liberazione: la libertà non è una medicina che si può inoculare. E che il ruolo delle “esperte” è quello di condividere con empatia e rispetto l’esperienza autonoma della donna che intende fuoruscire dalla violenza, mettendo a disposizione consapevolezza e strumenti.

E invece, niente: un emendamento alla legge di stabilità firmato da Fabrizia Giuliani (sempre lei, la sedicente candidata unica di Se Non Ora Quando, alla faccia di tutte quante le militanti basite, la romana piazzata da Bersani nel listino protetto a Milano dove nessuna l’ha mai vista nemmeno per sbaglio etc. etc., soprattutto una che nei centri antiviolenza non si è mai vista) parla disastrosamente di un “percorso tutela vittime di violenza” (sic!) da istituire negli ospedali. E per tutte le vittime di violenza senza distinzioni -donne, anziani, bambini, portatori di handicap e omosessuali-. Non viene quindi riconosciuta alcuna specificità alla violenza sessista, come raccomandato dalla Convenzione di Istanbul. Un disastro simbolico e reale.

Si tratta di “un percorso obbligatorio e a senso unico” dicono le donne di D.i.R.e, Udi e le altre. “Una donna che si rivolge al Pronto Soccorso sarà automaticamente costretta un tracciato rigido, senza poter decidere autonomamente come agire per uscire dalla violenza, e si troverà di fronte un magistrato o a un rappresentante della polizia giudiziaria prima ancora di poter parlare con una operatrice di un Centro Antiviolenza che la ascolti e la sostenga nelle sue libere decisioni”.

Come se le “malate” da presidiare fossero le donne, e non gli uomini violenti.

Con molteplici rischi: che pur di evitare di essere inserita nel “programma protezione”, una i suoi lividi se li tiene e all’ospedale non ci va. Inoltre chiunque si sia occupata della questione sa bene che il momento del post-denuncia è pericolosissimo per una donna, che potrebbe vedere aggravarsi la violenza. Infine i centri antiviolenza sono di fatto tagliati fuori dall’ospedalizzazione-securitarizzazione: i 50 milioni di euro promessi dalla ministra per la Salute Lorenzin per la formazione del personale dedicato all’assistenza psicologica alle vittime di violenza, usciti dalla porta rientrerebbero dalla finestra: saranno le istituzioni a gestire i fondi.

Insomma, l’emendamento Giuliani, che molte hanno chiesto invano di ritirare, è una vera catastrofe. Non per Giuliani, forse: a cui, si mormora, si sta pensando per il Ministero Pari Opportunità. Ci mancherebbe anche questa.

Colleghe della stampa estera, occhio a questa brutta storia.

 

Questo il comunicato che indice la conferenza stampa:

Settantatrè Centri Antiviolenza rappresentati dall’Associazione D.i.Re, Telefono Rosa che gestisce il numero pubblico di emergenza 1522 per la violenza contro le donne, l’Unione Donne Italiane, la Libera Università delle Donne di Milano, Ferite a Morte, la Fondazione Pangea, Be Free, Pari o Dispare, Uil invitano le giornaliste e i giornalisti il giorno 17 dicembre alle 11 alla Sala Cristallo dell’Hotel Nazionale a Montecitorio (Piazza Montecitorio 131) per annunciare le prossime azioni contro l’emendamento Giuliani detto “percorso tutela vittime di violenza” approvato il 15 dicembre dalla Commissione Bilancio della Camera:

Il “percorso tutela vittime di violenza” rappresenta un attacco alla libertà e alla sicurezza delle donne, alla cultura, all’informazione e alla consapevolezza che le associazioni femminili e femministe hanno costruito in questo paese. Il “percorso tutela vittime di violenza” assimila la violenza maschile, che colpisce una donna su tre e spesso con esiti fatali, a qualunque altra violenza su soggetti per giunta definiti “deboli”: anziani, bambini, portatori di handicap e omosessuali. Prevede una procedura che, tra ambiguità e contraddizioni, mette al centro le istituzioni e il sistema di interventi invece della consapevolezza e libertà di scelta della donna.

Vìola l’ordinamento nazionale e internazionale, innanzitutto la Convenzione di Istanbul contro la violenza sulle donne e la violenza domestica che prescrive un approccio di genere, firmato da 32 paesi, e dall’Italia fra i primi. – è solo l’ultimo grave atto contro le politiche di contrasto alla violenza, che si aggiunge alla mancata erogazione del denaro pubblico dovuto per legge ai Centri Antiviolenza.

