Un gelido e festoso sabato sera a Napoli, il fitto passeggio di via Chiaia. Un bel giovane bruno, alto e distinto, cammina con la bionda fidanzata al fianco. Discutono, e all improvviso lui le sferra un calcio. Secco, come un cavallo imbizzarrito. Due schiaffi erano meglio , è il mio primo istintivo pensiero. Avrei immaginato che lì correva gelosia, passione, qualcosa di umano e rovente. Ma quel calcio è stato purissimo disprezzo. La ragazza continua a passeggiargli al fianco. Non se n è andata, non si è rivoltata.
Scendendo a passo svelto verso piazza dei Martiri, mi giro verso l uomo. Pianto i miei occhi nei suoi per almeno un minuto, senza distoglierli. Lui ricambia intensamente il mio sguardo. Mi preparo al peggio. Ma non c è sfida. Una torva amarezza, forse, come in un figlio che ha deluso la madre.
La ragazza non mi vede. Io sono il terzo, anzi la terza, che ha fatto irruzione nella dinamica malata. E il malato chi è? Lei, che non se ne va? O lui, con tutto il suo sprezzo? E quand è che si disprezza? Quando si vuole una cosa, mi dico, ma non si ha di che pagarla. Lui si sente povero povero d amore, di risorse interiori, povero di se stesso- e lei abbastanza ricca da poter reggere tutto questo. Sbagliano tutti e due: lui deve arricchirsi, far fruttare ciò che ha, fortificarsi, perché è assai debole. E lei deve chiedere aiuto, o il disprezzo finirà per ferirla a morte.
E capitato a Napoli, ma succede anche a Stoccolma, nel chiuso delle case. Anche lì ci sono uomini che vattono le donne. Però a Napoli si vede, capita ancora en plein air. Meglio così, tutto sommato. Perché la questione la debolezza degli uomini, il dolore delle donne- è pubblica. E in piazza va risolta. Anche con un rusticano duello di sguardi.
(pubblicato su “Io donna”- “Corriere della Sera”)
Anche se ero molto piccola ricordo ancora il nome di quel distinto signore tunisino -Bechir Fatah: si scriverà così?-, tecnico specializzato in trasferta a Milano. Veniva nel bar-trattoria a conduzione familiare dove si vedevano mio papà e i suoi amici per cercarsi un pasto caldo e un po’ di amicizia. Niente alcol per Bechir, né carne di maiale. Un giorno, a sua insaputa, i burloni riuscirono a fargli ingurgitare del prosciutto. E una sera, una delle sere infinite di quella città ancora piena di energia, lo portarono a tradimento in un cimitero, Greco o Musocco, non so, e lo mollarono lì. Povero Bechir, lui che aveva il terrore dei morti. E sapete come andò? Che Bechir e i suoi aguzzini diventarono molto amici. Che quelle iniziazioni crudeli lo resero meno straniero.
A un altro straniero, terrone stavolta, certo signor Totò, calabrese e permaloso come da copione, fecero anche di peggio. Ne fecero una che qui non posso neanche dire. L’offesa più insozzante e tremenda che si possa fare a un uomo per così dire d’onore. E anche qui, sapete come andò? Che quando riuscirono a calmarlo e a convincerlo che forse non era il caso di lavare la cosa con il sangue, anche Totò divenne un grande amico. Forse uno dei più grandi. Molti anni dopo, anche lui ormai milanese compiuto, non mancò l’ultimo doloroso saluto a mio padre, il suo persecutore, composto nella cella frigorifera dell’ospedale.
Ripensandoci era una specie di istinto, soprattutto fra maschi. Usare la risata, il motto di spirito e lo scherzo anche feroce per abbattere le barriere tra le differenze e rendere la convivenza non solo possibile, ma perfino gradevole. Spostato sul terreno neutrale e universale del gioco, il peso delle appartenenze si faceva più leggero. Si duellava tra uomo e uomo, e ci si riconosceva. “Mandarino! Terùn! Olio d’oliva!”. E viceversa. Sono cresciuta tra gli scherzi e gli sfottò, quando gli stranieri erano tutta gente “di giù”. Si dirà che oggi con certe culture c’è poco da ridere, il sense of humour non è il loro forte. Però neanche il nostro, mi pare. Forse anche noi abbiamo perso tutta la voglia di scherzare.
