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jihad, media, pubblicità, Senza categoria febbraio 26, 2015

Monica Maggioni, RaiNews24: basta filmati di Isis. Ma è la scelta giusta?

Monica Maggioni, direttora di RaiNews24, comunica la decisione di non trasmettere più i filmati di Isis.

L’intento è non essere più veicolo di propaganda, diffondendo prodotti di grande efficacia comunicativa realizzati con una duplice finalità: spaventare l’Occidente e arruolare foreign fighters con la suggestiva proposta di una terra promessa in cui saranno finalmente qualcuno. Prendete l’ultimo orrendo video, l’esecuzione dei 21 cristiani copti su una spiaggia libica: c’è molta discussione sul fatto che possa essere un fake. Quasi certamente non lo è, ma i suggestivi elementi di fiction sono molti ed evidenti: i boia in nero alti una spanna in più dei prigionieri a suggerire un superomismo invincibile (ci sarà stato un casting per selezionare i “corazzieri”); quella risacca di sangue nel nostro mare. Una notevole abilità “pittorica”: la scelta dei colori, le inquadrature, il montaggio. Una consapevolezza dei meccanismi base della comunicazione pubblicitaria, che fa pensare che oltre ai foreign fighters siano stati arruolati foreign copy.

Filmati realizzati perché vengano diffusi urbi et orbi: trasmettendoli si asseconda il progetto dei nazislamisti. E comunque quei filmati fanno audience, può esservi quindi un interesse commerciale di una testata a mandarli in onda.

Ma ci sono anche ragioni contrarie alla scelta di non trasmettere i video.

La prima ragione è che quando diventi giornalista sai che il fondamento del tuo lavoro e della tua etica è rendere nota ogni notizia che ti capiti di intercettare: tenerla per te è una specie di abuso ai danni dell’opinione pubblica (altra cosa, ovviamente, è decidere di oscurare i frame più cruenti). La seconda ragione è che, ai fini della non-propaganda, il blocco da parte della tua testata sarà solo una volonterosa goccia nel mare: via tv o online, i filmati troveranno mille altri mezzi di diffusione. Non sarebbe più utile, anziché censurare, una lettura critica di quei video, capace di smontarli nel loro impianto comunicativo?

Terza ragione è che la trasmissione di quei video horror ha avuto quanto meno il merito di elevare la consapevolezza: un anno fa pochi sapevano di Isis, oggi siamo tutti informati. Quarta: la non-trasmissione dei filmati può assecondare l’umanissima e autodifensiva volontà -molto diffusa- di non saperne niente. Occhio non vede, cuore non duole. Ci si comporta così, di solito, quando ci si trova di fronte a un problema al quale non si sa dare soluzione: è la politica dello struzzo. Ma essere consapevoli del fatto che il problema esiste, che è enorme, e che è di difficilissima soluzione è senz’altro una strategia migliore. Non aver voluto, non aver saputo vedere ci ha portati fin qui.

Leggo in questo senso le dichiarazioni di Romano Prodi intervistato dal Fatto Quotidiano sulla Libia:

Una catastrofe per colpa nostra, dell’Occidente… Non era difficile prevedere che si sarebbe arrivati a questo punto, davvero non lo era neppure nel 2011… Cosa bisogna fare non lo so. Oggi non lo so più, mi creda. So bene quanto si sarebbe dovuto fare dopo la caduta di Gheddafi. Bisognava mettere tutti attorno a un tavolo, invece ognuno ha pensato di poter giocare il proprio ruolo… La situazione è davvero di una gravità eccezionale, non possiamo fare finta che le nostre azioni non abbiano inciso nel produrre tutto questo… La Libia è dietro l’angolo.

p.s: Personalmente sono per la trasmissione -tolte le immagini cruente- accompagnate da uno “smontaggio” critico del prodotto.

media, Politica, tv dicembre 29, 2014

Domenica In crisi nera (perché dovremmo aver voglia di pagare il canone?)

Mi imbatto per caso dopo molto tempo nella domenica pomeriggio di Rai Uno (dovevo stirare: sottofondo perfetto). Un onesto Massimo Giletti con la sua Arena, quindi il solito gran circo con Paola Perego nel ruolo della dominatrix.

Ora: vero che il target della domenica pomeriggio è anziano, casalingo e di bocca assai buona. Ma è giusto, mi chiedo, che questa brava gente debba accontentarsi di così poco? Show sciatto, tutti seduti in cerchio, ogni tanto qualcuno si alza e fa una cantata. Facce a cui non sapresti dare un nome ma che da almeno una trentina d’anni non si schiodano di lì, più qualche new entry che per essere inquadrata un secondo in più ammazzerebbe il nonno. Paolo Limiti con la sua tinta arancio porta al solito una ricca aneddotica sullo showbitz, da Marilyn Monroe all’Eiar (quanto meno è un professionista robusto, sa rianimare la conversazione, è consapevole di stare in tv). Paola Perego non è certo una deb, ha i suoi anni anagrafici e di carriera, ma sembra scaraventata lì last minute a sostituire qualcun altro. Una mesta camiciola, nessuna energia, forse le piacerebbe condurre qualcosa di meno cheap, o magari non ha digerito, la voce è lagnosa, i tempi antitelevisivi, un’antipatica naturale, una palla mortale. Un astrologo triste e ignoto minaccia -leggendo i gobbi- i segni zodiacali a cui nel 2015 toccherà vedersela con Saturno (domanda: ma dove li vanno a prendere tutti quanti? risposta: non intendo essere querelata). A un certo punto ci cucchiamo pure la Cuccarini (no, svegliatemi da questo incubo) con un parruccone nero da Rapunzel.