La violenza di genere contro le donne non è una questione privata, non è una questione di sanità o di ordine pubblico, non è un affare lucroso. E’ un grave problema sociale che ha radici nella nostra cultura e va affrontato con una coerente e seria guida politico-istituzionale. Non può essere liquidato in maniera parziale, in un emendamento alla legge di stabilità già contestato da un appello pubblico e da molte parlamentari. Perché le donne non vengano più picchiate e uccise, perché migliaia di bambine e bambini non assistano più ogni giorno alla violenza domestica, abbiamo bisogno di un approccio integrato che faccia tesoro di trent’anni di esperienza sul campo e promuova una sinergia fra tutte le forze e le competenze già all’opera. E del denaro necessario per realizzare tutto questo.

Oltre alle Associazioni saranno presenti attiviste e parlamentari.

 

AGGIORNAMENTO ORE 15 DEL 17 DICEMBRE: alcuni firmatari dell’emendamento Giuliani sarebbero intenzionati a fare marcia indietro, avendo compreso di aver sottoscritto una proposta sbagliata.

 

 

 

 

Donne e Uomini, femminicidio, Femminismo, questione maschile ottobre 15, 2015

No gender = diventare tutti maschi

Su un quotidiano, la pubblicità di una casa di moda (qui sopra): ragazzo e ragazza, capelli corti, vestiti in modo identico, jeans e maglione. Slogan: “This ad is gender neutral” (questa pubblicità è di genere neutrale). Qualche pagina più avanti un’altra pubblicità, ancora modella e modello vestiti in modo molto simile (giacca maschile e pantaloni). Qui l’adesione al no-gender è meno esplicita, ma il messaggio è lo stesso.

Il no-gender è up to date: l’indifferenziazione sessuale è di moda, e la moda è sempre un indizio degli umori circolanti. Forse, più semplicemente, la pubblicità sfrutta l’attualità del dibattito rovente sul gender.

Qualche mese fa, in un evento organizzato da Stefano Boeri alla Diamond Tower di Milano, centinaia di ragazze e ragazzi disegnavano la loro città futura. Alcuni sostenevano che i documenti non dovrebbero indicare il genere sessuale dei loro titolari. Non era chiaro se la proposta nascesse da un autentico bisogno o esprimesse piuttosto un bisogno indotto e la volontà di mostrarsi moderni e progressisti.

Il fatto è che questo gender neutral somiglia quasi sempre a un maschio. Magari a un maschio dai caratteri sessuali secondari depotenziati, ma pur sempre maschio. Il modello unico, funzionale alla produzione, è maschile. Se si vuole essere modernamente neutri, si deve sacrificare la femmina molto più di quanto si sacrifichi il maschio.

Le cose stanno andando come avevo previsto in un mio libro del 2007, intitolato “La scomparsa delle donne”.Il cyborg, quando ho provato a immaginarmelo” scrivevo nell’introduzione “io l’ho sempre pensato più maschio che femmina. L’approdo di tanto girovagare tra corpi e identità non dovrebbe essere quello, un maschio, ma io non ho visto altro. Forse è la mia immaginazione che ha dei limiti, ma quello che mi pare di vedere è che ciò che si stacca dal corpo diventa quasi sempre maschio”.

Un numero sempre più ampio di notizie celebra festosamente la neutralizzazione del corpo femminile: per esempio, il fatto è che ormai il congedo di maternità è una roba per lavative retrograde. E le operaie di Melfi vengono fornite di magapannolone in modo che le mestruazioni non disturbino i ritmi produttivi.

Il Sacro Graal maschile è sempre quello, da millenni: la coppa dell’utero. Bene, ci siamo quasi, come vedete. Per ora la coppa si affitta.

Si sta dibattendo in questi giorni sulla sconfitta del femminismo. “L’Espresso” ha dedicato al tema la sua ultima copertina.

Io credo che la questione sia ben altra. Il femminicidio simbolico. La scomparsa delle donne. 

Donne e Uomini, femminicidio, Femminismo, jihad, questione maschile agosto 28, 2015

Perché noi donne occidentali non facciamo niente per fermare lo sterminio delle Yazide?

