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OSPITI

economics, italia, OSPITI, Politica luglio 13, 2013

I Bronzi and Me

 

Da una giovanissima collega e amica reggina, Josephine Condemi, ricevo e pubblico, per la serie “Visto da Sud”.

Clonare i Bronzi di Riace: sì o no?”  Questo era il tema che ci aveva assegnato la mia professoressa delle medie. Era il 2003. Rileggendolo, (ri)scopro che sia nel ’97 che, appunto, nel 2003, il “palazzo” aveva cercato di clonare i guerrieri all’insaputa della popolazione, in entrambi i casi avvertita da una “soffiata” a mezzo stampa a cui è seguita una mobilitazione trasversale, che ha fatto sì che le statue non venissero clonate.  La stessa mobilitazione trasversale che è avvenuta nel 2009, quando in occasione dei lavori di ristrutturazione del Museo di Reggio per i 150 anni dell’unità, si è impedito che i Bronzi partissero alla volta dell’ISCR costruendo un laboratorio di restauro aperto al pubblico proprio nello stesso palazzo  (quello regionale) che, per una volta, ha dato ascolto alle richieste dei cittadini. In quanto laboratorio, non si è fatto pagare il biglietto ai visitatori.

A dieci anni dal referendum cittadino che ha detto “no” alla clonazione (avvenuto appunto nel 2003), il 2 luglio il Comitato per la valorizzazione dei Bronzi di Riace e del Museo Archeologico ha inviato un comunicato per riaccendere l’attenzione sulle sorti dei guerrieri, ancora a Palazzo Campanella perché il museo, che avrebbe dovuto essere inaugurato a marzo 2011, non è stato riaperto (lievitazione costi, mancanza fondi). Dopo l’articolo di Sergio Rizzo sul “Corriere”, che ha riacceso la vicenda a livello nazionale, anche l’Unesco ci è arrivata: la situazione dei Bronzi è una vergogna per l’Italia.

Quello che però da queste parti continua a non andare giù è l’essere messi sotto accusa per un problema che è strutturale:  “Non ci servono alchimie e congetture. E qualunque confronto è improponibile. E’ vero che i Bronzi a Firenze e a Roma ebbero molta più fortuna. Ma Firenze e Roma continuano ad avere analoga fortuna e altrettanti visitatori e, forse di più, anche senza i Bronzi. Reggio Calabria no. Pur avendo i Bronzi. Chiediamoci il perché. Perché abbiamo rifiutato l’idea di mandarli in giro per il mondo? O ci servono un’autostrada degna di questo nome, treni veloci e a lunga percorrenza, voli frequenti e convenienti, adeguati collegamenti terrestri e marittimi locali e regionali?” Questo uno stralcio della lettera inviata al ministro Bray dal Comitato.

Un comitato che dall’essere “contro” (la clonazione, lo spostamento) è passato ad essere “pro” (le statue, il museo). Ma le due cose sono inscindibili: qui non vogliamo che i Bronzi si spostino perché temiamo non tornino più indietro, perché ci sembra troppo facile “prelevare” ciò che di buono c’è su un territorio e trapiantarlo altrove (l’emigrazione giovanile dal meridione ha ripreso i ritmi del dopoguerra) senza risolvere i problemi di quel territorio.

I Bronzi sembrano indistruttibili, ma sono fragilissimi. Perennemente a rischio cancro, devono stare ad un microclima artificiale adatto per evitare le corrosioni. Intervistando la sovrintendente e il restauratore, ho scoperto che quello che avrebbe dovuto essere un controllo di routine si è rivelato un intervento di emergenza: le teste dei guerrieri erano piene di terre di fusione… terre che, è stato dichiarato, avrebbero dovuto essere eliminate già nel restauro degli anni 90!

La bellezza è fragile, ha bisogno di cura e attenzione. L’Italia finora ne ha dimostrata solo a tratti. Troppo facile assumere l’attuale condizione dei Bronzi di Riace come simbolo di un paese atterrato, sdraiato, in attesa di giudizio e di redenzione (Riace Bronzes in a coma, insomma). Più difficile andare oltre, prendersi le proprie responsabilità, riunirsi in nome di un inter-est e cominciare a costruire come un paese unito. Insieme.

Non lasciamoci soli.

 

Donne e Uomini, OSPITI maggio 9, 2012

Luisa Muraro: da dove nasce l’odio maschile per le donne?

Una scena del film "Uomini che odiano le donne"

 

Ricevo e pubblico un testo inedito di Luisa Muraro

 

Lunedì sette maggio, verso le sette del pomeriggio, sono entrata in un bar e ho ascoltato, dalla televisione accesa, la notizia di una donna uccisa dal marito in seguito a un “banale litigio”, a Napoli. Un’altra, un’altra e un’altra ancora. Nel bar è corso un brusio. Da dove nasce l’odio maschile per le donne? Che cosa nasconde?  

Si tratta di un odio abnorme, che tira fuori il suo muso di assassino quando, per una ragione qualsiasi, lei non sta più dentro il quadro in cui lui l’ha messa e pretende che rimanga: il quadro disegnato da un misto di oscure aspettative e di ovvie comodità.

In passato, le nostre madri e antenate hanno speso tesori di pazienza e d’intelligenza per corrispondere alle esigenze maschili senza diventare sceme o pazze. Non tutte ci sono riuscite.

Oggi molte, la grande maggioranza, non ci stanno più. Si sentono libere e intendono comportarsi di conseguenza. Risultato: un crescendo di violenza maschile.

Fulvia Bandoli dice la cosa giusta quando, nell’appello agli uomini del suo partito, mette sotto accusa il loro atteggiamento d’ignoranza e disattenzione verso la novità storica della libertà femminile. L’ostacolo maggiore in questo momento storico è, infatti, l’arretratezza mentale e morale di uomini che hanno usato la propria posizione privilegiata per non cambiare. Ne cito uno soltanto, il più illustre della vasta schiera: Dominique Strauss-Kahn. Che si è messo fuori gioco con i suoi stessi eccessi. I mediocri, invece, resistono incollati ai loro posti.