Grazie al cielo anche l’ultima federa è stirata, stacco in simultanea ferro e Rai Uno.

Quando il premier Renzi parla di una tv pubblica che sappia svolgere una funzione educativa non avrà certo in mente il maestro Alberto Manzi (che Dio l’abbia in gloria) o A come agricoltura (anche). Educativo è, per cominciare, fare bene quello che sei chiamato a fare in cambio di cachet sicuramente non male -preparandoti, studiando, sentendo tutta la responsabilità di parlare a milioni di persone, tenendogli adeguatamente compagnia con una conversazione gradevole e intelligente su qualsivoglia contenuto, erogando energia- e se proprio non ti viene o non ne sei capace, se non riesci nemmeno a recitare garbatamente quello che ti scrivono gli autori, magari mollare il colpo, perché no? Saper stare in tv non è roba da tutti.

La parola rottamazione non mi è mai piaciuta, ma è piuttosto evidente che mentre tutti quanti noi navighiamo a vista in mari procellosi, ci sono baluardi che resistono, gente asserragliata, privilegi che non decadono.

Almeno poi nessuno si chieda come mai i cittadini non hanno voglia di pagare il canone.

p.s: precisazione doverosa: io adoro il pop. Io voglio il pop! Non pretendo dibattiti su Elias Canetti e interviste ad Hans Magnus Enzesberger. Ma c’è pop e pop! Che pensa il pop come brutto-libero è un nemico del pop.

 

 

 

Donne e Uomini, media, questione maschile novembre 20, 2014

Elena Ceste: o santa, o p….

Dopo aver incassato l’orribile notizia delle 179 morte ammazzate quasi sempre da mariti, fidanzati o ex nel 2013 (+14 per cento rispetto all’anno precedente, un giorno sì e uno no) osservo sconcertata quello che sta capitando sul corpo ancora insepolto di Elena Ceste, ripescato dopo molti mesi in un fosso fangoso di Costigliole d’Asti, a un tiro di schioppo da casa. Addirittura un millantatore che si è inventato un profilo Facebook con finte chat tra lui e Elena. “E’ stato per andare in tv” ha detto ai Carabinieri una volta smascherato. Almeno duecento i mitomani che si sono fatti vivi, secondo gli investigatori. Prima del ritrovamento del suo cadavere, Elena è stata avvistata in un autogrill della Torino-Venezia mentre compra giocattoli per i figli. In vacanza a Capo Verde con un ragazzo straniero. A Tenerife. In un centro commerciale di Asti insieme a un uomo brizzolato. A Torino su un tram. A Bari insieme ai Rom. Nel pubblico di uno show di Red Ronnie (!). In una setta religiosa. In un convento di clausura. Nemmeno il ritrovamento del corpo ha fermato la giostra.

Una specie di sagra mediatica, ormai ai livelli “villetta di Cogne”, che ha il suo focus nella vecchia cara dialettica santa-puttana (e mi scuso molto per il termine): in sostanza, l’Elena mamma amorosissima, premurosa, religiosissima, felicemente ed esclusivamente dedita ai suoi quattro bambini, a cui viene opposto un suo doppio perturbante, l’Elena inquieta, infelice, in cerca di amanti (addirittura sei, secondo alcuni media gossippari). O di qua, tra le mura domestiche a fare biscotti, o di là, su spiagge esotiche in compagnia di non meno esotici amanti.

L’ipotesi che Elena potesse essere, come tutte noi, una madre attenta ma anche affaticata dai pesi (quattro figli, un marito e tutto il resto da mandare avanti non sono uno scherzo); che non mancasse ad alcuno dei suoi doveri, ma magari vagheggiasse bovaristicamente qualche sogno romantico, come capita a tante per trovare la forza di andare avanti; che fosse felice e anche infelice, premurosa e anche insofferente, adultamente responsabile ma anche in cerca di una nuova giovinezza: che fosse, insomma, una donna normale… Bene, questa idea risulta insopportabile per la fragilità dell’immaginario maschile.

“Nessuno… va a pensare che una madre abbia un corpo di donna”, scrive Elena Ferrante.

Io intendo invece, da donna,  immaginarla in questo modo. Una normale, una come noi. Mi pare il modo migliore per onorare la sua memoria. Povera Elena, finita così.

