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italia

cinema, italia, Politica Gennaio 14, 2014

Il Grande Vaffa di Toni Servillo

Ho il privilegio di conoscere Toni Servillo, uomo misurato, gentile, sensibile, rigoroso, riservato, scabro, quasi timido. Capace di grande humour e di slanci di affetto solo quando ti ha almeno un po’ conosciuto. Divino antimondano, quando non è sul set o in tour teatrale per il mondo vive con la sua famiglia a Caserta, in mezzo alla terra dei fuochi, dove sua moglie fa la professoressa. Non si è mai voluto muovere di lì.

Eppure che ieri abbia sbroccato con la giornalista di Rainews 24 (“ma vaffa…”), non mi ha più di tanto stupito, oltre ad avermi deliziato. E’ Toni anche quello, l’ho riconosciuto, incapace di credere che il successo americano di “La Grande Bellezza”, film diretto dall’amico Paolo Sorrentino di cui lui è strepitoso protagonista, non venga inteso come un successo per la cultura del nostro Paese.

Un “vaffa” patriottico e di cuore all’indirizzo di tutti gli inzigatori e rosicanti che non avendo apprezzato il film vivono questo successo quasi come uno scacco personale, e non sembrano rassegnarsi al Golden Globe e alla prospettiva di un Oscar. Così, quando la giornalista è tornata sul tema delle “critiche” al film, il nostro più grande attore -subito dopo metterei Elio Germano- ha ritenuto di riportarla bruscamente alla realtà di un trionfo che lui, intellettuale “civile”, vive come un fatto politico: che per una volta del nostro Paese malandato, incivile, corrotto e internazionalmente sbeffeggiato si possa parlare bene lui lo intende come un grande guadagno per tutti.

Ho amato da subito “La Grande Bellezza” -e non pregiudizialmente, e credo di riconoscerne anche qualche difetto: tra l’altro di Sorrentino e anche di Servillo ci sono cose che non mi sono piaciute- e sono molto felice di questo exploit americano. Lo sento davvero come il simbolo di un possibile giro di boa. Il nostro cinema, del resto, ha svolto un ruolo decisivo nella ricostruzione del Dopoguerra, quando il Paese era ridotto altro che così. La notizia del Golden Globe quindi mi ha messo di ottimo umore.

Certo, se un film non ti ha convinto, che stia piacendo agli americani non è ragione sufficiente per cambiare idea. Ma raramente, devo dire, ho visto tanto accanimento critico. Una vera e propria militanza contro “La Grande Bellezza”, con toni esacerbati e da crociata: in questi giorni i social network sono un campo di battaglia. Si va dall’arzigogolo meditabondo al franco insulto: “la Grande Bruttezza”, “uno spottone pubblicitario”, “una conferma dei nostri peggiori stereotipi”, “Servillo ha sempre la stessa faccia inespressiva”, “chi dice che il film è bello è un porco sciovinista”. Perfino la meravigliosa performance del direttore della fotografia Luca Bigazzi è messa in questione. Una rabbia ingiustificata, con sfumature “antikasta”, che testimonia soltanto di un sordo e preoccupante tutti-contro-tutti: malumore, chiamiamolo così, che ha le sue ragioni, ma che non ci porterà da nessuna parte.

Il Grande Vaffa di Toni liquida tutti i conti in una volta sola.

Io direi questo: anche mantenendo tutte le proprie legittime riserve, ci mancherebbe altro, è possibile ammettere che questo successo italiano non ci farà poi così male. Ed eventualmente sopportare l’Oscar.

 

italia, Politica Gennaio 12, 2014

Chi ha Renzi non aspetti Renzi

Chiedo scusa se tiro in ballo la casalinga di Voghera, che stamattina sarà lì a cucinare –come me, del resto, a breve- e che non ha nessuna voglia di parlare di politica. Ma sono certa che mentre soffrigge, impana e rimesta, se le dici Letta lei pensa Imu, Tares, Tarsu, Tasi, Iuc, e si domanda com’è il fatto che se ne sta parlando da un annetto (senza contare i preliminari) e non se ne viene a una. E si chiede come mai il Presidente del Consiglio non prenda per la collottola i responsabili di questa pochade e non li accompagni alla porta, eventualmente insieme a quelle che telefonano agli amici pregiudicati, a quegli altri che danno l’aumento agli insegnanti e poi glielo vogliono togliere, e a quelle che ci hanno lo zio con il bar.