Donne in vendita al mercato di Mosul

Da molti mesi veniamo raggiunte da tremende notizie sulla sorte di donne e bambine yazide, stuprate e vendute come schiave sessuali ai guerrieri islamisti, per i quali violare le infedeli è un atto gradito a Dio.

Circola anche un tariffario nei mercati siriani e iracheni: per le donne tra i 40 e i 50 anni si chiedono 50 mila dinari. 75 mila dinari per quelle tra i 30 e i 40 anni. Per una donna tra i 20 e i 30 anni, il prezzo è di 100 mila dinari, 150 mila dinari se è una ragazza tra i 10 e i 20 anni e 200 mila se è una bambina dai 9 anni in giù.

Quelle donne e bambine vivono a tre ore d’aereo da qui, e personalmente non ci dormo la notte.

Eppure l’altro giorno ho preferito non sottoscrivere una petizione di Telefono Rosa dove si dice:

Chiediamo all’Alta rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza Federica Mogherini e ai ministri degli esteri di tutti i paesi membri di rivolgere al segretario generale delle Nazioni Unite Ban Ki Moon, al Consiglio per i diritti umani dell’ONU e al Consiglio di sicurezza dell’ONU un pubblico appello affinché intervengano a sostegno del popolo yazida contro quello che è un genocidio, un vero e proprio stupro di guerra, un crimine contro l’umanità. Un “Ci dispiace” non ci basta”.

So che alcune amiche di Telefono Rosa non sono state contente della mia non-firma, per quel poco che conta, ma: 1. non amo il business delle petizioni online.2. all’obiezione: meglio una petizione che niente, rispondo no, meglio niente. Bisogna che ci guardiamo bene dentro, a questo niente, che lo interroghiamo senza metterci l’anima in pace, senza allontanarlo da noi con una firma.

Quindi mi faccio la domanda, e la faccio a tutte: perché tanta indifferenza per la sorte di quelle donne? Non è così, qualcuna potrebbe obiettare: nel web ci sono petizioni, prese di posizione, etc. Ma è innegabile che si tratti di voci isolate, flebili e inefficaci.

Provo a ipotizzare qualche risposta:

• perché non crediamo che stia davvero capitando, è una bufala

• perché, se sta capitando, è troppo lontano da noi, e non riusciamo ad empatizzare con donne che ci sembrano tanto diverse da noi

• perché a noi una cosa del genere non potrebbe mai succedere

• perché preferiamo non pensarci, è troppo orribile

perché occuparcene sarebbe dis-empowering, significherebbe in qualche modo riprecipitare in quella miseria e indebolirci tutte

• perché qualunque cosa noi facciamo, non servirebbe a niente

• perché siamo già sufficientemente oppresse dai nostri problemi

• perché non riteniamo sia prioritariamente compito delle donne occuparsi del destino di quelle donne

• perché non pensiamo di poterci sostituire ad altre nel loro percorso di liberazione: tocca a loro trovare la strada

• perché Isis è frutto degli errori dell’Occidente, meno interveniamo e meglio è

• perché proprio non ci importa nulla, se la vedessero loro

 

Lascio aperta a voi la serie delle risposte.

(qui alcune informazioni essenziali sulla religione Yazida)

 

 

diritti, Donne e Uomini, femminicidio, questione maschile aprile 14, 2015

Parla Greta, ex-prostituta: “Ormai sono quasi tutte schiave. E in Germania la legalizzazione ha fallito”

Un bordello tedesco

Greta ha 56 anni, madre tedesca, padre italiano, due lauree. Sposata, vive a Karlsruhe dove lavora nell’amministrazione dopo un periodo passato in Italia. Per qualche anno, prima della caduta del Muro, ha esercitato la professione di prostituta in Germania. Oggi si dedica come volontaria ai programmi di recupero e riabilitazione delle “colleghe”.

“Ho cominciato per ragioni economiche. Lo fai sempre e solo per quello: soldi, necessità. Il mio compagno era morto in un incidente stradale e io mi sono trovata in difficoltà. Non alla fame, però nei guai. Ero giovane, mi pareva di poter avere un certo potere sugli uomini”.

Ricordi la prima volta?

“Oh, certo! Uno che soffriva di eiaculazione precoce. Una grande fortuna”.

 Dove lavoravi?

