Tutt’altra cosa, i turisti a fine stagione. Discreti. Meno svestiti. E anche meno “vestiti”. Girano per paesi e città con passo lieve. Naso in su, zainetto, guida in mano. Non schiamazzano. Non vanno al Twiga. Si alzano presto, il mattino, e spalancano subito le finestre, rabbrividendo per la frescura, abbagliati dal sole radente che non abbronza più. Sorseggiano il cappuccino guardando il mare. Leggono buoni libri sulle terrazze e nei bar. A tavola assaporano. Spendono con moderazione. Il pesce è più fresco, il vino più schietto. Un’ebbrezza dolce, meno feroce. Gli eccessi dell’estate sono un’eco alle spalle, malinconica come un fantasma d’amore.
E’ un buon diavolo, il turista a fine stagione. Bisognerebbe prenderlo a modello. Lontano dalle passioni, ma non al punto da non sapere che cosa sono. Distaccato, ma senza fanatismi. Capace di compassione per se stesso e per gli altri.
Ottobre, lo vedete, è già un’altra cosa. Mese fattivo, progettuale,
metropolitano, nervoso. Più caldo di settembre, tante volte. Certe ottobrate torride, come una rivincita beffarda dell’estate, cravatte allentate e giacche sul braccio. Ma è settembre che ha da insegnare, con le sue eleganti lontananze. Che tutto finisce, ma valeva la pena di essere vissuto. E poi, quante belle canzoni. “September song”, “September”, “29 settembre”. Forse nemmeno maggio ha avuto tanto.
(pubblicato su “Io donna”- “Corriere della Sera”)
Quando qualcuno che abbiamo amato se ne va, gli amici gli rendono omaggio parlando del grande vuoto che lascia. Non è una formula retorica. Il sentimento immediato è questo, per i più intimi soprattutto, per tutti quelli che hanno goduto più da vicino di quell’esistenza: una mancanza incolmabile, una smagliatura violenta nella trama della propria vita. Eppure nel parlare di vuoto, anche se per amore, c’è qualcosa di ingiusto e di disperante.
E’ vero: chi da vivo ha fatto molto, chi la sua vita l’ha ben spesa, quando se ne va non potrà più fare nulla, e questo mancherà a tutti coloro che da quel fare hanno tratto beneficio. Specie se il cerchio dei beneficiari è stato ampio. Ma questo significa lasciare un “pieno”. Significa avere seminato a piene mani e generosamente, lasciando profonde tracce di sé negli altri e lungo le strade che si sono percorse. Questo vuol dire che quella vita sarà in qualche modo eterna, che quella coscienza continuerà a germogliare e fruttificare.
Quando una vita si sporge verso gli altri, e in questo sporgersi, con tutto il suo bene e anche con i suoi errori, trova il suo senso più profondo –e non c’è bisogno di essere intellettuali, né di raggiungere chissà quali vette: basta un po’ d’amore- la sua fine illumina un “pieno”, una ricchezza che non si esaurirà. Attraverso il vuoto dell’assenza continuerà a fluire ciò che di meglio quella vita è stata. Quel vuoto è solo un passaggio aperto da chi se ne è andato, una strada che chiama a incamminarvisi, a seguire il percorso.
Il vuoto vero, secondo me, lo lasciano altri. Chi ha vissuto rapacemente, intento solo a se stesso. Chi non ha fatto che prendere per sé, spargendo sale intorno dopo essersi riempito le braccia. Chi ha pensato solo al danaro, dimenticando che il danaro è solo la più comoda, non necessariamente la più feconda, tra le mediazioni possibili. Chi non ha sbagliato mai, sempre via dritto e a petto in fuori, per totale mancanza di generosità e di passione. Chi non ha saputo capire per tempo che tutti abbiamo bisogno di tutti, e che quel poco di senso della vita che ci è dato di intendere sta nel darsi da mangiare l’un l’altro.
Chi ha vissuto così quando se ne va lascia un vuoto tremendo, davvero incolmabile. Quel pezzetto di terra che ha abitato è così arido e prosciugato che ci vorranno molto tempo, molto lavoro e le energie generose di tanti per vederlo rifiorire.
(pubblicato su “Io donna”- “Corriere della Sera”)
Una notte qualcosa mi ha svegliata –un dolore al nervo sciatico, credo- e mi sono accorta che stavo pensando al mio amico Maurizio. Quando a giugno finiva la scuola avevo un motivo speciale per essere contenta, ed era lui. Un bambino robusto come un vitello, con una grande testa tonda. All’inizio dell’estate lo rapavano. Avevo il privilegio speciale di passare la mano sul suo cranio vellutato, e gli dicevo che era come un castoro. Vestiva magliette a righe e pantaloncini blu. Quando finiva di giocare a pallone guance e orecchie erano paonazze, ed emanava un buon odore acidulo, come di lievito fresco.
La nostra amicizia è durata una vita, dagli otto anni ai dodici, ed è finita di colpo. Non so cosa facessimo di preciso tutto il giorno, ma eravamo sempre insieme. Lui parlava poco e pensosamente. Una volta mi disse che suo padre era morto, e me lo disse con rabbia contenuta e senza lacrime, come chi attende virilmente un’occasione per vendicarsi.
Maurizio era un bambino povero, e dopo che morì suo padre lo fu anche di più. Viveva in due stanze di ringhiera, odorose di bucato e minestrone. Sua nonna era alta, con un gran vocione, ogni tanto lo sculacciava e lui piangeva senza un lamento. Lo lavava in un mastello di ferro, ma a questo non potei mai assistere. Sua mamma gli somigliava, ma non c’era mai. Lavorava, e nessuno a quel tempo pensava che per una donna fosse una fortuna.
La nostra fu un’edenica felicità, senza vergogna. Solo verso la fine, un giorno, sotto il tavolo della sua cucina, un tale Roberto o Alberto con pungenti occhi azzurri venne a disturbarla, insinuando un veleno che non conoscevamo. Per la prima volta Maurizio non fu dalla mia parte, e mi fece sentire il suo sprezzo misto a desiderio. Ero una femmina. Si capiva che gli dispiaceva, ma a quanto pare non c’era scelta.
Maurizio non fece mai caso alla mia sessualità. Un giorno, con brusca dolcezza, mi fornì alcuni rudimenti. Con fraterna pazienza cercò di spiegarmi che non tutti i maschi si sarebbero comportati come lui. Mi disse anche qualcosa sul profumo delle donne, non ricordo cosa, ma doveva essere un poema. Poi di colpo mi spuntò un gran seno, e lui sparì.
Mi è capitato qualche volta di incontrarlo per strada, molti anni dopo. Era diventato un omone maestoso e faceva, credo, il panettiere. Fingeva di non vedermi, e io non lo disturbavo. Non lo farei nemmeno ora, se non fosse venuto a svegliarmi. Per annunciarmi, insieme alla sciatica, che un ciclo sta per finire, così come tanto tempo fa mi annunciò il suo inizio. E che forse si può finalmente ricominciare a giocare.
(pubblicato su “Io donna”- “Corriere della Sera”)