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personaggi

Libri, personaggi ottobre 3, 2016

Elena Ferrante c’est moi

Il mistero Ferrante è ben altro, non c’è scoop che tenga. La prima domanda che ci siamo fatte leggendola non è mai stata: “chi sei?”, ma “chi sono io?”. L’anonimato ha facilitato questo travaso. Una sola carne, tra chi scrive e chi legge

bellezza, Corpo-anima, esperienze, personaggi settembre 18, 2014

Mi ricordo Moana

Quello che vedete è un frame dell’ultimo film di Moana Pozzi, girato poche settimane prima della sua morte. La malattia si intuisce nel viso appena scavato, negli zigomi appuntiti.

Si riparla di lei in questi giorni per il ventennale della scomparsa. Ho conosciuto la ragazza, incontro non dimenticabile. Magnificamente ritoccata dal bisturi di un vero maestro che aveva perfezionato alcuni particolari (viso, seno) di una naturale bellezza, Moana era un sogno incarnato, una Venere luminosa avvolta in un visone color ciliegia. La voce soave, un po’ infantile e priva di inflessioni dialettali, il tono garbato della ragazza borghese, una certa frigida e malinconica cortesia. Che cosa non ha funzionato nella vita di questa donna? è stata la prima cosa che mi sono chiesta.

Dopo l’incontro a Roma, aveva insistito perché vedessi il suo show in un locale di Milano. “Ti lascio il biglietto. Devi venire”. Invito accolto senza entusiasmo: mettetevi nei miei panni, sprofondata nella poltroncina in mezzo a tanti uomini.

Era stata felice di vedermi quando nel gran finale del porno-spettacolino aveva fatto il suo abituale giro d’onore in platea. Nuda, tintinnante di bijoux, profumatissima di Trésor. Le mani, le bocche degli uomini su di lei, dentro di lei che mi stava parlando, sconnessa dal resto, da quelle mani, dal suo corpo, occhi sorridenti: “Ciao cara! Sono proprio contenta che ce l’hai fatta!”.

Per ragioni miseriosissime quella era la vita di Moana, l’aveva proprio voluta così, e nessuno -tanto meno io- poteva farci niente.

L’unico vero sentimento che avevo colto in quella giovane signora bene educata e self-controlled, era stato un moto di terrore -gli occhi spalancati, la bocca piegata da un’amarezza abissale- quando durante l’intervista mi aveva confessato la sua paura di invecchiare: “Non riesco nemmeno a pensarci, non ce la faccio, è spaventoso, intollerabile”.

Il problema non si è posto. Oggi Moana avrebbe 53 anni.

 

 

personaggi, Politica marzo 20, 2014

Si fa presto a dire Langer

Sentire dal Presidente del Consiglio Matteo Renzi pronunciare il nome di Alex Langer nel corso del suo discorso di ieri -in qualche modo solenne- alla Camera, ha fatto sobbalzare chi, come me, avendolo conosciuto e amato, lo custodisce nel tabernacolo del suo cuore, sorgente inesauribile di pensiero politico e di speranza: perché il suo lavoro di Hoff-nungsträger (portatore di speranza) non si è certo esaurito con la sua scomparsa nel 1995.

“Ho trovato una frase” ha detto Matteo Renzi “e partirei da questo, di un grande europeista italiano, risale a 19 anni fa, era il momento in cui la Commissione di Jacques Santer si presentò al Parlamento europeo, forse la prima volta in cui il Parlamento europeo giovò un ruolo anche significativo. Era Alex Langer che diceva queste parole: «stiamo costruendo un’Europa di spostati e velocizzati, dove si smistano sempre più merci, persone, pacchetti azionari, ma si vuotano di vivibilità le città e le regioni». Perché voglio partire da Alex Langer e da quel 1995, peraltro tragico? Peraltro tragico per lui e anche per l’Europa, il 1995 ricordiamo è l’anno di Srebrenica, è l’anno dei caschi blu olandesi, è l’anno del fallimento delle politiche istituzionali o, meglio delle istituzioni rispetto alla politica. Perché sono partito di lì? Sono partito di lì per dire che il rischio di una deriva tecnocratica e burocratica europea è un rischio che non avverte questo Parlamento o questo Governo perché c’è stata la crisi economica e finanziaria degli ultimi anni, ma è un rischio che è dentro, insito nell’animo e nel cuore di chi da anni si batte per un’Unione europea degna di questo nome”.

E’ la prima volta che un Presidente del Consiglio italiano parla di Alex -Walter Veltroni, da segretario del Pd, nel discorso al Lingotto lo inserì nel suo Pantheon-. E a noi che, pur avendo condiviso un pezzo di strada con lui, lo facciamo di rado e con tanta cautela, sempre con senso di inadeguatezza, spaventati dall’idea di non essere in grado di rappresentare pienamente quello che Alex è stato, ha detto e pensato, questa cosa fa uno strano effetto.

Perché si fa presto a dire Langer. Dire Langer e portarlo nella propria politica comporta l’impegno a un cambio radicale di paradigma: è questo l’essenziale della sua luminosa profezia. Ma può anche essere che siamo finalmente pronti ad assumerla e a darle corpo: lui per primo ci avrebbe invitati ad avere fiducia. E allora qui, riproducendo alcuni suoi pensieri, provo a raccontare chi era Alex.

