C’è un punto preciso della mia casa, non più di un metro quadro di parquet -ci si sta a malapena in piedi- dove mi sono capitate diverse cose speciali. Lì ho carezzato per la prima volta la creatura non umana che più ho amato nella mia vita, un cucciolo biondo e dispettoso; lì una musica mi ha portato via; lì ho vissuto e sentito cose le cui conseguenze sarebbero durate negli anni a venire. L’ho scoperto per caso e di tanto in tanto mi ci fermo, d’istinto, senza programmarlo. E mi metto in ascolto.
C’è un mudra dello yoga, un gesto che ricorre in posture di preghiera comuni a molte tradizioni religiose – anche nel Padre Nostro cristiano, per esempio-, che favorisce l’ascolto e l’accoglimento di quello che deve venire: le mani lasciate morbide, il palmo rivolto verso l’alto, come in chi attende un dono o si dispone a un’attiva passività.
Non saprei dare una spiegazione di questo fenomeno, che un metro quadro del mio living sia il posto dove capitano certe strane cose. Il meraviglioso, mi verrebbe da dire. E del resto non è questione di spiegare, forse non tutto si aspetta di essere spiegato. Mi capita di trovarmi lì, tra una delle librerie e una portafinestra che accede al terrazzo, il viso a est e le spalle a ovest, gli occhi socchiusi, e la sensazione precisa di essere in un raggio di energia, qualcosa di luminoso che dal più profondo della terra sale in cielo, e mi permette di partecipare a questa unione. Il tempo si fa sferico, come un grembo, e non corre più. Non succede nulla, eppure capita tutto, e quando vuole lui.
Se fossi una donna primitiva lì probabilmente costruirei un piccolo recinto sacro, un tempietto sottratto alla legge dell’utile, alla fretta, alla violenza della ragione, alla paura. Ci metterei qualche oggetto a contrassegnarlo, mi inventerei qualche piccolo rituale di purificazione prima di entrarci. Le stesse cose antiche che fino dalla notte dei tempi gli uomini e le donne hanno fatto quando hanno sentito che in un certo luogo non erano più soli, e tutto era luminoso.
Ma non si può. Di lì ci passiamo frettolosamente tutti. Il cane ci galoppa con la sua pallina. C’è un’enorme tv al plasma a qualche metro. Resterà un segreto tra me e la luce.
(pubblicato su “Io donna”-“Corriere della Sera”)
Certi ci nascono, con la vocazione dell’ortopedico, o dell’istruttore di vela, o del criminologo, o del veterinario, passioni che li divorano fin dalla scuola materna. Con un po’ di buona sorte riusciranno a diventarlo. Poco versatili, ma di sicuro fortunati. I più, nel frattempo, la stragrande maggioranza, brancoleranno nel buio, tentando qua e là. Il test d’ammissione a medicina, dove, come a “Chi vuol essere milionario”, cadranno sulla capitale dello Zimbabwe (quanti Fleming ci perderemo, in questo modo?). O la decisione shock per Scienze politiche, essendo che la più carina della classe ha avuto l’improvvida idea di iscriversi lì.
Mai visti sondaggi a riguardo, ma con buona approssimazione si può azzardare che la scelta degli studi è casuale 5 volte su 10, e forse siamo ottimisti. Se tutto andrà bene il nostro ragazzo casual si infilerà in un tunnel di formazione permanente che lo impegnerà per un’imprecisabile quantità di anni, fino alla laurea e ai master di svariato livello, con prospettive di inserimento nel lavoro inversamente proporzionali alla lungaggine del percorso scolastico.
Sbaglierò, ma ho sempre pensato invece che a lavorare si deve cominciare presto: per capire com’è, che cosa succede lì, di quali dotazioni si deve essere muniti, in che cosa si è bravi e in che cosa no, come si lavora in gruppo e come da soli, che sapore ha il pane che ti sei guadagnato. In più magari, provandoti sul campo, capisci meglio per che cosa sei tagliato, e corri meno rischi di condannarti all’inferno di un mestiere che non ti piace, che è quasi peggio di un matrimonio sbagliato. Per questo mi domando se per molti ragazzi non sarebbe opportuno un annetto di riflessione post-diploma, una specie di sabbatico per guardarsi in giro, fare un viaggio, lavorare qua e là, e maturare qualche convincimento: il cosiddetto gap year, da qualche parte nel mondo si fa. Magari un master in meno, ma qualche esperienza in più, in qualche azienda, in qualche bottega, per dare subito un morso alla vita vera. Ditemi se sto sbagliando. E comunque, mentre sono lì a sudare sugli Alpha test, non dimenticate che gli stiamo guastando i più begli anni della loro vita.
(pubblicato il 24.05.08 su “Io donna” – “Corriere della Sera”)
Mattina presto, sto guidando in una brutta e grigia strada di città, dalle parti della famosissima via Gluck. A destra corre la ferrovia. Di fronte, un palazzo. A sorpresa, la bellezza di un balcone fiorito. Sento un fischio del treno, e sobbalzo. Non è per il treno. E’ qualcosa che sta capitando, e tutti i miei sensi si spalancano all’unisono. Il fischio ha disegnato lo spazio con la sua eco, la bellezza di quel poggiolo si è dilatata e lo ha invaso. C’è anche un piccolo prato. Alzo lo sguardo verso il cielo, di un tenero azzurro autunnale. Passa un uomo in bicicletta, zigzagando spensierato. Siamo qui, penso, lui e io, in mezzo a una grande pianura, e un cielo azzurro e ventoso ci sta passando sopra. Mi sento inconsultamente felice. Sto da qualche parte di questa enorme pianura, con un grande fiume a sud, alte montagne innevate a nord, e alcuni dolci laghi ai loro piedi. L’aria si fa fresca e sottile, “vedo” i falchi che roteano nell’azzurro, sento l’odore melmoso e pescino dell’acqua dolce. Che cosa ti sei fumata, bella gioia?
Mi fermo, scendo dall’auto, faccio due passi. Voglio stare un po’ lì. C’è della terra viva sotto strati e strati di asfalto cittadino, la sento al lavoro sotto i piedi. Chiudo gli occhi per trattenere l’informazione. Ho dormito poco quella notte, la vigilanza è allentata. Qualcosa di sognante ha invaso la veglia. Qualche strana area cerebrale si è attivata. Non c’è che gioia intorno a me. Un giardino.
Sarà stato lo splendore di quei fiori? E’ a questo che serve la bellezza? a portarci via dalla durezza di ciò che pretende di essere immutabile? Mi trovo inaspettatamente in una terra di mezzo. Forse lì c’è qualcosa che vado cercando, e che in qualche modo mi ha trovato. Mi sono lasciata trovare, stamattina. Non succedono solo le cose brutte, allora. Può capitare anche qualcosa di bello.
(pubblicato su Io donna – Corriere della Sera).