(pubblicato su “Io donna”- “Corriere della Sera”)
Secondo alcune ricerche psicoimmunobiologiche quando ci si innamora sul serio non ci si ammala per un paio d’anni. I conti tornano, se ci pensate: quei due anni sono giusto il tempo che serve per una bella luna di miele seguita da concepimento, gravidanza e svezzamento. Dopo di che il cucciolo può anche essere tirato su da altri. La mamma, e a quanto pare anche il papà, chiamato in questa fase a provvedere a entrambi -la “natura” prevede che la mamma stia con il piccolo ben oltre i tre mesi di maternità retribuita-, devono essere in buona forma per portare a termine il loro compito. A quanto pare alla “natura” importa poco del nostro stato di salute individuale. La sola cosa che conta sono i geni egoisti che più o meno degnamente veicoliamo. Nulla ci impedisce tuttavia di approfittare e godere insieme ai nostri geni di questa relativa immunità psicofisica: da innamorati ci sentiamo benissimo, la pelle splende, la forma è smagliante, i chili di troppo se ne vanno, la creatività è al massimo, il senso della vita ci appare univoco e lampante. Da non innamorati, viceversa, ed è la condizione che sperimentiamo per la gran parte della durata della vita, le nostre condizioni decadono. Quando diventiamo vecchi, poi, e da noi i geni non possono aspettarsi proprio più nulla, il decadimento è ulteriore e irreversibile. Ma essendo animali furbi e simbolici, ancorché geneticamente inutili tiriamo avanti, e con regolari check up riusciamo a rallentare lo show down.
Ecco: se io fossi un dottore, e dall’astrusità dei ragionamenti avrete capito che non lo sono, mi chiederei come si può fare a essere innamorati o pseudoinnamorati per la gran parte del tempo della nostra esistenza, con tutta la conseguente cascata di effetti benefici. L’innamoramento vero capita, a essere fortunati, giusto un paio di volte nella vita, massimo tre, ed è bene che non capiti di più, dato lo sconquasso che produce. Ma c’è modo di riprodurre “in vitro” questa condizione? C’è qualcuno o qualcosa di cui si può essere quasi costantemente innamorati, e senza danni? E di chi o di cosa, secondo voi?
(pubblicato su “Io donna”- “Corriere della Sera”)
Oggi è l’8 marzo. E tanto per essere chiara non ho nessuna voglia di parlare di aborto, cosa di cui peraltro fatico a parlare in qualunque altro momento dell’anno. Non ho voglia nemmeno di parlare di single, di emancipate, di quote, di glass ceiling, della forza delle donne, di pari opportunità, di conciliazione dei tempi, di allegre pizze tra colleghe d’ufficio con i mazzetti di mimosa nel portatovagliolo. Né tanto meno voglio parlare di strip maschili e di sguaiate signore che infilano banconote nei perizoma.
Oggi mi è venuta voglia di parlare di famiglia, e della grande nostalgia che ne ho. Guardo la mia famigliola striminzita, 4 cane compreso, sparpagliata nella grande casa, e mi faccio una certa pena. Penso a chi non ha nemmeno questo, e il cuore mi si stringe anche di più. Penso alla mia famiglia d’origine, allegrissima e allargatissima ad amici, vicini, cristi di passaggio. Un carrozzone festoso e incasinato, avete in mente certi flash back di Woody Allen? chiassose tavolate kosher nella vecchia Brooklyn, la zia zitella, il nonno, il cugino intellettuale, non uno uguale all’altro, il trionfo della singolarità.
Che strano, mi viene da dire: oggi che siamo finalmente individui, che la dimensione comunitaria è stata fatta fuori, ci somigliamo tutti, avete fatto caso? perfettamente interscambiabili, uno che vale l’altro, vestiti allo stesso modo, la stessa amara piega nasogeniena, segno inconfondibile della solitudine umana.
Mi fa schifo come viviamo, non siamo nati per questo, vorrei potermi chiudere in una stanzetta con i miei libri, tappandomi le orecchie come facevo da bambina, vorrei il caos della vita intorno a me, vorrei i miei genitori che stavano al bar fino all’una di notte perché era tutto troppo divertente per andare a dormire, e io che gli crollavo in braccio. Vorrei una grande famiglia, una famiglia però senza padroni, piena di fiducia, di allegria e di libertà, piena di vecchi e di bambini, e le chiacchiere delle donne in cucina. Abbiamo cercato altro, e non ci è venuto benissimo. E’ il momento di dirselo. E’ quello che penso, e ve lo offro con tutto il cuore.
