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cronaca

Corpo-anima, cronaca novembre 10, 2015

La memoria pietosa delle mamme assassine

Un anno dopo, Veronica Panarello, la giovane mamma di Santa Croce Camerina accusata dell’assassinio del figlio Lorys, avrebbe ammesso di non aver mai portato il bambino a scuola. Secondo il quotidiano La Sicilia, in un colloquio con il marito la ragazza avrebbe detto che “quella mattina il bambino io non l’ho accompagnato a scuola. E che Lorys “è salito a casa da solo, usando il portachiavi con l’orsacchiotto”. Poi sarebbe tornata nell’appartamento per prendere “un passeggino da regalare a un’amica”, ma non ricorda che cosa ha fatto una volta entrata. C’è “un buco” nella sua memoria.Sono confusa, ho tante cose che mi girano per la testa”. Ma ha nuovamente negato di avere ucciso il bambino e di averne gettato il corpo in un canalone. “No, non sono stata io. Non avevo nessun motivo per farlo“.

Provo un’infinita pena per questa donna, che non riesco a separare dalla pena per il suo povero bambino, come se fossero morti di morte violenta tutti e due: so che questo mio sentimento sarà disapprovato. Toccherà alla giustizia a stabilire la verità dei fatti (il 19 novembre si terrà l’udienza preliminare). Ma nel caso accertasse che Veronica è l’assassina di suo figlio, per lei quella verità non sarà mai accertabile. Quella verità sarebbe incompatibile con la sua vita.

Gli psichiatri parlano al riguardo di amnesia selettiva: per un meccanismo di autoconservazione, la memoria pietosa non registra il ricordo insostenibile. E probabilmente non c’è nulla che sia più insostenibile del pensiero di avere ucciso il proprio bambino. L’alternativa per molte madri assassine è il suicidio. Di fronte all’enormità del fatto –avere ucciso il proprio figlio- le ordinarie risposte al trauma, attacco e fuga, non bastano. L’interruzione della coscienza impedisce l’integrazione del fatto nello stato cosciente. Il fatto appare irreale e non viene memorizzato. 

Se la giustizia stabilirà che Veronica è l’assassina di suo figlio, potrebbe essere che lei non ricorderà mai di esserlo stata, perché nella sua memoria quel ricordo non c’è.

Forse la pena più grande per lei sarà non poter in alcun modo fare i conti con l’orrore di quello che ha fatto.  

 

Aggiornamento ore 23.00: la Procura di Ragusa ha smentito le notizie diffuse anche da agenzie di stampa, secondo le quali Veronica Panarello avrebbe ammesso di non avere accompagnato Lorys a scuola la mattina in cui è stato ucciso. Valgono comunque le considerazioni generali sulle mamme che hanno ucciso i loro bambini, sull’amnesia selettica, sulla loro tragica condizione.

Aggiornamento successivo: come si è visto, la notizia è stata invece confermata. Questo video, il sopralluogo di Veronica insieme agli inquirenti a casa sua, è purissima angoscia.

 

 

bambini, Corpo-anima, cronaca, diritti, Donne e Uomini agosto 17, 2015

Il bambino “dell’acido” e i figli dell’utero in affitto. Anche loro “strappati alla madre”. Ma qui, nessun problema

Sono madre, posso ben capire come si sente Martina Levato, disgraziata ragazza “dell’acido” a cui il piccolo è stato tolto subito dopo averlo partorito. Strazio che si aggiunge a quello di una vicenda assurda in cui stavano già soffrendo in tanti: il ragazzo sfregiato a vita, i due sfregiatori -in galera si sta male-, le loro famiglie. E anche, almeno momentaneamente, quel piccolo solo nella sua culletta alla Mangiagalli, privato del latte e del contatto con il corpo della madre, da cui si sente ancora indistinto.

La pm Annamaria Fiorillo ha chiesto che il bambino venga dichiarato “in stato di abbandono per totale e irreversibile incapacità e inadeguatezza del padre e della madre a svolgere funzioni genitoriali”, e forse già nelle prossime ore il Tribunale dei Minori deciderà, nell’esclusivo interesse del piccolo, se restituirlo alla madre perché lo cresca in un istituto a custodia attenuata, se affidarlo temporaneamente ai nonni, o a una famiglia estranea in attesa di adozione.