Con l’assistenza paziente dei miei amici di sempre Alberto Rossetti e Marco Bill Vecchi mi inoltro in questo mondo sconosciuto, da quasi-analfabeta. La cosa non mi spaventa affatto, però. Giusto un po’ di nervosismo da neofita del web. Quanto alla scrittura, invece, per me è come respirare. Si doveva fare per i miei affettuosi lettori, che non mi perdono mai di vista, e con i quali la comunicazione è ingorgata per mancanza di spazio. Lo spazio del web, invece, a quanto pare è illimitato. La mia totale imperizia mi fa pensare comunque a qualcosa che prima o poi finisce. Tutto finisce, perché questo spazio così intasato no? Temo che il mio approccio sia femminilmente materico. Saluti a tutti, in ogni modo, e portate pazienza anche voi. Questo blog è in costruzione, via via conseguirà un aspetto più credibile e decente. Sono convinta che quando c’è energia, e desiderio di mettere in comune -cose che non mi sono mancate, finora-, gli ostacoli si superano. Mi faccio gli auguri, e chissà.
Nel giro di una ventina d’anni, secondo le nerissime previsioni Oms, la depressione sarà il male umano numero uno: saldamente al primo posto nei paesi ricchi, al secondo posto, preceduto solo dall’Aids, nella classifica mondiale delle malattie. Una crescita esponenziale a cui purtroppo non sembra corrispondere un progresso altrettanto rapido delle neuroscienze: di come funziona il cervello si capisce ancora molto poco. Sulle cause e sulle terapie della depressione si sta ancora cercando.
Le ricerche degli ultimi vent’anni si sono concentrate su un paio di neurotrasmettitori, serotonina e norepinefrina, ai cui livelli troppo bassi si assocerebbe la depressione: gli antidepressivi SSRI, come Prozac e Zoloft, agiscono proprio su queste sostanze. Studi più recenti si sono invece focalizzati sulle cellule nervose e sui circuiti cerebrali: la depressione potrebbe essere l’effetto di danni permanenti a queste strutture, provocati da un’esposizione prolungata allo stress, da una risposta eccessiva a più eventi stressogeni o anche a un’unica esperienza traumatica. La terapia dovrebbe quindi mirare a bloccare o ridurre l’eccesso di reattività individuale allo stress.
Un altro studio comproverebbe una certa efficacia antidepressiva del Dhea, madre degli ormoni sessuali, venduto negli Stati Uniti come integratore alimentare. Il Dhea funzionerebbe soprattutto sulla depressione della mezza età.
Un problema che ritarda e complica la diagnosi e la cura della depressione è la sua “clandestinizzazione”: i sintomi depressivi si associano spesso a sensi di colpa e a vergogna, soprattutto tra gli uomini, che diversamente dalle donne non hanno nemmeno l’“alibi” delle fluttuazioni ormonali. Ma il problema è ormai così radicato e diffuso da non poter più essere tenuto nascosto. Sul numero crescente di uomini vittime del “cane nero”, così Winston Churchill chiamava la depressione, negli Stati Uniti sono stati pubblicati saggi come “Unmasking Male Depression”di Archibald Hart, e “I Don’t Want to Talk About It: Overcoming the Secret Legacy of Male Depression”, di Terrence Real.
Come si sa, i medici raccomandano di non dire mai a un depresso cose del tipo: “fatti forza”, “usa la testa”, “mettici un po’ di buona volontà”. Un vero depresso non ha forza né volontà da usare, ed esortazioni di questo genere non fanno che aggravare il suo senso di inadeguatezza. Eppure c’è qualcosa, in questo appello alla volontà e al bene, che potrebbe rappresentare una speranza, o addirittura il principio di un nuovo approccio alla malattia.
La rivoluzione copernicana è la scoperta della plasticità del cervello, organo soggetto a continui cambiamenti indotti dai rapporti con l’ambiente, dalle esperienze, dalle sostanze con cui entra in contatto. Un esempio: in un pianista l’area cerebrale che controlla il movimento delle dita tende ad allargarsi a scapito di altre funzioni attivate più raramente. Nel tempo, il nostro cervello diventa la fotografia della vita che abbiamo condotto. La sua specializzazione, quindi, non è fissata una volta per tutte dall’anatomia o dai geni, ma è il risultato di quello che ci è capitato.
Per decenni, il dogma prevalente nelle neuroscienze era quello della fissità e dell’immutabilità del cervello adulto. Oggi si sa invece che la neuroplasticità è una caratteristica permanente, e che anche un “vecchio” cervello, non solo quello di un bambino, può subire modificazioni fisiche significative.
Una scoperta rivoluzionaria, perché se un cervello può cambiare, e quindi può ammalarsi in seguito a eventi e situazioni che ha subito, la strada non è a senso unico: sul cervello si può attivamente agire per modificarlo, e quindi per guarirlo, applicando pensiero e volontà in una sorta di “rieducazione emozionale”. Perché si è visto che anche l’attività puramente mentale e il semplice pensiero possono cambiare il cervello. I segnali che producono cambiamenti non arrivano solo dal mondo “fuori”, ma anche da “dentro”, dalla nostra interiorità, dalla nostra mente. Possiamo quindi diventare promotori consapevoli e attivi di questo processo, allenarci al benessere, pensare pensieri che ci fanno stare meglio.
Il saggio “Train Your Mind, Change Your Brain” (Allena la tua mente, cambia il tuo cervello- Ballantine Books, New York, 2007) di Sharon Begley, senior editor e science columnist di “Newsweek”, ragiona in profondità su questi temi, ed è un libro straordinario per la sua capacità di infondere speranza con argomenti solidamente scientifici. Sul risvolto di copertina, un’immagine della giornalista accanto a un sorridente Dalai Lama. Come spiega nella prefazione Daniel Goleman, autore del best seller “L’intelligenza emotiva”, “le pratiche di meditazione buddista sembrano poter offrire ai neuroscienziati una dimostrazione “in natura” della neuroplasticità al suo massimo potenziale”.
Con il consenso e la collaborazione del Dalai Lama, che firma l’introduzione al saggio di Begley, un gruppo di monaci con una lunga esperienza di meditazione sono stati sottoposti a test strumentali nei laboratori di Richard Davidson, neuroscienziato dell’università del Wisconsin. I test hanno inequivocabilmente dimostrato che la ripetuta pratica di una particolare tecnica di meditazione “sulla compassione” aveva prodotto significativi mutamenti in certe aree del cervello (la corteccia prefrontale) dei meditatori veterani, mutamenti associati a un incremento dello stato di felicità e di benessere, di empatia e di amore “materno”, a scapito di rabbia, depressione e “bad feeling”. La meditazione, quindi, aveva cambiato fisicamente il cervello dei monaci rendendo più attivi i “circuiti della felicità”, chiara dimostrazione che importanti cambiamenti possono essere volontariamente indotti con un’intenzionale applicazione del pensiero. Ci si può “allenare” a essere felici, insomma, o almeno a essere meno negativi e infelici. E una volontà costante può fare molto.
