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violenza sessista

Donne e Uomini, Femminismo giugno 11, 2016

Femminicidio: effetto contagio. Più si uccide e più si uccide

Tutto farebbe pensare che se un uomo sta covando il proposito di uccidere, di fronte a una tragedia come quella di Sara e alla sua beffarda inutilità -lei morta, lui in galera e intorno a loro solo un immenso dolore- possa fermarsi catarticamente a riflettere, rinunciare al suo piano, fermare la sua mano.E invece capita il contrario, come in un mostruoso contagio: più si uccide, e più si uccide.

Donne e Uomini, italia, Politica, questione maschile dicembre 18, 2015

Lotta alla violenza. Pia Locatelli, firmataria dell’emendamento contestato: “Mi sono sbagliata. Azzeriamo e ricominciamo a discutere

Pia Locatelli, parlamentare Psi, è sempre stata in relazione con il movimento delle donne. Vedendo il suo nome tra i firmatari del pessimo emendamento Giuliani alla legge di stabilità (quello sulla violenza a donne e affini: omosessuali, handicappati e altre minoranze da “tutelare” in un percorso ospedaliero, emendamento avversato da chi sulla violenza ha lavorato davvero, leggete qui) a tante è preso un colpo.

Tante amiche l’hanno detto: ma cos’hai firmato? Oltretutto io sono stata anche contro la non revocabilità della querela…”.

Ecco: cos’ha firmato?

Ammetto di aver firmato senza leggere. Di default. E spiego perché. Alla Camera faccio parte di un intergruppo trasversale di 80 donne parlamentari che ha iniziato a lavorare sui temi con approccio gender sensitive. Abbiamo pensato di agire anche sulla legge di stabilità, presentando svariati emendamenti. Alcuni buoni, come i 15 giorni di congedo di paternità, l’estensione del voucher baby sitter anche alle lavoratrici autonome (di cui sono prima firmataria) e via dicendo. Per favorire il lavoro trasversale -e forse anche perché sono un po’ pollastra- mi sono impegnata a firmare tutti gli emendamenti che sarebbero stati presentati”.

Quindi anche quello sulla violenza.

“Precisamente. Anche se non c’entrava con la legge di stabilità. Poi mi sono resa conto, le amiche furibonde mi hanno aperto gli occhi”.

E ora?

“La prima firmataria Fabrizia Giuliani non intende ritirarlo. C’è stata una seconda formulazione dell’emendamento, che a mio parere riduce i danni. Ma l’impianto è quello che è”.

Ma non si può ritirare la firma?

“A questo punto no. L’emendamento è già passato in Commissione Bilancio”.

Quindi non c’è più niente da fare.

Marisa Nicchi di Sel, Pippo Civati e altri parlamentari intendono presentare un emendamento abrogativo che cancelli l’emendamento oggetto di polemiche. E’ importante recuperare il rapporto con le associazioni delle donne che pure, a mio parere, hanno avuto una reazione eccessiva”.

Be’, se non avessero reagito “eccessivamente” nessuno le avrebbe ascoltate. Come al solito.

“D’accordo. Ma ora vediamo di rimediare. Facciamo tabula rasa, e ricominciamo a discutere sulla questione della violenza. Votando l’emendamento abrogativo si potrebbe azzerare la querelle”.

Ma lei è firmataria dell’emendamento contestato: ora può sottoscrivere il contro-emendamento?

“Certo che sì.  Non posso aver cambiato idea? Dacia Maraini ha sottoscritto l’appello di Snoq Libere contro l’utero in affitto, e poi ha cambiato parere. Quando le questioni sono complesse…”.

Ha fiducia nel fatto che l’emendamento abrogativo possa passare?

“Non è facile, lo ammetto”.

Anche la fiducia delle associazioni è scarsa. Tant’è che si preparano a ricorrere al Consiglio d’Europa perché possa verificare e sanzionare l’oggettiva incongruità dell’emendamento Giuliani con i criteri della lotta alla violenza sessista ratificati nella Convenzione di Istanbul.

 

Molto duro il comunicato di D.i.Re

Comunicato Stampa di D.i.Re, Rete nazionale dei Centri Antiviolenza

I CENTRI ANTIVIOLENZA E IL FEMMINISMO CONTRO L’EMENDAMENTO DETTO “PERCORSO TUTELA VITTIME DI VIOLENZA”

Settantatre Centri Antiviolenza rappresentati dall’Associazione D.i.Re, Telefono Rosa che gestisce il numero pubblico di emergenza 1522 per la violenza contro le donne, l’Unione Donne Italiane, la Casa Internazionale delle Donne di Roma, la Libera Università delle Donne di Milano, Ferite a Morte, la Fondazione Pangea, Be Free, Pari o Dispare, UIL, Le Nove, Giuristi Democratici, Ass. Scosse, hanno tenuto oggi una conferenza stampa per denunciare la pericolosità, la superficialità e la illegittimità dell’emendamento 451 bis e 451 ter alla legge di Stabilità detto “Percorso tutela vittime di violenza” e approvato il 15 dicembre dalla Commissione Bilancio della Camera.

Ricorreremo al Consiglio d’Europa per violazione della Convenzione di Istanbul. Assisteremo le vittime di violenza presso la Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo qualora si sentano lese nei loro diritti dalle procedure dello Stato italiano”. Durissima Gabriella Moscatelli presidente di Telefono Rosa nazionale che gestisce il numero nazionale antiviolenza 1522 stamattina alla conferenza stampa contro l’emendamento Giuliani “percorso tutela vittime di violenza”, emendamento alla legge di stabilità che è stato approvato dalla commissione bilancio della Camera il 15 dicembre. Insieme a lei, Titti Carrano, presidente dell’associazione D.i.Re che raggruppa 73 centri antiviolenza e Vittoria Tola presidente dell’Udi nazionale.

“Chi ha scritto questo emendamento non conosce la vita delle donne e dei bambini in una famiglia violenta – ha aggiunto Moscatelli. Chi come noi si occupa di violenza da trent’anni sa che la denuncia è solo l’inizio di un percorso difficilissimo.

Titti Carrano ha detto: Chi ha scritto questo emendamento non sa nulla di questo fenomeno, perchè è impossibile assimilare le vittime della violenza maschile alle altre fasce deboli o vulnerabili. Le donne che subiscono violenza maschile, come prescrive la convenzione di Istanbul, hanno bisogno di un percorso individuale e specializzato. Questo emendamento nega la realtà della violenza di genere, la sua natura strutturale, persistente profondamente infiltrata nella nostra cultura e nella nostra società. Se questo emendamento dovesse essere approvato, non ci fermeremo e denunceremo in tutte le sedi internazionali: l’Italia dovrà rispondere puntualmente delle sua gravi responsabilità e per le  donne maltrattate e uccise.

Vittoria Tola, presidente nazionale UDI: “Questo emendamento è una vendetta e una manovra di chi, da anni, ha cercato di imporre un percorso di costrizione delle donne maltrattate nel Piano Antiviolenza e non c’era mai riuscito. Le conquiste delle donne sembrano una tela di penelope: i firmatari hanno votato la Convenzione di istanbul senza leggerla. Non ci fermeremo e combatteremo finchè questo pericolo non sarà sventato.”