 

 

Donne e Uomini, femminicidio, media, questione maschile novembre 6, 2014

Violenza e media: quello che dirò domani a Bologna

Domani 7 novembre a Bologna parteciperò al convegno “Le parole della violenza-Centri antiviolenza e media si confrontano su come raccontare la violenza contro le donne” (ore 10-16.30, Palazzo d’Accursio – Sala Farnese, Piazza Maggiore, 6: il programma qui).

Anticipo una parte del mio intervento:

“… Vediamo il caso recente di Sonia Trimboli, 42 anni, ammazzata dal compagno in pieno centro a Milano. Intanto i media sottolineano molto questo “pieno centro”, nonostante le statistiche abbiano pienamente dimostrato che non ci sono zone geografiche né classi sociali estranee al fenomeno della violenza sessista, e anzi abbiano evidenziato che l’autonomia della donna, l’alta scolarità, la realizzazione professionale costituiscano dei fattori di rischio. Abbiamo bisogno di continuare a raffigurare il violento come brutto, sporco, cattivo, ignorante, miserabile e preferibilmente straniero e di pelle scura, o almeno del Sud. Questo immaginario resiste.

Traggo da un quotidiano: “è voce diffusa, erano frequenti i litigi. E i litigi, che cominciavano con urla e con insulti, spesso terminavano nello scontro fisico, nel lancio di oggetti, come ad esempio — la scena è rimasta ben impressa nei ricordi di quel conoscente del palazzo di fronte — il lancio di bottiglie di vino. I due fidanzati cercavano di coprire le risse tenendo la musica dello stereo ad altissimo volume”.

Quindi lui la picchia e lei corre ad alzare lo stereo perché il problema è non farsi sentire dai vicini. Qui si vede il tentativo di distribuire la responsabilità della violenza tra i due partner. Non si può escludere a priori che le cose andassero effettivamente in questo modo, cioè che entrambi usassero violenza uno nei riguardi dell’altra, anche se è raro che le cose vadano così. In ogni caso, nel momento in cui scrive il giornalista -subito dopo il fatto-non ci sono ancora elementi per sapere se anche lei era violenta nei riguardi di lui, e tuttavia decide di dire che entrambi andavano ad alzare il volume dello stereo.

Più avanti nel testo si dice: “secondo i primi riscontri, il delitto sarebbe stato d’impeto”.

e questo dopo le testimonianze dei vicini e dei familiari che convergono nel dire che c’erano già stati molti problemi, che lui era violento, il 28 agosto aveva già tentato di ucciderla e lei l’aveva denunciato. Insomma il quadro era chiarissimo, si trattava di una situazione ad altissimo rischio, c’erano tutti gli elementi che normalmente anticipano un femminicidio, viene da dire che sarebbe stato un miracolo se la cosa prima o poi non fosse avvenuta.

Eppure il giornalista parla di delitto d’impeto, come se si fosse trattato di un uomo mite, amoroso e gentile che a freddo mette le mani al collo, anzi un elastico al collo della compagna. Mentre chi lavora sulla violenza sa benissimo che le cose non vanno mai così, c’è il test Sara per valutare il rischio, ci sono sempre segnali molto precisi da leggere e valutare.

Anche qui un immaginario che resiste: quello dell’assassino che improvvisamente si sconnette da se stesso, viene posseduto da un demone, non è più lui, e uccide.

La cosa interessante è che dopo tante lotte che abbiamo fatto perché i media rinunciassero al termine “raptus”, che dà appunto l’idea di questo impossessamento da parte di un demone, ora si parla di impeto, che sostanzialmente indica la stessa dinamica: uno calmo e tranquillo che a freddo, come un pitbull, parte all’assalto.

Sarebbe forse il caso di analizzare il perché di questa resistenza nel linguaggio giornalistico maschile a rinunciare all’idea della cosa improvvisa. Mi chiedo, cioè, se questo non sia un percepito maschile da indagare: ovvero se questo non indichi una difficoltà maschile generale ad accettare e a venire a patti con i propri vissuti violenti, rimuovendoli, mentre quelli sono lì e continuano a lavorare sottotraccia. Se non ci sia la paura permanente di perdere il controllo su questi vissuti negati.

Il raptus o impeto è allora il momento in cui questi vissuti violenti nei confronti della donna non riesci più a controllarli, il rimosso ritorna, crollano le barriere e gli argini e la violenza travolge tutto. E’ quando per esempio molti assassini e violenti dicono: mi aveva esasperato. Leggi: è colpa sua che non aveva affatto collaborato a tenere in piedi il muro che arginava la mia violenza. L’idea che ne consegue è che quanto più tu sei consapevole dei tuoi vissuti violenti nei confronti delle donne, quanto più adultamente te ne fai carico e accetti di averne, tanto meno ti farai sorprendere da questi vissuti, tanto più saprai gestirli, accompagnarli ed elaborarli.

Noi possiamo anche fare la lotta perché il linguaggio mediatico sulla violenza cambi, ed è una lotta giusta. Ma questo linguaggio va anzitutto guardato attentamente perché ci dà molti elementi sullo stato delle cose, sulla reale percezione maschile della questione, al di là di ogni presa di posizione politicamente corretta: io credo che anche molti violenti ci direbbero che la violenza sulle donne è una cosa sbagliata, esitando a riconoscere se stessi come violenti. Sapete che ci vuole un grande lavoro preliminare perché accettino di riconoscersi come violenti.