La meditazione non è l’unica strada. Spiega Sharon Begley: “Le ricerche si sono focalizzate soprattutto su questo, ma alcuni studi evidenziano che anche la terapia cognitivo-comportamentale può mutare certi modelli di attività cerebrale, fino a trattare la depressione e a ridurre la percentuale di ricadute. Vi è motivo di ritenere che altre forme di training mentale, la stessa preghiera cristiana probabilmente, possano indurre e indirizzare consapevolmente la plasticità del cervello”.
In una serie di incontri tra il buddismo e la scienza promossi a Dharamsala (India) dal Dalai Lama, in collaborazione con il Mind e Life Institute di Louisville, si è discusso degli eclatanti risultati delle ricerche sulla plasticità cerebrale: Sharon Begley ne riferisce nel suo appassionante reportage. Uno dei casi riportati è l’esperimento di Alvaro Pascual-Leone, neuroscienziato della Harvard Medical School. Pascual-Leone ha chiesto a un gruppo di volontari di eseguire un semplice esercizio a cinque dita al pianoforte, due ore al giorno per una settimana. Alla fine dell’esperimento si è visto che l’area cerebrale deputata al movimento delle cinque dita andava “colonizzando” le aree contigue. Cioè un quantitativo sempre maggiore di corteccia cerebrale veniva delegata al compito di far muovere le dita. La neuroplasticità infatti non è semplicemente la capacità del cervello di creare nuove sinapsi, cioè nuove connessioni tra neuroni, “tracce” di nuovi apprendimenti e nuovi ricordi, ma va ben oltre. E’ la stessa funzione delle aree cerebrali che può mutare: una zona del cervello geneticamente assegnata a un compito, per esempio alla vista o all’udito, può mettersi a fare altro. Ma ci vuole un’applicazione intenzionale. In una parola, serve allenamento e volontà perché questo possa accadere.
Le scoperte di Alvaro Pascual-Leone non finiscono qui. A un secondo gruppo di volontari lo scienziato ha chiesto di eseguire lo stesso motivo musicale solo mentalmente, semplicemente immaginando di muovere le cinque dita: ebbene, anche in questo secondo caso la regione di corteccia che controlla i movimenti delle dita è andata espandendosi. La struttura fisica del cervello quindi può cambiare non solo in conseguenza delle cose che facciamo o delle esperienze che abbiamo subito, ma anche di quelle che “semplicemente” pensiamo. Scoperta che, osserva Begley, può avere importanti implicazioni terapeutiche: si tratta in sostanza di pensare le cose adatte e nel modo adatto ad alterare le connessioni cerebrali su cui si fonda il disturbo mentale. Si può parlare di “neuroplasticità auto-diretta”. Evitarci il male e il dolore non è nelle nostre possibilità, ma controllarne gli effetti negativi probabilmente sì.
La prova delle capacità di autoguarigione della mente in alcune ricerche condotte dall’università di California: la terapia cognitivo-comportamentale sarebbe infatti in grado “acquietare” l’iperattività anomala dei circuiti cerebrali connessi al disturbo ossessivo-compulsivo. Mutuando dalle tecniche della meditazione buddista, il neuroscienziato Jeffrey Schwartz ha istruito alcuni pazienti a “osservare” i loro stessi pensieri ossessivi come delle “sciocchezze emesse da un circuito difettoso”. Dopo dieci settimane di trattamento, 12 dei 18 pazienti erano significativamente migliorati, e l’attività nella corteccia orbitale frontale, centro del disturbo ossessivo, si era drammaticamente ridotta, come capita in chi assume farmaci ad hoc.
Perché allora non ricorrere direttamente ai farmaci? “Perché in genere hanno effetti collaterali” spiega Begley “e per evitare ricadute depressive spesso vanno assunti per tutta la vita. Gli effetti della “mindfulness”, invece, della piena consapevolezza e dell’allenamento mentale, durano per sempre e non hanno controindicazioni. Inoltre non c’è farmaco che sappia incrementare l’empatia e l’amore come sa fare l’allenamento mentale”.
Richard Davidson, il neuroscienziato dell’università del Wisconsin che ha studiato i monaci, sottolinea l’esistenza di “una tremenda lacuna nella nostra visione del mondo: riconosciamo l’importanza dell’allenamento per aumentare le nostre forze, per l’agilità fisica, per le capacità atletiche, per l’abilità musicale… per tutto, salvo che per le emozioni”. E invece anche la felicità può essere appresa come un’arte: agli scienziati americani il Dalai Lama ha raccontato di essere stato lui stesso un ragazzino ribelle e perfino un po’ bullo. Oggi, dice, non conosce più il sentimento dell’odio.
Le tecniche della meditazione sono nate come risposta a una situazione ambientale molto avversa, che richiedeva grandi capacità di resistenza e di adattamento. Forse oggi, da un punto di vista spirituale, ci troviamo in una situazione ugualmente difficile: “Nel mondo attuale” conviene Sharon Begley “siamo costantemente sottoposti al bombardamento delle cattive notizie, viviamo immersi nel materialismo e nelle atrocità. Oggi più che mai dobbiamo poter contare sulle nostre risorse interiori per andare avanti”.
Qual è l’atteggiamento della scienza tradizionale su queste scoperte? “L’evidenza della neuroplasticità non può più essere negata” dice ancora Begley. “Semmai oggi si discute sui suoi limiti e sulle sue potenzialità. Si può pensare di ricorrere al training mentale anche per trattare disturbi mentali gravi, come la schizofrenia, l’autismo, l’Alzheimer? Per ora non lo sappiamo. Ma io credo che la scienza abbia sottovalutato troppo a lungo le potenzialità di autoguarigione del cervello, e sarebbe un errore liquidare a priori qualunque ipotesi prima di verificarla”.
La scoperta della neuroplasticità e delle potenzialità del training mentale, osserva ancora Begley, potrebbe aiutarci a cambiare radicalmente “anche il mondo, sfruttando appieno la possibilità di allenarci a essere più gentili e compassionevoli, meno difesi ed egoriferiti, meno aggressivi e guerrafondai”.
Il benessere dell’individuo e quello del mondo come un tutt’uno: è la speranza più grande, per il Dalai Lama, per i suoi monaci, per gli scienziati di Dharamsala. E per noi tutti.
(pubblicato su “Io donna” – “Corriere della Sera”)
Mia nonna Luigina, seconda mamma di mio padre –la madre naturale era morta giovane, nel 1944, vittima del fuoco amico- rimase vedova presto. C’erano da tirare avanti casa e negozio. Al cimitero andava quando poteva. Erano le buone donne –sono sempre le pie donne a portare informazioni dai sepolcri- a darle quasi ogni giorno notizie fresche sul marito defunto: “Sciora Lüisina, incoeu el sciur Iginio l’era propii bèl”, oggi il signor Iginio era proprio bello. O invece: “Incoeu l’ho vist brüt, inrabìi… ghe faga dì messa”, oggi l’ho visto brutto, arrabbiato, gli faccia dire messa.