Oria Gargano della Associazione Be Free che opera al Pronto Soccorso del San Camillo di Roma, con una accoglienza su misura per le donne maltrattate: “Dal 2009 ad oggi abbiamo seguito tremila donne, ma abbiamo proceduto all’inverso rispetto a quanto previsto nell’emendamento Giuliani. Siamo partite dalla collaborazione con l’Ospedale e abbiamo formato il personale del Pronto Soccorso per un anno. Gli abbiamo insegnato che le donne che hanno appena subito violenza, non pensano affatto a denunciare, ma a proteggere se stesse e i figli e spesso sperano di salvare ancora la relazione con l’abusante. Hanno bisogno di ascolto, pazienza, costanza, rispetto. E, soprattutto, ci vuole un rigoroso “fololw up”, proprio quello che l’emendamento Giuliani non prevede. E’ un rigoroso l “follow up” dopo la visita al pronto soccorso, che può salvare e salva la vita delle donne. Non dimentichiamoci che alcune di quelle che hanno denunciato, talvolta purtroppo sono state uccise. La denuncia non è il “fine” dell’azione contro la violenza maschile.”

Alla conferenza stampa sono intervenuti parlamentari, tra cui Pippo Civati, Roberta Agostini, Marisa Nicchi, Giovanna Martelli, Delia Murer. Tutti si sono augurati che sull’emendamento non venga posta la fiducia, in modo che possa essere discusso in aula “dal momento che – ha detto Roberta Agostini, responsabile donne PD – nasce da un metodo completamente sbagliato e inaccettabile ed è stato scritto senza nessun confronto con chi si occupa di violenza di genere e sa bene cosa serve e come funzionano le cose”.

“Siamo con voi” ha detto Pippo Civati. “E siamo con voi per una questione democratica e contro questa incomprensibile superficialità. In Italia è aperta una seria ”questione maschile” che si traduce in paternalismo, pretesa di tutela e prevaricazione”.

Alessandra Menelao della UIL: “Le donne maltrattate e stuprate non sono soggetti “deboli”. In questo Paese può essere presentato un emendamento simile, perchè non c’è più democrazia partecipativa. Non si decide sulla pelle delle donne, senza parlare con le donne.

Erano presenti molte attiviste femministe, anche quelle che non hanno mai messo la violenza di genere al centro della loro azione, come dice Alessandra Bocchetti, una delle madri del femminismo italiano che spiega: “Oggi sono qui perché trovo estremamente preoccupante la regressione a cui stiamo assistendo. Le donne vengono ricacciate in una sorta di “minorìa” della cittadinanza femminile. Le donne sono stanche di non essere mai nell’agenda politica di questo paese e, quando ci sono, non vengono nemmeno consultate.”

Daniela Colombo di Pari o Dispare, l’associazione di cui è presidente Onoraria Emma Bonino, ha denunciato il fatto che “Il Governo Renzi sta procedendo alla distruzione di tutto il sistema anti-discriminazione costruito in trent’anni di progresso insieme alla società civile. Tutto viene demolito, senza aver fatto nemmeno una verifica sui risultati. D’altra parte, quando era Sindaco di Firenze, Matteo Renzi ha istituito il primo cimitero per feti abortiti d’Italia e il femminismo non se lo dimentica. Inoltre ha tenuto per sé le deleghe alle Pari opportunità e la sua consigliera in materia, Giovanna Martelli, dopo un anno di tentativi, è stata costretta a dimettersi. Noi vogliamo un’autorità anti discriminazione nazionale e un punto nell’esecutivo con potere reale che risponda alla società civile.

D.i.Re Donne in Rete contro la violenza
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femminicidio, Femminismo, Politica, questione maschile dicembre 16, 2015

Colleghe della stampa estera: raccontate il business della violenza in Italia, ormai nelle mani della politica

Le donne in questo Paese non sono affatto messe bene, no.

Ci mancava pure la jattura dell’emendamento bianco rosa o rosa bianca o come diavolo l’hanno chiamato, che spazza via in un colpo solo tutto il sapere cumulato sul campo in anni e anni dai centri antiviolenza autogestiti dalle donne, quelli a cui la Convenzione di Istanbul attribuisce un ruolo preminente.

Perciò spero che le mie colleghe straniere, le corrispondenti di Libé, del Frankfurter Allgemeine Zeitung, del Guardian e del NYT possano dare una mano a questa lotta, raccontando alla fin fine quello che è: la violenza sessista in Italia è diventata un business da milioni di euro, la formazione di esperti è il core business del business, e i soldi stanziati dalla politica per affrontare la questione, la politica intende riprenderseli.

Domani in una conferenza stampa Donne in Rete contro la violenza (D.i.R.e), Udi, Casa Internazionale delle donne, Telefono Rosa, Pari e dispare, Fondazione Pangea e altre ribadiranno alla stampa estera che le donne vittime di violenza non sono minori deficienti da tutelare, ma persone –spesso ad alta scolarità e con buon reddito- da accompagnare in un percorso ogni volta diverso nei tempi e nei modi. Che devono essere loro stesse le protagoniste della propria liberazione: la libertà non è una medicina che si può inoculare. E che il ruolo delle “esperte” è quello di condividere con empatia e rispetto l’esperienza autonoma della donna che intende fuoruscire dalla violenza, mettendo a disposizione consapevolezza e strumenti.

E invece, niente: un emendamento alla legge di stabilità firmato da Fabrizia Giuliani (sempre lei, la sedicente candidata unica di Se Non Ora Quando, alla faccia di tutte quante le militanti basite, la romana piazzata da Bersani nel listino protetto a Milano dove nessuna l’ha mai vista nemmeno per sbaglio etc. etc., soprattutto una che nei centri antiviolenza non si è mai vista) parla disastrosamente di un “percorso tutela vittime di violenza” (sic!) da istituire negli ospedali. E per tutte le vittime di violenza senza distinzioni -donne, anziani, bambini, portatori di handicap e omosessuali-. Non viene quindi riconosciuta alcuna specificità alla violenza sessista, come raccomandato dalla Convenzione di Istanbul. Un disastro simbolico e reale.

Si tratta di “un percorso obbligatorio e a senso unico” dicono le donne di D.i.R.e, Udi e le altre. “Una donna che si rivolge al Pronto Soccorso sarà automaticamente costretta un tracciato rigido, senza poter decidere autonomamente come agire per uscire dalla violenza, e si troverà di fronte un magistrato o a un rappresentante della polizia giudiziaria prima ancora di poter parlare con una operatrice di un Centro Antiviolenza che la ascolti e la sostenga nelle sue libere decisioni”.

Come se le “malate” da presidiare fossero le donne, e non gli uomini violenti.

Con molteplici rischi: che pur di evitare di essere inserita nel “programma protezione”, una i suoi lividi se li tiene e all’ospedale non ci va. Inoltre chiunque si sia occupata della questione sa bene che il momento del post-denuncia è pericolosissimo per una donna, che potrebbe vedere aggravarsi la violenza. Infine i centri antiviolenza sono di fatto tagliati fuori dall’ospedalizzazione-securitarizzazione: i 50 milioni di euro promessi dalla ministra per la Salute Lorenzin per la formazione del personale dedicato all’assistenza psicologica alle vittime di violenza, usciti dalla porta rientrerebbero dalla finestra: saranno le istituzioni a gestire i fondi.

Insomma, l’emendamento Giuliani, che molte hanno chiesto invano di ritirare, è una vera catastrofe. Non per Giuliani, forse: a cui, si mormora, si sta pensando per il Ministero Pari Opportunità. Ci mancherebbe anche questa.

Colleghe della stampa estera, occhio a questa brutta storia.