A quanto pare i giudici non potevano agire diversamente. E del resto, nel caso il neonato venga dichiarato adottabile, strapparlo a sua madre fra qualche giorno o fra qualche settimana sarebbe probabilmente ancora più doloroso, per il piccolo e anche per lei: e con buona pace dei molti forcaioli esultanti, massimizzare la sofferenza dei detenuti non è l’obiettivo della giustizia umana.

Ma sono alcuni commenti a lasciarmi sconcertata. Per esempio, Gianna Schelotto, Corriere di oggi: “I bambini durante la gravidanza assorbono tensioni, ansie, gioie. E Daniela Monti, sulla 27 ora: “a quel bambino abbiamo già tolto il diritto al primo sguardo materno, alla prima poppata, al primo rapporto esclusivo – visivo, gestuale, di nutrimento – con la madre su cui tanti studi insistono, rintracciando proprio in quei primi istanti amorevoli le basi per un corretto equilibrio psichico e relazionale“.

Mi domando se questo non valga anche per quei bambini nati da donne-contenitori, o uteri in affitto. Loro forse non assorbono dalla madre “tensioni, ansie, gioie”? Loro non sono forse privati di quel “diritto al primo sguardo materno, alla prima poppata, al primo rapporto esclusivo” e a tutto ciò che dovrebbe seguirne?

Perché, com’è giusto, ci preoccupiamo per questo bambino nato a Ferragosto da una madre detenuta per un reato odioso, e non diciamo mai una parola sulle centinaia o migliaia di bambini che ogni giorno vengono tolti alle povere donne che li hanno partoriti in forza di un contratto economico? Perché in questi casi non permettiamo al dubbio di assillarci? Perché lì non vediamo il legame che viene spezzato?

Forse perché le madri surrogate sono donne povere e invisibili? Forse perché quando si tratta di “libero” mercato il valore dei soldi e il diritto a procurarsi ogni genere di merce spazzano via tutti gli altri valori, e così sia?

*aggiornamento 18 agosto: il Tribunale dei Minori concede a Martina di vedere il bambino, ma non di allattarlo. Nel contempo avvia la procedura di adottabilità. Mi pare che si stia navigando a vista, come sempre quando la legge cerca di normare i fondamentali della vita.

 

 

bambini, cronaca, Femminismo dicembre 12, 2014

Alle mie amiche ricordo che la vittima è il piccolo Loris. Non sua madre

Un bambino barbaramente ucciso. E sua madre, una ragazza -per cui vale, come per tutti, la presunzione di innocenza- indicata dagli inquirenti come la sua assassina. Ma circola un femminismo giustificazionista che rischia di fare il paio con il colpevolismo mediatico. E’ per questo che scrivo questo post, rompendo un istintivo riserbo su questo dramma.

No al colpevolismo mediatico. No all’innocentismo ideologico.

Fin dal principio della storia ho temuto che le cose potessero essere andate nel modo in cui gli inquirenti ritengono che siano andate: che una madre poteva avere ucciso il suo bambino. E’ già capitato e capiterà ancora. Così come capiterà ancora che, per un misterioso meccanismo di denegazione, la donna finita nel gorgo orrendo del figlicidio neghi fino alla fine di averlo commesso -davvero convinta di non averlo commesso- perfino dopo essere stata condannata, perfino dopo aver scontato la condanna.

Nella “sarabanda infernale” (Winnicott) che è il rapporto madre-figlio è contemplata anche la possibilità che lei uccida la creatura, e che la creatura uccida lei.

Vero che tanti uomini uccidono i loro figli, e molto più spesso delle madri (quasi il 90 per cento di tutti gli omicidi sono commessi da uomini): ma per quanto sia orribile, è un orrore che non sembra non arrivare a uguagliare quello di una madre figlicida. Quando una madre uccide siamo scossi fino alle fondamenta, perché mater semper certa est, il suo amore non meno certo, gratuito e scontato, una madre deve sempre essere assolutamente buona.

Si possono dire tante cose. Si può scandagliare fino agli abissi. Ma non si può trarne, come mi pare di infraleggere in alcuni commenti, una richiesta di impunità. Se la ragazza Veronica ha ucciso il suo bambino, anche tenendo conto di un’eventuale instabilità mentale, è necessario che paghi il suo delitto.