E se per poi caso le dici “Renzi”, a lei o al taxista che l’altro giorno mi diceva: “Visto? è come gli altri: anche lui solo chiacchiere”, avrai un bel daffare a spiegarle che Renzi è solo segretario di partito, che al momento non ha responsabilità governative, che può giusto fare da badante su questioni come le slot machine e i decreti salva-amici. Perché lei, come il taxista, è convinta che Renzi sia già “il capo di tutto”, inutile che ce la raccontiamo. L’ha visto trionfatore in tv e ora vuole che faccia, e alla svelta. E se nei prossimi mesi non capiterà niente di buono, sarà anche o forse soprattutto colpa sua. Non possiamo pretendere che la gente, con la vita che fa, abbia voglia di leggere tra le righe.

L’orologio biologico di Matteo Renzi ticchetta velocissimo, anche l’Europa taglia corto rivolgendosi a lui come se fosse già il premier, per questo è difficile credere che non scalpiti e possa permettersi di aspettare il 2015, come continua ad assicurare.

Più che altro, Renzi a parte, non possiamo permettercelo noi.

Legge elettorale e poi al voto.

Donne e Uomini, economics, italia, lavoro, Politica Gennaio 10, 2014

#JobsAct: i lavoratori sono lavoratrici

Sorprendente che l’Europa, nella persona del commissario al lavoro Ue Laszlo Andor, promuova a tambur battente una bozza di riforma del lavoro – allo stato “un elenco di titoli”, come scrive Tito Boeri- formulata non dal governo di un Paese membro, ma dalla segreteria di un partito di quel Paese. Forse non è mai successo prima. Come se l’Europa preferisse dialogare direttamente con il prossimo titolare -non a quello del 2015, ma verosimilmente già del 2014- che entra in campo a gamba tesa, senza perdere tempo a cincischiare con un governo che, da Cancellieri a Saccomanni a Di Girolamo, fa acqua da tutte le parti.

Insomma, tra la calendarizzazione del dibattito sulla legge elettorale -il 27 gennaio- e l’approvazione Ue, quella di ieri per Matteo Renzi è stata una gran giornata. Sul Jobs Act per ora il dibattito è cauto. La segreteria Pd (in particolare Marianna Madia e Filippo Taddei) è al lavoro sui dettagli, che non sono roba da poco: tipo da dove trarre le risorse per il sussidio universale, che costerebbe dai 20 ai 30 miliardi, nonché per la diminuzione dell’Irap, o come diventare appealing per gli investitori stranieri, che girano al largo per gli alti costi dell’energia, l’eccesso di burocrazia e la giustizia che non funziona.

Ma qualcosa, da non-economista, mi sentirei di dirla, se può servire: sarebbe un’ottima cosa se al centro dell’attenzione riformatrice, anzichè un lavoratore maschio pensato come universale neutro, ci mettessimo una donna, vera grande novità del mondo del lavoro nell’ultimo mezzo secolo. Se poi ci mettessimo come soggetto la coppia madre-bambino/a -la maternità oggi è il primo tra i “diritti negati”- faremmo bingo, e a vantaggio anche delle non-madri e dei maschi.

Sarebbe un criterio metodologico ottimo per tutti. Non che il binomio donne-lavoro sia nuovo: a essere precisi, fino dalla notte dei tempi il lavoro è femminile tout court. La maggior parte di ore-lavoro nel mondo sono sempre state erogate da donne. Insomma, di lavoro le donne se ne intendono più di tutti, ne hanno grande competenza, e oggi questa competenza è molto utile. La novità dell’ultimo mezzo secolo semmai è l’accesso massiccio delle donne al lavoro retribuito: una presenza che ha cambiato e sta cambiando il senso e l’organizzazione del lavoro. Provare a pensare i lavoratori come lavoratrici quindi può dare buone indicazioni per tutti.

Se Matteo Renzi tenesse in mente “Francesca”, a cui si era rivolto durante il dibattito-primarie su Sky per promettergli più asili nido, non sarebbe una cattiva cosa. E Francesca avrebbe da dirgli essenzialmente questo:

Primum Vivere. Partire dalle vite reali per parlare di lavoro. La vita non può più essere intesa come quel poco tempo che resta una volta che sei uscita/o dall’ultima riunione indetta dal capufficio alle 19, che sei corsa/o al super per prendere 6 uova, dalla nonna a raccattare i bambini e via dicendo. Qualità e condizioni di lavoro incidono quanto le garanzie. C’è una flessibilità “buona” a cui non si vuole rinunciare. La riduzione della separazione tra lavoro e vita è la principale domanda che le donne stanno ponendo al mondo del lavoro, per sé e anche per gli uomini. Ben prima del posto fisso, in cima alle aspirazioni c’è una vita degna e non alienata, che comporta la possibilità e probabilmente anche il desiderio di muoversi tra un lavoro e l’altro, tra un posto e l’altro, godendo di adeguata protezione sociale.