Quel maschio fragile che non accetta limiti s’intitola il contributo della psicanalista Massimo Recalcati per fare luce sul tema. La psicanalisi comincia dunque a registrare che gli uomini arrivano impreparati all’appunto con la libertà femminile. Si tratta, suppongo, di un contributo iniziale. Per considerarlo un inizio promettente, e non la testimonianza d’obbligo in questo momento di mobilitazione anche maschile, mancano secondo me due spunti.

Primo, Recalcati non parla a partire da sé, uomo di sesso maschile. E tace ogni possibile legame tra la violenza sessista e la sessualità maschile con le sue ordinarie caratteristiche. I violenti vengono da lui compresi dentro un quadro patologico. Ma non è così. O così non risulta all’esperienza di donne che hanno conosciuto la violenza maschile. Ci sbagliamo noi o l’analista sta esorcizzando la sua propria violenza?

Secondo, Recalcati ignora l’incidenza della realtà storica. Parla, per esempio della “legge della parola” che unisce gli esseri umani, ma viene calpestata dai comportamenti violenti. Non so l’origine di questa formula “legge della parola”; se l’espressione ha un senso, non può non far pensare che le donne sono state escluse per legge dalla presa di parola in pubblico, dalla scrittura e dalla lettura, dal parlamento… Con innumerevoli conseguenze ancora vive e attuali nei rapporti fra i sessi. Contro cui, temo, l’ideale legge della parola enunciata da Recalcati non ha voce.

Ancor più pesa sullo stato dei rapporti fra i sessi il fatto che il cosiddetto contratto sociale, fatto per tutelare i cittadini dalle violenze dei prepotenti, non ha mai tutelato le donne dalla violenza privata maschile. Mai, in nessun paese del nostro civile Occidente.

Come si possa leggere insieme, ma senza fare confusione, la realtà storica e quella soggettiva, io non so, ma che si debba tentare, non ho dubbi, perché l’una e l’altra in me sono scritte insieme, sulla stessa pagina.

 

 

Donne e Uomini, OSPITI aprile 7, 2012

Perché il pluralismo conviene alle donne

Una delle questioni che lacera Se non ora quando -e in generale, da sempre, il movimento delle donne- è quella del pluralismo e della trasversalità. Mentre il comitato promotore romano ne fa un tratto irrinunciabile di Snoq, a livello locale alcune avversano questa posizione, facendo coincidere gli obiettivi di Snoq con quelli del centrosinistra.

Non si può negare che storicamente le femministe italiane siano sempre state prevalentemente di sinistra, e forse questo vale per buona parte del femminismo occidentale. Ciò non significa che su questioni come la democrazia paritaria o la della violenza sessista, e anche altre, che dirò dopo, non vi sia una totale convergenza di vedute tra donne dei diversi schieramenti politici.

Su questo si può, e anzi si deve lavorare insieme: sinistra e destra, credenti e non credenti, donne dei partiti e donne fuori dai partiti. Alla Camera c’è una proposta per la doppia preferenza di genere alle amministrative che le deputate difenderanno in modo bipartisan. La legge Golfo-Mosca (Pdl e Pd) sulle quote nei cda delle società quotate in Borsa, ottima azione positiva, non avrebbe avuto alcuna chance se fosse stata sostenuta da uno soltanto dei due poli.

Se posso dire di me: essendo sempre stata di sinistra, per tradizione familiare e per scelta, ho amiche “di destra” con cui su molte cose c’è intendimento completo. Stimo molto l’amica Flavia Perina di Fli, così come Barbara Ciabò, responsabile milanese di quel partito, ambientalista convinta ed eroina di Affittopoli, purtroppo -e non è un caso- non rieletta in consiglio comunale. Non accetto volentieri di subordinare le mie libere relazioni politiche a dispositivi -come i partiti, la destra e la sinistra- che mi sono ritrovata bell’e fatti, a misura del corpo e della psiche maschili. Il nostro modo di stare nello spazio pubblico, dal lavoro alla politica, è ancora tutto da inventare, e il bello è proprio questo.

Naturalmente nel merito di molte questioni anche tra donne le differenze possono essere irriducibili, ma su quelle che ho detto -rappresentanza, violenza- e anche su altre, che vanno da alcuni temi legati alla salute e all’ambiente fino all’organizzazione del lavoro -più in generale, io ho molta fiducia in questo, su una politica che metta la vita e i bisogni umani al primo posto: primum vivere– l’intendimento può essere notevole. E deve esserlo, il comitato promotore di Snoq fa benissimo a difendere trasversalità e pluralismo, volendo portare a casa un risultato.

Una volta là dentro, nelle istituzioni rappresentative, nei cda, in qualunque luogo di decisione, ognuna difenderà le proprie posizioni e combatterà le proprie battaglie, individuando le sue “nemiche” (su questo ci si deve intendere bene, le donne, giovanissime della politica, devono imparare a non scambiare visceralmente la lotta politica fra loro con l’inimicizia personale: è un gravissimo errore). Ma la priorità è entrarci, in quei posti. E come hanno ben capito le deputate, la lotta ha qualche chance solo se condivisa e bipartisan. Il patto di genere viene ben prima di ogni dialettica politica, come ben sanno gli uomini: è questo che li ha fatto vincere.

Gli uomini di sinistra non sono più disponibili a mollare posti di quelli di destra. Teniamolo bene in mente.

E Buona Pasqua.

Chiudo con una proposta:
i soldi del finanziamento pubblico
che i partiti hanno rubato
siano devoluti a un fondo
destinato a sostenere
la rappresentanza femminile.

Non c’è modo migliore di restituirli.

Donne e Uomini, OSPITI novembre 30, 2009

ATTRAZIONE FATALE

travestiti

Dal quotidiano Metro, con cui collabora abitualmente, una riflessione della filosofa Luisa Muraro sulle trans, sul femminile e sul maschile.