 

Questo il comunicato che indice la conferenza stampa:

Settantatrè Centri Antiviolenza rappresentati dall’Associazione D.i.Re, Telefono Rosa che gestisce il numero pubblico di emergenza 1522 per la violenza contro le donne, l’Unione Donne Italiane, la Libera Università delle Donne di Milano, Ferite a Morte, la Fondazione Pangea, Be Free, Pari o Dispare, Uil invitano le giornaliste e i giornalisti il giorno 17 dicembre alle 11 alla Sala Cristallo dell’Hotel Nazionale a Montecitorio (Piazza Montecitorio 131) per annunciare le prossime azioni contro l’emendamento Giuliani detto “percorso tutela vittime di violenza” approvato il 15 dicembre dalla Commissione Bilancio della Camera:

Il “percorso tutela vittime di violenza” rappresenta un attacco alla libertà e alla sicurezza delle donne, alla cultura, all’informazione e alla consapevolezza che le associazioni femminili e femministe hanno costruito in questo paese. Il “percorso tutela vittime di violenza” assimila la violenza maschile, che colpisce una donna su tre e spesso con esiti fatali, a qualunque altra violenza su soggetti per giunta definiti “deboli”: anziani, bambini, portatori di handicap e omosessuali. Prevede una procedura che, tra ambiguità e contraddizioni, mette al centro le istituzioni e il sistema di interventi invece della consapevolezza e libertà di scelta della donna.

Vìola l’ordinamento nazionale e internazionale, innanzitutto la Convenzione di Istanbul contro la violenza sulle donne e la violenza domestica che prescrive un approccio di genere, firmato da 32 paesi, e dall’Italia fra i primi. – è solo l’ultimo grave atto contro le politiche di contrasto alla violenza, che si aggiunge alla mancata erogazione del denaro pubblico dovuto per legge ai Centri Antiviolenza.

La violenza di genere contro le donne non è una questione privata, non è una questione di sanità o di ordine pubblico, non è un affare lucroso. E’ un grave problema sociale che ha radici nella nostra cultura e va affrontato con una coerente e seria guida politico-istituzionale. Non può essere liquidato in maniera parziale, in un emendamento alla legge di stabilità già contestato da un appello pubblico e da molte parlamentari. Perché le donne non vengano più picchiate e uccise, perché migliaia di bambine e bambini non assistano più ogni giorno alla violenza domestica, abbiamo bisogno di un approccio integrato che faccia tesoro di trent’anni di esperienza sul campo e promuova una sinergia fra tutte le forze e le competenze già all’opera. E del denaro necessario per realizzare tutto questo.

Oltre alle Associazioni saranno presenti attiviste e parlamentari.

 

AGGIORNAMENTO ORE 15 DEL 17 DICEMBRE: alcuni firmatari dell’emendamento Giuliani sarebbero intenzionati a fare marcia indietro, avendo compreso di aver sottoscritto una proposta sbagliata.

 

 

 

 

femminicidio, questione maschile giugno 26, 2014

A chi i fondi per la lotta anti-violenza?

Il 10 luglio a Roma-i dettagli in coda al post- i Centri antiviolenza e le Case delle Donne associate in D.i.Re manifesteranno contro i criteri di stanziamento dei fondi governativi contro la violenza e il femminicidio.

A seguire tutte le info sulla vicenda.

 

Stamattina la rete dei Centri antiviolenza e delle Case delle donne della Lombardia (16 in tutto) ha animato un affollato incontro al Pirellone per illustrare pratica e metodologia condivise dell’intervento.

Ma anche per confrontarsi sulla questione dei finanziamenti ad hoc previsti dal decreto Femminicidio e dalla legge di Stabilità. Ci vorrà ancora un mese perché lo stanziamento di 17 milioni sia effettivo: la Conferenza Stato-regioni sta ancora discutendo sui criteri di distribuzione. Quello che è certo, i soldi arriveranno alle Regioni, che a loro volta li faranno amministrare ai Comuni, titolati alla decisione finale sui centri destinatari.

Destano qualche preoccupazione le dichiarazioni dell’assessora regionale alle Pari Opportunità Paola Bulbarelli, già Pdl, che ha indicato come obiettivo 44 centri operativi entro l’anno, con relativi corsi di formazione.

Al momento, come dicevamo, i Centri e le Case sono 16: la prima è stata la Casa delle Donne maltrattate di Milano, fondata dalla pioniera Marisa Guarneri e da altre nella seconda metà degli anni Ottanta, quando quella della violenza appariva come una questione marginale. Il metodo di intervento messo a punto e lungamente sperimentato nella Casa di Milano è stato in seguito acquisito e praticato nella Case nate successivamente in Lombardia e su tutto il territorio nazionale (in Italia la rete si chiama D.i.Re e conta 62 centri)

Nel lavoro contro la violenza sessista la metodologia è tutto.

“E’ un metodo basato sulla relazione tra donne” ha chiarito Manuela Ulivi, Presidente della Casa delle Donne maltrattate di Milano “che stabilisce molto precisamente percorso e criteri dal momento delicatissimo dell’accoglienza, alla costruzione di un progetto non sulla donna ma con la donna, la quale resta la protagonista insostituibile del suo cammino di liberazione dalla violenza. E’ lei,  non le “esperte”, a stabilire i tempi del suo cammino, senza mai essere giudicata o eterodiretta. E’ lei ad attivare le sue risorse interiori, la sua forza e i suoi desideri, in un percorso condiviso con le altre che mettono a disposizione professionalità, esperienza ed empatia, ma soprattutto la voglia di condividere con la donna questo passaggio delicato della sua vita”.

Uno sportello anti-violenza, un “centro” messo in piedi in quattro e quattr’otto, che non nascano da questo desiderio e da questa esperienza ma da un atto burocratico o, peggio, dall’interesse a intercettare i fondi regionali o nazionali, non hanno niente a che vedere con queste realtà consolidate.

Negli ultimi anni è nato un vero e proprio business, molto italiano, e perfino uno showbitz dell’anti-violenza: esperti e centri improvvisati, corsi volanti di formazione, operazioni editoriali instant e di dubbia qualità, iniziative e spettacoli “d’emergenza”. Non è in questo modo che si contrastano violenza e femminicidio.

Che la Lombardia, come annunciato dall’assessora Bulbarelli, nel giro di pochi mesi conti di istituire un’altra trentina di centri individuati dai comuni come possibili destinatari delle risorse stanziate non è certamente una buona notizia, e fa temere il solito peggio.

 

Aggiornamento domenica 29 giugno:

Duro comunicato dei Centri antiviolenza e delle Case delle Donne
che ricevono solo le briciole dei finanziamenti governativi

 Ai centri antiviolenza solo le briciole dei finanziamenti stanziati:
e il resto dei fondi a chi?

Sei mila euro l’anno per due anni: è quanto il Governo intende assegnare a ognuno degli storici Centri antiviolenza e alle Case Rifugio che operano con efficacia da decenni e in regime di volontariato.
E’ in questa esperienza che si radicano il sapere e il metodo che consentono a tante donne di salvarsi la vita, e di ritrovare autonomia e libertà.
Ma quei soldi non basteranno nemmeno a pagare le bollette telefoniche.

A chi gran parte degli stanziamenti (circa 15 milioni di euro)?
Alle Regioni, che finanzieranno progetti sulla base di bandi: la scelta è quella di sostenere “centri” e sportelli istituiti last minute, oltre che di istituzionalizzare i percorsi di uscita dalla violenza delle donne.

Apprendiamo dalla stampa – il Sole 24 ORE del 27 giugno 2014 – le incredibili modalità di riparto dei fondi -17 milioni di euro- stanziati dalla L. 119/2013 detta contro il femminicidio per gli anni 2013/14.