Da questa idea femminilizzata del lavoro -e anche dal desiderio di prossimità dei nuovi padri– discende una diversa concezione del welfare e dei servizi, che non possono più essere intesi in modo rigido e fordista -otto ore di nido o nulla- ma chiedono il massimo di flessibilità e di modularità, fino alla personalizzazione. La riduzione del numero dei contratti, insomma, non può coincidere con la riduzione della vita a un modello unico. Flessibilità, smartwork, postazioni in remoto, contributi per uffici condivisi e coworking: tutto questo diminuirebbe anche la quota di servizi necessari, oltre a produrre altri effetti virtuosi, e contribuirebbe alla salute pubblica e alla natalità.

Contribuisco in questo modo alla discussione in corso, anch’io limitandomi per ora a enumerare qualche titolo.

Prevengo l’obiezione scontata-conosco i miei polli-: ma come? tutti questi capricci e queste sofisticherie proprio adesso che c’è la crisi? non ci si dovrebbe accontentare di poter lavorare e sbarcare il lunario, altro che smartwork? Io dico che non c’è mai stato momento migliore per discutere a fondo di lavoro, e non solo di contratti. Prima il pane e poi le rose, prima il quantum e poi il qualis: questi sono solo trompe l’oeil.

Si tratta, come dice l’americana Rebecca Solnit, di cambiare anche l’immaginario del cambiamento.

AMARE GLI ALTRI, giovani, italia, lavoro Dicembre 16, 2013

Tante “botteghe” per i nostri giovani. Pensando a Joele

 

 

Joele Leotta, ucciso in Gran Bretagna, dove era emigrato in cerca di lavoro.

Se li chiami Neet (not in education, employment or training) la cosa sembra meno grave di quella che è. 3 milioni e 750mila i 15-34enni che non lavorano, non studiano, non seguono un percorso formativo: il 27 per cento dei nostri under 35 (39,6 per cento al Sud). Più donne che uomini: 2,112 milioni contro1,643 milioni. I numeri si impennano se si considera la fascia sotto i 29 anni: 36.2 per cento, e al Sud quasi la metà. Di questi 3 milioni e 750 mila, 1 milione e mezzo ha solo la licenza media inferiore, 1,8 milioni la media superiore, 437mila una laurea o un titolo post laurea.

Enrico Letta ha annunciato per l’inizio 2014 un vertice Ue contro la disoccupazione giovanile che, ha detto, rappresenterà ”uno dei pilastri del nostro lavoro” nel semestre di presidenza italiana.

Con angoscia e apprensione provo ad immaginare le giornate di quest* giovan*: tolta una quota di lavoro nero, probabilmente molto bighellonare, anche online, e per le ragazze lavoro domestico e di cura. C’è altro che si può fare, oltre alle necessarissime misure economiche: tenere vivo il desiderio, accendere passione, coltivare la fiducia per rendere dignitose queste giovani vite, per non sprecarne le energie. Non c’è niente che sia più formativo di questo. Tutt* sappiamo quanto hanno contato gli incontri nella nostra vita: in particolare quelli con alcuni adulti che ci hanno illuminato la strada: una maestra, un mister, o anche un prete (per chiacchierar).

Mi piacerebbe moltissimo che in una logica di restituzione dell’enorme debito contratto con i più giovani, gli adulti offrissero se stessi come pane e come modello. Che incontrassero i ragazzi, che mettessero a loro disposizione parte del loro tempo, che rispondessero alle loro domande, che mostrassero come si fa, che raccontassero la loro storia, che si lasciassero “mangiare” da loro, com’è giusto. Incontri veri, non frontali, non meramente tecnici, a tutto tondo. Tante “botteghe” in giro per il Paese. Mastri e apprendisti, come nello splendore della nostra tradizione Rinascimentale, per tutte le arti e i mestieri, ma anche le professioni, un formicolio vitale per farci ripartire. Non si tratta solo di dare da mangiare ai ragazzi, ma anche di darsi da mangiare, che è molto di più è molto altro. Cominciando anche dal piccolo, dal prendere “in carico” personalmente le ragazze e i ragazzi che abbiamo vicino e che ci guardano.

