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leadershit, Politica dicembre 2, 2015

Elezioni amministrative: basta con l’uomo solo al comando. Fateci vedere la squadra

Linus, direttore di Radio Dj, è un tipo molto capace nel suo lavoro oltre che parecchio simpatico. A qualcuno del Pd milanese è venuta l’idea balzana di chiedergli di candidarsi alle primarie per la scelta del candidato sindaco. Non si sa bene a chi: di fronte al suo garbato rifiuto (“non sono all’altezza… la politica mi fa abbastanza impressione“) e alle ironie della rete, oggi tutti nascondono la mano. Un agnello sacrificale della società civile sarebbe molto utile per non dare l’idea che queste primarie sono primarie solo del Pd -e non del centrosinistra- e che Beppe Sala, commissario e ad di Expo, nei fatti non ha veri competitor. Un po’ di cortina fumogena. Peccato, anche stavolta non è andata.

C’è un fatto: tolto il caso di Beppe Sala, candidato unico del partito unico per la città unica etc etc, tutti gli schieramenti fanno una gran fatica a indicare nomi di possibili candidati/e. La bizzarra operazione Linus si spiega anche così. A Milano vive un sacco di gente, e nel sacco c’è anche tanta gente capace e competente. Eppure nomi non ne saltano fuori.

La politica delle donne mi ha insegnato a interrogare gli ostacoli anziché cercare di dribblarli, e a scrutare anche nei vuoti e i silenzi: quando persistono, è perché lì c’è qualcosa di significativo e anche di buono da capire. In questo caso, nella fatica di trovare “il nome”, il buono è che degli uomini soli al comando -e anche delle donne, quelle poche volte che capita- probabilmente ci fidiamo sempre meno. Tu eleggi uno (o una) che poi mette insieme la squadra in base a criteri spesso imperscutabili -un po’ di Cencelli, le spinte e controspinte dei grandi elettori, le simpatie della moglie, metti una sera a cena quattro chiacchiere tra amici-, con qualche rischio per le effettive competenze e quindi per il funzionamento dell’amministrazione.

La squadra, invece, quella che prenderà decisioni non irrilevanti per le nostre vite, quella che deciderà come gestire tutti i soldi che scuciamo come contribuenti e così via, ecco, forse sarebbe il caso di conoscerla prima. O quanto meno, lasciando qualche inevitabile margine di manovra per le alleanze al ballottaggio, sarebbe utile conoscere lo “squadrone” rappresentativo di un progetto e di un’idea di città dal quale il sindaco/a, primus/a inter pares, pescherà il suo team (con tutti gli altri comunque ingaggiati nell’impresa).

Ecco perché mi ritrovo perfettamente nell’impostazione suggerita da Francesco Rutelli, ex-sindaco di Roma: basta con l’uomo solo al comando,l’abbiamo già visto per carità. È giusto che il sindaco sia la guida, il direttore d’orchestra. Quella che è fallita è la solitudine del comando. Ed è per questo che a mio avviso che prima di andare a scegliere i candidati, o assieme a questa scelta, a Roma e nelle altre città si dovrà andare verso l’identificazione di progetti, ma anche e soprattutto di squadre di governo, di personalità, di competenze, perché la solitudine ha dimostrato di avere fallito“.

Se posso dire, una logica più femminile che maschile.

italia, leadershit, Politica marzo 18, 2014

Uomini soli al comando

Il Grande Capo è da rottamare: molte moderne teorie dell’organizzazione convengono su questo.

Il leader non è mai la soluzione dei problemi organizzativi. Semmai è il problema delle organizzazioni: ingombro e ingorgo alla fluidità dei processi, la cui efficacia invece chiede rete, network orizzontali, intelligenza che corre elettricamente da un ganglio all’altro come tra i neuroni di un’unico organismo.

Vi sarà capitato di imbattervi in questi discorsi -girano da qualche anno- che oggi però appaiono smentiti dai fatti. Quanto meno dai fatti della politica, che non smette di produrre protagonisti assoluti, leader incontrastati, uomini soli al comando. Berlusconi, Grillo, Renzi: il più delle rispettive “ditte” sono loro. Leader che non si privano del collettivo -i club, il web, le varie assise-, né rinunciano alla consultazione e alla postura dell’ascolto. Ma poi a sintesi ci vanno da soli, o accompagnati da pochissimi “intimi” selezionati con criteri extra-democratici o “magici”.