Secondo una mappatura in base a criteri illeggibili, di questi 17 milioni ai 352 Centri Antiviolenza e Case Rifugio toccheranno solo 2.260.000 euro, circa 6.000 euro per ciascun centro.
Inoltre tutti i centri, pubblici e privati, saranno finanziati allo stesso modo, senza tenere conto del fatto che diversamente dai privati i centri pubblici hanno sedi, utenze e personale già pagati.

Questa scelta del Governo contravviene in modo netto alla Convenzione di Istanbul per la prevenzione e la lotta contro la violenza sulle donne e la violenza domestica, che l’Italia ha ratificato e che entrerà in vigore il prossimo 1° agosto, la quale prevede siano destinate “ adeguate risorse finanziarie e umane per la corretta applicazione delle politiche integrate, misure e programmi per prevenire e combattere tutte le forme di violenza che rientrano nel campo di applicazione della presente Convenzione, incluse quelle svolte da organizzazioni non governative e dalla società civile” (Articolo 8)
Nella Convenzione si privilegia il lavoro dei centri di donne indipendenti, mentre il Governo Italiano sceglie di destinare la maggior parte dei finanziamenti alle reti di carattere istituzionale.

L’idea e’ che la politica non intenda rinunciare a ‘intercettare’ quei fondi, e che si proponga di controllare e ridurre allo stremo i Centri antiviolenza indipendenti, gia’ operativi da molti anni e associati nella rete nazionale D.i.Re (Donne in Rete Contro la Violenza).

Denunciamo questo modo di procedere.

Il Governo non ha sino ad oggi neppure formulato un Piano Nazionale Antiviolenza, e si presenta in Europa senza avere intrapreso un confronto politico serio con tutte coloro che lavorano da oltre 20 anni sul territorio, offrendo politiche e servizi di qualità per prevenire e contrastare il fenomeno della violenza sulle donne.

Roma, 28 giugno 2014
Di.Re Donne in Rete contro la violenza
Casa Internazionale delle Donne – Via della Lungara, 19 – 00165 Roma, Italia, Cell 3927200580 – Tel 06 68892502 Fax 06 3244992 – Email direcontrolaviolenza@women.it; www.direcontrolaviolenza.it

 

Aggiornamento 3 luglio: e ora non c’è più nemmeno l’arresto preventivo per maltrattanti e stalker.

Aggiornamento 4 luglio: il 10 luglio a Roma manifestazione dei centri antiviolenza

 

 

 

 

Donne e Uomini, femminicidio, Libri, personaggi, questione maschile settembre 29, 2013

Stupro: la pena di morte non serve. Parla Urvashi Butalia

La scrittrice ed editora indiana Urvashi Butalia

“La pena di morte non servirà a fermare la violenza. Anzi, potrebbe aumentare il rischio per le donne”: lo dice la scrittrice ed editora indiana Urvashi Butalia  intervenendo nell’ampio dibattito che si è aperto dopo la condanna alla pena capitale per gli stupratori e assassini di Jyoti Singh Pandey, la studentessa di 23 anni morta dopo 13 giorni di agonia in seguito alle violenze di branco subite su un bus di New Delhi, il 16 dicembre 2012.

Butalia è una scrittrice, storica ed editora indiana. Ha fondato la prima casa editrice femminista in India, “Kali for women”, e attualmente dirige Zubaan, che si occupa prevalentemente di temi di genere. E’ in prima linea nel movimento delle donne indiano. Ha lavorato molto sull’emancipazione delle donne dei villaggi, indagando sui crimini commessi contro di loro durante le guerre di separazione.Ha scritto tra  l’altro Speaking Peace: Women’s Voices from Kashmir (Zed Books 2002) e The Other Side of Silence: Voices from the Partition of India (Penguin 2000), ottenendo  numerosi premi e riconoscimenti.

Il prossimo 4 ottobre, ore 16, Urvashi Butalia parteciperà al Festival di Internazionale a Ferrara, giunto alla sua settima edizione, discutendo con le giornaliste Mona Eltahawy (Egitto), Chouchou Namegabe (Congo) e con la saggista femminista americana Rebecca Solnit sul tema “La guerra contro le donne. La violenza di genere, un’emergenza globale” (moderatore Riccardo Iacona).

In seguito allo stupro e alla morte di Jyoti Singh Pandey il tema della violenza sessista è posto al centro del dibattito politico e sociale in India. Secondo Eve Ensler, autrice dei “Vagina Monologues” e frequentatrice abituale del Paese, addirittura il tema politico centrale per la società indiana.  Chiedo a Butalia se è così:

 “Non mi pare” dice. “Il problema ha certamente assunto grande rilevanza per via della pressione dell’opinione pubblica e dei gruppi di donne. Ma in India ci sono questioni politiche non meno importanti: la povertà, la democrazia. C’è anche la questione di genere: non solo la violenza, ma la diseguaglianza tra i sessi”.

 Violenza che è effettivamente in aumento? O a crescere è la sensibilità alla questione?

Difficile dirlo. A Delhi dall’inizio di quest’anno il numero dei casi di violenza e di stupro è molto cresciuto. Ma è anche vero che è cresciuto il numero di donne che ha la forza di denunciare. La sensibilità al problema si è certamente acuita in tutto il Paese. La gente oggi ha ormai ben chiaro che gli stupri non hanno niente a che vedere con il modo in cui ti vesti o con il fatto che rientri tardi la sera. E che chiunque può esserne vittima, perfino avere un uomo accanto non è una protezione sufficiente. Nelle realtà urbane se ne parla anche a scuola: studenti, insegnanti e genitori che si confrontano sulla necessità di un’educazione sessuale. Ciononostante certi tipi di stupro, per esempio quelli a opera di militari nel Kashmir e nell’India di Nordest, regioni in cui l’esercito gode di un particolare status, non ricevono sufficiente attenzione. Su questi temi il movimento delle donne sta lavorando da tempo e continua a farlo”.

Abbiamo visto i festeggiamenti davanti al Saket Tribunal di Delhi dopo la sentenza di morte per gli stupratori di Jyoti Singh Pandey. Per molte femministe indiane, come la giornalista Shoma Chaudhury, la pena di morte non è tuttavia la soluzione. Che cosa ne pensa?

“Tutti hanno parlato di quei festeggiamenti. Ma quanta gente c’era a festeggiare? Un centinaio di persone? Duecento? Di sicuro non migliaia. Era un piccolo gruppo, fondamentalmente la famiglia della ragazza che, comprensibilmente, sperava in una sentenza severa. Nessuno però ha riferito delle molte manifestazioni contro la pena di morte, dei dibattiti, della campagna per abolirla. E’ su questo che si dovrebbe porre attenzione. Anch’io credo che la pena di morte non sia la soluzione, come praticamente tutte le femministe indiane. La vendetta o la cultura della punizione non possono essere la risposta, anche se è comprensibile che alle vittime e i loro cari appaiano come la sola forma di giustizia accettabile. Ma non c’è posto al mondo in cui la pena capitale abbia funzionato come deterrente. Non abbiamo alcuna garanzia del fatto che sia questa la strada per fermare la violenza. Anzi: se lo stupro fosse punito con la morte, aumenterebbero le probabilità che i violentatori uccidano la vittima per non essere identificati. Quindi, paradossalmente, la pena di morte farebbe crescere il rischio per le donne. Inoltre in tutto il mondo, non solo in India, la maggior parte degli stupri avviene tra le mura di casa o comunque a opera di persone conosciute. Se la violenza sessuale fosse punita con la morte, ben poche donne troverebbero il coraggio di denunciare qualcuno con cui hanno una relazione affettiva o convivono, e il silenzio sarebbe ancora più grande. Infine, se la pena fosse così severa, ci sarebbero ben poche condanne… quanti giudici si sentirebbero di mandare a morte un uomo? Capita già, e in tutto il mondo (insisto, non si tratta di un problema solo indiano), che i giudici consentano agli imputati per violenza di levarsi d’impiccio con ogni genere di giustificazioni, e comminino pene di lieve entità: se ci fosse la pena di morte questo capiterebbe molto più spesso. In India attualmente ci sono circa 300 condannati a morte, ma negli ultimi 10 anni solo in 3 o 4 casi la sentenza  è stata eseguita, e tutti lo sanno: come può il governo ritenere che la pena di morte sia un deterrente?”.