Una delle “urgenti ragioni per ripensare a fondo la questione dello sviluppo… è la perdita di qualità di vita e di autonomia delle persone e delle comunità, anche nelle fortezze dello sviluppo”.

“Una scelta di espansione … è una scelta di riarmo. Una scelta di contrazione è una scelta di disarmo”.

“Di fronte alla malferma salute della biosfera, le scelte che fanno bene al pianeta sono per forza di cose anche scelte che fanno bene a noi stessi… (è) sacro egoismo tra i meglio investiti”.

“Dalla faticosa lotta degli uomini contro la natura siamo passati a una situazione in cui quasi la natura non ce la fa più a difendersi dall’uomo”.

Esiste unimpatto generazionale di tutto ciò che noi facciamo, sia a livello macrosociale che micro sociale”. Si tratta di perdersi per ritrovarsi… Se non si trovano nel presente (per esempio nel rapporto di amore) sufficienti ragioni per volere un futuro, non vi potrà essere nessuna astratta ragione, nessun rapporto del Club of Rome o delle Nazioni Unite”.

Il piccolo potere è il potere del “consumatore”… Qualcuno dovrà pur cominciare, e indicare e vivere un privilegio diverso da quello della ricchezza e dei consumi: il privilegio di non dipendere troppo dalla dotazione materiale e finanziaria”.

In questa puntata di “La storia siamo noi” -alla quale ho preso parte- si racconta di lui.

Donne e Uomini, economics, italia, lavoro, personaggi novembre 1, 2013

Chi sono i veri “abortisti”

Il dibattito seguito al mio ultimo post -post che si limitava a dare una notizia sulla giunta di Firenze, verificata e verificabile, e di riportare il  commento di uno dei candidati alla segreteria del Pd, Giuseppe Civati: ho interpellato personalmente anche Gianni Cuperlo, che però evidentemente non ha nulla da dire- è diventato uno scontro feroce  tra “pro-life” e pro-choice, con punte truculente, alla Santorum.

Tra le molte contumelie, mi sono beccata anche della “abortista”. E allora consentitemi di dire quello che penso sulla questione.

Penso che:

1. quando un uomo parla di aborto, di feti e così via c’è sempre da stare all’erta. Addetti ai lavori a parte, gli uomini capiscono poco di aborto, tendono a disinteressarsene, e spesso lo ritengono, “da utilizzatori finali”, una comoda soluzione. Quando l’interesse di un uomo si accende, specie se si tratta di un politico, quasi certamente ci sono voti da raccattare.

2. “Donna abortista” è un ossimoro, perché nessuna donna vorrebbe mai abortire. A molte è capitato, e quando è capitato è sempre stata un’esperienza vissuta con sentimenti che vanno dalla tristezza, al dolore, al trauma e al dramma, secondo la sensibilità e secondo le circostanze. Non ci sono donne abortiste: ci sono donne che hanno abortito, e altre che hanno dato loro una mano perché ciò avvenisse in condizioni di sicurezza. La grande maggioranza delle donne di questo Paese, militanti pro-life comprese, condivide l’auspicio che nessuna debba mai più morire d’aborto. Sperare che le donne muoiano d’aborto -per esempio auspicando l’abrogazione della 194- non è una buona strategia pro-life.

3. La legge 194 ha ottenuto il risultato di ridurre a quasi-zero la mortalità per aborto. E’ una buona legge, apprezzata dalla maggioranza dei cittadini e delle cittadine. Anche in forza di questa legge, il numero degli aborti è diminuito. Purtroppo oggi la 194 è una legge di carta: non essendo riusciti ad abrogarla, la stanno svuotando dall’interno. La legge è sostanzialmente inapplicata* in buona parte del territorio nazionale a causa di un’adesione massiccia all‘obiezione di coscienza da parte di ginecologi e anestesisti. Fare aborti non piace e non conviene a nessuno in termini di carriera, e molte direzioni sanitarie apprezzano e premiano chi obietta. Il diritto all’obiezione non può non essere riconosciuto, ma la legge 194 va applicata come qualunque altra legge dello stato: ormai stiamo tornando al “turismo abortivo” e alla clandestinità. Se ne esce soltanto con l’obbligo da parte delle direzioni sanitarie ospedaliere di assumere una quota garantita di non obiettori che consenta di espletare il servizio imposto dalla legge. Un’altra strada, più complessa, sarebbe la depenalizzazione dell’aborto -è la strada che io  preferirei- ma non ci sono oggi le condizioni politiche per riaprire il dibattito. Non basta, perciò, che un politico dica retoricamente e a costo zero: io sono a favore della 194: questo impegno non significa nulla. Bisogna che dica: farò tutto ciò che serve perché la legge venga applicata.

4. I veri abortisti sono tutti coloro contribuiscano a qualunque titolo alla creazione di condizioni sfavorevoli alla maternità. A cominciare da quei datori di lavoro che costringono le giovani donne a firmare all’atto dell’assunzione dimissioni in bianco, da utilizzarsi in caso di gravidanza, o che le condannano al precariato permanente. Per arrivare alle banche che non concedono mutui per l’acquisto della prima casa, impedendo a molte giovani coppie di costruire un proprio nido. E alla politica che non investe nel welfare e nei servizi, abbandonando le giovani madri al loro destino, che non mette in atto vere politiche per il sostegno familiare -altro che Paese della famiglia: siamo il fanalino di coda in Europa-.  Che non ragiona su una dis-organizzazione del lavoro che consenta di avvicinare tempi di lavoro e tempi di vita. Nella gran parte dei casi, le donne abortiscono perché costrette da condizioni materiali inaggirabili. I veri abortisti sono anche quegli uomini che non condividono i pesi della vita familiare o, peggio, che non si assumono la loro responsabilità contraccettiva e lasciano la donna sola con la sua gravidanza, “tanto c’è l’aborto”. E’ su questi temi, e non manifestando davanti alle cliniche ostetriche o inneggiando ai cimiteri degli aborti, che i “pro-life” devono esercitare la loro volontà politica. Il programma è questo, condivisibile anche dai pro choice.