“In casa, o in hotel. Con il passaparola. Era come stare in un limbo. Staccavo l’interruttore per il tempo necessario, mi sconnettevo da me stessa. Uno sdoppiamento, uno stato di catalessi in cui lasci che la cosa succeda. Ce la facevo senza presidi chimici, ma la gran parte delle ragazze ha bisogno di alcol o droghe. E’ un problema grosso quando lavori per riabilitarle: sono quasi sempre tossiche di qualcosa, borderline, con gravi problemi di autolesionismo. Si tagliuzzano le braccia, o sono preda di una specie di euforia autodifensiva. Tante sono perdute per sempre”.

Pagavi le tasse?

“Nemmeno per sogno. Ma non le paga nessuna, nemmeno oggi che in Germania la prostituzione è legale (dal 2002). Dovresti iscriverti alle Camere di Commercio, pagare un forfait fiscale. Si valuta che le prostitute siano almeno 400 mila: ebbene, quelle che si sono registrate sono 44, di cui 4 uomini. Un fallimento assoluto”.

 Un fallimento anche contro la tratta?

“Soprattutto contro la tratta. Con l’ingresso in Europa di Romania, Bulgaria e stati baltici c’è stata un’ondata di ragazze che arrivavano da lì. Tedesche non ne trovi quasi più. Ragazzine in grande parte analfabete che arrivano da paesini sperduti nelle montagne e mantengono tutta la famiglia: sai che libertà! Tante rom, tante ragazze madri: le vedi anche per strada che battono con il bambino, poi quando arriva il cliente il pappone custodisce il piccolo. Una cosa straziante. Poi ci sono quelle che possono permettersi un posto nei bordelli per 140-160 euro al giorno. Sono enormi strutture private a più piani, un business colossale per i proprietari”.

 Quanto paga un cliente?

“Come saprai dipende dalle prestazioni. Di base, per una cosa normale, sui 40-50 euro. Ma quasi mai sono cose normali”.

 E quali cose sono?

“L’idea un po’ “romantica” e ingenua che gli uomini vadano a prostitute per farsi una s…a e via va dimenticata. Una s….a se la possono fare con chiunque. Mica è “Pretty Woman”: vengono da te per ben altro. Vedono il porno, ti chiedono di indossare falli artificiali, di travestirsi con parrucca o intimo femminile. Ci sono i feticisti, i coprofagi. Vanno molto i giochi con l’urina. Dall’anal sex alla zoofilia, un repertorio sterminato. Sono sporchi, maleodoranti, spesso ubriachi e strafatti. Pagano il diritto di scatenare quello che hanno dentro, e tu sei solo una latrina, né più né meno. Devi tacere, fare e lasciare fare, e saper fingere piacere. Ti pagano, e pretendono anche che tu sia soddisfatta delle loro prestazioni”.

Qual è il senso profondo dell’andare a prostitute?

Non si tratta di sesso. In questione c’è ben altro. E’ un mix tra il potere che ti dà il fatto di pagare e il piacere di umiliarti. Il tutto veicolato da una violenza di base. Hai a che fare con qualcosa di guasto”.

Una specie di camera di compensazione: mi svesto per un’ora o due dei ruoli che devo sostenere, mi concedo di manifestare una parte di me che normalmente devo tenere compressa e nascosta, un mio doppio impresentabile. La tua scelta di prostituirti la definiresti libera?

“Be’, allora ho scelto liberamente. Ma se non avessi avuto problemi di soldi, a questa “libertà” non avrei dovuto ricorrere. Fai quel mestiere perché sei in stato di bisogno. Punto. Quelli erano anche altri tempi. Negli anni ’70-’80 la quota delle “libere” professioniste era significativa. Ancora non c’era il fenomeno della tratta, che oggi copre il 95 per cento della prostituzione. Uno scenario drammaticamente diverso. Appena ho intravisto l’opportunità di uscire dalla prostituzione l’ho fatto. Ma io ho le mie risorse. Parlo 7 lingue, sono riuscita a trovare incarichi come traduttrice, interprete, davo qualche lezione… Poi nel ’92 sono stata assunta nella pubblica amministrazione. Mi sono sposata: mio marito conosce la mia storia. Ne sono uscita viva, ma non ho mai dimenticato. Per questo lavoro nei progetti di recupero”.

Si dice che con la legalizzazione la Germania è diventata il bordello d’Europa.