Magari intitolando il progetto a Joele Leotta, il ventenne di Tabiago ucciso nel Kent, dov’era andato a cercare il pane: ieri i funerali. A sua volta figlio, a giudicare dal cognome, e come tantissimi di noi, di gente che dal Sud è salita a cercare pane al Nord.

Il mio sogno è questo. Aiutiamoci a realizzarlo.

italia, media, Politica Novembre 28, 2013

I Berlusca che vanno. E quelli che restano

Dicevo stamattina a Coffee Break (la 7, vedi qui) che il non entusiasmo con cui gli antagonisti politici del signor B. hanno accolto la sua decadenza da senatore, dentro il Parlamento e anche nel mondo fuori, dove la notizia è stata salutata da una quasi-indifferenza popolare, somiglia alla flebile risposta di un organismo malato che non ha più nemmeno la forza di reagire con un bel febbrone da cavallo, per trascinarsi con una febbricola per mesi e mesi: sintomo piuttosto preoccupante.

La caduta del signor B. costituisce anche una caduta degli alibi per tutti: per il governo, che fuoriesce dalle larghe intese per trovare una nuova maggioranza (ben più solida, a dire di Letta, che forse lo sta dicendo a Matteo Renzi). Per il Pd, che non può più indicare nell’antiberlusconismo la sua contro-narrazione e deve trovarne una plausibile (io dico da sempre: il lavoro). Per tv e giornali -a parte quelli di casa B., dico- che faranno di tutto per tenere vivo e attivo l’oggetto mediatico in attesa di trovare qualcun altro o qualcos’altro che garantisca lo share.

La caduta del signor B. costringe anche a guardare -senza più scuse per distrarsi- la desolazione e le macerie che abbiamo intorno, di cui i governi B. sono in buona parte responsabili ma non certo in via esclusiva, e a farsi senza diversivi la domanda: e ora come usciamo di qui?

Il fatto è che tutti questi anni di B. sono stati anche gli anni del consolidamento di una classe dirigente -parlo della politica, dell’economia, delle aziende e del mondo del lavoro- assolutamente inadeguata al compito di guidare il Paese. Patiamo un plus di crisi che va attribuito a una cooptazione in base a criteri che costituiscono la summa dei nostri mali: familismo, raccomandazione, impreparazione, sprezzo del merito. Vale tanto a destra quanto a sinistra. Tutti questi B. restano, liberi di fare altri danni. Fare cadere questa classe dirigente più che mediocre e abbarbicata ai propri privilegi per assicurare un ricambio, per consolidare una situazione in cui il numero degli inetti e degli incapaci rientri in quota fisiologica, sarà perfino più lungo e difficile che far cadere B.

Intanto in caduta libera sono le nostre teste, la qualità della nostra vita, la nostra fiducia.

Quanto poi ai talk e media che non si rassegnano a perdere questa stella di prima grandezza, la strada potrebbe essere quella di recuperare umilmente la propria funzione di servizio pubblico. E invece di aggiornarci quotidianamente sulle imprese corsare del signor B., che darà fondo al suo populismo anti-governo, anti-fisco, anti-tutto, una caricatura del grillismo -ma con molti più soldi- che ci impegnerà in un’estenuante e infinita campagna elettorale; invece di dare conto di ogni fremito delle vibrisse di Alfano e di ogni pestata di piedi di Brunetta, ci accompagni nel faticoso e urgente lavoro di ricostruzione, dicendo “come si fa”, rialfabetizzandoci moralmente, politicamente ed economicamente, riducendo la portata della critica destruens per accompagnare una fase costruens che ha bisogno dell’impegno e della passione di tutti.

 

 

Donne e Uomini, economics, italia, lavoro, personaggi Novembre 1, 2013

Chi sono i veri “abortisti”

Il dibattito seguito al mio ultimo post -post che si limitava a dare una notizia sulla giunta di Firenze, verificata e verificabile, e di riportare il  commento di uno dei candidati alla segreteria del Pd, Giuseppe Civati: ho interpellato personalmente anche Gianni Cuperlo, che però evidentemente non ha nulla da dire- è diventato uno scontro feroce  tra “pro-life” e pro-choice, con punte truculente, alla Santorum.