5. L’aborto non è un tema politicamente marginale. Non lo è mai stato. E non può essere terreno di esercizio del “ma anche”. Non puoi accarezzare il pelo dell’oltranzismo cattolico,”ma anche” sperare nel consenso dell’elettorato femminile. Questo consenso forse l’avrai se le elettrici non saranno state debitamente informate. Ma su un tema così sensibile le posizioni -tutte legittime, s’intende- devono essere chiare e nette. Il presidente Barack Obama sta affrontando il suo secondo mandato anche grazie al sostegno dell’elettorato femminile. E se le donne hanno deciso in maggioranza per Obama, è stato anche per la sua posizione sul tema del’aborto: tema dirimente, come hanno dimostrato le analisi del voto Usa. La questione numero 1 per il 39 per cento delle americane, anche per il suo forte portato simbolico.Perfino più importante del lavoro.

* In Lombardia sceglie l’obiezione di coscienza il 67,8 per cento dei ginecologi. Un dato poco al di sotto della media nazionale, pari al 69,3 per cento di obiezione nel 2010, secondo gli ultimi dati diffusi dal ministero della Salute. La Lombardia, insomma, non è la regione messa peggio, considerando le punte toccate da Basilicata (85,2 per cento), Campania (83,9), Molise (85,7) e Sicilia (80,6).

 

 

 

 

 

Donne e Uomini, femminicidio, Libri, personaggi, questione maschile settembre 29, 2013

Stupro: la pena di morte non serve. Parla Urvashi Butalia

La scrittrice ed editora indiana Urvashi Butalia

“La pena di morte non servirà a fermare la violenza. Anzi, potrebbe aumentare il rischio per le donne”: lo dice la scrittrice ed editora indiana Urvashi Butalia  intervenendo nell’ampio dibattito che si è aperto dopo la condanna alla pena capitale per gli stupratori e assassini di Jyoti Singh Pandey, la studentessa di 23 anni morta dopo 13 giorni di agonia in seguito alle violenze di branco subite su un bus di New Delhi, il 16 dicembre 2012.

Butalia è una scrittrice, storica ed editora indiana. Ha fondato la prima casa editrice femminista in India, “Kali for women”, e attualmente dirige Zubaan, che si occupa prevalentemente di temi di genere. E’ in prima linea nel movimento delle donne indiano. Ha lavorato molto sull’emancipazione delle donne dei villaggi, indagando sui crimini commessi contro di loro durante le guerre di separazione.Ha scritto tra  l’altro Speaking Peace: Women’s Voices from Kashmir (Zed Books 2002) e The Other Side of Silence: Voices from the Partition of India (Penguin 2000), ottenendo  numerosi premi e riconoscimenti.

Il prossimo 4 ottobre, ore 16, Urvashi Butalia parteciperà al Festival di Internazionale a Ferrara, giunto alla sua settima edizione, discutendo con le giornaliste Mona Eltahawy (Egitto), Chouchou Namegabe (Congo) e con la saggista femminista americana Rebecca Solnit sul tema “La guerra contro le donne. La violenza di genere, un’emergenza globale” (moderatore Riccardo Iacona).

In seguito allo stupro e alla morte di Jyoti Singh Pandey il tema della violenza sessista è posto al centro del dibattito politico e sociale in India. Secondo Eve Ensler, autrice dei “Vagina Monologues” e frequentatrice abituale del Paese, addirittura il tema politico centrale per la società indiana.  Chiedo a Butalia se è così:

 “Non mi pare” dice. “Il problema ha certamente assunto grande rilevanza per via della pressione dell’opinione pubblica e dei gruppi di donne. Ma in India ci sono questioni politiche non meno importanti: la povertà, la democrazia. C’è anche la questione di genere: non solo la violenza, ma la diseguaglianza tra i sessi”.

 Violenza che è effettivamente in aumento? O a crescere è la sensibilità alla questione?

Difficile dirlo. A Delhi dall’inizio di quest’anno il numero dei casi di violenza e di stupro è molto cresciuto. Ma è anche vero che è cresciuto il numero di donne che ha la forza di denunciare. La sensibilità al problema si è certamente acuita in tutto il Paese. La gente oggi ha ormai ben chiaro che gli stupri non hanno niente a che vedere con il modo in cui ti vesti o con il fatto che rientri tardi la sera. E che chiunque può esserne vittima, perfino avere un uomo accanto non è una protezione sufficiente. Nelle realtà urbane se ne parla anche a scuola: studenti, insegnanti e genitori che si confrontano sulla necessità di un’educazione sessuale. Ciononostante certi tipi di stupro, per esempio quelli a opera di militari nel Kashmir e nell’India di Nordest, regioni in cui l’esercito gode di un particolare status, non ricevono sufficiente attenzione. Su questi temi il movimento delle donne sta lavorando da tempo e continua a farlo”.