Brenda era nata 32 anni fa e fu registrata con un nome maschile, perché era di sesso maschile. Dopo la sua tragica morte, ho pensato che bisognava dirlo: chi testimonia di una verità rinnegata o misconosciuta, si espone al martirio, che lo voglia o no. Le transessuali come Brenda sono le testimoni viventi di una verità misconosciuta e rinnegata: l’attrazione biologica che esercita il femminile. La potenza di questa attrazione è tale da manifestarsi nonostante la millenaria affermazione del primato del sesso maschile, da parte delle religioni, della filosofia, delle scienze, del diritto. Una mia alunna raccontò che un giorno trovò il fratello davanti allo specchio, vestito e ornato con le cose sue, di lei. Il ragazzo, sgridato, si difese: “Perché tu sì e io no?” In ogni tempo e luogo sono esistite creature umane di sesso maschile che hanno sognato di essere donne, un sogno che, nel nostro tipo di civiltà, si paga con sacrifici, sofferenze, umiliazioni. Che cosa le muove dentro? Ho parlato di attrazione biologica del femminile, ma non volevo fornire una spiegazione scientifica, volevo solo dare un nome abbastanza forte a un comportamento che sfida le convenzioni più elementari. Ho parlato anche di sogno. Come gli altri sogni, anche questo ha un fondo di verità.  Recentemente, la scienza ha scoperto che, in biologia, se di un primato si vuole parlare, andrebbe alle donne, la vita infatti comincia e ricomincia al femminile, il maschile subentra in seconda battuta. Questa scoperta, mi auguro, potrebbe aiutarci a capire quello che le trans vivono in prima persona e a renderci conto che la loro speciale esperienza ci riguarda tutti, in quanto fa luce nell’oscuro percorso del nostro diventare donne/uomini.

LUISA MURARO

AMARE GLI ALTRI, OSPITI, Politica luglio 5, 2009

LO SPARIGLIO

Ignazio Marino non sembrerebbe avere molte chances. Dice di correre per vincere, e la sua discesa in campo è molto generosa. I miracoli possono capitare, certo. Dieci anni fa il presidente Barack Obama era un semplice avvocato che rimuginava di scendere in politica: in una divertente intervista ripubblicata dal New Yorker raccontava di come Michelle gli mettesse i bastoni tra le ruote.

Siamo messi a un punto tale che sperare nei miracoli è del tutto ragionevole. Anche se a me pare che Marino non siponga di quello che serve per produrlo. Ma i miracoli li fa solo il Signore, e che Dio gliela mandi buona. Ha tutto quello che serve per sparigliare, però. E per porre all’attenzione del Pd e del suo elettorato alcuni temi inaggirabili, alcune domande decisive a cui si dovrà rispondere in modo netto e non ambiguo.

A cominciare, io credo, dai temi ambientali, a cui oggi si collegano tutti gli altri: l’economia, lo sviluppo, l’idea di paese, il lavoro, la salute, e anche la cittadinanza femminile. A cominciare, quindi, almeno da quel paio di questioni che qui ho posto più volte.

Di chi è l’acqua, e come si intende gestirla? La sinistra può amministrarla come un bene da cui trarre un profitto, o le sue politiche dell’acqua devono essere diverse?

Contro il cemento di destra c’è solo il cemento di sinistra, come parrebbe oggi, o c’è un’idea di sviluppo del territorio -non semplice “salvaguardia”, ma gestione attiva e proficua- che esclude il profitto miope e guarda alla bellezza come straordinaria risorsa?

P.S. Io non sono affatto una notista politica, e poi quella dei partiti non è la mia politica. Sono solo una guarda, pensa, desidera, prova a fare da subito il mondo che vorrebbe che fosse, spera -con assoluto scetticismo- che la macchina antidiluviana dei partiti riesca a cogliere dalla società quel buono che ci capita e a rappresentarlo. E già mentre lo scrivo, non ci credo.

OSPITI, Politica maggio 27, 2009

BALLETTI A BALLARO'

Visto ieri sera un pezzo di Ballarò. Poi ceduto alla noia. Il vecchio Pannella mi è sembrato un gigante. Ricevo stamattina questa email, che pubblico come topic. Mi pare molto condivisibile e interessante.

Ai media, fare gossip politico rende sempre di più.

Carissima Marina Terragni, ieri sera a Ballarò ho avuto la conferma a un sospetto che nutrivo da tempo: in Italia il gossip politico fa vendere giornali e salire gli ascolti TV !!!

Da Floris ieri sera i «politici» Bondi e Franceschini hanno fatto da contorno al Direttore di Repubblica Ezio Mauro e Maurizio Belpietro di Panorama che hanno monopolizzato lo spazio di informazione politica
trasformandolo in intrattenimento gossip al quale mancava solo la presenza di Alba Parietti o la ciurma di Amici della De Filippi!

Non fosse stato per la presenza di Marco Pannella, unico vero politico presente a Ballarò, avrebbe potuto essere Porta a Porta!?

Siamo a DIECI giorni dalle ELEZIONI Europee e da un Referendum ma i nostri «POLITICI» al posto di parlare di politica, sociale e campagna elettorale rincorrono inesistenti «cilecche» del Presidente !?!?!?
I quotidiani TUTTI, dedicano intere pagine al gossip del Presidente Silvio Berlusconi che si è così trovato una Campagna Elettorale GRATIS e fuori da qualsiasi controllo di par condicio, che regalerà a Silvio una vagonata di VOTI assolutamente inaspettati!

Se si vuole leggere di politica bisogna sfogliare il Magazine del Corriere o meglio ancora Io Donna, dove la politica-sociale spesso è affrontata con serietà attraverso un dialogo diretto con il pubblico!

La politica VERA, quella delle tribune elettorali RAI, del mitico e rimpianto Jader Jacobelli rappresentano per i cinquantenni un TRISTE ricordo! Per i trentenni di oggi invece, la TRIBUNA ELETTORALE ed il CONFRONTO POLITICO pre-elettorale resterà un MISTERO GAUDIOSO !!!

Ieri sera a Ballarò ho notato nel Vecchio, stanco e rassegnato Marco Pannella, un sottile velo di AMAREZZA mascherato da quel sorriso beffardo, dietro il quale appariva la TRISTE CONSAPEVOLEZZA che la CULTURA politica è MORTA per mancanza di materia prima: VERI UOMINI della POLITICA!