Non è glassando tutto di amicizia tra i sessi che faremo passi avanti, e quindi nemmeno depurando ed emendando il linguaggio giornalistico dei suoi lapsus rivelatori. Freud diceva che nell’inconscio passeggiano i dinosauri: intendeva dire che i tempi dell’inconscio sono lentissimi, e nell’inconscio maschile i modi e le leggi del patriarcato sono ancora vivissimi, anche se il patriarcato è morente.

Quello che sta accadendo in Siria, in Iraq, in Arabia Saudita, in Iran, dovremmo vederlo come l’atroce teatro in cui l’animale morente sta offrendo al meglio il suo ignobile spettacolo agli occhi del mondo“.

p.s: diversamente da quanto riportato in locandina, il mio intervento sarà in mattinata, poi parteciperò anche al dibattito del pomeriggio.

 

ambiente, italia, media, Varie agosto 27, 2014

Previsioni sbagliate: l’estate del nostro scontento

Nel febbraio scorso avevo letto che l’estate sarebbe stata “bollente e secca”, fonte Cnr.

Ho temuto un nuovo 2003, condizionatori in tilt e vecchietti tutto il giorno al super per evitare malori. L’estate invece è stata nella norma al Sud ed eccezionalmente fredda e bagnata al Nord-Centronord, una fase ciclonica di cui non si vede la fine. Annata spaventosa per il vino, per il pesto -una specie di peronospora sta uccidendo il magnifico basilico ligure- e per le articolazioni.

Nel mio piccolo, date le previsioni e data la fonte -anche altri siti promettevano calura- ho deciso di abbreviare la mia permanenza al Sud, che avrei voluto ben più lunga, per trascorrere il più del tempo in collina al Centronord, in una casa ventilata e dalle mura spesse. Mentre sono qui che mi cospargo di antimuffa, penso che l’anno prossimo -non bastasse la crisi- potrebbe essere tragico per l’industria del turismo centrosettentrionale. 10 villeggianti per mq in Salento e Liguria deserta. Sempre nel mio piccolo, me il Nord non mi becca più.

Questo per dire che con le previsioni meteo non si scherza. Che sono diventate a pieno titolo, specie in un Paese come il nostro, turismo e agroalimentare in testa, un fattore economico di rilievo. Quindi, mettiamoci d’accordo una volta per tutte: se è vero, come pare, che oltre i tre giorni il meteo non si può prevedere, evitiamo di parlare di “tendenze” e di strologare sugli anticicloni di luglio e agosto. Tanto più che ho sentito con le mie orecchie un albergatore disperato progettare la costruzione di siti meteo autogestiti che promettano climi ideali in fase prenotazioni.

Sarebbe giusto dare qualche regola al settore previsioni. Affidandoci semmai alle macumbe, che a quanto asserisce il senatore Calderoli funzionano piuttosto bene.

 

cronaca, media luglio 2, 2014

Aiuto, sono d’accordo con Vittorio Feltri (sul caso #Yara)

Lampadato: Massimo Giuseppe Bossetti

Dico a Vittorio Feltri: “Cavolo: sono d’accordo con te”. E lui: “Caspita: dove sto sbagliando?”.

Feltri ha molti difetti -moltissimi, secondo me- ma è sempre stato un fermo garantista. Anche quando si tratta di casi giudiziari da prima pagina, non si lascia mai travolgere dall’onda emotiva.

Per condannare chiunque servono prove. Vale anche per Massimo Giuseppe Bossetti, il muratore accusato dell’assassinio della piccola Yara Gambirasio.

In sostanza, dice Feltri, abbiamo solo il Dna. Tutto il resto degli indizi, solo pettegolezzi.

Il Dna però c’è, non si discute…

“Certo. Ma non si condanna un uomo solo sulla base di un indizio, per quanto scientifico. E’ un esame di laboratorio, non un dogma indiscutibile. Anche la scienza spesso dice cose che poi si trova a smentire una settimana dopo. Negli Usa e in Gran Bretagna c’è stata gente incastrata e perfino condannata sulla base del Dna. Poi si è rivelata innocente”.

Tendiamo a credere agli indizi scientifici come a qualcosa di indiscutibile, che offre una garanzia in più.

“E invece possono dare una garanzia in meno, se non sono confortati da prove serie e non da pettegolezzi tipo: Bossetti aveva nascosto che gli piace ballare latino-americano. O anche: Bossetti ha gli occhi di ghiaccio. Se uno ha gli occhi chiarissimi, certo, si può dire che sono di ghiaccio”.