 I dati parlano di una situazione molto difficile per le Indiane: il Paese si colloca al quarto posto nella classifica dello “Stato peggiore dove nascere donna” dopo Afghanistan, Congo e Pakistan. E al primo posto per il numero di spose bambine. Quali sono gli obiettivi su cui sta lavorando il movimento femminista indiano?

 “La situazione è dura, ma non in modo così uniforme. E perfino in mezzo a simili difficoltà molte donne indiane riescono a fare cose meravigliose. L’India è un grande Paese, ci sono situazioni di ogni tipo, è come se vivessimo in molti secoli allo stesso tempo. Grazie a una legge del 1992 nei villaggi e nelle città ci sono un milione e duecentomila donne elette in posizioni di potere politico che stanno facendo un magnifico lavoro per migliorare la condizione di vita dei poveri nei villaggi. In nessun altro luogo del mondo esiste una simile forza politica! Perché allora ci limitiamo a parlare dei problemi delle indiane? Abbiamo molte importanti aziende, specie nel settore informatico, in cui il 50 per cento del personale è costituito da donne. Ci sono donne alla guida di importanti industrie, di tre fra le maggiori banche farebbe pubbliche e private indiane, HDFC Bank, ICICI Bank, The New Bank of India. Ci sono indiane che pilotano aerei (in una linea privata il 50 per cento dei piloti è di sesso femminile), che guidano taxi e camion… potrei continuare all’infinito. Eppure nessuno ne parla, specialmente sui media internazionali. Si parla solo delle cose che non vanno, mai di quelle che vanno. E’ facile vedere l’India come un paese terribile per le donne. Più difficile guardarla come una nazione complessa, dove il bene e il male coesistono e dove molte voci si sono levate contro lo sfruttamento e la violenza”.

Quali sono le principali differenze tra il femminismo indiano e quello occidentale?

 “Diversamente da molti altri paesi abbiamo un forte movimento che lotta per i diritti delle donne, e che ha saputo cambiare molte leggi. Quanto meno non nascondiamo le cose sotto il tappeto. Le statistiche sugli stupri sono molto peggiori in America che in India. Ebbene: quand’è stata l’ultima volta negli Stati Uniti si è manifestato contro la violenza? E chi ne sta parlando? Nemmeno in Italia i dati sulla violenza sono confortanti: quando c’è stata l’ultima manifestazione sulla violenza nel vostro Paese? E il vostro movimento delle donne ne parla a sufficienza? Se ci si chiede quando c’è stata l’ultima manifestazione in India, non si va molto indietro nel tempo. Noi parliamo dei nostri guai, non li nascondiamo. E non puntiamo l’indice contro altri Paesi dicendo che il problema sta lì e non qui. Non ho visto molti altri fare questo. Tornando alla domanda: sì, ci sono differenze tra il femminismo indiano e quello occidentale. Tutti i movimenti femministi si radicano nelle realtà politiche e storiche locali, e vale anche per l’India. La lotta del femminismo indiano non è separabile dalla lotta per i problemi più pressanti del paese. Non si possono ignorare la povertà, la globalizzazione nei suoi aspetti negativi (e positivi), la questione della salute delle donne, dell’educazione e dell’alfabetizzazione, della mancanza di cibo, e via dicendo. Forse la questione che non ha confini è proprio la violenza contro le donne, che nelle varie culture può assumere forme diverse. Ci sono differenze ma anche somiglianze che permettono di connettere le donne di tutto il mondo. A distanziarci semmai è il fatto che noi femministe indiane non presumiamo di poterci pronunciare sulle realtà degli altri, e non riteniamo di sapere che cosa sia giusto o sbagliato per gli altri. Non pensiamo al femminismo come a una gara in cui certi paesi sono in vantaggio rispetto ad altri, né che la strada per l’emancipazione debba essere la stessa per tutte. La cosa più importante da comprendere per una femminista è la differenza, contro ogni logica gerarchica. Per questo non sentirai mai una femminista indiana dire: “Le cose vanno storte in quel posto”, mentre sentirai spesso un’americana o un’europea dire “le cose vanno molto male in India”, come se i guai fossero solo qui e non nei loro Paesi. Mi spiace insistere su questo, ma è un problema che sento molto”.

Per molte indiane di successo il fattore decisivo è stato l’autorizzazione paterna a studiare e a emanciparsi. E’ andata così anche per lei?

 “Direi che ciò che conta è l’autorizzazione di entrambi i genitori. Nella nostra cultura i vecchi sono molto ascoltati. I miei sono stati molto incoraggianti e aperti. Così come non mi hanno imposto di sposarmi, non hanno mai deciso quale mestiere dovessi fare. Quando ho cominciato a lavorare nell’editoria guadagnavo molto meno di quanto avrei potuto intraprendendo altre professioni. I miei genitori dissero semplicemente che se era questo che volevo fare, per loro andava bene. Penso di essere stata fortunata”.

L’India, come dicevamo, ha il primato delle spose-bambine, ma forse anche il primato negativo delle single e delle donne senza figli, che sono pochissime. Lei stessa ha scritto sulla sua condizione di childless…

 “Il matrimonio è una tappa importantissima nella vita di un’indiana. Anche se le nozze delle bambine sono vietate dalla legge, proprio per questa centralità del matrimonio molte famiglie fanno comunque sposare le loro figlie in giovanissima età. Il governo e i gruppi femministi stanno facendo del loro meglio per affrontare il problema. La grande importanza del matrimonio spiega anche il bassissimo numero di single, anche se ci sono molte donne che vivono sole perché il marito è emigrato in città, o perché sono rimaste vedove o sono state abbandonate. A causa della povertà e dell’analfabetismo poche accedono al divorzio: spesso non sanno nemmeno che è possibile. Tuttavia oggi esiste una piccola percentuale di donne, scolarizzate e spesso privilegiate, che sceglie di non sposarsi. Il fenomeno non è esteso, ma è comunque significativo e ormai visibile nelle realtà urbane. Io per esempio sono sempre stata single. In India questo non mi ha mai creato problemi. L’unica volta che ho sentito la mia condizione come svantaggiosa è stata nei due anni che ho trascorso in Gran Bretagna, ormai quasi trent’anni fa. Ero giovane e tutti si aspettavano che fossi in coppia. C’era sempre un certo imbarazzo tra gli amici quando si trattava di invitarmi a cena, perché si doveva essere pari e non sapevano come regolarsi con una single. Per loro era più facile comprare 4 bistecche che 3, a quanto pare! Pensavano anche che in quanto single io fossi infelice. E’ l’esatto contrario. Invece in India, ribadisco, problemi non ne ho mai avuti”.

 Su che cosa sta lavorando, ultimamente?