Mi è difficile comprendere perché Silvio Berlusconi e Dario Franceschini e relative «ciurme» da oratorio feriale, si azzannino l’uno contro l’altro!? Entrambi vogliono la IDENTICA cosa: la MORTE della POLITICA!
Fare GOSSIP POLITICO è facile e molto divertente! Per fare POLITICA invece, occorre avere CULTURA!!!”.

Alessandro Consonni

OSPITI, Politica maggio 24, 2009

ECCOLE!

Avvistate ieri sera per la prima volta le lucciole. Il mio cane cerca di mangiarle. E allora, ecco una lettura domenicale, al riguardo. Intanto noi continuiamo a discutere di tutto il resto.

Pier Paolo Pasolini     Scritti corsari
1975


Il vuoto del potere
ovvero
L’articolo delle lucciole

dal “Corriere della sera” del 1° febbraio 1975


La distinzione tra fascismo aggettivo e fascismo sostantivo risale niente meno che al giornale “Il Politecnico”, cioè all’immediato dopoguerra…” Così comincia un intervento di Franco Fortini sul fascismo (“L’Europeo, 26-12-1974): intervento che, come si dice, io sottoscrivo tutto, e pienamente. Non posso però sottoscrivere il tendenzioso esordio. Infatti la distinzione tra “fascismi” fatta sul “Politecnico” non è né pertinente né attuale. Essa poteva valere ancora fino a circa una decina di anni fa: quando il regime democristiano era ancora la pura e semplice continuazione del regime fascista. Ma una decina di anni fa, è successo “qualcosa”. “Qualcosa” che non c’era e non era prevedibile non solo ai tempi del “Politecnico”, ma nemmeno un anno prima che accadesse (o addirittura, come vedremo, mentre accadeva).
Il confronto reale tra “fascismi” non può essere dunque “cronologicamente”, tra il fascismo fascista e il fascismo democristiano: ma tra il fascismo fascista e il fascismo radicalmente, totalmente, imprevedibilmente nuovo che è nato da quel “qualcosa” che è successo una decina di anni fa.
Poiché sono uno scrittore, e scrivo in polemica, o almeno discuto, con altri scrittori, mi si lasci dare una definizione di carattere poetico-letterario di quel fenomeno che è successo in Italia una decina di anni fa. Ciò servirà a semplificare e ad abbreviare il nostro discorso (e probabilmente a capirlo anche meglio).
Nei primi anni sessanta, a causa dell’inquinamento dell’aria, e, soprattutto, in campagna, a causa dell’inquinamento dell’acqua (gli azzurri fiumi e le rogge trasparenti) sono cominciate a scomparire le lucciole. Il fenomeno è stato fulmineo e folgorante. Dopo pochi anni le lucciole non c’erano più. (Sono ora un ricordo, abbastanza straziante, del passato: e un uomo anziano che abbia un tale ricordo, non può riconoscere nei nuovi giovani se stesso giovane, e dunque non può più avere i bei rimpianti di una volta).
Quel “qualcosa” che è accaduto una decina di anni fa lo chiamerò dunque “scomparsa delle lucciole”.
Il regime democristiano ha avuto due fasi assolutamente distinte, che non solo non si possono confrontare tra loro, implicandone una certa continuità, ma sono diventate addirittura storicamente incommensurabili. La prima fase di tale regime (come giustamente hanno sempre insistito a chiamarlo i radicali) è quella che va dalla fine della guerra alla scomparsa delle lucciole, la seconda fase è quella che va dalla scomparsa delle lucciole a oggi. Osserviamole una alla volta.

Prima della scomparsa delle lucciole
La continuità tra fascismo fascista e fascismo democristiano è completa e assoluta. Taccio su ciò, che a questo proposito, si diceva anche allora, magari appunto nel “Politecnico”: la mancata epurazione, la continuità dei codici, la violenza poliziesca, il disprezzo per la Costituzione. E mi soffermo su ciò che ha poi contato in una coscienza storica retrospettiva. La democrazia che gli antifascisti democristiani opponevano alla dittatura fascista, era spudoratamente formale.
Si fondava su una maggioranza assoluta ottenuta attraverso i voti di enormi strati di ceti medi e di enormi masse contadine, gestiti dal Vaticano. Tale gestione del Vaticano era possibile solo se fondata su un regime totalmente repressivo. In tale universo i “valori” che contavano erano gli stessi che per il fascismo: la Chiesa, la Patria, la famiglia, l’obbedienza, la disciplina, l’ordine, il risparmio, la moralità. Tali “valori” (come del resto durante il fascismo) erano “anche reali”: appartenevano cioè alle culture particolari e concrete che costituivano l’Italia arcaicamente agricola e paleoindustriale. Ma nel momento in cui venivano assunti a “valori” nazionali non potevano che perdere ogni realtà, e divenire atroce, stupido, repressivo conformismo di Stato: il conformismo del potere fascista e democristiano. Provincialità, rozzezza e ignoranza sia delle “élites” che, a livello diverso, delle masse, erano uguali sia durante il fascismo sia durante la prima fase del regime democristiano. Paradigmi di questa ignoranza erano il pragmatismo e il formalismo vaticani.
Tutto ciò che risulta chiaro e inequivocabilmente oggi, perché allora si nutrivano, da parte degli intellettuali e degli oppositori, insensate speranze. Si sperava che tutto ciò non fosse completamente vero, e che la democrazia formale contasse in fondo qualcosa. Ora, prima di passare alla seconda fase, dovrò dedicare qualche riga al momento di transizione.

Durante la scomparsa delle lucciole
In questo periodo la distinzione tra fascismo e fascismo operata sul “Politecnico” poteva anche funzionare. Infatti sia il grande paese che si stava formando dentro il paese – cioè la massa operaia e contadina organizzata dal PCI – sia gli intellettuali anche più avanzati e critici, non si erano accorti che “le lucciole stavano scomparendo”. Essi erano informati abbastanza bene dalla sociologia (che in quegli anni aveva messo in crisi il metodo dell’analisi marxista): ma erano informazioni ancora non vissute, in sostanza formalistiche. Nessuno poteva sospettare la realtà storica che sarebbe stato l’immediato futuro; né identificare quello che allora si chiamava “benessere” con lo “sviluppo” che avrebbe dovuto realizzare in Italia per la prima volta pienamente il “genocidio” di cui nel “Manifesto” parlava Marx.

