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Politica settembre 14, 2015

Quel mostro di Corbyn. Che somiglia a Francesco

I quotidiani di ieri e di oggi sono pieni di commenti orripilati sulla stra-vittoria di Jeremy Corbyn, nuovo leader dei laburisti britannici. Corbyn sarebbe un orribile estremista che canta Bandiera Rossa, piace a quel pauperista di Ken Loach, va solo in bici, non stira le magliette, è addirittura vegetariano e astemio e dice che dei soldi non gli importa nulla perché gli basta poco per vivere. Un mostro.

Per il premier conservatore David Cameron, con un leader del genere il Labour è diventato “una minaccia per la nostra sicurezza nazionale, per la nostra economia e per le nostre famiglie”. Moltissimi giovani inglesi invece sembrano entusiasti di questo vecchio downshifter che non parla affatto di violenza rivoluzionaria ma anzi, buddisticamente, di compassione, solidarietà, pace, giustizia sociale, ambiente. Di una politica “più educata, più rispettosa ma anche più coraggiosa”. Della legittima aspirazione a “una casa a un prezzo accessibile, un posto di lavoro sicuro, un sistema sanitario fidato e una pensione dignitosa”. In effetti, un mostro.

Segue analisi del sangue: è un populista? non lo è? di che bestia si tratta?

A me pare che Corbyn, salvo sorprese, sia uno che non dice cose poi tanto diverse da papa Francesco. Che guarda alla sofferenza umana e pensa che compito della politica sia anzitutto offrire risposte ai bisogni più elementari, tipo il pane e un tetto. Che papale-papale –appunto- dice che il presente modello sviluppista e governato dalla finanza internazionale rende molto problematico il soddisfacimento di questi bisogni. E che sia quindi necessario approssimarsi a un cambio di paradigma, che lui testimonia già qui e ora con la lieta e non frustrata semplicità del suo stile di vita.

Davvero strano che si possa pensare, e anzi pretendere, che milioni di persone in difficoltà economiche e sociali, private di diritti fondamentali, continuino ad accettare supinamente e non provino nemmeno a cambiare le cose, facendo la loro politica e scegliendo leader che sappiano interpretarla.

 

Corpo-anima, Donne e Uomini settembre 2, 2015

Giubileo: essere assolte dal peccato di aborto per molte è una liberazione

Sulla possibilità di essere assolte dal peccato di aborto in occasione del Giubileo, Lea Melandri ha ragione di notare: “Completamente rimosso il fatto che sono gli uomini a mettere incinta le donne, a procurare gravidanze indesiderate, gravidanze frutto di violenza. Ma si sa: il potere maschile sulle donne non porta colpe, legittimato dalla legge del più forte e da privilegi e diritti millenari“.

In poche parole, gli uomini godrebbero di assoluzione permanente, una sorta di tacita licenza a lavarsene le mani. Papa Francesco farebbe bene a tenere conto dell’osservazione di Lea.

Non condivido affatto, invece, molta parte dei commenti che girano sul web, il cui succo è “le donne non hanno bisogno del perdono di nessuno” e/o “chi è la Chiesa per giudicare?”.

Per molte, moltissime donne del mondo (il Giubileo è un evento universale, non locale) la possibilità di essere sciolte da questo peccato è un fatto di grande portata simbolica, la definitiva liberazione da un peso doloroso. In cuor proprio, la gran parte di queste donne cattoliche si è già autoassolta: solo loro sanno in quali circostanze hanno dovuto prendere questa decisione, in molti casi per costrizione, e quanto hanno sofferto e pagato, spesso rischiando la pelle. Ma il perdono definitivo da parte della Chiesa le libera del tutto, e permette loro di voltare finalmente pagina.

Difficile da capire per le donne che non credono e che vedono nella Chiesa unicamente un retaggio patriarcale. Forse per loro è più facile capire questo: è la prima volta che un Papa si rivolge direttamente e con misericordia alle donne che hanno abortito. Ribadendo, sì, che l’aborto è un grave peccato, ma manifestando ad un tempo comprensione e compassione. Inoltre, non tutta la Chiesa sarà con Francesco in questa decisione: ed è un’altra ragione per tenere nel giusto conto il suo messaggio.