(pubblicato su “Io donna”- “Corriere della Sera”)
Ho incontrato un gruppo di lettrici ticinesi che mi hanno invitato per una piacevole conversazione in una bella villa tra i monti di Melano, dalle parti di Lugano. Un’ala della villa ospita un ricco archivio –letteratura e saggistica femminile- ed è arredata come una confortevole residenza di famiglia, le tazze di porcellana sul tavolo ottocentesco, una piccola galleria con ritratti di signora lungo la scala che sale al primo piano, teche con sussidiari scolastici scritti da valorose maestre primi Novecento, pizzi, ricami e imparaticci incorniciati alle pareti. E la presidente dell’associazione che aveva provveduto personalmente a una squisita crostata di mele e nocciole.
La prima cosa che ho detto alle mie ospiti è stata che, senza offesa, mi pareva di essere in una riserva indiana, in una di quelle mostre sugli Irochesi o sugli Algonchini dove si espongono ninnoli e testimonianze di culture ormai del tutto estinte. Le donne come qualcosa di folk. Come se uno dei due sessi avesse conquistato e depredato il territorio dell’altro, riducendolo in schiavitù e condannandolo all’alternativa omologazione-o-morte, salvo permettergli di esporsi in piccoli musei. Pare che il maschio occidentale non abbia mai avuto in grande simpatia la varietà, la pluralità e la differenza, mosso dall’imperativo della riduzione del tutto all’uno, e a uno preciso a lui. Uno –e una- che se vuole essere libero di esistere deve imparare a vederla come lui, a guardare il mondo come lo guarda lui e a fargli quello che gli fa lui, a percepire lo spazio e il tempo come li percepisce lui (e di conseguenza a lavorare, a fare politica e tutto il resto come lui). A essere libero come lui.
Le signore hanno sorriso, e la spinosa questione che si è posta è se allora quelle donne che vivevano le loro giornate accanto al focolare, chine sui loro lavori di cucito o tutte prese con i bambini fossero per caso più libere di quanto lo siamo noi. Mettiamola così: che lì c’erano tracce di una libertà che ancora non si sa bene com’è.
(pubblicato su “Io donna”- “Corriere della Sera”)
UN UTERO IN AFFITTO Jill Hawkins ha 43 anni, faccia molto inglese, con un piccolo pearcing al naso. Vive a Brighton e non ha figli anche se negli ultimi 16 anni non ha fatto altro che sfornare bambini. 7 per la precisione. L’ultima è stata Isobel, nel 2006: c’è una bella foto di lei con la piccola in braccio subito dopo il parto. Jill è una madre surrogata. Anzi, è la campionessa della specialità nel Regno Unito, dove l’anno scorso sono nati così 100 bambini. Dopo la nascita di Isobel avrebbe voluto piantarla lì, ma poi ha cominciato a sentirsi vuota e depressa, e così adesso si sta preparando all’ottava gravidanza. Jill dice che con la sua depressione Lucy, Bertie, Jamie, David, Alexandra, Sam e Isobel non c’entrano nulla. “Quando sono incinta mi sento benissimo. Ma figli miei non ne voglio”. La sua autostima è bassa per via di quei maledetti chili in più che si porta addosso. Jill prende antidepressivi e qualche anno fa ha anche tentato il suicidio, ma le gravidanze, insiste, non c’entrano. La sua famiglia ha cercato di farle cambiare idea, ma l’ottavo parto è già in programma.
Credo che le ragioni per cui una donna presta il suo utero siano sostanzialmente tre: perché ha bisogno di soldi (nel Regno Unito si prende un rimborso di 10-15 mila sterline), perché è mentalmente disturbata, o per amore. Altre motivazioni non ne vedo. Credo che nei primi due casi si tratti di sfruttamento di una condizione di miseria -materiale o psicologica-, in quanto tale inaccettabile. E che possa essere invece un magnifico gesto di generosità quando capita all’interno di una relazione autentica tra due donne, relazione che non si interromperà dopo la nascita del bambino, il quale anzi potrà a sua volta goderne ed essere grato per questo “doppio” amore, qualcosa di simile a quello che capita quando oltre alla madre c’è una balia, o una tata, o una zia prediletta.
Credo infine che quando gli uomini mettono le loro mani e il loro logos in questo genere di cose, da sempre regolate dal buon senso femminile, nella discrezione e nella penombra, le probabilità che capitino dei guai si fanno molto alte.
(pubblicato su “Io donna”- “Corriere della Sera”)
Capiterà anche a voi di sentir parlare o anche di parlare, non senza un certo compiacimento postmoderno, di “spaesamento”, di “non-luoghi” e di “iperluoghi” (new entry). Cioè di quel sentirsi soli e da nessuna parte che patiamo ogni giorno. Senza radici, senza legami, di passaggio nei posti del nostro quotidiano: al supermercato, sul tram, al lavoro, nella cucina di casa (per non parlare della camera da letto).