Dopo la scomparsa delle lucciole
I “valori” nazionalizzati e quindi falsificati del vecchio universo agricolo e paleocapitalistico, di colpo non contano più. Chiesa, patria, famiglia, obbedienza, ordine, risparmio, moralità non contano più. E non servono neanche più in quanto falsi. Essi sopravvivono nel clerico-fascismo emarginato (anche il MSI in sostanza li ripudia). A sostituirli sono i “valori” di un nuovo tipo di civiltà, totalmente “altra” rispetto alla civiltà contadina e paleoindustriale. Questa esperienza è stata fatta già da altri Stati. Ma in Italia essa è del tutto particolare, perché si tratta della prima “unificazione” reale subita dal nostro paese; mentre negli altri paesi essa si sovrappone con una certa logica alla unificazione monarchica e alla ulteriore unificazione della rivoluzione borghese e industriale. Il trauma italiano del contatto tra l'”arcaicità” pluralistica e il livellamento industriale ha forse un solo precedente: la Germania prima di Hitler. Anche qui i valori delle diverse culture particolaristiche sono stati distrutti dalla violenta omologazione dell’industrializzazione: con la conseguente formazione di quelle enormi masse, non più antiche (contadine, artigiane) e non ancor moderne (borghesi), che hanno costituito il selvaggio, aberrante, imponderabile corpo delle truppe naziste.
In Italia sta succedendo qualcosa di simile: e con ancora maggiore violenza, poiché l’industrializzazione degli anni Settanta costituisce una “mutazione” decisiva anche rispetto a quella tedesca di cinquant’anni fa. Non siamo più di fronte, come tutti ormai sanno, a “tempi nuovi”, ma a una nuova epoca della storia umana, di quella storia umana le cui scadenze sono millenaristiche. Era impossibile che gli italiani reagissero peggio di così a tale trauma storico. Essi sono diventati in pochi anni (specie nel centro-sud) un popolo degenerato, ridicolo, mostruoso, criminale. Basta soltanto uscire per strada per capirlo. Ma, naturalmente, per capire i cambiamenti della gente, bisogna amarla. Io, purtroppo, questa gente italiana, l’avevo amata: sia al di fuori degli schemi del potere (anzi, in opposizione disperata a essi), sia al di fuori degli schemi populisti e umanitari. Si trattava di un amore reale, radicato nel mio modo di essere. Ho visto dunque “coi miei sensi” il comportamento coatto del potere dei consumi ricreare e deformare la coscienza del popolo italiani, fino a una irreversibile degradazione. Cosa che non era accaduta durante il fascismo fascista, periodo in cui il comportamento era completamente dissociato dalla coscienza. Vanamente il potere “totalitario” iterava e reiterava le sue imposizioni comportamentistiche: la coscienza non ne era implicata. I “modelli” fascisti non erano che maschere, da mettere e levare. Quando il fascismo fascista è caduto, tutto è tornato come prima. Lo si è visto anche in Portogallo: dopo quarant’anni di fascismo, il popolo portoghese ha celebrato il primo maggio come se l’ultimo lo avesse celebrato l’anno prima.
È ridicolo dunque che Fortini retrodati la distinzione tra fascismo e fascismo al primo dopoguerra: la distinzione tra il fascismo fascista e il fascismo di questa seconda fase del potere democristiano non solo non ha confronti nella nostra storia, ma probabilmente nell’intera storia.
Io tuttavia non scrivo il presente articolo solo per polemizzare su questo punto, benché esso mi stia molto a cuore. Scrivo il presente articolo in realtà per una ragione molto diversa. Eccola.
Tutti i miei lettori si saranno certamente accorti del cambiamento dei potenti democristiani: in pochi mesi, essi sono diventati delle maschere funebri. È vero: essi continuano a sfoderare radiosi sorrisi, di una sincerità incredibile. Nelle loro pupille si raggruma della vera, beata luce di buon umore. Quando non si tratti dell’ammiccante luce dell’arguzia e della furberia. Cosa che agli elettori piace, pare, quanto la piena felicità. Inoltre, i nostri potenti continuano imperterriti i loro sproloqui incomprensibili; in cui galleggiano i “flatus vocis” delle solite promesse stereotipe. In realtà essi sono appunto delle maschere. Son certo che, a sollevare quelle maschere, non si troverebbe nemmeno un mucchio d’ossa o di cenere: ci sarebbe il nulla, il vuoto. La spiegazione è semplice: oggi in realtà in Italia c’è un drammatico vuoto di potere. Ma questo è il punto: non un vuoto di potere legislativo o esecutivo, non un vuoto di potere dirigenziale, né, infine, un vuoto di potere politico in un qualsiasi senso tradizionale. Ma un vuoto di potere in sé.
Come siamo giunti, a questo vuoto? O, meglio, “come ci sono giunti gli uomini di potere?”.
La spiegazione, ancora, è semplice: gli uomini di potere democristiani sono passati dalla “fase delle lucciole” alla “fase della scomparsa delle lucciole” senza accorgersene. Per quanto ciò possa sembrare prossimo alla criminalità la loro inconsapevolezza su questo punto è stata assoluta; non hanno sospettato minimamente che il potere, che essi detenevano e gestivano, non stava semplicemente subendo una “normale” evoluzione, ma sta cambiando radicalmente natura.
Essi si sono illusi che nel loro regime tutto sostanzialmente sarebbe stato uguale: che, per esempio, avrebbero potuto contare in eterno sul Vaticano: senza accorgersi che il potere, che essi stessi continuavano a detenere e a gestire, non sapeva più che farsene del Vaticano quale centro di vita contadina, retrograda, povera. Essi si erano illusi di poter contare in eterno su un esercito nazionalista (come appunto i loro predecessori fascisti): e non vedevano che il potere, che essi stessi continuavano a detenere e a gestire, già manovrava per gettare la base di eserciti nuovi in quanto transnazionali, quasi polizie tecnocratiche. E lo stesso si dica per la famiglia, costretta, senza soluzione di continuità dai tempi del fascismo, al risparmio, alla moralità: ora il potere dei consumi imponeva a essa cambiamenti radicali nel senso della modernità, fino ad accettare il divorzio, e ormai, potenzialmente, tutto il resto, senza più limiti (o almeno fino ai limiti consentiti dalla permissività del nuovo potere, peggio che totalitario in quanto violentemente totalizzante).
Gli uomini del potere democristiani hanno subito tutto questo, credendo di amministrarselo e soprattutto di manipolarselo. Non si sono accorti che esso era “altro”: incommensurabile non solo a loro ma a tutta una forma di civiltà. Come sempre (cfr. Gramsci) solo nella lingua si sono avuti dei sintomi. Nella fase di transizione – ossia “durante” la scomparsa delle lucciole – gli uomini di potere democristiani hanno quasi bruscamente cambiato il loro modo di esprimersi, adottando un linguaggio completamente nuovo (del resto incomprensibile come il latino): specialmente Aldo Moro: cioè (per una enigmatica correlazione) colui che appare come il meno implicato di tutti nelle cose orribili che sono state, organizzate dal ’69 ad oggi, nel tentativo, finora formalmente riuscito, di conservare comunque il potere.
Dico formalmente perché, ripeto, nella realtà, i potenti democristiani coprono con la loro manovra da automi e i loro sorrisi, il vuoto. Il potere reale procede senza di loro: ed essi non hanno più nelle mani che quegli inutili apparati che, di essi, rendono reale nient’altro che il luttuoso doppiopetto.
Tuttavia nella storia il “vuoto” non può sussistere: esso può essere predicato solo in astratto e per assurdo. È probabile che in effetti il “vuoto” di cui parlo stia già riempiendosi, attraverso una crisi e un riassestamento che non può non sconvolgere l’intera nazione. Ne è un indice ad esempio l’attesa “morbosa” del colpo di Stato. Quasi che si trattasse soltanto di “sostituire” il gruppo di uomini che ci ha tanto spaventosamente governati per trenta anni, portando l’Italia al disastro economico, ecologico, urbanistico, antropologico.
In realtà la falsa sostituzione di queste “teste di legno” (non meno, anzi più funereamente carnevalesche), attuata attraverso l’artificiale rinforzamento dei vecchi apparati del potere fascista, non servirebbe a niente (e sia chiaro che, in tal caso, la “truppa” sarebbe, già per sua costituzione, nazista). Il potere reale che da una decina di anni le “teste di legno” hanno servito senza accorgersi della sua realtà: ecco qualcosa che potrebbe aver già riempito il “vuoto” (vanificando anche la possibile partecipazione al governo del grande paese comunista che è nato nello sfacelo dell’Italia: perché non si tratta di “governare”). Di tale “potere reale” noi abbiamo immagini astratte e in fondo apocalittiche: non sappiamo raffigurarci quali “forme” esso assumerebbe sostituendosi direttamente ai servi che l’hanno preso per una semplice “modernizzazione” di tecniche. Ad ogni modo, quanto a me (se ciò ha qualche interesse per il lettore) sia chiaro: io, ancorché multinazionale, darei l’intera Montedison per una lucciola.