 “Non ho tempo per scrivere, purtroppo. Sono troppo occupata come editore. Ma ho appena finito di curare “Reader on India”, antologia di scritti sulla storia, la cultura e le politiche in India dall’antichità a oggi. Sarà pubblicato anche negli Stati Uniti dalla Duke University Press. Il mio prossimo progetto, già quasi ultimato, è un libro sulla vita di un transgender, una hijra: i temi della sessualità, della cittadinanza e del genere visti attraverso la vita di questa persona. Spero poi di poter finalmente scrivere un libro sulla casa di mio nonno in Lahore, e su mia nonna che fu costretta in quella casa dopo la Partition, la guerra di separazione dl sub-continente indiano alla fine degli anni Quaranta, nonché costretta a convertirsi all’Islam. Mi piacerebbe trovare un modo per entrare nella sua testa e parlare dell’India e del Pakistan attraverso la sua storia e la storia della casa. La casa editrice ha in cantiere progetti molto eccitanti: un secondo libro di Baby Halder, lavoratrice domestica la cui autobiografia, pubblicata alcuni anni fa, è stata il nostro più grande successo editoriale; il libro su una donna di bassa casta di Gujarat; un meraviglioso racconto sui cinesi in India; un libro sul rapporto tra un gatto e la sua padrona, e molto altro”.

 

 

femminicidio, Politica, questione maschile, scuola settembre 20, 2013

Sulla violenza: lettera Snoq alla ministra Carrozza

 

Maria Chiara Carrozza, ministra dell’Istruzione

Se Non Ora Quando Factory invia una lettera alla Maria Chiara Carrozza, ministra dell’Istruzione, sulle “donne, la scuola, i programmi”.La pubblico volentieri

 

“Gentile Ministra Carrozza,

siamo un gruppo di donne che insieme ad altre hanno organizzato la giornata del 13 febbraio 2011, giornata che è rimasta nel cuore di tutte. Le confessiamo che il grande successo di quella manifestazione ci ha riempito di gioia, ma anche ci ha lasciate sgomente dal senso di profonda e drammatica necessità che tante donne portavano nelle piazze, necessità e urgenza di cambiamento, di ossigeno. Ricorderà che in quel periodo le nostre istituzioni, il Parlamento, si trovavano impantanati in storie ridicole trasformate in affari di Stato, si votava sulla nipote di Mubarak.

Questa nostra presentazione non serve per farci grandi, ma per poter meglio far comprendere che da quel giorno la necessità e l’urgenza di cambiamento non ci hanno più abbandonate e sono diventate per noi interrogazione quotidiana.

Una lettera alle istituzioni di questi tempi è inusuale, troppo divaricata è infatti la forbice tra governanti e governati, troppa sfiducia, troppo sospetto, troppa estraneità. Ma questo non vale per Lei, signora Ministra. A parte la stima grande per la sua storia di scienziata, ci è molto piaciuto il suo discorso a Cernobbio. Anche noi pensiamo, come lei, che la politica ha fatto male alla scuola e che con questa classe dirigente omologata con poche donne non riusciremo ad uscire dalla crisi. Ci piace quando parla di investimenti per la scuola e non di spese. Ci piace quando va a inaugurare l’anno scolastico a Casal di Principe, significando così che nessuno deve essere lasciato indietro.

Nessuno deve essere lasciato indietro. Per questo le scriviamo.

Come tutti di questi tempi avrà sentito parlare di femminicidio, di violenza contro le donne ne avrà letto, ne avrà sofferto, come ogni donna, di quel dolore speciale, dolore che un uomo, anche il più buono e pietoso, non può provare. C’è chi dice che è un fenomeno antico, che c’è sempre stato, che i numeri non sono aumentati. Fatto sta che oggi di donne ne muoiono troppe e troppe sono ancora maltrattate. E che bisogna mettere le mani urgentemente per arginare questo fenomeno antico o moderno che sia. Per lo più le donne che vivono questa disgraziata condizione, o che ne muoiono, sono stanche di essere male amate, stanche di obbedire, stanche di servire. La loro sofferenza, la loro morte svela un mondo terribilmente impreparato alla libertà delle donne.

A questo punto Lei si chiederà perché le stiamo parlando di tutto questo. La risposta è semplice. Perché, come lei, pensiamo che sia la scuola la strada più importante per uscire da questa crisi. In questo caso non parliamo di crisi economica e politica, ma della crisi profonda dell’anima di questo paese. E’ questa una grande urgenza.

Vede, noi non crediamo che si possa vincere la violenza contro le donne con l’inasprimento delle pene. Poco, solo un poco, crediamo ai provvedimenti di allontanamento dei violenti, alla loro rieducazione. Noi pensiamo che l’unica cosa che salverà noi donne da tutto ciò sia la stima di sé, il rispetto di sé, la coscienza del proprio valore, il senso della propria dignità. E’ anche noi stesse che dobbiamo rieducare, quindi, per poter riconoscere la violenza prima che accada. Niente altro ci salverà.

Siamo state molto deluse dal Decreto Legge recentemente proposto, decreto per altro senza un euro di finanziamento, che affrontava la piaga della violenza contro le donne come problema di ordine pubblico, accomunandola  alla violenza negli stadi, a chi ruba i fili di rame, ai no Tav. Questo significa non capire nulla o meglio far finta di non capire che il problema della violenza contro le donne non è il problema dei violenti ma di un’intera società.

Non crediamo neanche alle “lezioni di buona educazione” che ogni tanto insegnanti di buona volontà impartiscono nelle scuole a ragazze e ragazzi. E tanto meno crediamo sia giusto e buona la pubblicità reiterata della violenza, anzi pensiamo che faccia male, male alle ragazze per la spontanea identificazione con la vittima, con la parte debole, e male ai ragazzi per i possibili sensi di colpa e l’identificazione con la parte comunque forte. Lottare, poi, contro gli stereotipi nei libri di testo è ottima cosa ma pensiamo non basti. Per quanto ci riguarda ci auguriamo un mondo dove nessuno sia servo di qualcun altro e dove ognuno pulisca ciò che ha sporcato.

Che fare, allora. Abbiamo parlato di autostima, unica soluzione possibile. Ma la stima di sé comincia sempre prima di noi. La stima di sé per essere ha bisogno di due cose, l’ammirazione per coloro che sono venuti prima di noi e le aspettative di chi ci sta intorno. Questi sono i due nutrimenti necessari. La nostra società di aspettative nei confronti delle donne ne ha ben poche, lo sanno tutte le donne che hanno voluto e vogliono mettere al servizio della società i loro talenti, le loro ambizioni. Tutte possono, infatti, raccontare strade faticosissime. E l’ammirazione per chi è venuta prima di noi è semplicemente impedita. Le donne della storia, le filosofe, le scrittrici, le artiste, le scienziate sono dimenticate. La scuola non le racconta.

Noi crediamo profondamente nella differenza tra uomini e donne. L’uguaglianza non è per noi un valore, se non nella dignità e nel diritto. Crediamo nella differenza come ispiratrice di una giustizia migliore, una società più accogliente, più equilibrata. Uomini e donne hanno corpi differenti, differente storia, differente cultura. Noi donne veniamo da una storia pesante e dolorosa, ma che ci ha insegnato molto, questo è il nostro tesoro. Pensiamo che sia il tempo di mettere al lavoro questa differenza per una nuova concezione del mondo, per una nuova visione della società. Uomini e donne insieme nel governo della cosa pubblica, nel pensare, nel fare delle scelte che riguardano la vita di tutti, nella scienza: a questo bisogna preparare ragazze e ragazzi.