“Ci sono bordelli di uno squallore inimmaginabile. Le case “all you can fuck”, con un ingresso di 90 euro bevande comprese fai tutto quello che vuoi per il tempo che vuoi. Ci sono quelli dove puoi astenerti dal preservativo. E’ veramente dura, credimi. Ne sono uscita, ti dicevo, perché avevo risorse su cui puntare, ma c’è voluta una forza titanica. Anche lavorare nella riabilitazione non è semplice: ricordo il caso di un’ex-prostituta di Amburgo, Domenica Niehoff, che si è data molto da fare in progetti di recupero ma dopo un po’ ha mollato, non ce la faceva a reggere tutta quella miseria e quella disperazione”.

 Che cosa si dice in Germania di questa situazione?

La legalizzazione è unanimemente riconosciuta come un enorme fallimento. Ma è molto difficile uscirne. E’ un serio problema politico. Paradossalmente, proprio il fatto che c’è una legge ti dà pochi margini di manovra. Il business è floridissimo. A Saarbrücken, ai confini con la Francia, è stato da poco aperto un megabordello, una specie di filiale del famoso “Paradise” di Stoccarda. Lo hanno aperto per intercettare clienti francesi, visto che in quel Paese si stanno muovendo in senso restrittivo. E il proprietario di queste strutture è uno legato alla tratta. Del resto chi apre bordelli se non i malavitosi? Tra l’altro in questi bordelli le donne sono molto meno sicure che per strada! Ci sono state decine e decine di prostitute uccise in questi anni: altro che maggiore sicurezza! Al chiuso i rischi aumentano in modo esponenziale”.

 Tu sai che in Italia si sta discutendo di legalizzazione: l’esperienza tedesca dimostra che la strada è fallimentare. Che cosa si dovrebbe fare, allora?

“Bisognerebbe convincersi che la prostituzione oggi è essenzialmente schiavitù e non libera disponibilità del proprio corpo. Ci vorrebbe una forte azione delle forze dell’ordine congiunta alla volontà politica di affrontare la questione: non è difficile individuare le vittime di tratta. Quando vedi ragazze nigeriane, rumene, bielorusse per le strade di Milano che cosa pensi? Che sono libere professioniste? Se sono libere professioniste, bene: che emettano fattura, che si facciano pagare con carte di credito e denaro tracciabile. Si può scegliere la strada svedese o islandese della punibilità del cliente: lì andare a prostitute non è più considerata una faccenda normale. La popolazione andrebbe sensibilizzata: il tema non può essere il decoro urbano, il tema è che migliaia di schiave vivono in mezzo a noi. Ma il business è colossale, verosimilmente la partita è la stessa della droga, delle cooperative “sociali” che sfruttano i migranti. Ci saranno anche politici che difendono questi buoni affari”.

#ListenToSurvivors

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Donne e Uomini, femminicidio, Femminismo, Politica marzo 12, 2015

Business antiviolenza: ce n’è per tutti. Tranne che per i centri gestiti dalle donne

Milano, Palazzo Lombardia: la manifestazione della rete lombarda delle Case delle Donne e dei Centri antiviolenza

Quando dico backlash, o contrattacco, o ritorno al passato remoto, mi riferisco a cose tipo il discorso di Maria Cristina Cantù, assessora leghista lombarda alla Famiglia, alla Solidarietà Sociale, al Volontariato e alle Pari Opportunità (un bel mucchietto di roba) per introdurre il convegno «Pari Opportunità e contrasto alla violenza di genere in Lombardia. Strumenti d’intervento e scenari di sviluppo per il 2015» in corso a Milano, Palazzo Lombardia. Dopo averci ammannito un improbabile “persuàdere” -probabilmente si intendeva “persuadère”- l’assessora si è avventurata in un ardito paragone tra la stupidità dei violentatori di donne e quella dei writer imbrattatori di treni della metropolitana. Ed è detto pressoché tutto.

Fuori da Palazzo Lombardia il presidio di protesta della rete lombarda delle Case delle donne e dei Centri antiviolenza, che nessuno ha invitato al convegno: mother of us all (un’esperienza trentennale, navigando controvento e con scarsissime risorse, in cui si è originato il metodo che da sempre viene adottato nei corsi di formazione) che la giunta Maroni non considera come interlocutrici. “Nonostante le continue riunioni di tavoli a cui veniamo chiamate a portare idee, contenuti ed esperienze” spiegano “ultima e pericolosa invenzione è quella di definire ospedali, consultori, sportelli e servizi come centri antiviolenza pubblici ingannando e creando confusione fra le donne».