Politica giugno 22, 2015

Civati, anti-leader di Possibile

Pippo Civati ieri a Roma alla presentazione di E’ Possibile

Sostiene Pippo Civati che finché è restato a soffrire nel Pd gli hanno dato, per così dire, dell’ipodotato. Ora che è sceso dal carro del cosiddetto vincitore tanti gli dicono che ha “due palle così” a essere uscito, con quell’elegante espressione che racconta il coraggio come esclusiva virile e ne colloca il ricettacolo in area genitale.

Restando in tema antropologico, o andrologico, per natura e cultura Civati incarna perfettamente la tipologia dell’anti-leader. Ama la politica e ne vuole essere protagonista ma sfugge al ruolo del capataz, proprio lo angoscia. E’ l’uomo solo al non-comando, si offre come snodo, hub, ripetitore multiporta che attiva la rete.

Nel mio ultimo libro (Un gioco da ragazze, 2011) scrivevo questo:

In rete il capo è meno capo e il potere si depotenzia. Nello spazio che lui lascia sgombro si rafforzano le relazioni, tessuto connettivo di un nuovo civismo… Non stai facendo rete se pretendi di conservare un vertice su cui startene appollaiato…

La rete è la piramide gerarchica che si affloscia e si appiattisce… Leader e gerarchie non servono più a far funzionare le organizzazioni. Semmai sono il problema delle organizzazioni… Il nuovo modello è quello della rete che pulsa, co-crea, redistribuisce e fa fluire, velocizzando i processi e moltiplicando le opportunità… In rete il potere si mostra per quello che è: un trattenimento, un abuso, un ingorgo, qualcosa di «antipatico», ovvero di non condiviso, un blocco dell’energia che fa ammalare il corpo sociale e anche i corpi individuali”.

Aggiungo che la rete c’è già, non c’è bisogno di crearla dal nulla o di ricrearla bonficando un tessuto abbandonato o marcito.

Nei caotici e visionari anni Settanta della mia adolescenza, quando tutto si è manifestato in embrione e in rivoluzioni simboliche, avevo strambi amici che facevano la maglia come forma di militanza, o che scrivevano libri con titoli tipo “L’antimaschio” (Stefano Manish Segre che ora vive a Maui, hi brother). Ricordo un altro amico, Alex Langer –stra-citato ieri, alla prima convention di Possibile, soggetto politico lanciato da Civati– il cui straordinario carisma profetico non attingeva da esuberanze inguinali o da appollaiamenti in cima a piramidi.

Per dire di Possibile, vorrebbe essere questo: una efficace messa in comunicazione e condivisione di quello che come dicevamo c’è già, ovvero la politica vivente nei contesti, le associazioni di cittadine e cittadine su questioni reali, le buone pratiche già operative, le soluzioni pensate globalmente e agite localmente, il lavoro condiviso sui beni comuni (vedi la premio Nobel Elinor Ostrom). Per arrivare a farne proposta di governo.

Qualcosa che, per una volta, non rappresenti le istanze dei bureau delle banche e della finanza più o meno tossica, come di norma i partiti chiamati oggi semplicemente ad amministrare decisioni prese altrove, ma un’idea del politico come “mediatore che ascolta la voce del suo popolo, scorge le vie praticabili e sa mediare, avanzando in vista del bene comune. E in questo mediare si logora, muore: il mediatore perde sempre; perde per far vincere il popolo(Papa Francesco, “Pastorale Sociale”). E per Alex Langer non è stata solo metafora.

Dato che in molti, non solo Francesco, ne parliamo e ne scriviamo da tanto tempo, prima o poi ci si doveva arrivare. Potrebbe essere questa la volta buona. Potrebbe essere Possibile.

Per il resto si può dire che ieri, sotto il sole cocente del solstizio a Roma e con il buon auspicio della congiunzione Luna-Venere-Giove (che splendore!) si sono viste più di duemila belle e chiare facce di donne (tantissime) e uomini competenti e di buona volontà, legati tra loro da un filo di fiducia e di felicità.