Se è per questo aveva negato anche di farsi le lampade. E invece se le fa, e in ben due centri…

“Se ti chiedono: ti fai le lampade? oppure: ti tingi i capelli? non è strano che tu dica di no. Per non sembrare un vanesio. Per evitare che tua moglie ti dia dell’imbecille. Magari ti fai le lampade perché non ti piace l’abbronzatura pezzata. Da muratore, appunto. Umanamente comprensibile. E questo sarebbe un indizio?”.

E il cellulare agganciato all’antenna di Brembate?

“Ma Bossetti abita a Mapello, a un tiro di schioppo da lì. Che cosa c’è di strano se passa dalle parti di Brembate?”.

E poi i peli raccolti intorno al corpo di Yara che sono certamente di Ignoto 1 (anzi, no, pardon, nessuna certezza). Mi ha molto colpito la questione della polvere di calce nei bronchi della piccola Yara. Anche questo era ritenuto un super-indizio. Poi si è scoperto che quel tipo particolare di calcina Bossetti non la usa proprio. Su questo però non ci hanno fatto i titoli.

“Il padre della bambina fa il geometra, gira per cantieri. Non è inverosimile che quella calcina l’abbia avuta addosso lui. Quando ci attacchiamo a un’ipotesi anche noi giornalisti difficilmente molliamo la presa. La macchina non si ferma più. Dura ammettere che hai preso un granchio”.

Finché sbaglia la stampa… Il guaio è se sbagliano gli inquirenti.

“La polizia, i Ris, il ministro dell’Interno Alfano che ha sparato la notizia per primo: abbiamo “individuato l’assassino” che “finalmente, non è più senza volto”. Già bell’e condannato, senza processo. Difficile a questo punto fare marcia indietro. Se non si riuscisse a provare l’effettiva colpevolezza di Bossetti per tutti sarebbe una magra spaventosa, si ritroverebbero in gravi difficoltà. Anche perché queste indagini sono costate una marea di soldi. Così ogni giorno ne tirano fuori una nuova. Ma per ora solo cose inconsistenti”.

Detto questo, c’è quel Dna. Probabilmente è vero, Bossetti è colpevole.

“Probabilmente sì. Anche se, quanto al campione da cui è stato tratto Dna, negli atti la magistrata scrive che si tratta “presumibilmente” di sangue. “Presumibilmente” è un po’ pochino, mi pare. Comunque servono prove, il Dna non basta. Per condannare un uomo ci vuole roba seria, non impressioni o psicologismi. Non ci si può rassegnare a una giustizia un tanto al chilo. Anche perché domani potrebbe capitare a me o a te”.

AGGIORNAMENTO 22 settembre, ore 19:

Ris: impossibile diagnosi certa
sulle tracce Dna sui vestiti della bambina.
C’è un uomo in galera da mesi per questo!

 

 

 

 

 

Donne e Uomini, Libri, media, Politica maggio 14, 2014

Il fascino discreto del puttanismo

 

Annalisa Chirico, autrice di “Siamo tutti puttane” (a sinistra) e l’ormai immancabile Paola Bacchiddu, stranissima capa comunicazione della Lista Tsipras

Ci ho riflettuto un po’: ignorare? Poi ho pensato che di libri se ne vendono talmente pochi che anche quello di Annalisa Chirico non farà eccezione, e non sarà certo il fatto che ne scriva io a cambiarne la sorte. Quello che conta è l’indotto, il marketing: anzitutto il titolo, i passaggi in tv, il nome che circola, la firma che si consolida. E questo indotto è ormai assicurato, e il dibattito scatenato. Nel nostro Paese pornofilo e morbosetto il titolo “Siamo tutti puttane-Contro la dittatura del politicamente corretto” basta e avanza per fare il caso (lo sto ancora aspettando da Marsilio, non sono in grado di entrare nel dettaglio, mi riprometto di farlo: ma non voglio rimandare un post sul puttanismo con la sua vistosa fenomenologia).

L’ambizione femminile è sacrosanta –anche se troppa no- specialmente quando ci sono delle qualità: Chirico è una brava giornalista di nemmeno trent’anni, formazione radicale e libertaria, si è occupata molto di carceri e di giustizia, temi che non assicurano un’audience vastissima anche quando sei molto capace. C’è un orologio biologico anche nelle professioni, e a un certo punto devi svoltare. Il sistema mediatico resta saldamente in mani maschili, e non c’è niente che piaccia di più agli uomini di una donna che ammetta in modo complice il connaturato puttanismo femminile (con l’ovvia eccezione delle loro madri, mogli e sorelle), cioè quella disposizione a offrire il proprio corpo in cambio di vantaggi materiali: soldi, carte di credito, una macchina, un appartamentino, ma oggi soprattutto una carriera (l’emancipazione qualche variazione sui benefit l’ha apportata).

Non è una esattamente una notizia. Ci sono sempre state quelle che del loro corpo hanno ampiamente approfittato, anche nel nostro mestiere: potrei fare una sfilza di nomi e cognomi (ma mi querelerebbero) di colleghe che si sono aggiudicate una carriera, in genere piuttosto modesta e a termine, offrendosi ai loro capi. Sul momento, sarà capitato anche a Chirico, la cosa può innervosire, specie se sei più brava di loro. Ma portarsi addosso quello stigma –tutti sanno tutto- è una grande fatica. E se vali poco, poco continui a valere, specie quando il naturale sfiorimento fisico diminuisce le tue opportunità.