Il rischio di una generosità che si spinge solidalmente a cercare nella vita di lei ogni possibile chiave per giustificare -traumi, disagi, solitudine, una madre “cattiva”: perché poi, paradossalmente, per la madre della madre non ci sono attenuanti, lei è assolutamente cattiva- è quello di inchiodare le donne a una sorta di cittadinanza minore, che le dispensa da un’assunzione piena delle proprie soggettive e oggettive responsabilità. Quest’operazione giustificazionista ha altissimi costi, ed è profondamente ingiusta.

Se Veronica ha davvero ucciso Loris, il più dei sentimenti di pietà di cui sono capace è per il bambino. Senza tentennamenti.

Tutti possiamo essere vittime di qualcosa o di qualcuno. Anche Veronica, certo, e anche la sua mamma che non esitiamo a pensare come “cattiva”. Ma in questa catena di dolore e di colpe è il più debole e indifeso ad avere pagato.

cronaca, Politica dicembre 9, 2014

La Grande Monnezza

Ho proposto di spostare la capitale a Göteborg (pronuncia: jœtəˈbɔrj): scherzavo ma non troppo. Almeno per un po’ –avranno pur bisogno di qualche tempo per organizzarsi e per un change di guardaroba- potremmo liberarci dalla Grande Monnezza.

Chiedo scusa alle amiche a agli amici romani, che amo tutte e tutti, ma quella robaccia di Roma si percepisce anche a pelle, se ne sente l’odore, nei ristoranti, nelle viuzze del centro politico, nei riti cafonal. Ce n’è per tutti in questo Paese, d’accordo, non dimentico Venezia, non dimentico Expo e le ‘ndrine dell’hinterland milanese, ma la qualità di quella monnezza autoctona è speciale e, appunto, capitale. Non sono semplici ruberie, non è semplice corruzione: è mafia, nata e radicata a Roma.

E se non bastasse la percezione sensoriale, c’erano pur sempre le inchieste di Lirio Abbate per L’Espresso –ancora lì da leggere, non è un caso che il coraggioso collega viva sotto scorta-, c’era un bel libro di Andrea Di Nicola e  Giampaolo Musumeci, “Confessione di un trafficante di uomini” (Chiarelettere) dove si annunciava che quello di carne migrante è il più redditizio traffico del mondo come confermato dalle intercettazioni (“Famo più soldi co’ gli immigrati che co’ la droga”), c’era magari semplicemente “Romanzo Criminale”, grande serie Sky diretta da Stefano Sollima e venduta in tutto il mondo, in cui l’intrico tra gli affari di Carminati (il Nero), la banda della Magliana e i servizi segreti era narrato in modo esemplare: anche un comune telespettatore texano è informato dei fatti.

E invece nessuno sapeva, nessuno si era reso conto, nessuno immaginava, nessuno aveva dato un occhio ai fatturati dell’impero coop di Salvatore Buzzi (che solo come presidente della “29 giugno” intascava 25 mila euro al mese), nessuno sospettava che senza il suo bacino di consenso era difficile andare da qualche parte.

Non è credibile. Non è accettabile.

Serve un fortissimo segno di discontinuità, forte almeno quanto lo spostamento della capitale a Göteborg. In galera Massimo Carminati fa il gradasso, come chi sa che molto presto sarà –di nuovo- un uomo libero, soprattutto libero di continuare a fare business: la sua forza di ricatto deve essere immane.

Ci vuole una prova di forza come mai prima d’ora. Diversamente, altro che titoli spazzatura. Sarà l’Italia a essere spazzatura, anche quel poco tessuto sano si infetterà, e il mio, il nostro Paese morirà.

p.s. In giro per Milano, sui mezzi pubblici, per strada, nei bar, non si parla d’altro. Stavolta il colpo è grande, forse paragonabile a Tangentopoli. La gente sembra colpita soprattutto dal traffico di migranti, e dice “Ecco a che cosa serviva Mare Nostrum”. Tanti dicono: “Non voteremo mai più”. Ribadisco: il segnale deve essere fortissimo.