Abbiamo visto i festeggiamenti davanti al Saket Tribunal di Delhi dopo la sentenza di morte per gli stupratori di Jyoti Singh Pandey. Per molte femministe indiane, come la giornalista Shoma Chaudhury, la pena di morte non è tuttavia la soluzione. Che cosa ne pensa?

“Tutti hanno parlato di quei festeggiamenti. Ma quanta gente c’era a festeggiare? Un centinaio di persone? Duecento? Di sicuro non migliaia. Era un piccolo gruppo, fondamentalmente la famiglia della ragazza che, comprensibilmente, sperava in una sentenza severa. Nessuno però ha riferito delle molte manifestazioni contro la pena di morte, dei dibattiti, della campagna per abolirla. E’ su questo che si dovrebbe porre attenzione. Anch’io credo che la pena di morte non sia la soluzione, come praticamente tutte le femministe indiane. La vendetta o la cultura della punizione non possono essere la risposta, anche se è comprensibile che alle vittime e i loro cari appaiano come la sola forma di giustizia accettabile. Ma non c’è posto al mondo in cui la pena capitale abbia funzionato come deterrente. Non abbiamo alcuna garanzia del fatto che sia questa la strada per fermare la violenza. Anzi: se lo stupro fosse punito con la morte, aumenterebbero le probabilità che i violentatori uccidano la vittima per non essere identificati. Quindi, paradossalmente, la pena di morte farebbe crescere il rischio per le donne. Inoltre in tutto il mondo, non solo in India, la maggior parte degli stupri avviene tra le mura di casa o comunque a opera di persone conosciute. Se la violenza sessuale fosse punita con la morte, ben poche donne troverebbero il coraggio di denunciare qualcuno con cui hanno una relazione affettiva o convivono, e il silenzio sarebbe ancora più grande. Infine, se la pena fosse così severa, ci sarebbero ben poche condanne… quanti giudici si sentirebbero di mandare a morte un uomo? Capita già, e in tutto il mondo (insisto, non si tratta di un problema solo indiano), che i giudici consentano agli imputati per violenza di levarsi d’impiccio con ogni genere di giustificazioni, e comminino pene di lieve entità: se ci fosse la pena di morte questo capiterebbe molto più spesso. In India attualmente ci sono circa 300 condannati a morte, ma negli ultimi 10 anni solo in 3 o 4 casi la sentenza  è stata eseguita, e tutti lo sanno: come può il governo ritenere che la pena di morte sia un deterrente?”.

 I dati parlano di una situazione molto difficile per le Indiane: il Paese si colloca al quarto posto nella classifica dello “Stato peggiore dove nascere donna” dopo Afghanistan, Congo e Pakistan. E al primo posto per il numero di spose bambine. Quali sono gli obiettivi su cui sta lavorando il movimento femminista indiano?

 “La situazione è dura, ma non in modo così uniforme. E perfino in mezzo a simili difficoltà molte donne indiane riescono a fare cose meravigliose. L’India è un grande Paese, ci sono situazioni di ogni tipo, è come se vivessimo in molti secoli allo stesso tempo. Grazie a una legge del 1992 nei villaggi e nelle città ci sono un milione e duecentomila donne elette in posizioni di potere politico che stanno facendo un magnifico lavoro per migliorare la condizione di vita dei poveri nei villaggi. In nessun altro luogo del mondo esiste una simile forza politica! Perché allora ci limitiamo a parlare dei problemi delle indiane? Abbiamo molte importanti aziende, specie nel settore informatico, in cui il 50 per cento del personale è costituito da donne. Ci sono donne alla guida di importanti industrie, di tre fra le maggiori banche farebbe pubbliche e private indiane, HDFC Bank, ICICI Bank, The New Bank of India. Ci sono indiane che pilotano aerei (in una linea privata il 50 per cento dei piloti è di sesso femminile), che guidano taxi e camion… potrei continuare all’infinito. Eppure nessuno ne parla, specialmente sui media internazionali. Si parla solo delle cose che non vanno, mai di quelle che vanno. E’ facile vedere l’India come un paese terribile per le donne. Più difficile guardarla come una nazione complessa, dove il bene e il male coesistono e dove molte voci si sono levate contro lo sfruttamento e la violenza”.

Quali sono le principali differenze tra il femminismo indiano e quello occidentale?