La foto di ceramica sulla tomba, colori pastello alquanto Warhol –occhi azzurro stoviglia, capelli giallini, la sola immagine che mi è rimasta di quell’avo mezzo tedesco-, ha sempre offerto puntuali informazioni sul grado di elevazione di mio nonno nell’aldilà. Non è che si continua a salire dritti verso la Grande Luce, a quanto pare, scontando via via qual che c’è da scontare con l’aiuto di una messa e di una prece dei vivi. Si può anche perdere qualche posizione e tornare indietro: si pecca ancora, dunque, e quindi si paga anche di là? o la retromarcia dipende da qualche imperscrutabile bizza di Dio, che oggi ti chiama nel suo abbraccio e domani non ti degna nemmeno, e allora tu dimenticato scivoli indietro, come su una rampa insaponata, sacramentando perché perdi quel poco vantaggio acquisito (e la tua foto si incazza insieme a te)? C’è dunque un tempo, anche di là, e uno spazio, presumibilmente tutto in salita, con i quali ti tocca lottare?
Quanto a mio padre Gianni, figlio del sciur Iginio, le prime volte che andavo a trovarlo al cimitero mi ero fatta l’idea che scodinzolasse dentro al loculo. Io che gli parlavo, gli dicevo tutto il mio strazio, gli raccontavo qualche storia di casa, gli chiedevo un consiglio, bisbigliando con le labbra sul freddo del marmo, carezzando con il dito indice la sua fotografia: foto che, ahimé, non dava alcuna informazione sul suo stato del momento, ma solo sul giorno di festa in cui gli fu scattata, compresa quella cravatta orribile. E lui, ne ero certissima, che lì dentro dov’era chiuso scodinzolava di felicità o di disappunto o di rabbia, e aguzzando bene le orecchie potevo anche sentire il toc-toc della coda sullo zinco, come un assurdo codice Morse. La morte quindi come regressione nella line filogenetica, un abbassamento di grado evolutivo. Ma pur sempre una forma di vita. Al fatto che fosse diventato un cane, specie da lui e da me molto amata, potevo anche rassegnarmi. Ma che si fosse trasformato in una cosa immota e destinata a rapido disfacimento, lui, mio padre, quell’uomo mite e dallo spirito surreale, allegro come tutti quelli che avevano compiuto diciott’anni nel primo dopoguerra, segnato da quell’esplosione di gioia come da un imprinting indelebile, che mio padre dopo aver passato indenne tutto questo fosse poi stato beffato in via definitiva, questo no, questo non poteva essere. L’aldilà era la gabbia di un canile, niente meno di questo.
Parlo di mio padre perché il mio morto è lui, su di lui ho studiato la questione dell’aldiquà e dell’aldilà, e posso spiegarvi tutto per bene. Anzitutto non si muore di colpo. E’ andata così, che io stavo guidando la macchina, una Dedra blu, e lui mi stava seduto a fianco, dalle parti di piazza Durante a Milano, e a un certo punto ha fatto un piccolo singhiozzo, come uno starnuto trattenuto o abortito, io mi sono voltata verso di lui e lui stava compostamente seduto con la fronte imperlata di sudore e gli occhi aperti, ma non gli avevo mai visto occhi tanto immensi, e allora gli ho detto semplicemente: “Per favore, papà, non morire. Non adesso”, e nel contempo ho sterzato finendo con il muso della macchina quasi dentro la vetrina di una gelateria, e la padrona è uscita dicendomene di tutti i colori. Ma poi lei e gli avventori hanno capito, hanno mollato il gelato a sciogliersi sui tavolini –erano le sette di sera di un indimenticabile 23 giugno- e sono saltati addosso a mio padre dandogli colpi furiosi in mezzo al petto mentre io stavo lì in piedi senza scompormi nel mio tubino di piquet bianco. Quello che sentivo e gli altri non potevano vedere era la forza di un vortice che se lo stava portando via, come certe trombe d’aria che si vedono in Versilia, un tunnel d’amore più forte del mio che lo stava risucchiando, sua madre ammantata d’azzurro che per quel solstizio del 1994 aveva ottenuto di riaverlo dentro di sé e mi ringhiava contro: “Lasel sta’, adès, che l’è el mè”, lascialo stare, adesso, che è mio.
Vista così in effetti potrebbe sembrare una morte improvvisa, infarto, la morte degli eletti, uno starnuto abortito e via. E invece al San Raffaele, dove non avevano potuto fare altro che costatare il decesso, dove due infermieri energumeni pronti con l’iniezione di sedativo mi avevano preso uno da una parte e l’altro dall’altra, quasi sollevandomi da terra, e mi avevano detto precisamente: “E’ arrivato già morto in ospedale”; al San Raffaele, in quella stanzetta del pronto soccorso dove l’avevano appoggiato, con gli occhi chiusi, adesso, ma la bocca aperta, e così per la prima volta avevo potuto osservare con attenzione il lavoro del dentista nella amata bocca di mio padre, in quella stanzetta mia zia Giannina sua sorella, una che non si è mai emancipata e quindi su certe cose la sa ancora lunga, mi ha detto di parlare piano davanti a lui e di non farmi capire, perché “loro sentono”. Gli abbiamo tolto l’orologio, la catenina con l’angelo e la vera di nozze, ma piano, facendo in modo che non se ne accorgesse. Devo perciò dire a tutti: calma con le autopsie o certi trattamenti troppo energici subito dopo morti, perché appena morti si è solo mezzi-morti, e dunque mezzi-vivi, le cellule continuano imperterrite a fare il loro lavoro, il sonno è appena più profondo del solito, e se è vero che anche le neuroscienze più disinibite cominciano a sospettare che non vi sia una perfetta coincidenza tra ciò che chiamiamo coscienza e la mera attività cerebrale, può essere che qualche barlume ci sia ancora, che per qualche ora o per qualche giorno si sosti incerti in un luogo da cui ti è anche concesso di tornare per sistemare almeno alcune delle cose rimaste in sospeso, per passare le consegne, per un’ultima carezza o una vendettina in exitu. Del resto natura non facit saltum, e non si vede per quale ragione dovrebbe saltare proprio in quel momento estremo, smentendosi clamorosamente e interrompendo quel continuum che è la vita, di cui la morte è solo un episodio traumatico e seccante.