Tra le molte contumelie, mi sono beccata anche della “abortista”. E allora consentitemi di dire quello che penso sulla questione.

Penso che:

1. quando un uomo parla di aborto, di feti e così via c’è sempre da stare all’erta. Addetti ai lavori a parte, gli uomini capiscono poco di aborto, tendono a disinteressarsene, e spesso lo ritengono, “da utilizzatori finali”, una comoda soluzione. Quando l’interesse di un uomo si accende, specie se si tratta di un politico, quasi certamente ci sono voti da raccattare.

2. “Donna abortista” è un ossimoro, perché nessuna donna vorrebbe mai abortire. A molte è capitato, e quando è capitato è sempre stata un’esperienza vissuta con sentimenti che vanno dalla tristezza, al dolore, al trauma e al dramma, secondo la sensibilità e secondo le circostanze. Non ci sono donne abortiste: ci sono donne che hanno abortito, e altre che hanno dato loro una mano perché ciò avvenisse in condizioni di sicurezza. La grande maggioranza delle donne di questo Paese, militanti pro-life comprese, condivide l’auspicio che nessuna debba mai più morire d’aborto. Sperare che le donne muoiano d’aborto -per esempio auspicando l’abrogazione della 194- non è una buona strategia pro-life.

3. La legge 194 ha ottenuto il risultato di ridurre a quasi-zero la mortalità per aborto. E’ una buona legge, apprezzata dalla maggioranza dei cittadini e delle cittadine. Anche in forza di questa legge, il numero degli aborti è diminuito. Purtroppo oggi la 194 è una legge di carta: non essendo riusciti ad abrogarla, la stanno svuotando dall’interno. La legge è sostanzialmente inapplicata* in buona parte del territorio nazionale a causa di un’adesione massiccia all‘obiezione di coscienza da parte di ginecologi e anestesisti. Fare aborti non piace e non conviene a nessuno in termini di carriera, e molte direzioni sanitarie apprezzano e premiano chi obietta. Il diritto all’obiezione non può non essere riconosciuto, ma la legge 194 va applicata come qualunque altra legge dello stato: ormai stiamo tornando al “turismo abortivo” e alla clandestinità. Se ne esce soltanto con l’obbligo da parte delle direzioni sanitarie ospedaliere di assumere una quota garantita di non obiettori che consenta di espletare il servizio imposto dalla legge. Un’altra strada, più complessa, sarebbe la depenalizzazione dell’aborto -è la strada che io  preferirei- ma non ci sono oggi le condizioni politiche per riaprire il dibattito. Non basta, perciò, che un politico dica retoricamente e a costo zero: io sono a favore della 194: questo impegno non significa nulla. Bisogna che dica: farò tutto ciò che serve perché la legge venga applicata.

4. I veri abortisti sono tutti coloro contribuiscano a qualunque titolo alla creazione di condizioni sfavorevoli alla maternità. A cominciare da quei datori di lavoro che costringono le giovani donne a firmare all’atto dell’assunzione dimissioni in bianco, da utilizzarsi in caso di gravidanza, o che le condannano al precariato permanente. Per arrivare alle banche che non concedono mutui per l’acquisto della prima casa, impedendo a molte giovani coppie di costruire un proprio nido. E alla politica che non investe nel welfare e nei servizi, abbandonando le giovani madri al loro destino, che non mette in atto vere politiche per il sostegno familiare -altro che Paese della famiglia: siamo il fanalino di coda in Europa-.  Che non ragiona su una dis-organizzazione del lavoro che consenta di avvicinare tempi di lavoro e tempi di vita. Nella gran parte dei casi, le donne abortiscono perché costrette da condizioni materiali inaggirabili. I veri abortisti sono anche quegli uomini che non condividono i pesi della vita familiare o, peggio, che non si assumono la loro responsabilità contraccettiva e lasciano la donna sola con la sua gravidanza, “tanto c’è l’aborto”. E’ su questi temi, e non manifestando davanti alle cliniche ostetriche o inneggiando ai cimiteri degli aborti, che i “pro-life” devono esercitare la loro volontà politica. Il programma è questo, condivisibile anche dai pro choice.