Ma l’avvento della libertà femminile, grazie alle madri di tutte noi –pure di Chirico- ha diminuito enormemente la necessità di ricorrere a certi espedienti per campare o per vivere bene. Possiamo guadagnarci il pane, non siamo più obbligate nemmeno a quel minimo fisiologico di puttanismo necessario a trovare un marito. Il corpo femminile può godersela senza doversi dare in-cambio-di. Quindi il puttanismo -sempre lecito, per carità- diminuisce in necessità e quantità (parlo dell’Occidente). Il titolo del libro sarebbe “Siamo sempre meno puttane” (e poi l’anti-political-correctness è roba veramente stravecchia, oggi va di più quel minimo di correttezza). Perché poi doversi dare in-cambio-di raramente è un’esperienza piacevole, specie se coatta, e se possiamo farne a meno è meglio. E’ quello che oggi la stragrande maggioranza di noi madri del West -che stranezza!- insegna alle figlie: NON essere puttane, perché grazie a Dio non ce n’è alcun bisogno per essere libere. E che questo sia un male, be’, è difficile sostenerlo. Il mondo va alla rovescia, ma non così alla rovescia. Per un bel po’ di anni questa pedagogia gentoriale minima ed essenziale ha dovuto vedersela con un bombardamento in senso contrario (corpo in cambio di merce), e non è poi così strano che adesso si pretenda di tenere piuttosto rigorosamente il punto, come in qualunque convalescenza o dopo qualunque eccesso.

Naturale che agli uomini la diminuzione della necessità puttanistica dispiaccia, perché diminuisce il loro potere d’acquisto. Anche la Bestia poteva possedere la Bella, remunerandola adeguatamente. E oggi c’è una quantità crescente di Belle e di Bellissime che non hanno bisogno di nessuno e fanno il gesto dell’ombrello. Qualunque cosa rassicuri gli uomini su questo fronte, per esempio garantire che sotto-sotto o sopra-sopra senza di loro non ce la caviamo, e che siamo sempre disponibili a essere carine, scatena le loro festose ole. Ma questa è una notizia priva di fondamento. Questa è una bufala, detto fra colleghe. La buona novella è che siamo sempre meno necessitate a essere puttane. A me pare buona, almeno.

Catturare l’audience vellicando l’orgoglio maschile ferito, in particolare nelle sue parti basse, non mi pare una strategia strepitosa. Al momento fai il botto, tutti i talk ti vogliono, entri a far parte del girone dei visibili e questo può dare una certa ebbrezza. Ma che io sappia queste cose hanno le gambe corte. E il down può essere bruttino. Attendo comunque il libro per entrare nel merito dei suoi argomenti.

Approfitto dell’occasione per tornare rapidamente sulla vicenda culo-Tsipras: dopo l’ormai celeberrimo e “geniale” bikini con relative gallery, la capa-comunicazione di Tsipras Paola Bacchiddu ritiene di non demordere e anzi rilancia, scattandosi un bel selfie con il libro di Annalisa Chirico. Dunque, vediamo, perché mi pare ci sia un bel po’ di confusione: la capa comunicazione della lista Tsipras sostiene Chirico, berlusconiana fervida e apertamente schierata, nientemeno che contro Barbara Spinelli, che della lista Tsipras è fondatrice e candidata, oltre che contro altre “veterofemministe” di cui la lista Tsipras presenta un discreto campionario,

Qualcuno spieghi a Paola Bacchiddu: a) che il compito di un ufficio stampa è dare visibilità al suo “cliente” -e non a se stesso- restando dietro le quinte   b) che normalmente un ufficio stampa sta dalla parte del cliente, e non dei suoi antagonisti dichiarati   c) che di fare la comunicazione di Tsipras non gliel’ha ordinato il dottore.

Ma magari sbaglio io. Sono tempi strani.

 

Aggiornamento venerdì 16 maggio:

il libro mi è arrivato, l’ho letto. Per fortuna è uno di quei libri che, diciamo così, si recensiscono da soli: temo che davvero con parole mie  non gli farei un buon servizio. Mi limito a riportarne alcuni passaggi significativi, che possono dare un’idea del tutto.

“ditemi chi tra voi non si sente un po’ puttana, suvvia, almeno un po’”.

“Siamo tutti puttane è un grido di coscienza, un’affermazione disinibita del sacro e inviolabile diritto di darla per interesse o per convenienza”.

“La differenza cruciale tra una puttana e una moglie sta nella durata”.

“Drive In è stato un autentico romanzo di formazione”.

“Le veterofemministe relegano la donna al ruolo di angelo del focolare”.

“Berlusconi… rivendica il diritto a una sfera privata ingiustamente violata”.

“Queste ragazze (quelle dei festini di Arcore, ndr) non si allineano al pensiero unico femminista, anzi lo sfidano a viso aperto, con una borsa in mano e un collier di perle intorno al collo”.