Ho le prove di quel che dico perché due o tre giorni dopo il decesso, quando il ghiaccio del mio rifiuto aveva cominciato a sciogliersi in un pianto senza sosta, lacrime giorno e notte, un lavacro ininterrotto anche durante il sonno, bestemmiando contro la stolida gioia delle rondini che garrivano in quei tramonti senza ritorno, gridando come una pazza isterica contro l’inconsulta vitalità delle formiche che avevano invaso la mia cucina, loro così inutilmente vive mentre quasi tutto quello che contava per me era morto, andando in pellegrinaggio a cercare qualche segno di mio padre davanti alla gelateria dove il maledetto mi aveva abbandonato, un pianto che mi fluiva anche tra le gambe, facendomi sanguinare fuori periodo, ecco, in una di queste notti mio padre si è venuto a sedere in fondo al mio letto, con un’aria piuttosto seccata. E in milanese, lingua della sua origine e quindi all’origine di tutto il suo mondo e della parte più autentica del mio, mi aveva invitato a smetterla, normativo come non lo era mai stato, dicendomi precisamente: “Marina, cerca di piantarla lì (cerca de mucàla). Io sto bene, e tu non mi lasci in pace. Sei solo tu a trattenermi qui (che te me tegnet chì) ”. Non aveva l’aria di uno che doveva andare, ma piuttosto di uno che voleva andare. Come se le cose che ora aveva da fare lì fossero più importanti dello stare qui a perdere altro tempo ad amare me. Mi spiace solo di non essere stata abbastanza pronta e di non avergli chiesto: “Dove sei, adesso? e che cos’hai da fare?”. Ma sono assolutamente certa di quello che dico: ci deve essere qualcosa da fare, nell’aldilà, che è più importante perfino delle cose più importanti dell’aldiquà. C’è qualcuno o qualcosa da amare, di là, che è più importante degli amori più grandi che si sono avuti qui. Se no, vi assicuro, mio padre non si sarebbe mai comportato così, perché io ero il suo sole e le sue stelle, e lui aveva una natura profondamente amorosa.
Dunque a un certo punto è proprio andato del tutto. Qualche altra cosetta di qui l’ha fatta, tipo far odorare di rose dei semplici gerani, come testimoniato dai suoi vicini di casa, o tenere lo sterzo al mio posto un paio di volte, o farsi una passeggiatina dalle parti del convento antico dove sua madre l’aveva partorito il 7 settembre del 1928, un maschio roseo di oltre quattro chili. Ma nient’altro che questo. Non scodinzola nemmeno più, quando vado al cimitero. E’ andato, e io non so dove. Forse la faccenda non può neppure essere messa in questi termini, nei termini di dove o quando, voglio dire: miseri presidi, lo spazio e il tempo, per la nostra fragile mente terrena, che perdono la loro utilità quando ci si sgancia di qui, e allora tutto è lampante, e non c’è più bisogno di invenzioni e mediazioni di questo genere.
Un’altra cosa di cui sono convinta è che una mano verrà a darmela, quando si tratterà di andare anche per me. Verrà lui, con sua madre, e saranno sorridenti. Cercheranno di mitigare la paura, paura che non ha risparmiato nemmeno il Figlio in croce che pure sapeva tutto, più di qualunque altro essere incarnato. Sarà loro consentito per un attimo ancora, il mio attimo, di avere a che fare con lo spazio e con il tempo degli uomini, perché il piccolo amore umano, quando è vero, può essere talmente grande da muovere a compassione perfino il nostro Padre Misericordioso, che consentirà questa piccola eccezione. Mi verranno incontro e mi mostreranno nell’aldilà quella che nell’aldiquà chiameremmo “la strada”. Poi il fiume della vita mi travolgerà e io mi scioglierò nel suo flusso, finalmente de-individuata. Dal mio corpo spero nasca tenera erba, o microplancton, o spero almeno che mio figlio sniffi affettuosamente le mie ceneri, come Keith Richards avrebbe fatto con suo padre (“Scordatelo”, mi dice lui). E’il massimo di resurrezione della carne che riuscirei a tollerare. Un vortice di luce, di amore, di vita, finalmente tolta all’accidente del fenomeno che sono stata: dunque, se Dio vuole, immersa in ciò che siamo soliti chiamare Dio. Una beatitudine che nell’aldiquà ci è dato di sperimentare solo nel desiderio d’amore, al cospetto di amore, quando la vita prende a correre veementemente da sola, senza più incertezze, perché è solo in quei momenti che ci pare di avere la certezza di tutto. Ma com’è pallida, com’è fioca la luce dell’amore terreno a fronte della Luce vera! Era questo che mio padre voleva dirmi, seduto ai piedi del mio letto? Perché cerchi ancora di trattenermi con il flebile lumino del tuo amore, quando è in quella fiamma che io voglio andare ad ardere?
Per entrare in quella Luce, in quel fuoco, in quell’essere, non solo io, non solo mio padre, non solo noi e voi dovremo gioiosamente abbandonare il nostro essere individuato, ma perfino Dio dovrà rinunciare a se stesso e al suo nome. Non lo dico io, lo dice in una delle sue prediche nientemeno che Maestro Eckhart, magister della Sorbona nel XIII secolo: se Dio vuole entrare lì, dove tutto è nient’altro che amore, “ciò gli costa tutti i suoi nomi divini e le sue proprietà personali: tutto questo egli deve lasciare fuori, se vuol gettarvi uno sguardo… Egli non è qui né come Padre, né come Figlio, né come Spirito, ma come qualcosa che non è questo né quello”. L’amore alla fine inghiotte tutto, perfino Dio, che si rivela una categoria umana non diversa da spazio e tempo.
Se nella vita si è avuta molta fede forse si può arrivare a intuirlo, anche senza aver frequentato le vertigini della mistica. Mia nonna, per esempio, la sciora Lüisina di cui dicevo all’inizio: è sempre stata una donna di Chiesa, una moderna beghina, direi. Non ce l’avrebbe mai fatta a vivere una vita tanto dura da sola, senza Dio e senza Gesù in special modo, che lei ha amato più di tutto. Ogni giorno è andata alla Messa e ha preso la Comunione, finché le gambe l’hanno retta. Ha quasi cento anni, ormai, e non si alza più dalla poltrona, mangia più pillole che pastina, sonnecchia tutto il giorno e strilla la notte. Cavallerescamente, quando può, il parroco le invia un delegato per farle prendere l’eucarestia. Un giorno di questi, il delegato le avvicina alla bocca l’ostia consacrata: “… il corpo di Cristo”. E lei: “Ch’el vaga al diaoul”, che vada al diavolo, facendo trasalire i presenti. “Ma cosa dici, mamma!”, l’ha sgridata sua figlia. E’ rincoglionita, povera donna, hanno pensato tutti. Ma non si rincoglionisce in modo del tutto casuale. “Nonna”, le domando, “perché ce l’hai con Gesù? Gli hai sempre voluto tanto bene…”. “Senza Gesù”, dice lei, “io non sarei neanche qui”. “E invece adesso”, le dico. “ti sei convinta di poter stare senza?”. Lei sorride, mastica aria e fa spallucce, come a dire: che cosa vuoi capire, tu? E’ Gesù che può stare senza se stesso e andarsene al diavolo: voleva forse dire questo, come Maestro Eckhart? Che perfino Gesù, sul baratro della grande luce che lei comincia a intravedere e ardentemente a desiderare, mescolata ai suoi ricordi più remoti di bambina che gioca a rincorrere le oche, che perfino quel ragazzo morto così giovane non serve più a niente, e dovrà rassegnarsi ad andare al diavolo, a fare a meno di se stesso, a gettarsi a capofitto nell’Essere, rinunciando al suo dolce sembiante umano di Nazareno?