5. L’aborto non è un tema politicamente marginale. Non lo è mai stato. E non può essere terreno di esercizio del “ma anche”. Non puoi accarezzare il pelo dell’oltranzismo cattolico,”ma anche” sperare nel consenso dell’elettorato femminile. Questo consenso forse l’avrai se le elettrici non saranno state debitamente informate. Ma su un tema così sensibile le posizioni -tutte legittime, s’intende- devono essere chiare e nette. Il presidente Barack Obama sta affrontando il suo secondo mandato anche grazie al sostegno dell’elettorato femminile. E se le donne hanno deciso in maggioranza per Obama, è stato anche per la sua posizione sul tema del’aborto: tema dirimente, come hanno dimostrato le analisi del voto Usa. La questione numero 1 per il 39 per cento delle americane, anche per il suo forte portato simbolico.Perfino più importante del lavoro.

* In Lombardia sceglie l’obiezione di coscienza il 67,8 per cento dei ginecologi. Un dato poco al di sotto della media nazionale, pari al 69,3 per cento di obiezione nel 2010, secondo gli ultimi dati diffusi dal ministero della Salute. La Lombardia, insomma, non è la regione messa peggio, considerando le punte toccate da Basilicata (85,2 per cento), Campania (83,9), Molise (85,7) e Sicilia (80,6).

 

 

 

 

 

Donne e Uomini, economics, italia, TEMPI MODERNI Settembre 27, 2013

Le cento lire meglio spese della giornata

Chissà se Guido Barilla ha questo manifesto nei suoi archivi. Immagino di sì (grazie a Simona che me l’ha mandato).

A quel tempo -anni Cinquanta, a quanto vedo- la Pasta Barilla, come dice il claim, era proprio per tutti. La compravano le donne con i loro colli di pelliccia e anche gli uomini con il Borsalino. Come si dice con una gentilezza di cui si è persa ogni traccia, erano “le cento lire meglio spese della giornata”. Non c’era bisogno di galline né di star hollywoodiane. Tra l’altro Guido Barilla dovrebbe sapere che il suo supertestimonial Antonio Banderas è diventato famoso grazie al regista gay per definizione, Pedro Almodovar -che, si dice, era disperatamente innamorato di lui- interpretando con molta verosimiglianza scene d’amore omosessuale.

Ma lasciamo andare questa storia. Barilla sta cercando in qualche modo di arginare la valanga che si è tirato addosso, sembra che la cosa stia facendo gravi danni anche sul mercato americano dove con la sexual correctness non si scherza affatto. Insomma: un marketing disaster di proporzioni epiche, e la concorrenza che, beffardamente, si dichiara gay friendly e si affida proprio al claim che vediamo in questo antico manifesto: “A casa Buitoni c’è posto per tutti”.

Per non parlare poi del fatto che nella grande maggioranza dei casi sono le donne a fare la spesa e a comprare la pasta, e non perderanno certamente l’occasione per fare un dispettuccio a uno che scambia il loro “ruolo fondamentale nella famiglia” con la servitù obbligatoria (servire a tavola e pulire casa sono bellissimi gesti d’amore e di cura, se non ti toccano come un destino a causa del sesso di cui sei nata) e sceglieranno Voiello, De Cecco, Granoro e così via.

Lasciamo stare. A questo punto sono solo fatti suoi e dei suoi bilanci. Ma certo, rivedendo la gentilezza di quel claim, la civiltà di quel vecchio manifesto, la sensazione acuta e dolorosa è quella di essere tornati indietro e di avere perso molto. A cominciare dalla semplicità e dalla cortesia di quel messaggio. E l’onestà, la fiducia, la capacità, il senso del bello… Ci è capitato di tutto, in questi ultimi vent’anni (ciao papà, che per tua fortuna non hai visto nulla). Viene voglia di voltarsi indietro per vedere dove eravamo rimasti, e cominciare pazientemente a ricostruire di lì.

Guardate come eravamo. Guardate quanta naturale eleganza (ho suggerito a Malika Ayane di regalarci una cover di questa canzone meravigliosa, e lei mi ha promesso che ci penserà: hey Malika, ci conto!).

 

aggiornamento ore 16.20:  dice Oscar Farinetti: “Tempo dieci anni, l’Italia non solo sarà fuori dal tunnel, ma Paese leader in Europa.Per dire: oggi esportiamo 31 miliardi di agroalimentare? Bene. Devono raddoppiare.
In tre anni. Si può”.