 “Diversamente da molti altri paesi abbiamo un forte movimento che lotta per i diritti delle donne, e che ha saputo cambiare molte leggi. Quanto meno non nascondiamo le cose sotto il tappeto. Le statistiche sugli stupri sono molto peggiori in America che in India. Ebbene: quand’è stata l’ultima volta negli Stati Uniti si è manifestato contro la violenza? E chi ne sta parlando? Nemmeno in Italia i dati sulla violenza sono confortanti: quando c’è stata l’ultima manifestazione sulla violenza nel vostro Paese? E il vostro movimento delle donne ne parla a sufficienza? Se ci si chiede quando c’è stata l’ultima manifestazione in India, non si va molto indietro nel tempo. Noi parliamo dei nostri guai, non li nascondiamo. E non puntiamo l’indice contro altri Paesi dicendo che il problema sta lì e non qui. Non ho visto molti altri fare questo. Tornando alla domanda: sì, ci sono differenze tra il femminismo indiano e quello occidentale. Tutti i movimenti femministi si radicano nelle realtà politiche e storiche locali, e vale anche per l’India. La lotta del femminismo indiano non è separabile dalla lotta per i problemi più pressanti del paese. Non si possono ignorare la povertà, la globalizzazione nei suoi aspetti negativi (e positivi), la questione della salute delle donne, dell’educazione e dell’alfabetizzazione, della mancanza di cibo, e via dicendo. Forse la questione che non ha confini è proprio la violenza contro le donne, che nelle varie culture può assumere forme diverse. Ci sono differenze ma anche somiglianze che permettono di connettere le donne di tutto il mondo. A distanziarci semmai è il fatto che noi femministe indiane non presumiamo di poterci pronunciare sulle realtà degli altri, e non riteniamo di sapere che cosa sia giusto o sbagliato per gli altri. Non pensiamo al femminismo come a una gara in cui certi paesi sono in vantaggio rispetto ad altri, né che la strada per l’emancipazione debba essere la stessa per tutte. La cosa più importante da comprendere per una femminista è la differenza, contro ogni logica gerarchica. Per questo non sentirai mai una femminista indiana dire: “Le cose vanno storte in quel posto”, mentre sentirai spesso un’americana o un’europea dire “le cose vanno molto male in India”, come se i guai fossero solo qui e non nei loro Paesi. Mi spiace insistere su questo, ma è un problema che sento molto”.

Per molte indiane di successo il fattore decisivo è stato l’autorizzazione paterna a studiare e a emanciparsi. E’ andata così anche per lei?

 “Direi che ciò che conta è l’autorizzazione di entrambi i genitori. Nella nostra cultura i vecchi sono molto ascoltati. I miei sono stati molto incoraggianti e aperti. Così come non mi hanno imposto di sposarmi, non hanno mai deciso quale mestiere dovessi fare. Quando ho cominciato a lavorare nell’editoria guadagnavo molto meno di quanto avrei potuto intraprendendo altre professioni. I miei genitori dissero semplicemente che se era questo che volevo fare, per loro andava bene. Penso di essere stata fortunata”.

L’India, come dicevamo, ha il primato delle spose-bambine, ma forse anche il primato negativo delle single e delle donne senza figli, che sono pochissime. Lei stessa ha scritto sulla sua condizione di childless…

 “Il matrimonio è una tappa importantissima nella vita di un’indiana. Anche se le nozze delle bambine sono vietate dalla legge, proprio per questa centralità del matrimonio molte famiglie fanno comunque sposare le loro figlie in giovanissima età. Il governo e i gruppi femministi stanno facendo del loro meglio per affrontare il problema. La grande importanza del matrimonio spiega anche il bassissimo numero di single, anche se ci sono molte donne che vivono sole perché il marito è emigrato in città, o perché sono rimaste vedove o sono state abbandonate. A causa della povertà e dell’analfabetismo poche accedono al divorzio: spesso non sanno nemmeno che è possibile. Tuttavia oggi esiste una piccola percentuale di donne, scolarizzate e spesso privilegiate, che sceglie di non sposarsi. Il fenomeno non è esteso, ma è comunque significativo e ormai visibile nelle realtà urbane. Io per esempio sono sempre stata single. In India questo non mi ha mai creato problemi. L’unica volta che ho sentito la mia condizione come svantaggiosa è stata nei due anni che ho trascorso in Gran Bretagna, ormai quasi trent’anni fa. Ero giovane e tutti si aspettavano che fossi in coppia. C’era sempre un certo imbarazzo tra gli amici quando si trattava di invitarmi a cena, perché si doveva essere pari e non sapevano come regolarsi con una single. Per loro era più facile comprare 4 bistecche che 3, a quanto pare! Pensavano anche che in quanto single io fossi infelice. E’ l’esatto contrario. Invece in India, ribadisco, problemi non ne ho mai avuti”.

 Su che cosa sta lavorando, ultimamente?

 “Non ho tempo per scrivere, purtroppo. Sono troppo occupata come editore. Ma ho appena finito di curare “Reader on India”, antologia di scritti sulla storia, la cultura e le politiche in India dall’antichità a oggi. Sarà pubblicato anche negli Stati Uniti dalla Duke University Press. Il mio prossimo progetto, già quasi ultimato, è un libro sulla vita di un transgender, una hijra: i temi della sessualità, della cittadinanza e del genere visti attraverso la vita di questa persona. Spero poi di poter finalmente scrivere un libro sulla casa di mio nonno in Lahore, e su mia nonna che fu costretta in quella casa dopo la Partition, la guerra di separazione dl sub-continente indiano alla fine degli anni Quaranta, nonché costretta a convertirsi all’Islam. Mi piacerebbe trovare un modo per entrare nella sua testa e parlare dell’India e del Pakistan attraverso la sua storia e la storia della casa. La casa editrice ha in cantiere progetti molto eccitanti: un secondo libro di Baby Halder, lavoratrice domestica la cui autobiografia, pubblicata alcuni anni fa, è stata il nostro più grande successo editoriale; il libro su una donna di bassa casta di Gujarat; un meraviglioso racconto sui cinesi in India; un libro sul rapporto tra un gatto e la sua padrona, e molto altro”.

 

 

Donne e Uomini, personaggi, Politica luglio 8, 2013

Si dimette la Sindaca di Monasterace

maria carmela lanzetta, sindaca di monasterace

Maria Carmela Lanzetta, coraggiosa sindaca di Monasterace, già oggetto di intimidazioni mafiose, si è dimessa stamattina dalla sua carica. Lo ha fatto con una lettera aperta alla presidente della Camera Boldrini che avrebbe dovuto ospitare il prossimo 12 luglio.