(pubblicato da “Il Foglio” e nel libro “Appunti per il dopo”)
Patricia ha appena avuto il suo secondo bambino, a poca distanza dal primo. E’ in pieno baby blues. Una depressione che le taglia le gambe. Due gravidanze di fila, e Patricia si è giocata tutti i suoi Omega-3. Al feto gli Omega-3 servono per fare il cervello, composto per due terzi da acidi grassi. Ma anche il cervello di Patricia ne ha bisogno per funzionare. Avrebbe dovuto mangiare più pesce: salmone, pesce azzurro. Gli Omega-3 si trovano anche nell’olio di colza e nelle noci. O negli integratori, evoluzione del vecchio, disgustoso olio di fegato di merluzzo.
Oggi si consuma meno della metà degli Omega-3 che si consumavano tra le due guerre. E guarda caso, non c’è mai stata tanta depressione. Ma gli Omega-3 fanno bene anche al cuore e al sistema cardiocircolatorio. E un cuore che funziona come si deve è a sua volta un presidio contro la depressione. Così come un cervello in buona salute protegge dall’infarto e dai problemi cardiovascolari.
Nel suo Guérir, best seller internazionale (Sperling & Kupfer), il professor David Servan-Schreiber, psichiatra e docente presso le università di Pittsburgh e di Lione, racconta questa e altre storie. Di come sia arrivato a convincersi che il corpo e la psiche fanno un’unità inscindibile.
L’incontro con la medicina tibetana è stato fondamentale: “Voi occidentali” gli disse un giorno un “collega” di Dharamsala “siete sempre sorpresi nel constatare che quello che chiamate depressione, ansia o stress ha dei sintomi fisici. Per noi vale il contrario: il pianto, la perdita di autostima sono manifestazioni mentali di un problema fisico. In realtà non si tratta di fisico o mentale” aveva concluso. “i sintomi emotivi e fisici sono due aspetti di uno squilibrio nella circolazione dell’energia”.
Noi occidentali l’abbiamo capito a metà. Ormai ci è chiaro che un disturbo emotivo può “somatizzare”: ci si può ammalare dopo un lutto, un divorzio, la perdita del lavoro. Ci è più difficile comprendere che un cattivo funzionamento dei nostri organi può determinare uno squilibrio emotivo. Che un’alimentazione disordinata e uno stile di vita scorretto possono indurre depressione. Che curando il corpo si cura anche la mente.
Il settimanale Newsweek ha recentemente dedicato una cover story al potere risanante della preghiera. Negli Stati Uniti si fanno corsi universitari sul rapporto tra fede e salute. Il 72 per cento degli Americani crede che pregando ci si ammali di meno. Il National Institute of Health investirà 3 milioni e mezzo di dollari nelle ricerche sulla medicina mente-corpo.
Gli effetti benefici della meditazione sono noti: riduzione dello stress, migliore risposta immunitaria, abbassamento della pressione sanguigna. La preghiera potrebbe funzionare allo stesso modo. Purché non sia obbligata e “moralistica”, osserva Servan-Schreiber. “Purché pregando il petto sia invaso da un senso di gratitudine verso il mondo”. Meditazione o preghiera, esercizi respiratori o biofeedback secondo l’uso orientale o occidentale, gli effetti di queste pratiche sul cuore sono sorprendenti. Un cuore in buona salute ha un battito variabile, in corrispondenza degli stati emotivi: un ritmo regolare come un metronomo è un segno preoccupante. Le cose non vanno bene nemmeno quando il ritmo è caotico, con palpitazioni e aritmie. In assenza di patologie cardiache, dice Servan-Schreiber, un battito caotico viene scatenato dalle emozioni negative. Le emozioni piacevoli, al contrario, mantengono il ritmo coerente e variabile.
Ma è vero anche il contrario. Riportando il battito in coerenza, con la meditazione o il biofeedback, siamo invasi da emozioni positive. Emozioni che, in un circolo virtuoso, rafforzano la coerenza del battito, con effetti benefici a cascata: controllo di ansia e stress, stimolazione del sistema immunitario, abbassamento della pressione, aumento del tasso di Dhea, l’ormone della giovinezza. Il cuore sta bene, il cervello pure. L’anima-corpo è in gran forma.
Anche l’esercizio fisico produce notevoli effetti sulla psiche. La Duke University ha realizzato uno studio comparato sulla depressione: un gruppo di pazienti è stato trattato con un antidepressivo a base di sertralina, l’altro gruppo solo con jogging. Dopo 4 mesi di cura, i pazienti dei due gruppi si sentivano egualmente bene. Dopo un anno, un terzo dei pazienti curati con il farmaco aveva avuto una ricaduta, mentre il 92 per cento dei “corridori” continuava a star bene. Il benessere è correlato alla secrezione di endorfine, oppiacei endogeni che garantiscono un persistente senso di appagamento: chi corre, fa spinning o un altro esercizio sostenuto, dopo 20-30 minuti raggiunge il cosiddetto “high”, o “estasi”. I pensieri fluiscono, le emozioni negative si attenuano, come per effetto di una buona droga. Ma l’esercizio induce anche coerenza del ritmo cardiaco e un migliore funzionamento del sistema immunitario, fattori entrambi correlati al benessere psichico e fisico.
Uno dei metodi più sorprendenti descritti da Servan-Schreiber, a dimostrazione dell’inscindibilità di mente corpo, è l’Emdr (desensibilizzazione e rielaborazione attraverso i movimenti oculari).
Un giorno di alcuni anni fa la psicoterapeuta californiana Francine Shapiro, creatrice del metodo, passeggiava in un parco rimuginando un ricordo spiacevole. Si rese conto che mentre pensava i suoi occhi si muovevano rapidamente, come nella fase Rem (Rapid eye movement) del sonno. Shapiro provò a rifarlo intenzionalmente, e si avvide che mentre i suoi occhi si muovevano i pensieri spiacevoli regredivano. I movimenti oculari innescavano un processo di autoguarigione del cervello.
Oggi L’Emdr è considerato uno dei due metodi di elezione per la cura del disturbo da stress post traumatico: un movimento fisico che sana lo spirito. Il metodo è riconosciuto dall’American Psychological Association, e il nostro Ministero della Sanità lo classifica tra i metodi “probabilmente utili”, la stessa classe a cui appartengono farmaci come lo Zoloft. L’Emdr è stato utilizzato come metodo di psicologia d’emergenza sui bambini sopravvissuti al crollo della scuola di San Giuliano di Puglia, e sugli scolari di un istituto attiguo al grattacielo Pirelli, traumatizzati dallo schianto di un aereo nella primavera del 2002.