Ne parlo con Andrea Vitullo, consulente filosofico, docente ed executive coach. E autore di “Leadershit” : titolo sufficientemente chiaro.

“E’ come se ci fossero due modalità contrapposte” mi dice. “Mondi organizzativi evoluti, come quello dell’high-tech, dove l’eccesso di leaderhip è letto immediatamente come sintomo di cattiva salute e di scarse prospettive per un’azienda. E poi ci sono mondi come quello dell’organizzazione politica, dove si continua a fare riferimento ai vecchi parametri meramente quantitativi (il Pil, il 3 per cento e così via) che chiamano necessariamente la figura del salvatore-decisore. Nel suo ultimo saggio Thrive” (=prosperare, trarre profitto) Arianna Huffington, che è stata una donna di straordinario successo, delinea nuovi parametri per definire la realizzazione personale: successo non più come carriera, potere e soldi, ma come autentico benessere interiore, capacità di appassionarsi e di stupirsi, abbondanza di relazioni, propensione a dare. La nuova abbondanza è questo. Paradossalmente proprio questi cambiamenti profondi inducono una parte del mondo a tenere difensivamente duro sui vecchi paradigmi”.

Insomma, da che parte andiamo?

Aggiornamento 20 marzo ore 11: vedo che Nadia Urbinati ha scritto un libro proprio su questo tema: “Democrazia sfigurata. Il popolo tra opinione e verità” (Egea, € 29).

 

leadershit, Politica, TEMPI MODERNI ottobre 2, 2013

Venezia, navi e ferramenta

Mentre il premier Letta parla al Senato per chiedere la fiducia, penso che uno dei molti problemi del Paese è la straordinaria mediocrità della nostra classe dirigente (non sto pensando a Letta, beninteso, e non sto pensando soltanto alla politica). Un manager si potrebbe anche pagare molto bene, e perfino liquidare profumatamente se sapesse davvero fare il suo lavoro. Una quota cospicua della crisi italiana va ricondotta al familismo, al raccomandatismo e all’inciucismo che hanno informato la selezione di una leva manageriale incapace e irresponsabile, a cui va addebitata la crisi molte aziende. Quanto alla politica, il piccolo esempio che porto ha a che vedere con Venezia.

Quello che vedete sopra è un negozio di ferramenta del sestiere Cannaregio, per la precisione in Campo Santi Apostoli. Un negozio vero, dove si possono comprare cacciaviti e carta vetrata, ormai una rarità in una città disneyzzata, satura di vetracci cinesi spacciati truffaldinamente per made in Murano, di orribili botteghe di maschere e piumaggi, come in un carnevale perenne e di molte altre schifezze, enogastronomico compreso: ormai trovare un vecchio bàcaro per uno spritz e due sarde in saòr è come cercare un ago in un pagliaio.

Il titolare del ferramenta mi dice che per i nuovi regolamenti sui plateatici, ovvero lo spazio pubblico antistante ai negozi, dovrà probabilmente rinunciare alla sua esposizione di catini e utensileria, un festoso disordine che viene fotografato dai turisti. Leggo sulle pagine di un quotidiano locale il caso di una signora che ha dovuto rimuovere dalla sua corte i vasi con le piante “abusive” che lo abbellivano perché secondo i vigili si trattava di occupazione  di suolo pubblico. Questa faccenda dei plateatici come un piccolo ma fulgido esempio di miopia della politica, una politica provinciale che fa di tutta l’erba un fascio e non sembra comprendere che, per quello che riguarda Venezia, salvaguardarne la vita autentica, che si esprime anche in negozi di ferramenta e di pitture, in frutaròi e bàcari, è almeno altrettanto importante del fatto di impedire alle navi-condominio di sfiorare le fragili rive della Giudecca.

p.s.: mi rendo conto, sono quisquilie se si pensa al fatto che in queste ore l’isola di Budelli, paradiso nell’arcipelago della Maddalena, è stata venduta a meno di 3 milioni di euro. Meno di un superattico.