C’è una vera estetica che canta gli spazi sterminati, il vuoto di relazioni, il flash degli sguardi, l’umanità virtuale, i surgelati e il discount. Una cosa un po’ infantile: come da bambini, quando si faceva sosta in autogrill, posto “moderno”, americano, colorato, il formaggio senza sapore nei panini, l’odore di disinfettante nei bagni, i pupazzi con le caramelle, le facce un po’ sfocate e tutte uguali di quella gente che non si sarebbe mai più rivista.
C’è però anche una contro-estetica non meno amata dalla pubblicità, specie a Natale. Una poetica dei sapori genuini e delle vecchie cose di una volta, il tinello, l’albero, il vino con le caldarroste. Uno straccio di amico d’infanzia che sa davvero chi sei, come sei, e che è al corrente di buona parte dei fatti tuoi (e casomai li spiffera in giro).
Non credo che il rimedio stia in certe radici artificiali: una casa in campagna con camino -gran bella cosa, comunque-, il ritratto a olio di una finta trisavola scovato al marché aux puces. La nostra dotazione di rimedi l’abbiamo dentro: si tratta di attivarla e di giocarsi. Si tratta non di negare lo spaesamento e l’angoscia, di riconoscerli e accettarli e di mobilitare energie inverse. Di farsi paese per se stessi e per gli altri, luogo ospitale dove passa verità e umanità, posto che gli altri e le altre possano a loro volta attraversare, riconoscendosi e radicandosi. La radice siamo noi. Si tratta di accettare di sembrare un po’ matti, all’inizio, quando si parla con il tassista, si sorride all’impiegato di banca e al vicino di tram, gli si fa capire che i fatti loro li sentiamo come nostri e siamo pronti a farcene carico. Però funziona.
(pubblicato su “Io donna”- “Corriere della Sera”)
Li vedrete anche voi, immagino, certi che parlano da soli per la strada o in macchina, in coda al semaforo, e magari si agitano, sbraitano, gesticolano. “Poveretto. E’ pazzo”: ci casco ogni volta, prima di intravedere l’auricolare del telefonino. Una delle cose che si impara praticando le varie tecniche di rilassamento è questa: se è vero che quando siamo sotto stress la respirazione si fa “alta” e corta, è vero anche il contrario, che ampliando e “abbassando” il respiro, riportandolo nell’addome, gli effetti dello stress si riducono. Comportandoci come se fossimo rilassati finiamo per rilassarci sul serio.
E’ un principio molto interessante, che forse può essere esteso. Comportandoci come se credessimo, diceva Blaise Pascal, finiremo per credere. Comportandoci come se fossimo buoni, finiremo per esserlo. Il nostro cervello è plastico, accoglie ogni input, si conforma docilmente alle abitudini. All’inizio si fa un po’ di fatica, poi viene naturale. La cosa però può valere anche nel male. Tornando a quelli che parlano da soli per la strada: comportandoci come dei pazzi, finiremo per diventarlo. E circondati da tutti questi “pazzi” finiremo per sentirci in un grande violento manicomio.
Non che io sia antitecnologica: quello degli auricolari è un esempio come un altro. Ma c’è una sciatteria dei gesti quotidiani, una disattenzione a quello che facciamo, a come ci offriamo allo sguardo degli altri, a come ci muoviamo nell’ambiente che abitiamo, che può avere rimarchevoli conseguenze. Seminare rifiuti per strada può comportare una piccola infelicità per tutti quelli che passano. Uno sguardo ostile a chi siede di fronte a noi sul tram può comportare una microfisica cascata di effetti negativi. Siamo legati gli uni agli altri, che ci piaccia o no. Però, come dicevo sopra per il respiro, vale anche il contrario. Comportandoci come se ci amassimo –curando la strada dove cammina anche l’altro, offrendo un sorriso e un gesto di attenzione, mettendo garbo nei nostri gesti- forse finiremo con l’amarci sul serio.
Credo sempre di più in questa politica che abbiamo a disposizione, e nei suoi effetti rivoluzionari.