Al termine della terapia, in genere poche sedute, i pazienti riferiscono di considerare il ricordo del trauma lontano e non più disturbante, come se il contenuto doloroso fosse stato “digerito” e consumato.
Secondo Servan-Schreiber, l’Emdr può essere utilizzato anche per disturbi diversi dallo stress post-traumatico. “In tutte le forme di depressione o di ansia” spiega “si deve tentare di identificare nella storia del paziente le cause scatenanti dei sintomi”. Microtraumi, piccoli choc emotivi possono essere all’origine dei disturbi.
L’Emdr non è alternativo alla psicoanalisi, ma può integrarla, restituendo al corpo una parte “in commedia” all’interno del set analitico. Matilde ha affrontato una terapia psicoanalitica junghiana. Ha capito molto di sé e ha imparato a convivere con i suoi sintomi: nel suo caso, agorafobia con panic attack. “Eppure” ricorda “ogni volta che varcavo la soglia dello studio avevo la sensazione di dovermi “decorporeizzare”. Di dover abbandonare e dimenticare il corpo, steso come morto sul lettino, mentre la psiche giganteggiava”.
L’esperienza contraria è molto più comune. Dover parlare con un medico dei mali del proprio corpo abbandonando l’anima in sala d’attesa. Roberto Elli, endocrinologo milanese, è un medico di famiglia, categoria minacciata da un progetto ministeriale che prevede di sostituirli con anonimi ambulatori. Elli dice che la maggioranza dei pazienti manifesta un grande bisogno di “parlare”: “Per me l’ascolto è fondamentale” dice. “Se ascolti e guidi il paziente in ciò che dice, la diagnosi se la fa da solo. Conoscere il background di una persona è determinante. Anche per capire qual è il vero male da curare. Se si tratta di dermatite o di colite, e non piuttosto di depressione”.
Fabio Magrini, direttore dell’istituto di Clinica medica e della Seconda scuola di Cardiologia all’Università Statale di Milano, conferma che tutti i pazienti chiedono attenzione alla persona nella sua globalità: “Gli ingegneri” scherza “sono i più freddi: trovami il guasto e aggiustalo. Ma è una reazione di paura. Certo, quando un paziente arriva in pronto soccorso con un infarto acuto la relazione conta relativamente. In questo caso servono rapide decisioni di tipo operativo. Diverso è il caso di condizioni croniche. Lì collaborazione, fiducia e simpatia sono importanti. Anche se, a mio parere, un eccessivo coinvolgimento può costituire un limite. E non sempre c’è il tempo per garantire una relazione piena”.
Allen Roses, dirigente della multinazionale farmaceutica GlaxoSmithKline, ha recentemente dichiarato che i farmaci sono inefficaci per quasi la metà dei pazienti a cui sono stati prescritti. Un duro colpo, per la medicina tradizionale. Che sembra dare ragione a quanti, soprattutto donne, sono costantemente alla ricerca di soluzioni di cura alternative, all’insegna di un’idea indivisa del corpo-psiche.
“Il cervello è un organismo straordinario” dice Raffaele Morelli, direttore di Riza psicosomatica “che trasforma in carne tutti gli stati d’animo. La salute e la malattia passano di lì. Evitare le emozioni negative non si può. Quello che conta è non trattenerle negandole, ma osservarle con benevolenza, fintanto che “si scaricano””. Non viviamo nel migliore dei mondi possibili. Ma possiamo imparare a reagire nel migliore dei modi possibili, controllando la nostra fisiologia. E la nostra salute. “Il cervello sa guarirsi da solo” dice ancora Morelli. “E’ in stato di perenne autoguarigione”.
La medicina tradizionale accoglie solo in parte le acquisizioni della psicosomatica, che fin dalle sue origini si è sviluppata in due filoni, come spiega Piero Parietti, presidente della Società italiana di medicina psicosomatica: “C’è un filone nosografico, che spiega come certe malattie originino da problemi psicologici. E un filone metodologico, per il quale ciò che conta non è tanto la certezza dell’origine psicologica, quanto l’approccio diverso al paziente, considerato come una persona nella sua interezza. Perfino dal chirurgo o dal dentista. Questo secondo filone è il più fecondo. Recentemente la psicosomatica ha cominciato anche a considerare il benessere della persona, con un’attenzione allo stile di vita e all’ambiente. Di tutto questo nella formazione accademica passa poco, fatta eccezione per quei professionisti sensibili che scelgono questo approccio nell’ambito degli insegnamenti tradizionali”.
Per trent’anni Piero Parietti è stato anche medico di base. L’idea che mente e corpo siano una cosa sola ha informato tutta la sua pratica quotidiana. Parietti ricorda la storia di un paziente ammalato di cancro alla laringe. L’intervento demolitore non poteva essere evitato. Però si poteva cercare di cavare qualcosa di buono da questa esperienza di male estremo. Il paziente scelse la strada della massima consapevolezza, e apprese alcune tecniche di rilassamento profondo. Dopo l’intervento lavorò accanitamente per ritrovare la voce perduta, elaborando un metodo che ora insegna ai laringectomizzati. Oggi la sua voce è quasi normale, molti non si accorgono neppure del problema.
Quando si tratta di cancro, proporre un’alternativa ai protocolli di cura in vigore è ancora più difficile. Dopo vent’anni di ricerche in solitudine, oggi il dottor Pier Mario Biava è ripagato dall’interesse e dall’entusiasmo con cui un’équipe di oncologi dell’università La Sapienza di Roma sta lavorando sulle sue teorie, che propongono un mutamento di prospettiva nella comprensione del cancro. Biava ha anche messo a punto una terapia genica fisiologica basata su un farmaco a network (un pool di proteine naturali prelevate dell’embrione di un pesce tropicale, lo Zebrafish) che saprebbe riprogrammare la cellula malata e far regredire il tumore. Una terapia regolatrice, anziché terapie distruttive. Il farmaco è registrato come “nutraceutico” dall’Istituto superiore di Sanità. All’università di Bologna si sta verificando la sua utilità nel trattamento degli epatocarcinomi.
Biava parla suggestivamente della cellula tumorale come “psicotica”, incapace di comunicare con le altre cellule. E indica tra le cause del tumore, oltre alle sostanze cancerogene e agli stili di vita scorretti, fattori psicologici come l’incapacità di elaborare i traumi, di comunicare con gli altri, di continuare a differenziarsi e a crescere, in una visione integrata e complessa dello psichico e del biologico.
“La gran parte delle ricerche in medicina continua a non tenere conto di questa integrità” conclude Biava. “Ma le cose, piano piano, stanno cambiando. Non è un passaggio semplice. Si tratta di un cambio di paradigma. Di una vera e propria rivoluzione scientifica”. Portando dal medico i loro bisogni, anche i pazienti possono fare molto.