cronaca, Donne e Uomini, femminicidio, questione maschile agosto 25, 2014

Quei bravi ragazzi che ammazzano donne

“Un ragazzo d’oro”, “un ragazzo dolce e uno zio premuroso”, “una persona eccezionale”. Che un bel pomeriggio di domenica, in una villa dell’Eur, Roma, aggredisce e decapita una donna (colf) ucraina: di lei, carne da lavoro, carne da macello, viene riferito a malapena il nome, Oksana Martseniuk, oltre al fatto che era “bella, bionda, occhi chiari”, il che ne fa una vittima predestinata. Di lui, Federico Leonelli, un omone di due metri, si spiega anche che era depresso perché gli era morta la compagna. E vai ovunque con il “raptus”, parola totalmente priva di senso che dovrebbe essere abolita dal lessico giornalistico: perché insegna alla gente che chiunque di noi, preferibilmente maschio, può essere “rapito” (questo il significato letterale) da un demone che improvvisamente si impossessa della nostra volontà e ci fa agire diabolicamente.

Il “raptus” è l’altra faccia del “bravo ragazzo“: buona parte degli 8 assassini di donne e di bambini delle ultimissime settimane sono stati definiti “bravi ragazzi”, “padri amorosi”, “persone perbene”. Mostruosamente, gran parte dei media dà pubblicità a questo modello, preciso come un algoritmo, del brav’uomo che di colpo, un pomeriggio d’estate, squarta una donna o affonda una lama nel corpicino di una bimbetta di un anno e mezzo. Con il coro dei vicini e il giornalista corifeo di turno che come in una tragedia greca cantano il “bravo ragazzo” e le sue gesta, come se la vittima in fondo fosse lui. Cercando le sue ragioni e laddove possibile, solidarizzando con lui (“era depresso”, “lei voleva lasciarlo”). E dimenticano le vittime vere, non dicendo quasi nulla di loro se non che erano agnelli perfetti, teneri e biondi, carne indistinta per il sacrificio. E questo nonostante le donne che si occupano da decenni di violenza si siano sgolate a dire che i segni premonitori ci sono sempre, che un femminicidio non nasce mai dal nulla, ma è preceduto da una lunga teoria di violenza, sorda o tenuta muta.

Così anche nel caso di Federico Leonelli salta fuori che il bravo ragazzo era piuttosto fumantino, che aveva una certa ossessione per le armi da taglio, e a quanto pare aveva menato sorella e madre (ma la sorella non dice una parola).

Insomma, un pomeriggio di domenica, in una bella villa all’Eur, un bravo ragazzo ci prova con la “colf ucraina bionda e bella”. La quale inaspettatamente -il rifiuto da parte di una donna, specie se desiderabile, continua a essere un fattore imprevisto, a meno che la donna non intenda essere canonizzata- gli dice di no. Scatenando la furia di lui, furia dell’essere rifiutati che ognuna di noi ha conosciuto, almeno una volta nella vita, benché in forma non fatale visto che siamo qui a raccontarcelo. Dunque, lui le salta addosso e la ammazza. Poi -io il film lo vedo così- il bravo ragazzo comincia freddamente a pensare come liberarsi del fagotto di carne. Più comodo farlo a pezzi. Allora si infila una tuta mimetica e una maschera, perché l’operazione squartamento è piuttosto sporchevole. Impugna una mannaia e comincia dalla testa, come si fa con un pollo. Purtroppo la polizia interrompe il lavoro, chiamata dai vicini di casa allarmati dalle urla della donna. Lui tenta disperatamente la fuga, brandendo la mannaia. Gli uomini delle forze dell’ordine sparano -qui la dinamica andrà chiarita- e l’assassino viene ucciso.

Ecco, per esempio: ma se i direttori dei giornali e delle testate televisive e radiofoniche, che sono quasi tutti uomini, provassero a cambiare prospettiva? Se per esempio partissero da sé, senza delegare alle donne di sbrogliare la matassa, e proprio da quell’esperienza del rifiuto che ognuno di loro avrà sperimentato, e dai sentimenti che hanno provato? Se ci scrivessero un editoriale di proprio pugno, o lo commissionassero al più brillante dei propri opinionisti? Se assumessero fino in fondo la questione maschile?