 

AMARE GLI ALTRI, Donne e Uomini, leadershit luglio 6, 2013

Antigone a #Gezyparki

Mentre quasi tutte le nostre politiche, salvo eccezioni (Laura Puppato, Valeria Fedeli e poche altre) tacevano sui tremendi fatti di piazza Taksim-Gezi Parki a Istanbul, la collega Monica Ricci Sargentini ha raccontato di una delle donne in piazza che ha detto ai poliziotti: “Fermatevi! Sono io che vi ho messi al mondo!”.

Quella donna, come Antigone, ha fatto irrompere un altro ordine in quella situazione di terribile disordine e di rapporti di forza. Ha richiamato gli uomini armati a una legge fondamentale e superiore, che agisce da sempre anche se non è scritta.

Non si è limitata a dire, come avrebbe potuto: “Fermatevi perché la legge non consente quello che state facendo”. Ha detto ben di più e di meglio.

Si è presa tutta l’autorità per stare sopra alla legge. Si è richiamata alla sua sapienza materna contro quel disprezzo della vita che vedeva intorno a sé. Si è riferita al primato dell’amore e all’inviolabilità dei corpi vivi come Antigone, che violando le leggi della città in nome di una legge superiore, addirittura a una legge che viene prima degli dei, si ostinò a dare pietosa sepoltura al cadavere del fratello Polinice.

Come anche Ilaria Cucchi e tutte quelle sorelle e madri di detenuti morti nelle carceri italiane e non solo italiane, che non si arrendono alla brutalità dei rapporti di forza e lottano per dare una sepoltura giusta ai loro amati.

Quella donna è l’esempio di un’autorità che non ha bisogno del potere, dispositivo difettoso e inventato ben dopo, perché fa riferimento a ciò che esiste da sempre: la vita, e l’interdipendenza tra noi creature umane.

AMARE GLI ALTRI, leadershit, Politica marzo 7, 2013

Ho fatto una cavolata

 

Potrebbe essere il self-portrait di una generazione -la vera generazione perduta- questa lapidaria frase-testamento (“Ho fatto una cavolata”) lasciata scritta in un biglietto da David Rossi, responsabile comunicazione di Monte dei Paschi di Siena suicidatosi ieri sera. E lo dico con il massimo rispetto, con il più assoluto rispetto.

Sarebbe potuta bastare come sintetica auto-analisi anche per il Pd, che ieri ha tenuto in streaming la sua direzione nazionale. Dove le lancette della Storia sono miracolosamente tornate indietro: sembrava un’assise di qualche anno fa. Una delle cavolate maior, dopo l’exploit delle primarie, è stato riaprire le gabbie ai brontosauri che si sono immediatamente divorati  la tenera erbetta di quella “primavera”. Ma non uno di loro, tra quelli intervenuti ieri, che abbia detto: “Sono alla quarta, quinta, sesta legislatura. Ho fatto una cavolata a ricandidarmi”.

Tra le tante cavolate che ho pazientemente ascoltato -con poche eccezioni, come gli interventi di Laura Puppato, Renato Soru, Pippo Civati– segnalo per esempio quella di Alessandra Moretti, che ha parlato di “presidiare la rete”: due concetti, quello antico e arrogante (e maschile) di “presidio” e quello di “rete” che non stanno insieme neanche a piangere. Perché “presidio” è l’esatto contrario di “rete”. Chi dice “presidiare la rete” non ha capito granché: della rete, dello spirito del tempo, della crisi dei partiti, della leadershit.

Ma la cavolata che ha unificato un bel po’ di interventi è stata la reiterazione di quel “noi” e “loro”: noi, il partito, e loro, i cittadini, gli italiani, gli elettori, la “ggente”. Noi, la politica, e loro che soffrono, sono allo stremo, non campano più. Noi che non siamo stati capaci di intercettare il loro disagio. Anche perché noi a disagio non lo siamo affatto.

Come a confermare: noi non abbiamo esperienza diretta dei loro problemi. Anzi: noi, se non ci fossero loro che ci puntano l’indice, che non credono più in noi e non ci votano, continueremmo a stare alla grande. Accidenti a loro. Perché noi non siamo loro.