esperienze, OSPITI aprile 26, 2009

DOMENICA CLASSICA

La giornata uggiosa e ancora intrisa d’inverno-il sole dovremmo ottenerlo, com’è tradizione, il primo maggio- è delle più favorevoli per ascoltare musica.

Pensando ieri sera ai brani classici che preferisco, mi sono venuti in mente, al volo e alla rinfusa: un paio di romanze (“Nessun dorma” dalla Turandot, “Oh mio babbino caro” dal Gianni Schicchi: si, lo so, scontate, ma Puccini mi strazia), “La valse” di Ravel, il secondo movimento della Settima sinfonia di Beeethoven, lo Stabat Mater di Pergolesi, la Sarabanda di Haendel, il Trio in E Flat, Op. 100 di Schubert… Poi sono andata a dormire. Qui non cedo alla tentazione di Callas ma vi omaggio di una splendida esecuzione dello Stabat Mater (Ricciarelli e Valentini dirette da Claudio Abbado), un po’ deprimente ma sublime. E resto in attesa di vostri consigli. Buona domenica.

esperienze, OSPITI aprile 15, 2009

ROBERTA, LA LIBERA

E’ morta suicida ieri a Roma Roberta Tatafiore. Era una femminista, e una delle creature più libere che io abbia mai conosciuto. Sul Foglio di stamattina è scritto che “era fatta per la libertà. E’ stata questa, in fondo, la sua unica, vera e convinta militanza”, ed è proprio così. L’ho conosciuta che ero una ragazzina, e lei già una donna, generosissima nel mettere a disposizione quello che della vita aveva capito. E il suo modo di capire e di affrontare la vita mi era parso da subito diverso da quello di quasi tutti.

Il suo è stato un suicidio programmato, a lungo e meticolosamente preparato, a quanto pare all’insaputa di tutti. E’ attesa una sua lettera-memoriale, in cui Roberta verosimilmente dirà di sé e della sua scelta quello che avrà ritenuto essenziale dire. Ma il suo gesto -in un albergo della capitale, non lontano dalla sua casa- si presenta da subito e ancora in una prospettiva di libertà, declinata all’estremo.

Roberta ha lavorato a lungo per Noi donne, ha scritto per Il Manifesto e ultimamente per svariati quotidiani tra cui Il Giornale e Il Foglio, ha diretto Lucciola, mensile del comitato per i diritti civili delle prostitute, e ha lasciato vari saggi, tra cui Sesso al lavoro. Collaborava anche per il sito Donnealtri, e questo sul caso Englaro, intitolato La morte libera tra anarchia e diritto e pubblicato in febbraio -ve ne proponiamo alcuni stralci- è probabilmente l’ultimo tra i suoi interventi.