Perché il no di una donna -o il sì di quella donna a qualcos’altro, anche solo un sì a se stessa e al proprio desiderio-, salvo eccezioni è la costante dei femminicidi. Quei bravi ragazzi, quei goodfellas che picchiano e violentano e perseguitano e uccidono le mogli, le compagne, i figli e le prede occasionali, stanno quasi sempre reagendo a un’esclusione che vivono come intollerabile. Se per una volta cambiassimo algoritmo, se provassimo a scandagliare qui, in questo passaggio comunissimo e delicatissimo –l’esperienza maschile del no femminile-, se cercassimo di capire come in queste circostanze si produce, nei soggetti più deboli, una vera e propria frana psichica, ecco: non faremmo davvero un passo avanti? Non contribuiremmo a salvare la vita di tante donne, vittime designate, prima di essere costretti a parlare di loro in cronaca?

Aggiornamento 27 agosto: intanto l’autopsia di Oksana ha accertato che la decapitazione è avvenuta dopo la morte. Quindi prima è stata brutalmente uccisa a coltellate, quindi è iniziato lo smembramento del suo corpo.

 

cronaca, italia luglio 7, 2014

Ave Maria, madre dei boss. Parla Don Pino De Masi

La processione a Oppido Mamertina, RC

Dico a Don Pino De Masi, parroco di Polistena e referente di Libera-Contro le mafie per la Piana di Gioia Tauro, che se qualcuno aveva letto la scomunica dei mafiosi da parte di Papa Francesco come un passaggio retorico, un fatto di scarsa rilevanza, un gesto obbligatorio durante il tour calabrese, ieri ha dovuto ricredersi: lo sciopero della Messa degli uomini delle cosche detenuti nel carcere di Larino, Molise, e la statua della Madonna inchinata davanti alla casa del boss a Oppido Mamertino, Reggio Calabria, sono la dimostrazione plastica del fatto che la frusta di Francesco ha lasciato un segno profondo.

Com’è che le ‘ndrine tengono tanto a Dio e a Maria?

Non ci tengono affatto” dice don Pino. “Tengono al potere e ai soldi, le loro uniche divinità. E non possono rinunciare al consenso che serve loro per cumularli. Organizzare le processioni, frequentare la messa, portare in spalla le statue, mostrarsi come benefattori per loro sono importantissimi mezzi di consenso, specie in una terra come la nostra, dove le chiese sono ancora piene”.

Ma questo lo capiranno anche i cittadini…

“Magari lo capiscono, ma in territori dove lo Stato è assente, e in particolare lo Stato sociale, e i tuoi più elementari diritti non sono garantiti, esiste solo la logica del favore. Se non sei connivente, se non chini la testa, dal sistema dei favori sei estromesso, se non peggio. Questo bisogno crea un oggettivo stato di dipendenza dalla criminalità. Il lavoro che noi facciamo è culturale: mostrare che non ci si può accontentare del favore, che in quanto cittadini si è titolari di diritti”.

Come legge l’episodio del carcere di Larino?

“Come un  segno ottimo, che ci indica la strada: l’educazione delle coscienze. I detenuti che non vanno a Messa in qualche modo ammettono di essere stati scoperti e punti nel vivo. Vuole dire che questo Papa riesce a toccare le coscienze“.

E l’inchino di Oppido?

“In realtà la sosta della processione davanti alla casa del boss è una prassi consolidata in molti paesi. L’ hanno sempre fatto, e continuano a farlo. Ma oggi, 15 giorni dopo la scomunica di Francesco, la cosa appare come una sfida e ci interroga”.

I Carabinieri hanno lasciato il corteo, le autorità ecclesiastiche no.

Anche la Chiesa e i fedeli avrebbero dovuto andarsene. Perché i destinatari del messaggio del Papa non sono solo i mafiosi. Sono anche e soprattutto la Chiesa e la società civile: non dormite più! reagite!”.

cronaca, media luglio 2, 2014

Aiuto, sono d’accordo con Vittorio Feltri (sul caso #Yara)

Lampadato: Massimo Giuseppe Bossetti

Dico a Vittorio Feltri: “Cavolo: sono d’accordo con te”. E lui: “Caspita: dove sto sbagliando?”.