Quello che manca sono donne e uomini che sappiano guidare il cambiamento. Li troveremo

esperienze, italia, Politica Settembre 12, 2013

Prendere tempo, rubarci tempo

Nel nostro Paese stanco la perdita di tempo -i tempi biblici e ingiusti della giustizia, quelli spaventosi della burocrazia in ogni sua forma, il dottore perennemente fuori stanza, le ore passate con le musichette dei centralini degli uffici pubblici, e così via- è il terreno di coltura di ogni corruzione e di ogni malaffare. Quella perdita di tempo ruba il tempo delle nostre vite, spegne ogni slancio e ogni entusiasmo, annichilisce ogni volontà d’impresa, ci impedisce quel salto libero -la natura del nostro popolo è positiva e festante- che ci porterebbe fuori dall’emergenza continua.

Lo spettacolo del “prendere tempo” -il continuo rinvio del voto in Giunta per decidere sulla decadenza del condannato Berlusconi, quando a poche centinaia di chilometri di qui ci sono politici che si dimettono immediatamente per aver copiato la tesi- è del tutto conforme a questa logica, la consolida, e dà l’idea di qualcosa che sta nuovamente capitando ai nostri danni: di trattative per nulla chiare, di tavoli “sporchi”, ricatti, gattopardismi, do ut des, manfrine, tradimenti, veleni, porcherie, franchi tiratori, voltagabbana…

A qualcosa, questo prendere tempo, deve pur servire. Per i cittadini onesti e in buona fede è l’ennesimo furto di vita e di fiducia. Perché in questo tempo rubato si potrebbe fare molto per il tempo di tutti noi, per quello dei nostri figli, per il lavoro, per la casa, per la salute, per la scuola, per far rinascere un Paese.

La Storia, certo, è fatta anche di queste cose. Da noi, prevalentemente di queste cose. Ma la perdita di tempo della Giunta comporta un prezzo altissimo in termini di fiducia, rinvia sine die il giorno della ripartenza, obbliga tutti a uno stallo psicologico e morale che sfibra ogni certezza e ogni resilienza, provoca nausea esistenziale e politica, induce un ulteriore e generale allentamento dei freni inibitori, sdogana i comportamenti illeciti, deprime ogni buona volontà.

Questi due giorni, cinque, o quindici giorni di rinvio -il tempo come sappiamo è relativo- ci stanno facendo male come anni di stallo

Chi sta tirando il freno a mano si sta assumendo una grave responsabilità.

economics, giovani, italia, lavoro Agosto 26, 2013

La lotta per la restanza

 

Un ragazzo mi dice: “Io non me ne voglio andare. Io voglio restare in Italia”. Mi si stringe il cuore, la rabbia mi invade. Un sacco di suoi amici sono già partiti, in Inghilterra, in Germania, in Brasile, in Australia. Emigranti con il trolley, ma emigranti. Tanti invece lottano con le unghie e con i denti per restare. E’ una lotta con se stessi, non solo con il mondo fuori. L’informazione: “Siete la generazione perduta” è definitivamente introiettata. Una delle più sporche e riuscite operazioni di propaganda di questo secolo. Come dire: siete degli zombie, siete già mezzi morti, siete dei cagnetti randagi, accontentatevi delle ossa che vi lanciamo.

Non è vero niente. Resistete soprattutto a questa falsa informazione. Non siete affatto la generazione perduta. Siete una generazione che avrà moltissimo da inventare. Una nuova civiltà economica. Una nuova civiltà politica. Un altro modo di studiare e di lavorare. Caricatevi di tutta l’energia che serve per questo compito gravoso e bellissimo.

“Chi definisce chi una generazione perduta?”, si domandava Hemingway. Risposta (mia) chi ha tutto l’interesse a mantenere lo status quo, e a bassissimo costo. Quasi il 40 per cento dei giovani italiani tra i 18 e i 24 anni è senza lavoro. Quelli che lavorano, lavorano in condizioni pessime e con paghe infime. Notizia di oggi, il boom di iscrizioni alla facoltà di ingegneria a Milano. Lesson number one: fate gli ingegneri o i “bocconiani” (l’idea della lost generation nasce in quell’ambiente) solo se pensate che sia davvero quella, la vostra strada. Un ingegnere infelice è anzitutto un infelice, e probabilmente un disoccupato.

Altra notizia di oggi (ne parla Il Fatto quotidiano): c’è un’Italia che dalla crisi guadagna, e parecchio. Tra il 2011 e il 2012 i nostri super-ricchi sono aumentati del 4,5 per cento. Come vedete, i conti non tornano (o meglio: tornano in una direzione sola).
Ragazzi della restanza italiana, tenete come stelle polari due concetti: la bellezza, e il bisogno crescente di cura, in tutte le sue declinazioni. E questa stronxata della generazione perduta levatevela dalla testa.
Aggiornamento del 29 agosto, ore 0.40: d’accordo con papa Bergoglio, perfetta sintonia. Leggete qui.
economics, italia, OSPITI, Politica Luglio 13, 2013

I Bronzi and Me

 

Da una giovanissima collega e amica reggina, Josephine Condemi, ricevo e pubblico, per la serie “Visto da Sud”.