A corpo freddo (di Eluana) e a mente raggelata (la mia) mi interrogo sulle ragioni dell’esito paradossale del cosiddetto Caso Englaro : il padre di Eluana è riuscito sì a liberare sua figlia da una vita-non vita (e in questo gli va tutta la mia solidarietà), ma a un prezzo molto alto: avremo la legge peggiore che esista al mondo sulle volontà di fine vita, malgrado la grande mobilitazione di tante teste competenti e intelligenti e dei sempre generosi Radicali per far sì che ciò non avvenga. A meno di clamorosi cambiamenti durante l‘iter accelerato della legge, dopo la legge la libertà di donne e uomini farà un passo indietro altrettanto clamoroso. La vittoria del padre di Eluana per sua figlia, sancita dai tribunali, si rovescerà in una sconfitta per tutti – sancita dal parlamento. Una vittoria di Pirro, politicamente parlando.
Anche in altri paesi, quelli ai quali dovremmo somigliare, è aumentata la presa del potere religioso (segnatamente cattolico) che pretende di azzerare il pluralismo etico, insito in qualsiasi società, e di imporre erga omnes una morale confessionale. Ma da noi la Chiesa si incontra con la maggioranza del ceto politico, tanto di governo quanto di opposizione, e riesce a far sì che la sua visione morale venga sussunta nelle leggi emanate da governo e parlamento.
E’ il trionfo della “religione civile”, lanciata dal duo Ratzinger-Pera anni fa che ha inaugurato un nuovo tipo di statalismo: lo statalismo chiesastico. Di conseguenza, nei suddetti altri paesi, il conflitto inevitabile tra i diversi modi di intendere a chi appartiene la propria vita – dalla nascita alla morte – non è così violento e sgangherato come in Italia…

Il fatto è che nelle società in cui viviamo, non ci sono che due modi di morire di propria volontà: ricorrere al suicidio (che, non a caso, in tedesco si chiama Freitod, libera morte) oppure affidarsi alla legge che stabilisce i confini entro i quali uno, alcuni o alcuni altri, possono accelerare la nostra dipartita. La legge ci mette a disposizione il testamento biologico (e chiamiamolo così, per piacere, visto che i parlamentari, tanto di maggioranza quanto di opposizione, hanno cassato la parola testamento perché alluderebbe al fatto che la vita sarebbe “bene disponibile”) in caso diventiamo incoscienti e impossibilitati a decidere, il suicidio assistito e l’eutanasia in caso siamo capaci di decidere.
Ma poiché il morire è cosa spiritualmente e esistenzialmente pregnante, nonché materialmente complicata, se non possiamo o non vogliamo morire di nostra mano, se non possiamo o non vogliamo aspettare che il nostro destino si compia in base alla legge naturale (che di naturale ha ormai ben poco visto che le nuove tecnologie della cura possono prolungare la vita ad libitum) altra scelta non abbiamo che sperare, sperare che pietà umana e perizia medica ci accompagnino nel trapasso in un luogo necessariamente pubblico (una clinica, un ospedale, un hospice) perché regolato da norme pubbliche.
Nella nostra solitudine di morenti saremo comunque creature dolenti e bisognose, aggrappate alla vita e timorose della morte, e – coscienti o non coscienti – delegheremo allo stato la nostra esecuzione. Non è una prospettiva esaltante…

Donne e Uomini, OSPITI, Politica aprile 2, 2009

IL CORAGGIO DI FINIRE

Per circa un anno, a Roma, un gruppo di signore (Fulvia Bandoli, Maria Luisa Boccia, Elettra Deiana, Laura Gallucci, Letizia Paolozzi, Isabella Peretti, Bianca Pomeranzi, Bia Sarasini, Rosetta Stella, Stefania Vulterini) si sono viste ogni mercoledì per ragionare sulla crisi della sinistra. Si sono date il tempo per pensarci a fondo, prendendosi la briga di fare questo lavoro per tutte-tutti. Grazie.

Il 19 aprile, alla Casa Internazionale delle Donne, metteranno in comune le loro riflessioni. Ve ne anticipiamo alcuni stralci (il testo integrale lo trovate qui: http://www.donnealtri.it/locale-globale/373-il-coraggio-di-finire-br-riattraversare-la-fine-pu–rivelarsi-un-educazione-sentimentale.html)

Abbiamo cominciato a riunirci prima della caduta del governo Prodi, quando non era ancora del tutto implosa la politica dei partiti della sinistra. Avvertivamo tutte, al di là delle diverse esperienze e del diverso coinvolgimento in quella vicenda, il bisogno di uno scambio su quello che da tempo ci sembrava evidente: una perdita di senso e di funzione della sinistra, all’interno di una più generale crisi della politica. Una perdita forse irrimediabile. Che si manifestava nella ripetizione di tutti i vizi che l’hanno portata allo schianto elettorale, dalle pratiche asfittiche ed autoreferenziali, all’abuso di parole troppo lise per comunicare e convincere . A questa situazione abbiamo guardato con “attenzione amorevole” (…)

Siamo ri-partite da quello che stava accadendo ad alcune di noi: l’ invecchiamento, le malattie, la fine di persone care. Abbiamo tutte esperienza del peso e della sofferenza che può suscitare la fine della vita. E abbiamo bisogno di dare parola a questa esperienza. A cosa accade ai corpi nel morire… anche se la fine non può essere buona, bisogna assumerla comunque. E’ un modo di riconoscere la finitezza, il limite, l’usura del corpo. Restano – non è una consolazione, ma un’eredità – le relazioni. La politica delle donne di questo parla. E’ questo il filo di continuità tra il nostro gruppo e il femminismo. E’ sulla possibilità di mettere le relazioni al centro della politica che vogliamo lavorare, creare incontri e scambi con uomini e donne (…)

Questo ha suscitato in noi un coinvolgimento vivo sulla questione politica della fine della vita. Da mesi presente nelle cronache di giornali e istituzioni sul cosidetto “caso Englaro”. Che abbiamo però sottratto alla complicata e astratta discussione bioetica, su legge o no, su chi decide, su cos’è accanimento terapeutico, cosa terapia, cosa vita, quando si è morti o no, ecc, ecc. La legge ci sembra un modo solo per coprire un vuoto di senso, e, al contempo, esorcizzare la paura della morte (…)