Feltri ha molti difetti -moltissimi, secondo me- ma è sempre stato un fermo garantista. Anche quando si tratta di casi giudiziari da prima pagina, non si lascia mai travolgere dall’onda emotiva.

Per condannare chiunque servono prove. Vale anche per Massimo Giuseppe Bossetti, il muratore accusato dell’assassinio della piccola Yara Gambirasio.

In sostanza, dice Feltri, abbiamo solo il Dna. Tutto il resto degli indizi, solo pettegolezzi.

Il Dna però c’è, non si discute…

“Certo. Ma non si condanna un uomo solo sulla base di un indizio, per quanto scientifico. E’ un esame di laboratorio, non un dogma indiscutibile. Anche la scienza spesso dice cose che poi si trova a smentire una settimana dopo. Negli Usa e in Gran Bretagna c’è stata gente incastrata e perfino condannata sulla base del Dna. Poi si è rivelata innocente”.

Tendiamo a credere agli indizi scientifici come a qualcosa di indiscutibile, che offre una garanzia in più.

“E invece possono dare una garanzia in meno, se non sono confortati da prove serie e non da pettegolezzi tipo: Bossetti aveva nascosto che gli piace ballare latino-americano. O anche: Bossetti ha gli occhi di ghiaccio. Se uno ha gli occhi chiarissimi, certo, si può dire che sono di ghiaccio”.

Se è per questo aveva negato anche di farsi le lampade. E invece se le fa, e in ben due centri…

“Se ti chiedono: ti fai le lampade? oppure: ti tingi i capelli? non è strano che tu dica di no. Per non sembrare un vanesio. Per evitare che tua moglie ti dia dell’imbecille. Magari ti fai le lampade perché non ti piace l’abbronzatura pezzata. Da muratore, appunto. Umanamente comprensibile. E questo sarebbe un indizio?”.

E il cellulare agganciato all’antenna di Brembate?

“Ma Bossetti abita a Mapello, a un tiro di schioppo da lì. Che cosa c’è di strano se passa dalle parti di Brembate?”.

E poi i peli raccolti intorno al corpo di Yara che sono certamente di Ignoto 1 (anzi, no, pardon, nessuna certezza). Mi ha molto colpito la questione della polvere di calce nei bronchi della piccola Yara. Anche questo era ritenuto un super-indizio. Poi si è scoperto che quel tipo particolare di calcina Bossetti non la usa proprio. Su questo però non ci hanno fatto i titoli.

“Il padre della bambina fa il geometra, gira per cantieri. Non è inverosimile che quella calcina l’abbia avuta addosso lui. Quando ci attacchiamo a un’ipotesi anche noi giornalisti difficilmente molliamo la presa. La macchina non si ferma più. Dura ammettere che hai preso un granchio”.

Finché sbaglia la stampa… Il guaio è se sbagliano gli inquirenti.

“La polizia, i Ris, il ministro dell’Interno Alfano che ha sparato la notizia per primo: abbiamo “individuato l’assassino” che “finalmente, non è più senza volto”. Già bell’e condannato, senza processo. Difficile a questo punto fare marcia indietro. Se non si riuscisse a provare l’effettiva colpevolezza di Bossetti per tutti sarebbe una magra spaventosa, si ritroverebbero in gravi difficoltà. Anche perché queste indagini sono costate una marea di soldi. Così ogni giorno ne tirano fuori una nuova. Ma per ora solo cose inconsistenti”.

Detto questo, c’è quel Dna. Probabilmente è vero, Bossetti è colpevole.

“Probabilmente sì. Anche se, quanto al campione da cui è stato tratto Dna, negli atti la magistrata scrive che si tratta “presumibilmente” di sangue. “Presumibilmente” è un po’ pochino, mi pare. Comunque servono prove, il Dna non basta. Per condannare un uomo ci vuole roba seria, non impressioni o psicologismi. Non ci si può rassegnare a una giustizia un tanto al chilo. Anche perché domani potrebbe capitare a me o a te”.

AGGIORNAMENTO 22 settembre, ore 19:

Ris: impossibile diagnosi certa
sulle tracce Dna sui vestiti della bambina.
C’è un uomo in galera da mesi per questo!