A Marisa Guarneri, pioniera e presidente onoraria della Casa delle Donne Maltrattate di Milano, chiedo di chiarire i termini della querelle.

Marisa Guarneri, Presidente Onoraria della Casa delle Donne Maltrattate di Milano

“Il punto è la strategia politica della giunta Maroni, che sceglie l’istituzionalizzazione della lotta alla violenza” dice. “Quanto al governo Renzi, stessa musica: aspettiamo ancora di conoscere i contenuti del piano nazionale. Senza la nostra esperienza non ci sarebbe nemmeno stata lotta alla violenza, ma nonostante la convenzione di Istanbul riconosca un ruolo di primo piano ai centri gestiti dalle donne, i nostri centri vengono dimenticati, privilegiando l’intervento pubblico, ospedali compresi. Il che significa, per fare un esempio, obbligo di denuncia, quando invece è ampiamente dimostrato che segretezza e anonimato sono essenziali per accompagnare le donne che chiedono aiuto. Noi abbiamo sempre lavorato per la libertà femminile” conclude Guarneri “per fare uscire la forza che anche una donna maltrattata ha dentro di sé. Questo è l’unico modo per contrastare la violenza. Qui invece si parla di “mettere in sicurezza” le donne (copyright, Fabrizia Giuliani, deputata Pd), di tutelarle, di controllarle come eterne minori. Per non parlare dei finanziamenti: le istituzioni stanziano fondi per finanziare se stesse“.

In effetti, se prima erano in 4 a ballare l’hully-gully, ora che la lotta antiviolenza è diventata un business a tutti gli effetti (fondi pubblici, corsi di formazione, sportelli, progetti, libri e show) tutti quanti vogliono ballare, sempre sulla pelle nostra e, ovvio, con soldi nostri. Tagliando fuori quello che alcuni definiscono sprezzantemente “vecchio femminismo”, nel quale tuttavia si sono fondate e continuano a fondarsi le pratiche più efficaci nella lotta alla violenza, basate sul primato della relazione. E a cui sarebbe più giusto dare il nome di radicalità femminile. Radicalità di cui oggi, a fronte dell’esangue parità solo apparente, oggi c’è più che mai bisogno.

 

 

 

 

 

Donne e Uomini, femminicidio, Femminismo, Politica, questione maschile marzo 5, 2015

Violenza, oppressione, islamizzazione: l’8 marzo delle sorelle turche

Beren Saat, popolare attrice turca: ha raccontato le violenze subite

Dunque: “State a casa e fate figli, almeno tre, perché il destino che l’Islam riserva alle donne è quello di essere madri” (Recep Tayyip Erdogan, presidente turco). Se siete incinte, non andate per strada a esibire le pance (Akp, partito al governo). Non ridete in pubblico perché è peccaminoso (Bulent Arinc, vicepremier). “Gli studenti maschi seguano le ragazze che indossano minigonne e le facciano sentire a disagio, cosi dovranno vestirsi decentemente” (preside della Kepez Atatürk Anatolian High School di Antalya). E poi c’è il capitolo drammatico delle violenze, che, sintomaticamente, sarebbero aumentate del 400 per cento da quando è al potere il partito islamico Akp. La clamorosa protesta degli uomini in minigonna (#ozgecanicinminietekiy, una minigonna per Ozgecan) ha raccontato al mondo la rabbia per la morte di Ozgecan Aslan, 20 anni, studentessa di psicologia di Mersin picchiata, stuprata, uccisa e bruciata dall’autista di un minibus di cui era rimasta l’ultima passeggera.

Marta Ottaviani scrive di Turchia e Grecia per “La Stampa”, “Avvenire” e “East”. Le chiedo se condizione delle donne turche è davvero drammatica come appare.

“La violenza sulle donne è un fatto atavico e tribale, ma negli ultimi anni ha assunto rilevanza politica. Erdogan c’è entrato a gamba tesa, dando voce alla cultura più retriva. Per esempio, ha cercato di riscrivere la legge sull’aborto, che ha un impianto molto simile a quello della nostra 194, facendolo tornare reato”.

Mi pare che le turche reagiscano vivacemente e compattamente.