Questo il testo della lettera.

“Il giorno 12 luglio l’Amministrazione Comunale di Monasterace avrebbe avuto il grandissimo privilegio di ricevere la Presidente Boldrini per un incontro con i Cittadini del Comune e del Comprensorio locrideo.
Purtroppo si è verificata una circostanza amministrativa inattesa che mi costringe a rassegnare le dimissioni dalla carica di Sindaco.
Dimissioni di cui ho informato l’Ufficio Stampa della Presidenza per correttezza istituzionale.
Ho avuto il piacere e l’onore di essere ricevuta dalla Presidente alla Camera dei Deputati, insieme ai Sindaci Elisabetta Tripodi e Gianni Speranza. Nell’occasione abbiamo potuto esprimere le preoccupazioni per le difficoltà finanziarie che incontrano i Sindaci dei piccoli Comuni anche per le intimidazioni che subiscono e, soprattutto, per le condizioni disagiate del lavoro in Calabria che riguarda gli uomini, le donne e i giovani calabresi.

In particolare ho potuto e voluto esprimere le condizioni difficili che stanno attraversando le lavoratrici delle serre florovivaistiche, i cui terreni sono stati concessi con diritto di superficie per 66 anni dal Comune di Monasterace ad aziende private.
Preoccupazioni che legano in maniera indissolubile Lavoro/Donne/Legalità/Rispetto delle Regole.
Di questo avremmo parlato con la Presidente il 12 luglio presso il giardino del Museo Archeologico.
A tale discussione sarebbero intervenuti donne dei sindacati, della confcommercio Calabria, delle cooperative sociali, del giornalismo, dell’Imprenditoria della Locride, delle Serre di Monasterace, dei precari della pubblica amministrazione e del sociale; con inviti rivolti anche a uomini e donne delle istituzioni e della chiesa.

Rinunciare a questo incontro, già in fase organizzativa avanzata, è per me una vera sofferenza umana e amministrativa; ma l’esigenza di non derogare alla coerenza personale di valutazioni istituzionali indirizzate a tenere la schiena dritta per tutelare il nome del mio Comune e della mia Amministrazione, mi hanno convinta a fare una scelta dolorosa ma necessaria, di cui Lei, gentile Presidente, sono sicura che capirà le ragioni.
Sono le ragioni dei principi che stanno alla base della mia esistenza umana, professionale e amministrativa: lavoro, giustizia sociale, cultura e rispetto dell’uomo e della donna in quanto tali. Principi che ho appreso dai miei genitori e da molti uomini e donne che hanno sacrificato sacrificati la loro vita per rispettare i principi su cui avevano fondato la loro esistenza. Purtroppo queste scelte, quando non vengono comprese, conducono anche a perdere le amicizie di una vita e al peso della solitudine, ma sono il pilastro su cui è possibile poggiarsi per conservare la Libertà del proprio agire umano e amministrativo.

L’Italia è stata ed è ricca di figure che hanno illuminato e illuminano la sua Storia.

E’ necessario una svolta profonda, che è soprattutto culturale, per valorizzare le tantissime Persone coerenti, coraggiose e solidali che operano spesso e volentieri mettendo in gioco se stessi, in termini di impegno civile e, a volte, anche economico, per raggiungere l’obiettivo del Bene Comune.

Grazie ancora Presidente. Spero comunque di poterLa incontrare al più presto.

Maria Carmela Lanzetta”.

 

Aggiornamento ore 14.30

Questa invece la lettera ufficiale di dimissioni, inviata tra gli altri al Prefetto della provincia di Reggio Calabria, dove le ragioni della decisione appaiono più chiare.

 

Oggetto: dimissioni

 La sottoscritta Maria C. Lanzetta, in qualità di Sindaco di Monasterace, rassegna le proprie dimissioni per il voto negativo dichiarato  da  un assessore della Giunta Comunale con riferimento alla delibera n. 60, del 04 luglio 2013, riguardo la costituzione di parte civile nel procedimento penale n. N. 1025/12 R.G.N.R. e N. 269/13 R.G.I.P.

Infatti,  richiamata la propria precedente Deliberazione n. 34 del 16.04.2013, esecutiva ai sensi  di legge, con la quale questo Ente si era costituito parte civile nel procedimento  citato  nei confronti di un dipendente comunale, e considerando  che nel detto procedimento vi sono altri soggetti indagati, l’Ente Comunale riteneva  opportuno estendere  la costituzione di parte civile anche nei confronti di detti soggetti, al fine  di ottenere il risarcimento di tutti i danni patrimoniali e non patrimoniali derivanti dalla commissione  dei reati.

Il voto negativo  ha  provocato un vulnus  politico-amministrativo rispetto alle linee guida presenti e future sulla legalità e sul rispetto delle regole che la sindacatura della sottoscritta ha sempre posto come principio di riferimento per qualsiasi azione intrapresa  dal e per il  Comune di Monasterace.

Rassegno quindi le mie dimissioni perché avrei  molte difficoltà personali ad amministrare il comune sulla base di questa vulnerabilità.