 

 

 

 

 

cronaca, Donne e Uomini giugno 23, 2014

Caso Yara: la verità di Ester contro la “scienza”

Tra i protagonisti della vicenda di Yara, che ha ormai assunto -altro che feuilleton- le caratteristiche di una tragedia greca  scelgo la madre del presunto assassino Massimo Giuseppe Bossetti, Ester Arzuffi. La guardo come potrei guardare a un personaggio sulla scena.

Ester è una donna di 67 anni, ancora bella. Una vita dura: già operaia in una fabbrica tessile della Val Seriana, poi donna delle pulizie, da 10 anni assiste una malata di Alzheimer a Terno d’Isola come “badante”. Ester è madre di due gemelli e di un altro figlio, Fabio. Uno dei due gemelli è Massimo Giuseppe, Ignoto 1, sospettato di avere ucciso la piccola Yara Gambirasio.

Il dna proverebbe con assoluta certezza che i gemelli non sono figli di Giovanni Bossetti, l’uomo che è suo marito da 47 anni -siamo quasi alle nozze d’oro- , ma di un altro uomo, Giuseppe Guerinoni, autista di bus in val Seriana, che Ester aveva conosciuto quando era già sposata. Lei nega con decisione: La scienza ha sbagliato. Non sono mai stata con Guerinoni. A meno che il mio cervello non abbia resettato tutto, questa è la verità“.

La verità di Ester è talmente ferma da sembrare titolata a competere con la verità scientifica: “La scienza ha sbagliato“. Potrebbe anche essere che la scienza abbia sbagliato, anche se è poco probabile. Certamente la scienza sta “sbagliando” a distruggere tutta quanta la sua esistenza, ed Ester non intende permetterglielo. Mezzo secolo di vita che va in pezzi. Un marito malato e disperato, che scopre che sua moglie non è stata sempre sua moglie, che due dei suoi figli non sono suoi figli, e che uno di loro è accusato di un delitto orrendo.

La scienza “sbaglia”, secondo Ester, anche nel caso in cui quel rapporto sessuale ci sia stato, generando due figli. Perché quei dieci minuti di sesso non hanno il diritto di sconvolgere una vita intera. La scienza “sbaglia” a pretendere una cosa del genere. Quei dieci minuti erano stati sepolti, non contano un bel niente, non possono uscire dal dimenticatoio dove stavano solo a seguito di un tampone. Mi pare che Ester stia disperatamente dicendo questo.

Filumena Marturano, eroina del teatro di Eduardo, di fronte al fatto che la legge non riconosce il suo matrimonio estorto con l’inganno -aver finto di essere in punto di morte- invoca un’altra legge, una legge che fa ridere contro la legge “che fa chiagnere”. Una legge che promuova finalmente armonia e serenità, non una legge che distrugga tutto e mandi all’aria il progetto di una vita.

In modo simile la parola di Ester rivendica dignità di verità alle sue parole contro la scienza “che fa chiagnere”: e stanno piangendo tutti, lei, il marito, i figli, i nipoti. Un’altra verità. Basterebbe crederle e l’incubo si dissolverebbe istantaneamente, e tutto tornerebbe come prima.

A meno che il mio cervello non abbia resettato tutto“: la scienza sembra dire questo. Sempre che tu non menta consapevolmente,  forse il tuo cervello ha “resettato tutto“. Forse non sei una bugiarda, forse sei sinceramente convinta di quello che dici, ma trattasi di negazione di qualcosa che è evidente, processo psicologico non raro in chi non riesce a sostenere la verità di fatti dolorosi.

E allora provo a mettermi nei panni di quella bella ragazza già moglie, sedotta da un autista di bus, che si ritrova incinta, e forse è incerta della paternità. E ha di fronte a sé due strade: ammettere l’incertezza, ritrovandosi sola con due piccoli da tirare su nella vergogna e nell’indigenza, nella Val Seriana primi anni ’70; oppure tacere tutto e tenersi la sua vita tranquilla, tanto è solo una s….ta di dieci minuti, tanto nessuno lo saprà mai, tanto prima o poi se ne dimenticheranno tutti, perfino lei, che “resetterà”. Forse tante avrebbero fatto come lei, ritenendo a torto o a ragione di scegliere il minor male, per sé e per i piccoli.

E provo un’infinita compassione per Ester.