Giusto un passetto prima delle “brioches”.

Non un errore di comunicazione, no. E’ uno svarione ontologico.

 

Donne e Uomini, leadershit, questione maschile febbraio 21, 2013

Il potere non fa più per loro

 

Mi scrive stamattina un amico lettore: “Il potere non fa più per noi (uomini): vogliamo imbarcarci e sparire nei mari del Sud come in un romanzo di Conrad“. Buon viaggio!

Intanto contemplo gli imbrogli e i casini freschi di giornata: i pensionati in coda per ritirare l’Imu, quel povero narciso di Oscar Giannino che non è riuscito a fermare nemmeno il suo personale e ridicolo declino, le aziende del gas che hanno ciuffato alla Snam 430 milioni di euro progettando di farli ripagare a noi consumatori, Monti che dice che Merkel non vuole il Pd (in sostanza: la signora maestra ha detto che il capoclasse sono io), il Pd che non voleva neanche sentire parlare di Grillo ma dopo la piazza di Milano si mette finalmente “all’ascolto… perché il Movimento 5 Stelle ha portato dei temi che ci interrogano” (Bersani) e considera i grillini “interlocutori preziosi” (D’Alema: loro non ricambiano, temo). E poi il ciclone sesso-soldi-potere (lotte, faide, lobby gay, saune, bordelli) per che sta per abbattersi sulla Chiesa, con Papa in fuga per non ritrovarsi a gestirlo…

In effetti: il potere non fa più per loro. Io lo direi meglio: il potere non fa più per il mondo. Non appare più come il dispositivo adatto -ammesso che lo sia mai stato- a regolare la convivenza umana. Si decompone sotto i nostri occhi, si mostra per quello che è: egoismo, individualismo, avidità, lussuria, violenza, paura. Ci tocca vivere questo momento terribile, in cui tutto si disfa, e si salvi chi può, e scappi con i soldi chi può, e tutti gli altri aggrappati ai relitti della scialuppa.

Il timore che (la fine del) patriarcato trascini nella sua caduta istituzioni ancora indispensabili all’ordine sociale più elementare, provocando caos o risposte reazionarie o resistenze sbagliate, è dunque fondato”, scriveva 40 anni fa la filosofa Julia Kristeva. Lo scenario in effetti è proprio questo, e tanto vale tenerlo ben presente. La deriva maschile trascina tutt*.

Stringiamoci tra noi donne, e con gli uomini migliori, come quel Mr Lester Burnham, antieroe di “American Beauty”, che aveva scelto di andare a cuocere hamburger in cambio della minore responsabilità possibile. Solo insieme riusciremo a navigare a vista.

leadershit, Politica, questione maschile, TEMPI MODERNI dicembre 31, 2012

Il Monti inCasinato

 

Il “nuovo” al centro: Pierferdinando Casini, 30 anni in Parlamento

Sarà anche colpa del mio sguardo, sarà che sono una donna, con un punto di vista necessariamente eterodosso, ma io in questo “nuovo” centromontismo tutto questo “nuovo” non lo vedo.

Sarà che mi faccio distrarre dalle facce di Casini (che le liste, dice “me le faccio io” e che nel 2013 festeggerà i suoi 30 anni da deputato) di Fini e di Frattini, che proprio nuovissime non si possono dire. Che do troppa importanza al sostanziale monosex della formazione, anche questo indizio di una certa vetustà: trattasi del solito maschio medio sui 60, che blocca il Paese. Sarà che mi lascio suggestionare dall’operoso aspersorio di monsignor Bagnasco, che si affretta a benedire la neo-proposta, e da quell’agenda doverosa, priva di grandi guizzi visionari, da un lato, e delle indispensabili istruzioni per l’uso dall’altro… ma io grandi differenze tra il progetto montiano e il sogno neo-democristiano non riesco a vederle.

Vedo un Monti già diverso, questo sì, che “salendo in politica” si è inCasinato e ha già perso molto smalto.

E vedo benissimo le differenze tra il Paese che fu governato per un tempo infinito dalla Democrazia Cristiana e il Paese di oggi, che di una nuova Dc non ha affatto bisogno, che trova nel protagonismo dei giovani e delle donne -la coppia “cougar” esclusa dal Grande Capo Augh- il perno della svolta indispensabile.