 

 Monasterace, 07/07/2013

                                                                                                                     Il Sindaco

                                                                                                              Maria C. Lanzetta

 

In sostanza, Lanzetta spiega che un assessore della sua giunta ha recentemente espresso voto contrario alla ratifica di una delibera già approvata, con la quale il comune di Monasterace si costituiva parte civile in un procedimento contro un dipendente comunale ed estensivamente ad “altri soggetti indagati” al fine di ottenere un risarcimento dei danni: al fine, soprattutto, di dimostrare con questo atto che il comune di Monasterace sta in modo netto e senza possibilità di equivoci dalla parte della legalità.

Il voto negativo dell’assessore è stata la goccia che ha fatto traboccare un vaso già stracolmo di difficoltà e amarezze.

Anziché licenziare il suo assessore, come avrebbe potuto -la giunta di Monasterace è già stata oggetto di svariati rimpasti- la sindaca ha preferito dimettersi, dando un segnale forte e definitivo contro le opacità della politica e l’illegalità diffusa nel suo territorio.

I temi sono sempre gli stessi: legalità e trasparenza.

 

 

 

 

esperienze, personaggi, Politica giugno 18, 2013

Marta sui Turchi: cronache da Istanbul

Marta Ottaviani ha lavorato sodo in queste ultime settimane a Istanbul. Giorno e notte, e con la boccia del Gaviscon anti-lacrimogeni in borsa, per poter raccontare in diretta le manifestazioni di Taksim e Gezi Parki con un frenetico lavoro di tweet e con le sue corrispondenze per La Stampa e altre testate.
Marta vive a Istanbul da 8 anni: “Mi volevo occupare di esteri” dice. “Ma non c’era nessuna redazione che mi offrisse un contratto. La Turchia era scoperta, nessuno parlava il turco e quindi ho deciso di puntare su quel Paese, di cui non si è mai parlato abbastanza e in modo corretto. Ce n’è un gran bisogno”.
Be’, credo che in questi giorni ne abbia parlato parecchio. La interpello nella sua doppia veste di corrispondente-residente a Istanbul.
Qual è la situazione in città in queste ore?
“In questo momento il centro di Istanbul è completamente militarizzato. Piazza Taksim e Gezi Parki sono sgombri. Calma apparente. Ma i giornali online danno notizie di arresti in corso connessi con le manifestazioni dei giorni scorsi. Al momento le identità degli arrestati non sono state rese note”.
Il primo ministro Erdogan ha affermato di non riconoscere il Parlamento europeo.
“E’ una cosa che ha detto più volte. Ha anche affermato che il Parlamento Europeo non può trattare la Turchia come se fosse uno stato membro, quando invece è solo Paese candidato all’ingresso”.
Ma lo è ancora? A Erdogan interessa entrare a fare parte della Ue? E ai cittadini turchi?
“A me pare che a lui importi ben poco, specie da quando ha visto che anche grazie alla mancanza di opposizione il suo potere stava diventando pressoché illimitato. Molti lo accusano di aver usato la Ue come cavallo di Troia per indebolire i militari e passare a uno stile di governo sempre più autoritario. Quanto ai Turchi: l’Europa interessa, ma non ci hanno mai creduto più di tanto. E soprattutto in questi giorni si sono sentiti traditi da Bruxelles”.
Non tutti sanno qual è il ruolo dei militari in Turchia…
“Sono stati i difensori dello stato laico fondato da Mustafa Kemal Ataturk. La Costituzione li autorizza a intervenire. Detto questo, i militari  hanno commesso molti errori, fra cui quello di non aver consentito lo sviluppo di partiti e movimenti di sinistra in grado di entrare in Parlamento. Il risultato è un’assemblea poco rappresentativa, a cui mancano anime necessarie per una piena democrazia”.
Che cosa prevedi per le prossime ore?
“Temo che per il momento la questione Gezi Parki sia chiusa. Ma come ho sentito dire tante volte dagli occupanti, loro sentono di avere vinto e su questo concordo. Sono stati repressi brutalmente ma oggi, grazie alle loro lotte, nessuno al mondo potrà più sostenere che Erdogan sia un modello di democrazia, come molti invece credevano. Le proteste di questi giorni hanno creato un precedente pericoloso per il premier. Adesso Erdogan sa che sono in molti pronti a scendere in piazza per gridare no alla sua politica”.
In questi anni hai visto le libertà restringersi?
“Ci vorrebbe un libro per rispondere… Su alcuni fronti ci sono stati cambiamenti positivi: per esempio i curdi e le persone religiose godono di maggiori libertà, mentre con il governo dei militari dovevano essere molto vigili. Su altri fronti le restrizioni sono state numerose. In primo luogo sulla libertà d’informazione. Molti giornalisti sono letteralmente spariti dai video e dai giornali dove lavoravano. Ci sono anche restrizioni nella vita quotidiana di tutti, mi riferisco ai recenti divieti di vendita di alcolici. Restano poi irrisolte alcune grandi questioni del Paese, in primo luogo quella del genocidio degli armeni e dei rapporti con Erevan, capitale di quella regione: si è parlato molto ma non si è fatto nulla. Voglio anche ricordare che nel Paese sono in corso centinaia di  processi che vedono imputati anche molti giornalisti, accusati di essere terroristi e di voler rovesciare il governo. Un modo per eliminare critici e oppositori”.
E sul fronte delle libertà femminili?
“Questione complessa. Sulla carta il premier è a favore di una maggiore emancipazione. La sua battaglia per la liberalizzazione del velo islamico sarebbe allo scopo di permettere alle donne l’ingresso in università. D’altro canto le violenze domestiche restano un’emergenza drammatica. E nei mesi scorsi si è cercato di modificare la legge sull’aborto: la lotta delle donne ha sventato il tentativo di Erdogan, che si è dovuto limitare all’invito a fare almeno tre figli”.
Quali sono le questioni veramente in gioco nel conflitto di questi giorni?
“La questione è principalmente una: quella della democrazia. Erdogan è stato eletto democraticamente  tre volte, ma dal 2011, ovvero da quando  da quando sa che i militari possono ben poco, il suo regime è sempre più autoritario”.
Vorrei da te qualche immagine che può raccontarci la Turchia di questi giorni.
“Una volta durante una diretta radio ho parlato “Kurdistan”, e un uomo che mi stava ascoltando mi ha corretto: il Kurdistan non esiste. Quanto ai giovani di Gezi Parki, me l’hanno detto con estrema chiarezza: vogliamo una democrazia vera, né Erdogan né i militari. E poi un ricordo. Quella volta, anni fa, che ero molto preoccupata per la salute di mio padre. Vedendomi rattristata, il titolare di un negozio vicino al dormitorio dove vivevo (per un anno e mezzo ho vissuto in dormitori per studenti) me ne ha chiesto il motivo. Gli ho spiegato il perché, e lui mi ha detto pregherò per tuo padre in moschea. Ancora oggi, quando mi vede, la prima domanda che mi fa è sulla salute di mio padre. E sono passati 6 anni. La Turchia è anche questo”.
Che cosa ti aspettavi dal governo italiano?
“Molto di più, sinceramente, e non da oggi. Idem dall’Europa. C’erano già molti segnali del crescente autoritarismo di Erdogan“.
Le piazze di Istanbul somigliano più a quelle degli indignados o alle primavere arabe?
“A quelle degli indignados, direi. Ma credo che quello che si è visto a #occupygezi sia qualcosa di unico nel suo genere. C’è una parte di società civile turca che è tornata finalmente a vivere dopo anni di silenzio. Il semplice fatto di paoterlo raccontare è stata un’esperienza straordinaria”.
Donne e Uomini, personaggi maggio 31, 2013