(pubblicato su “Io donna”- “Corriere della Sera)
Probabilmente la più memorabile interpretazione di Sofia e Marcello, “Una giornata particolare” di Scola è un film tanto complesso che non bastano dieci visioni a coglierne ogni sfumatura: la nuca di Gabriele che dà l’addio al telefono al suo compagno, quel suo anello lezioso, l’impercettibile cenno del capo con cui fa capire ad Antonietta ciò che lei si rifiuta caparbiamente di vedere, che lui è un omosessuale, “un invertito! un ricchione! un frocio…”. La calza smagliata di Antonietta, la sua adesione incantata e assoluta al fascismo, la malinconica inconsapevolezza che l’aiuta a vivere.
Ad ogni visione la tonalità cambia e, credo sia una prerogativa dell’arte vera e immortale, particolari nuovi vengono in primo piano. Uno vede sempre ciò che sa, ciò che può e che vuole vedere, e la prospettiva muta molto con l’età.
L’ultima volta che l’ho visto mi sono concentrata su Antonietta, quando marito e figli partono baldanzosi per la grande parata in onore del Führer e tutto il caseggiato si svuota. La donna è finalmente sola, stanca ma anche sollevata. Dopo la frenesia dei preparativi, i suoi gesti tornano lenti e solenni, in quel luogo di cui lei resta schiava e padrona. Lei alla parata non ci va, è ai margini, ma nemmeno recrimina. E’ come se la casa che la reclude diventasse più grande, come se starci e non essere in piazza fosse anche una segreta libertà.
Antonietta parla con il merlo indiano, cambia l’osso di seppia, lo rimprovera dolcemente perché non sa dire bene il suo nome. Siede al tavolo di cucina, beve gli avanzi di caffè per non buttarli, resta lì un po’ assorta. Poi sospirando comincia a impilare le tazze, raccoglie i resti dei biscotti e li ripone nella scatola di latta, con mani gentili raccoglie le stoviglie e le poggia nell’acquaio. Scuote le lenzuola, le tende sul letto con una carezza, come se volesse caricarle d’amore. Le sue braccia danzano, i gesti sono armoniosi, è al lavoro la misteriosa capacità femminile di fare ordine, ogni volta daccapo, per aggiustare quello che altri disfano.
Guardare Antonietta che sfaccenda è una specie di meditazione. Lei, “ultima”, può preziosamente dirci che cos’è una donna.
(pubblicato su “Io donna”-“Corriere della Sera”)
Una piacevolissima cena “tra donne”, un sabato sera di inizio primavera. Mi lamento della punta del mio naso. Prima o poi, dico, ne leverò una fettina. Una delle commensali dice che lei invece vorrebbe farsi innestare una coda. Si è informata, è un po’ complicato, ma chissà. Non un codino così, precisa: “Una bella coda che scondinzola, e tutto”. Ha sempre sentito la mancanza della coda, una specie di nostalgia della coda. Dev’essere una sensazione simile a quella di un arto fantasma. Trapianti interspecifici se ne fanno già, del resto: valvole cardiache di maiale, collagene bovino… Perché no? Certo, bisognerebbe adattare i vestiti, un buco nelle gonne e nei pantaloni per farcela passare.
Un paio d’ore dopo, a cena conclusa, il pensiero della coda comincia a rutilare e a scoppiettarmi dentro, come una castagnola per la festa del santo patrono, mettendomi uno straordinario buonumore. Ho in mente certe cene “tra donne” tutte a base di mercato del Forte e di problemi scolastici dei figli. Altre di entrambi i sessi in cui borghesemente si minuetta (“Posso servirti, cara?”, “Magnifico dessert, tesoro”) fino allo sfinimento. Una noia devastante. La signora della coda ha tutta la mia gratitudine. Che ci sia ancora al mondo qualche eccentrico, qualcuno che non ha paura di uscire dalle righe, è quasi un miracolo.
Qualche settimana fa in tv, trasmissione sul guinness dei primati, si presenta un giovanotto messicano con la faccia completamente coperta di peli. Un orsacchiotto. Uno yorkshire. La presentatrice si affretta a precisare che il ragazzo “è normale. Anormali sono quelli che lo guardano strano”. Oddio: simpatico, sì. Anche carino, nel suo genere. Ma normale non direi. Come se essere un po’ fuori dal normale fosse una condizione insostenibile.
Sono i bambini, di solito, a voler essere “normali”: scarpe normali, capelli normali, pennarelli normali. Il loro conformismo è proverbiale. Sarà che stiamo diventando tutti un po’ bambini, terrorizzati dalla diversità.
Poi smetto di pensare, e mi godo semplicemente l’idea dell’eccentrica signora che scodinzola di felicità.
(pubblicato su “Io donna”-“Corriere della Sera”)
A Venezia per lavoro. La sera a cena in bacaro del sestiere Cannaregio. Una volta, al ristorante da sola mi imbarazzavo. Ingurgitavo in fretta e furia per scappare via. E diverso, adesso. Gnocchetti di zucca e filetto di orata, e un po di vino rosso, pieno di ottimi polifenoli e di buoni pensieri che chiedono di essere pensati. Li accolgo, li lascio scorrere liberi nella mente e nel cuore. E una ragazza bruna e sorridente a servirmi. Porta con molta grazia la sua opulenza. Viene da Israele: Venezia è ancora molto cosmopolita. Agli altri tavoli, tedeschi e italiani. Accanto ho una coppia di francesi che non mi degna di uno sguardo. Non sono troppo empatici, i francesi. Ma se come dice Etty Hillesum, morta ad Auschwitz, basta un tedesco decente per non sentirsi più in diritto di riversare il proprio odio su un popolo intero , questo varrà a maggior ragione per l antipatia dei francesi: ne basterebbe uno simpatico. Certo non è il caso di questi due.
Due veneziani che ho di fronte, invece, mi fanno ciao con la mano e brindano ostentatamente alla mia salute. Ti vol una sigareta, amore? , mi dice uno dei due (a Venezia tutti si chiamano amore, con quella erre scivolosa come l acqua di laguna). Anche la ragazza israeliana cerca farmi sentire meno sola. Mi chiede da dove vengo, se l orata mi è piaciuta. E sì che di foresti dovrebbe averne abbastanza.
Mi danno, pensando che questo bene prezioso, la relazione, potrebbe andare perduto. Che questa ricchezza d Italie, il talento della relazione, potrebbe deteriorarsi proprio mentre ne abbiamo tutti sempre più bisogno. Come si fa a salvarla? Da che parte si comincia? Intanto sorrido unilateralmente ai francesi. E alla ragazza di Israele chiedo quante lingue parla. Arabo, ebraico e italiano , mi dice. Brava, tesoro , le rispondo, facendo brillare gli occhi.
(pubblicato su “Io donna”-“Corriere della Sera”)