“Il vibratore… è una formidabile invenzione maschile pensata per le donne”.

“Consentire a qualcuno di vendere sesso è un atto altamente morale perché non abbiamo tutti le medesime possibilità di accesso al rapporto sessuale”.

“La prostituzione consente di migliorare la propria capacità di reddito indipendentemente dal punto di partenza”.

“Ritengo che la prostituzione possa essere un’opzione più che desiderabile… per un calcolo di utilità e di convenienza”.

“Il commercio sessuale serve a tenere in vita il matrimonio”.

“Provo un’autentica stima per la figura di Lina Merlin. Ciò non attenua però il giudizio negativo sulla legge che porta il suo nome”.

“La Donna Qualunque sa di essere seduta su un’impareggiabile fortuna”.

 

Non ho altro da aggiungere.

italia, media, Politica novembre 28, 2013

I Berlusca che vanno. E quelli che restano

Dicevo stamattina a Coffee Break (la 7, vedi qui) che il non entusiasmo con cui gli antagonisti politici del signor B. hanno accolto la sua decadenza da senatore, dentro il Parlamento e anche nel mondo fuori, dove la notizia è stata salutata da una quasi-indifferenza popolare, somiglia alla flebile risposta di un organismo malato che non ha più nemmeno la forza di reagire con un bel febbrone da cavallo, per trascinarsi con una febbricola per mesi e mesi: sintomo piuttosto preoccupante.

La caduta del signor B. costituisce anche una caduta degli alibi per tutti: per il governo, che fuoriesce dalle larghe intese per trovare una nuova maggioranza (ben più solida, a dire di Letta, che forse lo sta dicendo a Matteo Renzi). Per il Pd, che non può più indicare nell’antiberlusconismo la sua contro-narrazione e deve trovarne una plausibile (io dico da sempre: il lavoro). Per tv e giornali -a parte quelli di casa B., dico- che faranno di tutto per tenere vivo e attivo l’oggetto mediatico in attesa di trovare qualcun altro o qualcos’altro che garantisca lo share.

La caduta del signor B. costringe anche a guardare -senza più scuse per distrarsi- la desolazione e le macerie che abbiamo intorno, di cui i governi B. sono in buona parte responsabili ma non certo in via esclusiva, e a farsi senza diversivi la domanda: e ora come usciamo di qui?

Il fatto è che tutti questi anni di B. sono stati anche gli anni del consolidamento di una classe dirigente -parlo della politica, dell’economia, delle aziende e del mondo del lavoro- assolutamente inadeguata al compito di guidare il Paese. Patiamo un plus di crisi che va attribuito a una cooptazione in base a criteri che costituiscono la summa dei nostri mali: familismo, raccomandazione, impreparazione, sprezzo del merito. Vale tanto a destra quanto a sinistra. Tutti questi B. restano, liberi di fare altri danni. Fare cadere questa classe dirigente più che mediocre e abbarbicata ai propri privilegi per assicurare un ricambio, per consolidare una situazione in cui il numero degli inetti e degli incapaci rientri in quota fisiologica, sarà perfino più lungo e difficile che far cadere B.

Intanto in caduta libera sono le nostre teste, la qualità della nostra vita, la nostra fiducia.

Quanto poi ai talk e media che non si rassegnano a perdere questa stella di prima grandezza, la strada potrebbe essere quella di recuperare umilmente la propria funzione di servizio pubblico. E invece di aggiornarci quotidianamente sulle imprese corsare del signor B., che darà fondo al suo populismo anti-governo, anti-fisco, anti-tutto, una caricatura del grillismo -ma con molti più soldi- che ci impegnerà in un’estenuante e infinita campagna elettorale; invece di dare conto di ogni fremito delle vibrisse di Alfano e di ogni pestata di piedi di Brunetta, ci accompagni nel faticoso e urgente lavoro di ricostruzione, dicendo “come si fa”, rialfabetizzandoci moralmente, politicamente ed economicamente, riducendo la portata della critica destruens per accompagnare una fase costruens che ha bisogno dell’impegno e della passione di tutti.

 

 

Donne e Uomini, femminicidio, media, questione maschile maggio 28, 2013

Fabiana: la “rabbia sfogata” del povero assassino

Sulla straziante vicenda di Corigliano Calabro, Fabiana Luzzi, 15 anni, accoltellata e bruciata viva da un femminicida di 17, leggo sulla Stampa.it un resoconto esemplare.