Ciao bionda

Stamattina Franca ha avuto quello che aveva voluto: una specie di festa d’addio, un funerale con tante donne vestite di rosso che cantavano “Bella Ciao”. E’ andata proprio così, nell'”anfiteatro” urbano che si apre tra il Teatro Strehler e il Teatro Studio, dietro il milanesissimo corso Garibaldi.

Un “Bella ciao” quasi solo femminile e soave. E un lungo, speciale e commosso applauso, tutte con le teste chine, quando il figlio Jacopo ha ricordato la vicenda del rapimento e della violenza da parte di un gruppo di neofascisti, “con certi ufficiali dei carabinieri che dopo hanno brindato… Lei ebbe il coraggio di raccontarlo, e non fu facile, perché veniva da una famiglia cattolica, la vergogna era più forte“.

Una vergogna che ci attraversa tutte, come un lungo brivido, e che fa crescere la riconoscenza per il coraggio grande che lei ha avuto, di mettere in scena quello che era capitato senza nascondere nulla, di farlo per tutte, raccontando fin nei dettagli la speciale tortura riservata a una donna indomita, e anche così bella, una bellezza che mischiandosi alla libertà pareva quasi un affronto. “Era intollerabile che ci fosse una donna così rompic…i” ha detto ancora il figlio “e oltretutto così bella, che diceva no all’orrore“.

Dopo il delicato ricordo del sindaco Giuliano Pisapia, che ha parlato di Franca come di una “donna meravigliosa: coraggiosa, libera e forte“, tutta di lotta e cadenzata dal pianto l’orazione di Jacopo Fo: “L’amore che ci state dando in questi giorni mi fa pensare che mia madre ha fatto qualcosa per gli altri. Delle sue lotte diceva: non posso fare altrimenti, non si può lasciare che si trattino così le persone. Mia madre ha amato immensamente, me, mio padre, le mie figlie, la mia nipotina. Quando qualcosa non funzionava, diceva: ricordati che Dio c’è, ed è comunista. Io dico che non solo è comunista, ma è anche femmina. Andate a casa da qui con un po’ di fiducia. Il mondo lo cambieremo“.

Tutto teatrale, un vero recital, il discorso del marito Dario: “I nostri testi li abbiamo scritti quasi sempre insieme. Spesso discutevamo ferocemente prima di trovare una sintesi. Lo spettacolo che è stato più rappresentato nel mondo, con 700 edizioni, non è stato “Mistero Buffo”, ma “Coppia aperta, quasi spalancata”. Non l’ho mai detto, per gelosia: l’ha scritto tutto lei. Recentemente Franca aveva scoperto alcuni apocrifi dell’Antico Testamento, e in particolare della Genesi. E ne aveva tratto un racconto. Nel quale Dio crea per prima Eva, di argilla finissima“.

Dario Fo rappresenta l’inedito a fianco del feretro di Franca, coperto da uno scialle rosso. E’ la prima assoluta, dice. Una messa in scena, in onore della sua compagna. Un tributo all’attrice e drammaturga. E a tutte le donne, depositarie (è il senso del testo) del mistero dell’amore.

Amore che vale tutto. “Anche se poi c’è la fine“.