Noi pensiamo, l’abbiamo detto, che per dare forza, stima di sé, rispetto di sé alle ragazze come ai ragazzi siano necessarie delle figure da ammirare. Le ragazze hanno bisogno di figure di riferimento forti, donne forti, che hanno dato il meglio di sé, esempi da seguire. Questo è un nutrimento simbolico necessario. Ma la nostra scuola insegna solo ad ammirare gli uomini e le loro opere.

Le poche donne che restano nei programmi finiscono per rappresentare delle eccezioni, il loro potenziale simbolico è nullo, la loro forza resta intransitiva. Ai ragazzi si mostra un mondo di uomini, alle ragazze è riservato uno specchio vuoto. Questo è male per entrambi

Questo non era grave in un mondo dove le donne vivevano sotto tutela, quando non potevano accedere alle professioni, non potevano amministrare i loro beni, non votavano. Ma oggi no, oggi una ragazza sceglie cosa vuole studiare, può viaggiare, vota, può scegliere con chi dividere la propria vita, può avere figli o no, se non li desidera, può vivere dove vuole.  Ma la scuola di oggi per lei è ancora quella Ottocentesca, nelle sue linee fondamentali. Le donne non ci sono, non si ricordano, non si studiano, non esistono.

Dove sono le Maria Montessori, le donne che hanno covato l’Illuminismo nei loro salotti, Madame Curie, Santa Teresa d’Avila, le donne che hanno fatto la loro parte nel Risorgimento, le tantissime poete, le grandi scrittrici, le matematiche, Simone Weil, Hannah Arendt? Non ci sono, se non per la buona volontà di alcuni insegnanti disposti a “fuori programma”. Perché non si celebra l’8 Marzo come giorno della memoria del percorso delle donne, e degli uomini loro alleati, verso la loro libertà? Perché non si racconta ai ragazzi e alle ragazze le tappe di questo cammino luminoso?

Degli psicologi, reduci da un’inchiesta in tre licei della Regione Umbria, ci raccontavano della grande difficoltà in cui si trovano oggi le ragazze, per il semplice fatto che l’assenza di figure forti di riferimento entra in contraddizione con la libertà che godono, creando spaesamento, confusione, senso di solitudine, debolezza.

Lei non era ancora Ministra, quando si è indetto l’ultimo concorso per i nuovi docenti. Nel programma di Letteratura Italiana, su cui dovevano rispondere i candidati, su 30 autori c’era una sola donna: Elsa Morante. Anche questo è femminicidio. Si dice che le donne debbano andare avanti solo con il merito, ma alla povera Grazia Deledda, evidentemente, non è valso nemmeno il premio Nobel.

Gentile Ministra, ci rivolgiamo a lei, perché lei in questo momento è quella che può fare moltissimo contro la violenza alle donne, ma non solo, è quella che può rendere questo paese più civile, più equilibrato. La rivoluzione, non abbiamo altro termine, deve cominciare  dalla scuola, può essere solo nella formazione. Cambiare urgentemente i programmi, per dare forza alle ragazze, non farle sentire aggiunte in questa società, ma necessarie. Questo prima di tutto. Non c’è vero discorso sulla modernizzazione della scuola se non si parte da qui.

Ma non solo. Ridare dignità alla figura del docente, non farlo vivere sulla soglia della miseria, non farne un vinto. E rendere difficilissimo diventare insegnanti, che non sia una professione di rimedio ma di vera vocazione. Questo però è un altro discorso.

Se condivide quello che abbiamo detto, ci piacerebbe incontrarla per raccontarle il nostro lavoro.

Confidiamo molto in Lei. Grazie per la sua attenzione”.

Se non ora quando FACTORY

 

Donne e Uomini, femminicidio, questione maschile, Senza categoria dicembre 27, 2012

Il prete brutto

Mentre don Pietro Corsi affiggeva una stampata di queste schifezze sul portone della sua chiesa a San Terenzo -in sintesi: «Le donne devono fare un esame di coscienza: provocano gli istinti e vanno a cercare guai”-, all’altro estremo della Liguria, Bordighera, un uomo uccideva la moglie e la cognata, tentando poi il suicidio, incapace di accettare la separazione. Le ultime vittime, speriamo, di un anno record. 

San Terenzo, frazione di Lerici, è un borgo marinaro così bello, fateci un salto se non lo conoscete, e non merita un parroco così brutto. Il vescovo di La Spezia ha ingiunto a Don Corsi di rimuovere subito quel manifesto obbrobrioso (il sito Pontifex da cui è tratto reagisce parlando oggi di “crociata dei pezzenti”, cioè noi). Forse la curia farebbe bene a rimuovere il parroco e non solo il manifesto, destinandolo a funzioni meno delicate di quella pastorale, per la quale forse non è portato.

Nei piccoli paesi il prete è forse il primo se non l’unico, insieme al medico di base, ad accogliere il segreto di donne che vivono in situazioni di violenza. E anzi, i sacerdoti andrebbero adeguatamente formati per gestire correttamente queste situazioni.

Non contento di quello che aveva fatto, Don Corsi ha invece dato del “frocio” al giornalista del Gr2 che lo intervistava, sbattendogli la cornetta in faccia.

Accusando le donne di essere delle provocatrici e dando sprezzantemente del “frocio” a un uomo evidentemente diverso da lui, il prete brutto ha delineato un efficace sexual self-portrait, e forse dovrebbe seriamente chiedersi perché odia fino a questo punto le donne e il femminile, e se non è il caso di capire qualcosa di più di se stesso. Alla triste vicenda di cui è protagonista, che ha avuto un’eco internazionale, va attribuito quanto meno il merito di mostrare la faccia del demone che agita il cuore di molti uomini.

La gran parte dei misogini violenti, messi davanti ai loro misfatti, si giustificano esattamente nello stesso modo: lei mi provocava, era esasperante. Ci vuole un bel po’ perché riconoscano i propri atti come violenti e assolutamente inammissibili.

Quando un uomo molesta, perseguita, picchia, violenta o addirittura uccide una donna, quello che sta facendo è cercare di ridurre a cosa a propria completa disposizione chi non accetta di esserlo. E’ questo il cuore della questione maschile.

Domani 28 dicembre a San Terenzo, ore 17.30, un presidio con candele accese e fiori gettati in mare per ricordare le tante vittime di femminicidio in questo sanguinoso 2012 italiano.

 

Donne e Uomini, Politica maggio 18, 2012

Dell’aborto non mi importa nulla

 

Titolo un po’ fortino, lo so. E poi non è del tutto vero.

Dell’aborto mi importa, e precisamente mi importa questo, in una logica di riduzione del danno. Nell’ordine: 1. che ricorrere all’aborto sia sempre meno necessario 2. che quando è necessario ricorrervi, sia possibile farlo in condizioni di minore sofferenza fisica e psichica possibili, e quindi con tutte le garanzie igienico sanitarie, e senza aggravare la pena psicologica 3. che sia queste condizioni si realizzino (e oggi, purtroppo, non si realizzano).

Ciò detto: non intendo essere ricondotta dal contrattacco a parlare dei minimi vitali, violenza sessista e aborto. Non voglio essere costretta in difensiva. Non ci casco. Intendo delegare, nella massima fiducia, ogni discorso sulla violenza sessista e sull’aborto a donne che se ne occupano con competenza da molto tempo, sempre pronta ad accorrere per sorreggerle e supportarle in caso lo richiedessero. Nel caso della violenza per esempio: prontissima a lottare perché i centri antiviolenza e le case delle donne abbiano finanziamenti adeguati e continuativi (no ai finanziamenti a pioggia, no ai progettifici di chi si improvvisa per intercettare fondi o per cavalcare il tema).