 

AMARE GLI ALTRI, migranti, Politica giugno 17, 2015

Sono figlia di figli di migranti

Alain Delon migrante lucano in “Rocco e i suoi fratelli”

L’altra notte scrivo all’assessore milanese Pierfrancesco Majorino, in prima linea sulla questione migranti: “Magari quel cubo di plexiglas in stazione dove sono temporaneamente ospitati potrebbe essere oscurato con un po’ di carta da pacchi“. Così, per troncare sul nascere le polemiche sui “migranti in vetrina”, e per garantire a quelle donne, a quegli uomini e a quei bambini un minimo di privacy. In effetti la mattina dopo il cubo è stato oscurato.

Mi vengono dei dubbi: i migranti sugli scogli di Ventimiglia non vogliono essere nascosti. Vogliono stare lì, avvolti nelle metalline, perché il mondo li possa vedere. Oggi papa Francesco chiede “perdono per chi chiude la porta ai rifugiati”. E’ giusto che restino dove intendiamo tenerli, sulla porta, a bussare, fintanto che intenderemo tenerceli.

Ogni volta che passavo dalla stazione e vedevo quelle famiglie sistemate nel mezzanino, donne uomini e bambini, e i volontari che scodellavano pasta e distribuivano biscotti, e i milanesi che arrivavano a frotte con i loro borsoni di viveri, indumenti e giocattoli, era come passare davanti alla grotta di Nazareth, con il Figlio dell’Uomo, i Magi e i pastori. Un punto di santità, un tempio che mi commuoveva nel profondo.

Giusto che profughi e migranti vengano accolti degnamente, quanto meno una brandina al coperto e un bagno dove lavarsi. E giusto che si trovi un modo umano per regolare i flussi, per ridurre al minimo i problemi e i disagi per tutti. Ma la logica non può essere quella del nascondere, del non vedere. Vedere è la prima cosa, per trovare soluzioni efficaci e degne.

Parlo da figlia di figli di migranti (e dalla mia pelle si vede!).

cronaca, italia luglio 7, 2014

Ave Maria, madre dei boss. Parla Don Pino De Masi

La processione a Oppido Mamertina, RC

Dico a Don Pino De Masi, parroco di Polistena e referente di Libera-Contro le mafie per la Piana di Gioia Tauro, che se qualcuno aveva letto la scomunica dei mafiosi da parte di Papa Francesco come un passaggio retorico, un fatto di scarsa rilevanza, un gesto obbligatorio durante il tour calabrese, ieri ha dovuto ricredersi: lo sciopero della Messa degli uomini delle cosche detenuti nel carcere di Larino, Molise, e la statua della Madonna inchinata davanti alla casa del boss a Oppido Mamertino, Reggio Calabria, sono la dimostrazione plastica del fatto che la frusta di Francesco ha lasciato un segno profondo.

Com’è che le ‘ndrine tengono tanto a Dio e a Maria?

Non ci tengono affatto” dice don Pino. “Tengono al potere e ai soldi, le loro uniche divinità. E non possono rinunciare al consenso che serve loro per cumularli. Organizzare le processioni, frequentare la messa, portare in spalla le statue, mostrarsi come benefattori per loro sono importantissimi mezzi di consenso, specie in una terra come la nostra, dove le chiese sono ancora piene”.

Ma questo lo capiranno anche i cittadini…

“Magari lo capiscono, ma in territori dove lo Stato è assente, e in particolare lo Stato sociale, e i tuoi più elementari diritti non sono garantiti, esiste solo la logica del favore. Se non sei connivente, se non chini la testa, dal sistema dei favori sei estromesso, se non peggio. Questo bisogno crea un oggettivo stato di dipendenza dalla criminalità. Il lavoro che noi facciamo è culturale: mostrare che non ci si può accontentare del favore, che in quanto cittadini si è titolari di diritti”.

Come legge l’episodio del carcere di Larino?

“Come un  segno ottimo, che ci indica la strada: l’educazione delle coscienze. I detenuti che non vanno a Messa in qualche modo ammettono di essere stati scoperti e punti nel vivo. Vuole dire che questo Papa riesce a toccare le coscienze“.

E l’inchino di Oppido?