“Clonare i Bronzi di Riace: sì o no?”  Questo era il tema che ci aveva assegnato la mia professoressa delle medie. Era il 2003. Rileggendolo, (ri)scopro che sia nel ’97 che, appunto, nel 2003, il “palazzo” aveva cercato di clonare i guerrieri all’insaputa della popolazione, in entrambi i casi avvertita da una “soffiata” a mezzo stampa a cui è seguita una mobilitazione trasversale, che ha fatto sì che le statue non venissero clonate.  La stessa mobilitazione trasversale che è avvenuta nel 2009, quando in occasione dei lavori di ristrutturazione del Museo di Reggio per i 150 anni dell’unità, si è impedito che i Bronzi partissero alla volta dell’ISCR costruendo un laboratorio di restauro aperto al pubblico proprio nello stesso palazzo  (quello regionale) che, per una volta, ha dato ascolto alle richieste dei cittadini. In quanto laboratorio, non si è fatto pagare il biglietto ai visitatori.

A dieci anni dal referendum cittadino che ha detto “no” alla clonazione (avvenuto appunto nel 2003), il 2 luglio il Comitato per la valorizzazione dei Bronzi di Riace e del Museo Archeologico ha inviato un comunicato per riaccendere l’attenzione sulle sorti dei guerrieri, ancora a Palazzo Campanella perché il museo, che avrebbe dovuto essere inaugurato a marzo 2011, non è stato riaperto (lievitazione costi, mancanza fondi). Dopo l’articolo di Sergio Rizzo sul “Corriere”, che ha riacceso la vicenda a livello nazionale, anche l’Unesco ci è arrivata: la situazione dei Bronzi è una vergogna per l’Italia.

Quello che però da queste parti continua a non andare giù è l’essere messi sotto accusa per un problema che è strutturale:  “Non ci servono alchimie e congetture. E qualunque confronto è improponibile. E’ vero che i Bronzi a Firenze e a Roma ebbero molta più fortuna. Ma Firenze e Roma continuano ad avere analoga fortuna e altrettanti visitatori e, forse di più, anche senza i Bronzi. Reggio Calabria no. Pur avendo i Bronzi. Chiediamoci il perché. Perché abbiamo rifiutato l’idea di mandarli in giro per il mondo? O ci servono un’autostrada degna di questo nome, treni veloci e a lunga percorrenza, voli frequenti e convenienti, adeguati collegamenti terrestri e marittimi locali e regionali?” Questo uno stralcio della lettera inviata al ministro Bray dal Comitato.

Un comitato che dall’essere “contro” (la clonazione, lo spostamento) è passato ad essere “pro” (le statue, il museo). Ma le due cose sono inscindibili: qui non vogliamo che i Bronzi si spostino perché temiamo non tornino più indietro, perché ci sembra troppo facile “prelevare” ciò che di buono c’è su un territorio e trapiantarlo altrove (l’emigrazione giovanile dal meridione ha ripreso i ritmi del dopoguerra) senza risolvere i problemi di quel territorio.

I Bronzi sembrano indistruttibili, ma sono fragilissimi. Perennemente a rischio cancro, devono stare ad un microclima artificiale adatto per evitare le corrosioni. Intervistando la sovrintendente e il restauratore, ho scoperto che quello che avrebbe dovuto essere un controllo di routine si è rivelato un intervento di emergenza: le teste dei guerrieri erano piene di terre di fusione… terre che, è stato dichiarato, avrebbero dovuto essere eliminate già nel restauro degli anni 90!

La bellezza è fragile, ha bisogno di cura e attenzione. L’Italia finora ne ha dimostrata solo a tratti. Troppo facile assumere l’attuale condizione dei Bronzi di Riace come simbolo di un paese atterrato, sdraiato, in attesa di giudizio e di redenzione (Riace Bronzes in a coma, insomma). Più difficile andare oltre, prendersi le proprie responsabilità, riunirsi in nome di un inter-est e cominciare a costruire come un paese unito. Insieme.

Non lasciamoci soli.