Insomma, detto alla buona: se io fossi Bersani, se fossi Vendola, se fossi il centrosinistra, dopo il temerario passaggio dei vari gradi di primarie, che restano un fatto indiscutibile da opporre a chi le liste “me le faccio io”, per segnare la differenza da questo neocentrismo punterei alla grande sul tema sensibilissimo dei diritti: perché in cambio della sua benedizione, la Chiesa avrà già posto delle ferree condizioni, avviluppando questo supposto “nuovo” in lacci e lacciuoli premoderni

Diritti, donne, giovani: con i montiani mi misurerei a viso aperto su questo. Confidando in un Paese che ha molta voglia di diventare adulto, e di vecchi patriarchi non ha più bisogno.

leadershit, Politica novembre 23, 2012

Contro il “voto utile” (non è tempo di nasi turati)

Chi domenica voterà alle primarie del csx (ci si può preregistrare qui) lo sa:

c’è una forte pressione per il cosìddetto “voto utile”, concentrato sui duellanti Bersani e Renzi. Anche chi si riconosce maggiormente negli altri competitor, Puppato, Tabacci e Vendola, viene invitato a “non disperdere il voto” e a schierarsi di qua o di là.

Spiego perché questo supposto “buon senso” non mi convince affatto:

1. CENTRO E PERIFERIA   Questo iper-realismo diminuisce la ricchezza del voto e ostacola il cambiamento, che arriva sempre dalla “periferia”.

2.  VOTO “CONTRO”   Una quota considerevole di consensi per l’uno o l’altro dei principali competitor è un voto “contro”: voto Renzi non perché mi convinca, ma per fare fuori Bersani; voto Bersani non perché lo considero il più adatto alla premiership, ma perché devo arginare Renzi. I conti interni al partito rischiano di prevalere, ma il senso vero delle primarie è la scelta del possibile premier. Votare contro, o secondo queste logiche, fa scivolare in secondo piano il bene del Paese, che dovrebbe invece rimanere la stella polare.

3. THE WINNER IS…   Il vero vincitore del dibattitone su Sky -parere unanime- è stato il confortevole senso di squadra, l’idea di un team che tiene insieme le differenze in vista di un progetto unitario. Chi ha seguito in tv -io ero in studio- è andato a letto contento per avere visto non risse ma un costruttivo confronto di idee. Corrispettivamente, la vera vincitrice delle primarie deve essere la squadra. Ma quanto più il voto sarà polarizzato, tanto meno squadra avremo e tanto più “uomo solo al comando”, soluzione da sfuggire come la peste. L’offerta di “uomini soli” e di poche idee al comando dovrebbe bastarci e avanzare.

Il modo in cui ognuno di noi può contribuire al bene comune è portare autenticamente se stess*.Solo così il voto non è inutile.

Non è questo il tempo dei nasi turati.

p.s. Aggiungo un’altra considerazione, credo abbastanza “utile”. Parlando di governabilità, e osservando un Movimento 5 Stelle che tallona il Pd, potrebbe essere necessaria una o qualche figura del csx in grado di dialogare, almeno programmaticamente, con gli eletti di Grillo. Molto difficile che questa figura sia Bersani. Figuriamoci Renzi. Qualche possibilità, forse, per Vendola. Molte di più per Puppato.

 

leadershit, Politica novembre 13, 2012

Primarie leadershit in scena su Sky

Ero al Teatro della Luna, ieri sera. Grande eccitazione dietro le quinte, vigilanza severissima, c’era perfino una labrador antibomba che annusava nei camerini. Parterre vippissimo, -importante poter dire “io c’ero”- per la novità del grande confronto tra i cosiddetti “magnifici 5” del centrosinistra.

Avrei preferito un dibattito più aspro, non strillato ma meno “embrasson nous”: le differenze tra i competitor esistono, eccome, e mi sarebbe piaciuto vederle. Non so quanto sia stata scelta, questa linea del disarmo multilaterale. A mio parere è venuta in gran parte da sé. Il senso della squadra si è in qualche modo imposto ai contendenti, ha colto un desiderio diffuso, lo spirito del tempo. Il pubblico ha visto in scena un governo bell’e fatto, ha lasciato il teatro di Assago con un senso “natalizio” di fiducia: questi possono farcela, vogliono farcela -niente affatto scontato- e insieme.