Ma non mi piace che tutte siamo inchiodate lì, che continuiamo a parlare di questo, in una sorta di autovittimizzazione secondaria, e che perdiamo di vista l’orizzonte grande. Perché potremo risolvere i problemi, anche quelli della violenza e quello dell’aborto, solo tenendo lo sguardo alto, puntato su quell’orizzonte. Il che ci consentirà di arrivare a occupare posizioni che ci consentano di decidere le priorità, la destinazione delle risorse, e così via.

E allora torniamo a parlare di rappresentanza, torniamo a parlare di organizzazione del lavoro, creiamo le condizioni perché le nostre pratiche siano massimamente efficaci, perché ci sia possibile parlare la nostra lingua politica, e basta con la formazione permanente! ci siamo già formate a sufficienza.

Non è più il momento dei cahier des doleances. E’ quello dei risultati.

Donne e Uomini, Politica maggio 10, 2012

Non farsi sbranare dalla violenza

La violenza cerca di fermare la libertà femminile. Il fatto che cresca la violenza significa anche che quella libertà sta crescendo molto di più. In alto i cuori, quindi.

Farsi sbranare dalla violenza non è solo nel fatto di soccombere fisicamente e spiritualmente a chi ci violenta, ma anche nel fatto di mettere tutte le energie nella lotta alla violenza e al femminicidio, che certo è UNA delle cose che vanno fatte, ma che non deve saturare le nostre agende politiche, costringerci a ridimensionare i nostri desideri, condurci a un’autovittimizzazione e a un’autosvalorizzazione.

Abbiamo detto tante volte che della violenza sulle donne oggi dovrebbero essere gli uomini a parlare, che noi ne abbiamo già detto di tutto e di più. Ma il backlash in corso, portato anche della crisi che stiamo attraversando, ci costringe a rimettere i nostri pensieri lì. Iniziative dappertutto, convegni, progetti che nascono in grande parte dal desiderio di fare, che sono espressione della politica prima. Ma c’è anche chi balza sulla tigre del tema mediaticamente rilevante per costruirsi o consolidare la sua carriera nella politica seconda.

Io mi affido con fiducia all’esperienza di donne come Marisa Guarneri che parla qui, per dire che grande parte del lavoro va fatto ben lontano dai riflettori, nella discrezione della relazione: lei mi dice che è questa la cosa che funziona, e io mi affido a lei. Mi piace l’idea dei camper che girano i quartieri, gestiti da donne opportunamente formate ma non da donne delle istituzioni, prima possibilità di rompere l’isolamento, rappresentazione di quel terzo che può irrompere nella relazione violenta. La violenza è nascosta è capillare, anche il lavoro sulla violenza deve essere almeno in parte nascosto e certamente capillare.

Le cose da fare allora sono due: chiedere continuità di finanziamento ai centri antiviolenza e prestare lì la propria opera, se vi è il desiderio di lavorare su questo. Meno soldi spesi in convegni, progetti e kermesse: ci sono già un grande sapere, una grande pratica che vanno nutriti e utilizzati.

L’altra cosa da fare è non farsi sbranare politicamente dalla violenza e tornare a mettere le energie in altre questioni, come il lavoro e la rappresentanza. Su quest’ultima insisto molto, perché finché non vi sarà un numero cospicuo di donne a stabilire le priorità delle agende politiche non avremo mezzi sufficienti per agire su questioni che interessano tanto a tutte le donne. Come il lavoro, appunto. E come la violenza.

Quest’anno dobbiamo dedicarci molto al tema della rappresentanza. Non facciamoci distrarre troppo da altro.

p.s.   Per ragioni misteriose non riesco a caricare immagini. Pazienza, oggi solo testo e niente immagini.

Donne e Uomini, OSPITI maggio 9, 2012

Luisa Muraro: da dove nasce l’odio maschile per le donne?

Una scena del film "Uomini che odiano le donne"

 

Ricevo e pubblico un testo inedito di Luisa Muraro

 

Lunedì sette maggio, verso le sette del pomeriggio, sono entrata in un bar e ho ascoltato, dalla televisione accesa, la notizia di una donna uccisa dal marito in seguito a un “banale litigio”, a Napoli. Un’altra, un’altra e un’altra ancora. Nel bar è corso un brusio. Da dove nasce l’odio maschile per le donne? Che cosa nasconde?  

Si tratta di un odio abnorme, che tira fuori il suo muso di assassino quando, per una ragione qualsiasi, lei non sta più dentro il quadro in cui lui l’ha messa e pretende che rimanga: il quadro disegnato da un misto di oscure aspettative e di ovvie comodità.

In passato, le nostre madri e antenate hanno speso tesori di pazienza e d’intelligenza per corrispondere alle esigenze maschili senza diventare sceme o pazze. Non tutte ci sono riuscite.

Oggi molte, la grande maggioranza, non ci stanno più. Si sentono libere e intendono comportarsi di conseguenza. Risultato: un crescendo di violenza maschile.

Fulvia Bandoli dice la cosa giusta quando, nell’appello agli uomini del suo partito, mette sotto accusa il loro atteggiamento d’ignoranza e disattenzione verso la novità storica della libertà femminile. L’ostacolo maggiore in questo momento storico è, infatti, l’arretratezza mentale e morale di uomini che hanno usato la propria posizione privilegiata per non cambiare. Ne cito uno soltanto, il più illustre della vasta schiera: Dominique Strauss-Kahn. Che si è messo fuori gioco con i suoi stessi eccessi. I mediocri, invece, resistono incollati ai loro posti.

Quel maschio fragile che non accetta limiti s’intitola il contributo della psicanalista Massimo Recalcati per fare luce sul tema. La psicanalisi comincia dunque a registrare che gli uomini arrivano impreparati all’appunto con la libertà femminile. Si tratta, suppongo, di un contributo iniziale. Per considerarlo un inizio promettente, e non la testimonianza d’obbligo in questo momento di mobilitazione anche maschile, mancano secondo me due spunti.

Primo, Recalcati non parla a partire da sé, uomo di sesso maschile. E tace ogni possibile legame tra la violenza sessista e la sessualità maschile con le sue ordinarie caratteristiche. I violenti vengono da lui compresi dentro un quadro patologico. Ma non è così. O così non risulta all’esperienza di donne che hanno conosciuto la violenza maschile. Ci sbagliamo noi o l’analista sta esorcizzando la sua propria violenza?

Secondo, Recalcati ignora l’incidenza della realtà storica. Parla, per esempio della “legge della parola” che unisce gli esseri umani, ma viene calpestata dai comportamenti violenti. Non so l’origine di questa formula “legge della parola”; se l’espressione ha un senso, non può non far pensare che le donne sono state escluse per legge dalla presa di parola in pubblico, dalla scrittura e dalla lettura, dal parlamento… Con innumerevoli conseguenze ancora vive e attuali nei rapporti fra i sessi. Contro cui, temo, l’ideale legge della parola enunciata da Recalcati non ha voce.

Ancor più pesa sullo stato dei rapporti fra i sessi il fatto che il cosiddetto contratto sociale, fatto per tutelare i cittadini dalle violenze dei prepotenti, non ha mai tutelato le donne dalla violenza privata maschile. Mai, in nessun paese del nostro civile Occidente.

Come si possa leggere insieme, ma senza fare confusione, la realtà storica e quella soggettiva, io non so, ma che si debba tentare, non ho dubbi, perché l’una e l’altra in me sono scritte insieme, sulla stessa pagina.