“Le più attive sono femministe di Amargi e le associazioni Kader e Mor Cati. All’assassinio di Ozgecan Aslan sono seguite proteste impressionanti, la popolazione ha sentito moltissimo la vicenda. Oltre agli uomini in minigonna, finiti su tutti i media occidentali, c’è stata la grande mobilitazione su Twitter: tantissime donne hanno raccontato le violenze subite. Beren Saat, attrice molto popolare, ha suscitato grande scalpore raccontando di essere stata palpeggiata dal produttore in occasione di uno show tv di grande audience”.

Perché a Erdogan conviene politicamente una fisionomia da anti-Ataturk, il grande modernizzatore della Turchia?

“Non dobbiamo pensare alla Turchia come se fosse solo Istanbul o Ankara. L’Anatolia resta molto arretrata e conservatrice, è lì che Erdogan pesca il più dei suoi consensi. Da quando è presidente ha tutto in mano, con sfumature di onnipotenza delirante: per esempio, le foto da neo-sultano con il presidente dell’Autorità Nazionale palestinese Abu Mazen tra due ali di soldati bardati come guerrieri ottomani”.

Non è “Il Trono di Spade”, ma il presidente turco Erdogan con Abu Mazen e i guerrieri ottomani

Negli anni Venti l’occidentalista Mustafa Kemal Ataturk abolì il califfato, laicizzò lo Stato, riconobbe la parità dei sessi, istituì il suffragio universale, proibì il velo in pubblico, abrogò ogni norma giuridica riconducibile alla legge islamica, legalizzò le bevande alcoliche e depenalizzò l’omosessualità. Una modernizzazione imposta e tumultuosa, ma forse solo apparente. La Turchia profonda non l’ha seguito?

“Anche per la sua posizione geografica la Turchia è sempre stata un Paese borderline, incerto tra le sirene occidentali e l’oriente islamico. Durante l’Impero Ottomano ci furono sultani occidentalizzati e altri più tradizionalisti. Erdogan si è presentato inizialmente come un modernizzatore, ma da tempo la sua politica sembra voler segnare la fine del kemalismo. Proprio ieri ha voluto ricevere il leader della Bosnia a bordo dello yacht che appartenne ad Ataturk, come a voler contrapporre simbolicamente la propria personalità quella di Mustafa Kemal. Da giugno è proibita la pubblicità degli alcolici, anche i claim della birra nazionale sono vietati. Il fatto di non portare il velo non è più una libera scelta, ma sta diventando un segno di opposizione politica. Le barbe e gli abiti islamici tradizionali, che erano fuorilegge, sono ricomparsi nei quartieri periferici di Istanbul. Nessuno osservava il Ramadan: oggi, anche opportunisticamente, se vuoi lavorare per certe aziende o ottenere certi incarichi non puoi esimerti. La condizione attuale delle donne turche si iscrive in questo quadro. Alle grottesche dichiarazioni di Erdogan o di Arinc corrispondono politiche precise. E l’islamizzazione aggrava la condizione femminile, specie nelle zone più arretrate e tribali del Paese “.

Bizzarro che la Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne porti il nome di Convenzione di Istanbul.

“Al governo turco non dispiace esibire una certa modernità di facciata”.

La non-ammissione della Turchia in Europa ha dato una mano ai tradizionalisti?

“A Erdogan non è mai importato davvero entrare in Europa: l’Ue semmai gli è servita per liquidare i conti con i militari e con certi giudici scomodi. Anche i cittadini e le cittadine non ci hanno mai del tutto creduto. Certo: ponendo paletti inaggirabili, l’Europa ha finito per sospingere la Turchia verso Oriente”.

A Erdogan sembra sembra importare poco anche della minaccia Isis: i veri nemici restano i curdi, molti foreign fighters passano indisturbati dalle frontiere turche.

“Un paio di settimane fa l’esercito turco si è inoltrato in Siria, a pochi chilometri da Kobane, per prelevare la tomba di uno storico leader ottomano e riportarla in Turchia. Isis non ha disturbato l’operazione. La sensazione è che vi siano canali aperti trale bandiere nere e il governo Erdogan“.

Che 8 marzo sarà, quello delle sorelle turche?

“Un 8 marzo di orgoglio e consapevolezza. Le turche non hanno intenzione di mollare, hanno un’incredibile grinta, senza distinzione tra velate e non velate. In primo piano c’è il tema della violenza, ma anche il lavoro e l’ingerenza della famiglia nelle scelte delle donne sono questioni molto sentite