Lo diciamo ormai da tempo: l’idea del leader, dell’uomo solo al comando, piace sempre meno. Con buona pace di Matteo Renzi -il più leaderistico dei 5- è questo a dover essere rottamato. Anche il senso del duello tra i due principali competitor si è attenuato. Oggi i giornali ci marciano ancora, non mollano volentieri la redditizia idea della sfida all’Ok Corral: troverete sondaggi per tutti i gusti, chi fa vincere Bersani, chi Renzi, chi parla di sostanziale pareggio.

Ma a vincere è stata la squadra, in tutte le sue sfumature, e da oggi la competizione primaria dovrà cambiare passo: rassicurante Bersani, autopapagiovannizzato come colui che vuole “cambiare le cose senza spaventare”, spregiudicato Renzi -sceso dal camperone all’ultimo minuto, tutti  ad aspettare la sua cravatta-, maternamente concreta Puppato, finalmente una donna a rompere il monosex, tecnico e competente Tabacci, il più montiano tra i 5, umanissimo Vendola, forse il più emozionato tra tutti.

Ieri al Teatro della Luna è andata in scena la prima del probabilissimo prossimo governo del Paese. Un interessante cambio di passo.

L’avete visto? che ne pensate?

Aggiornamento delle ore 12.50: il confrontone ha avuto uno share molto scarso, solo il 6.7 per cento. Gli italiani erano altrove. Forse la vera notizia è questa.

 

 

 

leadershit, Politica ottobre 22, 2012

Lombardia: “uomo forte”? No, squadra “leadershit”

Dunque: Berlusconi non vuole Gabriele Albertini, ma per la presidenza di regione Lombardia indica Bobo Maroni, e secondo me ha molte ragioni. Per il futuro nazionale ma anche per presente lombardo: l’ex ministro degli Interni ha entusiasmato i gazebo leghisti, può catalizzare un processo di rifondazione popolare del centrodestra che né Albertini né Maurizio Lupi avrebbero la forza di condurre.

Nell’altro schieramento Umberto Ambrosoli, rifiutando la candidatura dopo attenta e responsabile riflessione, ha rimesso la palla al centro. Nella sua intervista a “Repubblica”, che paradossalmente è un vero manifesto politico, dice molte cose condivisibili: in particolare là dove sostiene di non voler essere, in quanto figlio dell’eroe borghese, “la figurina perfetta” -anche questo, dei figli e delle mogli dei martiri, può costituire una forma di familismo amorale, e Ambrosoli fa benissimo a prendere le distanze- e che non si deve “delegare nulla al salvatore di turno, indicando la necessità che il candidato si presenti da subito con la sua squadra, facce, nomi e cognomi.

Di solito non va così. Di solito chi vince poi fa i conti con i suoi alleati, e distribuisce gli incarichi secondo complesse logiche spartitorie che spesso prescindono del tutto dalla competenza, a danno dei governati.Visto un sacco di volte.

A me invece, da elettrice, piacerebbe sapere prima quale assessore alla sanità, alla cultura o al bilancio mi ritroverò, se scelgo quel candidato, e non dover ingoiare bocconi amari ex-post, come è capitato più volte. E mi piacerebbe poter vedere definitivamente smantellata, almeno a centrosinistra, la retorica insopportabile dell'”uomo forte”, del “salvatore”, come lo chiama Ambrosoli, a tutto vantaggio della rete e della squadra, in chiave leadershit.

C’è però una cosa, tra quelle che dice Ambrosoli, che non mi convince per niente: e cioè che “l’iniziativa non deve scattare dai partiti“. I partiti sono sì delle bestie tremende, da controllare a vista, ma la società civile può essere la notte in cui tutte le vacche sono nere. In nome di una non meglio identficata società civile si sono già viste condurre operazioni ben peggio che partitocratiche, o addirittura autocratiche: l’uomo solo, per l’appunto, che decide senza contrappesi.

I finti “non-partiti” spesso adottano le logiche dei partiti, peggiorandole.