“In realtà la sosta della processione davanti alla casa del boss è una prassi consolidata in molti paesi. L’ hanno sempre fatto, e continuano a farlo. Ma oggi, 15 giorni dopo la scomunica di Francesco, la cosa appare come una sfida e ci interroga”.

I Carabinieri hanno lasciato il corteo, le autorità ecclesiastiche no.

Anche la Chiesa e i fedeli avrebbero dovuto andarsene. Perché i destinatari del messaggio del Papa non sono solo i mafiosi. Sono anche e soprattutto la Chiesa e la società civile: non dormite più! reagite!”.

Donne e Uomini, esperienze, TEMPI MODERNI marzo 20, 2013

Baci da Roma: il Papa e i nuovi desideri degli uomini

Papa Francesco è uno sbaciucchione. Abbraccia e bacia tutte e tutti, con calore latino. Linguaggio del corpo che noi italiani conosciamo e pratichiamo.

A poche ore dalla sua nomina, sulla rete abbiamo visto di tutto. Il nuovo Papa santo subito, o violentemente demonizzato. In questi tempi convulsi e rabbiosi, meglio evitare i giudizi frettolosi. Aspettiamo che dica e che faccia.

Ieri, nel corso della solenne intronizzazione al cospetto di capi di stato e massimi rappresentanti religiosi, Francesco -anzi, Francisco- ha avuto toni giovannei e solari. “Non dobbiamo avere paura della bontà, e neanche della tenerezza“. “Il vero potere è il servizio“. Bisogna “custodire la gente, aver cura di ogni persona, con amore, specialmente dei bambini, dei vecchi, di coloro che sono più fragili e che spesso sono nella periferia del nostro cuore”. “Per favore, siate custodi della creazione, dell’altro, dell’ambiente“.

Di questa tenerezza e di questo primato della cura ha dato un immediato saggio, baciando un bambino terrorizzato e carezzando un uomo gravemente disabile, che a quel contatto ha reagito con evidente felicità.

Mi ha molto colpito l’assonanza tra le parole del Papa e quelle di alcuni uomini che ho ascoltato nel corso di un convegno nel fine settimana a Roma: “Mio fratello è figlio unico – Cosa cambia se cambiano i desideri degli uomini“, organizzato dall’associazione Maschile Plurale.

Parole come queste: “Per noi uomini c’è un guadagno di senso esistenziale, quando ci applichiamo al lavoro di cura“. “E’ trasformativo che siano gli uomini a parlare di violenza, che si mettano in gioco con i loro sentimenti“. “Non dobbiamo avere paura di usare una parola di cui ci vergognamo, che è amore” (presto un reportage completo sulla due giorni romana).

Vedo qui, e nelle parole del Papa, tracce di un nuovo modo di stare liberamente al mondo da uomini.

media marzo 14, 2013

Francesco’s Dietrology

 

Non erano passate due ore dalla nomina di Jorge Mario Bergoglio al soglio pontificio con il nome di Francesco che la rete era già intasata di rumours sul suo conto, uno in particolare che riguarda una sua supposta attiva collaborazione con il dittatore argentino Videla -andate su Facebook o su Twitter, lo troverete ovunque- mentre stamattina siamo stati informati di un suo supposto becero machismo latinoamericano, in base al quale il nuovo Papa (vedi foto) riterrebbe le donne inadatte ai ruoli politici.

Naturalmente questo genere di notizie si presta a essere stra-condiviso: chi lo fa sente di partecipare a uno scoop collettivo. Mentre le good news interessano poco o niente.

Una volta c’era quella che si chiamava “controinformazione”: che se in parte ci imbroccava, in parte distribuiva fuffa. Il fatto è che oggi la fuffa, grazie ai social network, prende immediatamente il volo.

Magari in questo caso fuffa non è. Non so se Francesco sia stato collaboratore di Videla -spero di no- e se davvero pensi che è meglio che le donne stiano a casa a fare la calzetta -idem-. Vanno cercate informazioni serie a riguardo.

So di sicuro che certi rumours non andrebbero diffusi con tanta leggerezza e senza un’accurata verifica. E che comunque non mi piace lo spirito aprioristicamente distruttivo con cui vengono diffusi.