(pubblicato su “Io donna”- “Corriere della Sera”)
Mi sono messa a corricchiare anch’io, sapete: chi l’avrebbe mai dettoå? Sneakers, maglietta e pantaloncini, la mattina presto mi scaravento per strada, raggiungo a passo più svelto che posso un ameno percorso alberato che fiancheggia un corso d’acqua e poi corro per una mezz’ora, sbirciando le anatre e i martin pescatori tutti affaccendati nelle loro cose. E’ una pena, ogni volta: scendo i gradini in pieno down, attraverso il portoncino e regolarmente mi dico: “Stavolta non ce la farai, tesoro”. E’ un po’ come nella vita, la paura che aiuta a raccogliere le forze.
Ci vuole un po’ perché si ristabilisca una minima autostima, poi intorno al ventesimo minuto scatta il cosiddetto “high”, un piacevole senso di euforia e di onnipotenza scatenato dall’overdose di ossigeno e dal pieno di endorfine: non siamo che materia impregnata di roba chimica e spirito grondante.
Correre su un tapis roulant non è affatto la stessa cosa. Sul percorso incrocio passanti ancora rintronati dal sonno, pensionati mattinieri con il cagnolino, qualche galante perditempo, svariati ciclisti. E numerosi altri maratoneti. A occhio più uomini che donne. Ciascuno con il suo passo, non ce n’è uno che corra come l’altro. Il ritmo è diverso, e la velocità, la postura. Ci si scambia sempre uno sguardo, tra corridori. E’ uno sguardo speciale, commovente, impudico: un essere umano affaticato che vede un altro essere umano affaticato, e in un lampo gli fa capire che sa esattamente quello che l’altro sta passando, che è solidale con lui e lo ammira per il suo sforzo, che sarebbe pronto a dargli una mano, se servisse, e che dall’altro si aspetta altrettanto.
Non è usuale dirsi tutte queste cose in un ordinario sguardo metropolitano. La fatica condivisa dissolve l’indifferenza, le maschere dei ruoli si dissolvono, la nudità inerme, giusto un paio di scarpette e dei pantaloncini, dice la vulnerabilità e tutto il bisogno che si ha gli uni degli altri.
Torno ogni volta corroborata e piena di fiducia dalla mia corsa quotidiana. Ho il sospetto che non dipenda soltanto dall’aumentato tasso di endorfine.
(pubblicato su “Io donna”- “Corriere della Sera”)
Se proprio qualcuno mi costringesse a comporre il mio epitaffio, mi piacerebbe:“Qui riposa una persona buona”. Non lo sono abbastanza da meritarlo, di sicuro. Ho un impatto ambientale piuttosto aspro, e ci vuole uno sguardo amoroso e attento per cogliere quel poco di bontà di cui dispongo. Il fatto è che, come raccontavo a un’amica, da ragazzina mi entusiasmavo per una mente folgorante, per un’intelligenza fulminea, per il triplo salto mortale di un motto di spirito, tutte qualità sotto il segno di Mercurio che, intendiamoci, apprezzo ancora molto. Oggi però quello che mi colpisce, il modello a cui tendere è diventato un altro. Crescendo mi pare di aver capito questo: che il senso della nostra vita, per quel poco che ci è dato di intendere, ha a che vedere con il nutrirsi l’uno con l’altro, con il darsi del bene e da mangiare l’un l’altro (perché sia proprio questo, il senso della vita, io non lo so). Che il carisma misterioso di Gesù –sono un’ammiratrice di Gesù, a prescindere dal fatto di essere cristiana o meno- sta nel fatto di essersi dato lui stesso in pasto agli altri. Più di così non si può. Le persone migliori che ho conosciuto non sono le menti folgoranti, ma quelle che si danno al numero maggiore di altri, il cui generoso raggio si estende oltre i confini angusti del proprio io e annessi, familiari e amici, che sanno vedere anche l’altro più altro e lontano, o addirittura il nemico (“Ama il tuo nemico” è uno dei più scandalosi precetti evangelici) e dargli qualcosa di sé, nutrirlo con qualcosa di sé. La Chiesa li chiama santi, io da laica direi che sono gli individui superiori della nostra specie, quelli in cui l’umanità si esprime al meglio, i veri Superuomini (e Superdonne). Raramente si trovano fra i più ricchi, ma è anche possibile. Talora hanno anche cultura e una mente vivace, ma non è detto. Spesso sono anche antipatici. Con un po’ di pratica dello sguardo, questi angeli si impara a vederli.
E se mai riuscissi a conquistarmi l’epitaffio –non succederà- e qualcuno leggendolo pensasse che lì giace una cogliona, sinonimo corrente di buona, beh, pazienza. Ce ne faremo una ragione.
(pubblicato su “Io donna”- “Corriere della Sera”)