“…. Il ragazzo, che ha indicato ai militari in luogo della tragedia, ha spiegato d’essere andato a prendere Fabiana all’uscita di scuola col suo scooter venerdì mattina poco dopo le 13.30, per chiarire l’ennesima lite legata a gelosie da adolescenti. Lei non voleva salire, ma alla fine s’è convinta di fronte alle sue insistenze. Un gesto di buon cuore che le è costato la vita. Si sarebbero poi appartati in località Chiubbica di Corigliano, cominciando a discutere. Ma presto il dialogo si sarebbe acceso, coi due che si sarebbero rinfacciati delle piccole infedeltà. Il presunto omicida ha raccontato che Fabiana lo avrebbe offeso, accendendo la sua rabbia sfogata (1).   Dopo averla colpita con un coltello, sarebbe poi salito sullo scooter, ormai in stato confusionale (2),   lasciandola tra l’erba alta e i rovi della campagna alla periferia della cittadina. In questo frangente un’amica di Fabiana l’avrebbe incontrato e lui, forse per crearsi un alibi (3)   le avrebbe chiesto se avesse visto la quindicenne. Ma la compagna le ha risposto osservando che era andata via da scuola assieme a lui. Ormai completamente incapace di muoversi con raziocinio, il giovane, almeno così hanno ricostruito gli inquirenti, avrebbe deciso di tornare in contrada Chiubbica per chiudere definitivamente il dramma con un epilogo agghiacciante. Così, per strada, si sarebbe fermato a prendere un po’ di benzina. (4)   Quando s’è trovato nuovamente di fronte a Fabiana, la ragazzina era agonizzante ma ancora viva“.

1. “Fabiana lo avrebbe offeso, accendendo la sua rabbia sfogata”. Insomma, a un certo punto lei lo ha provocato, accendendo la sua “rabbia sfogata”. Non era lei, ragazza “di buon cuore” ad essere stata provocata, costretta a un appuntamento che non avrebbe voluto. La rabbia semmai era di lui, che aveva dovuto lottare di fronte all’iniziale rifiuto della ragazza. E in quanto tale subito “sfogata”, come una scarica irresistibile e immediata. Rabbia e sfogo fanno un tutt’uno.

2. Dopo averla colpita con un coltello, sarebbe poi salito sullo scooter, ormai in stato confusionale: quindi il femminicida, dopo lo “sfogo” (una ventina di coltellate, che richiedono un certo tempo e una certa lotta), rimonta sconvolto in moto e si allontana, lasciandola ad agonizzare tra i rovi.

3. Un’amica di Fabiana l’avrebbe incontrato e lui, forse per crearsi un alibi, le avrebbe chiesto se avesse visto la quindicenne. Insomma: il femminicida è sconvolto, ma non al punto tale di non tentare immediatamente di precostituirsi un alibi, il che comporta un certo grado di lucidità, anche se la ragazza che “ama” (mi scuso per il termine) sta morendo in un prato. Incontra un’amica di Fabiana e controllando perfettamente le sue emozioni le chiede notizie di lei, elaborando all’impronta un piano e mettendolo in atto subito.

4. Ormai completamente incapace di muoversi con raziocinio, il femminicida va in cerca di benzina. Vediamo: il femminicida pensa che la ragazza sta morendo nel prato dove l’ha colpita con venti coltellate, anzi probabilmente è già morta. Dopo aver fatto finta con l’amica di non sapere dove fosse Fabiana, pensa a far sparire il suo corpo, e la cosa più logica da fare è bruciarlo. E il modo più semplice per bruciarlo è cospargerlo di benzina e dargli fuoco. Quindi è con il massimo del raziocinio che, si suppone, va a cercare una tanica, quindi si avvia dal benzinaio, la riempie, paga, rimette in moto lo scooter, torna nel campo dove immagina di trovare Fabiana morta. Peccato che lei è ancora viva, e che lotta con le poche forze che le sono rimaste per evitare la fine che fa in tempo a intuire. Ma lui ha deciso che Fabiana deve essere morta, e procede lucidamente e senza alcun moto di pietà nel mettere in atto il suo disegno orribile.

Il testo giornalistico -non firmato- che ho analizzato è esemplare perché rivela un pensiero inconscio diffuso e molto attivo: l’idea che quando una donna viene ammazzata da un uomo, una spiegazione logica deve sempre esserci (per esempio, una provocazione, a innescare la miccia del discontrollo maschile, presentato come un dato di natura, e in quanto tale immodificabile); e che quando un uomo uccide una donna, compie il suo gesto preda di un’estasi demoniaca, di una confusione malefica, il famoso “raptus”, un impossessamento diabolico che, a quanto pare, può durare anche un’oretta o due, e ammette comunque pause raziocinanti durante le quali il “rapito” può preconfezionare un abbozzo di alibi, e procurarsi tutto quello che serve per portare a termine l’impresa delittuosa, salvo tornare preda del “raptus” alla vista della vittima ancora agonizzante.

C’è insomma una volontà inconscia di giustificazione e quasi di perdono del femminicida che non si verifica in nessun altro caso di brutale omicidio. In ultima analisi, l’attribuzione alla donna di una colpa atavica: quella, forse, di imprigionare l’uomo nel desiderio, di attentare al suo ordine rammentandogli la sua dipendenza e la sua bisognosità. Il rischio di essere chiamate a pagare questa colpa è sempre molto alto.

Un altro testo esemplare lo trovate analizzato qui.

p.s. preciso che in entrambi i casi si tratta di analisi di testi, non di profili dell’assassino, per realizzare i quali non ho titoli.