E’ sempre più difficile saper convivere con la morte. E saper quindi compiere quel mutamento esistenziale che ogni fine, a noi vicina, comporta. E sempre meno accettiamo di fare esperienza del lutto, della necessità di prendere congedo. Di attraversare il dolore che ogni cesura, tanto più se inevitabile, comporta. La morte da esperienza individuale si trasforma così in un rimosso della coscienza collettiva. Lavorare su quel rimosso è una parte essenziale della politica, perché è essenziale per la convivenza (…)

Dal bisogno di nominare la fine dei corpi, abbiamo preso consapevolezza del bisogno, altrettanto forte, di nominare la fine nella politica. Il rinvio dal corpo alla politica, dal fine vita alla fine di forme della politica è stato repentino. Ci ha fatto capire perché giravamo a vuoto, senza afferrare il nesso tra la nostra esperienza viva di politica ed il discorso politico e sulla politica. Perché anche noi restavamo incagliate nel “discorso ” pre-costituito che è quello pubblico, dei giornali e delle sedi politiche. Un effluvio di parole che assorda senza riempire il vuoto di senso. Proprio come nel discorso della bioetica, attorno al corpo di Eluana.

La crisi della politica mima le crisi del corpo fisico. Conosce l’alternarsi di bulimia e anoressia: eccesso di parole, di concetti, di invenzioni verbali e disseccamento delle radici sociali, delle pratiche comunicative, degli scambi di senso e di riconoscimento. Cupio dissolvi e vocazione suicidaria nella riproposizione all’infinito dei modi e delle logiche che hanno portato al disastro. Accanimento terapeutico diretto a rinverdire simboli e riferimenti ormai in declino, che hanno dato un giorno forza all’impresa e che si spera possano tornare a essere quello che sono stati. Nel femminismo abbiamo tempestivamente visto e nominato i danni del prometeismo. Di quel peculiare accanimento maschile che li spinge a tenere in vita vegetativa imprese collettive. Le istituzioni, le prassi, i codici di una politica non più viva, non più feconda. Perché non nutre le esperienze, non le cambia, non offre significato.

Gli uomini fanno fatica a prendere le distanze dalle organizzazioni – partiti, gruppi, associazioni- che hanno costruito. Non riescono a separarsene. L’ansia per il declino di un partito si traduce nell’invocare un leader, così come la leadership dovrebbe supplire alla crisi dell’ autorità patriarcale. Nella realtà i gruppi dirigenti maschili, a sinistra soprattutto, non solo non hanno autorità, ma sono un ostacolo per affrontarla: occupano quella funzione, ma non la incarnano. Nell’infinita transizione italiana è tutto un fare e disfare partiti, coalizioni, sistemi elettorali. Un chiudere ed aprire fasi e cicli senza mai fermarsi a prendere atto di ciò che è davvero finito, morto, dentro questo inesausto adoperarsi per dar vita al nuovo. Ed è malamente morto, senza ottenere degna sepoltura, anche a causa di questo accanimento (…)

Si può accettare il vuoto e l’impotenza. Fa soffrire. Ma questo può essere, una condizione attiva, non solo passiva. Patire è radice di passione. Attiva desiderio. Muove dall’impotenza che avvertiamo verso… un bisogno di dare senso a quel patire, prima ancora che verso qualcosa che lo risolve. Ma non bisogna avere fretta di colmare il vuoto, di azzerare la sofferenza con la rimozione. Ignorare la fine ci fa perdere l’opportunità di portare con noi ciò che è importante di questa fine e che probabilmente ci sarebbe utile per ricominciare.

Democrazia è una parola a rischio. Per la sua intrinseca ambivalenza. Come sistema politico ha fatto spazio alle differenze, alla pluralità delle esperienze e dei punti di vista. Come forma del potere politico si è costituita come luogo terzo rispetto alle differenti posizioni, ai partiti, ai conflitti, alle soggettività (…) Anche per i governati, noi singoli e singole, la democrazia è parola ambivalente. A rischio. Per un verso abbiamo potere su noi stessi, è la libertà individuale, garantita come diritti. Per altro verso ognuno deve vedersela da sé, sta per conto suo, ha i fatti suoi. La democrazia insomma, come luogo terzo rende più difficile mettere al centro della politica e della vita le relazioni. Questo produce un ricorso ossessivo alla legge. Ci si appella alla legge per paura delle relazioni, come se la legge potesse colmare il vuoto di legami, l’assenza di una dimensione condivisa nell’ esistenza e nel pensiero.

Vorremmo ripensare la democrazia, non come luogo terzo, non come potere neutro del decisore, ma come convivenza tra differenti, spazio di relazioni e mediazioni, del loro intrecciarsi con l’agire collettivo(…)

Non vi è consapevolezza che anche le istituzioni umane, tutto ciò che è costruito è contingente, finito. La sinistra ha affrontato il suo declino come se fosse, per natura, necessaria, insostituibile. Hanno preso il sopravvento la rimozione e l’ attaccamento. Attaccamento come ripetizione, inconsapevole per lo più, del passato, rappresentazione mitica di ciò che è stato, suo ritorno parodistico, diffuso affidarsi ai meccanismi e ai dispositivi sperimentati. Soprattutto c’è stato un uso del sentimento affettivo diffuso, del senso comune e della tradizione. Rimozione come rito dell’innovazione, ricorso al lifting piuttosto che costruzione di un altro ordine di senso e di esperienza.

Non vediamo modo di ricominciare se non si ha il coraggio di finire. Di nuovo c’è un nesso con la questione del fine vita. Con il modo in cui è stata malamente rappresentata nella vicenda Englaro. In questi anni le donne hanno chiuso diverse esperienze, diversi gruppi, associazioni. Gli uomini invece se chiudono un esperienza, fanno finire un partito o un gruppo e per rifarlo. Magari per moltiplicarlo, dividendosi in due o tre sotto-gruppi. Forse perché il significato della parola “fine” si intreccia troppo con quello di “fallimento”. Forse perché hanno paura di invecchiare – anche noi, ma diversamente da loro – e provano a mantenersi giovani, ripetendo il rito del nuovo inizio. Come nella vita, cambiano partner. Noi vorremo comunicare con loro, su cosa vuol dire avere coraggio di finire. Mantenendo vive, ed allargando, le relazioni che abbiamo.