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diritti, Politica, salute marzo 10, 2015

Aborto-Europa: giusto un passetto avanti

Silvia Costa, eurodeputata Pd:
ha sostenuto l’emendamento sull’aborto proposto dal Ppe

Nel 2o13 era andata proprio male, con la bocciatura netta della risoluzione Estrela che ribadiva l’autodeterminazione delle donne in materia di sessualità e riproduzione. Stavolta, grazie anche all’impegno di europarlamentari come Elly Schlein ed Elena Gentile, la risoluzione Tarabella, compresa la parte in cui si sostiene che le donne devono «avere il controllo dei loro diritti sessuali e riproduttivi, segnatamente attraverso un accesso agevole alla contraccezione e all’aborto» è passata a larga maggioranza (441 sì, 205 no e 52 astenuti), nonostante la mobilitazione dei cosiddetti “pro-life”.

Ma il PPE ha presentato un emendamento approvato dall’Aula che specifica che la legislazione sulla riproduzione deve comunque rimanere di competenza nazionale. Il che significa che le irlandesi, le polacche e le maltesi, cittadine di Paesi in cui dove l’aborto resta illegale, dovranno continuare a vedersela da sole. L’emendamento del PPE è stato sostenuto anche dalla parlamentare Pd Silvia Costa, che ha precisato di aver votato a favore della mozione solo perché è stato garantito il principio di sussidiarietà. Ecco il suo tweet: “Con emendamento PPE che ribadisce che sanità e diritti sessuali e riproduttivi sono competenza nazionale ho votato a favore della #Tarabella” (Luigi Morgano, altro eurodeputato Pd, ha reso noto di essersi astenuto).

Quindi un passo avanti, ma a metà.

Sarebbe a questo punto interessante che Silvia Costa, proprio in forza del principio di sussidiarietà che lei ha caldeggiato, a differenza della quasi totalità del partito a cui appartiene, ci dicesse che cosa dovremmo fare con la nostra legge 194, svuotata da un’obiezione di coscienza che in alcune regioni italiane, come il Lazio, supera il 90 per cento. Se ogni Paese europeo, come lei ritiene, deve vedersela da sé, ci dica come dobbiamo vedercela nel nostro: giusto qualche giorno fa una ragazzina genovese ha rischiato la pelle per aborto clandestino, scene da pre-’78 che dovrebbero preoccupare tutte e tutti, Silvia Costa compresa.

Restiamo quindi in attesa di una sua efficace proposta in materia, eventualmente anche di una proposta di Morgano, magari ne hanno di migliori delle nostre (il 50 per cento dei posti riservati ai non obiettori: tutta la proposta qui) : permettendoci di ricordare che la legge 194 è stata voluta dalla maggioranza delle cittadine e dei cittadini di questo Paese, cattoliche e cattolici compresi, consenso ribadito in un successivo referendum. E che fare tornare a crepare le donne non è una buona strategia anti-aborto. Silvia Costa che è una donna dovrebbe saperlo.

#save194

aggiornamento 11 marzo: a proposito di “competenza nazionale”. L’Europa ha autorizzato la commercializzazione della “pillola dei 5 giorni dopo”, contraccezione d’emergenza dopo rapporti a rischio (il farmaco ritarda l’ovulazione) senza necessità di ricetta medica. Molti Stati europei, fra cui la Germania, hanno già autorizzato la libera vendita. Non l’Italia, come potete leggere qui.

 

 

 

Corpo-anima, Femminismo, Politica, questione maschile febbraio 13, 2015

Gli intoccabili diritti del c…o: la Consigliera di Parità (!) del governo difende i quartieri a luci rosse

Giovanna Martelli, consigliera di parità del governo Renzi

 

  • Dunque Giovanna Martelli, consigliera per le Pari Opportunità del governo Renzi, decide di rompere il suo abituale silenzio per schierarsi con veemenza a favore della zona rossa per la prostituzione all’Eur. La consigliera per la Parità –non ci credo, non può essere vero- trova che sia giusto istituire un quartiere dove gli uomini possano andare in tutta tranquillità a farsi una s…a o altro a pagamento e anzi, rampogna i suoi compagni di partito, invitandoli a “riconnettersi con la realtà dei problemi. Devono fare uno sforzo, avvicinarsi alle persone”, poiché “viviamo in una società del mercato e del consumo, dove c’è una domanda sempre più forte di sesso da pagare in denaro”. Secondo la consigliera di Parità si tratterebbe di prenderne atto per rendere il tutto più agevole e decoroso. In altre parole, l’omo è omo, o anche, detto lacanianamente, il Fallo è il Grande significante, a quanto pare anche delle Pari Opportunità, e non è nemmeno immaginabile che la sessualità maschile rinunci alla possibilità di usare il corpo di una donna come se fosse una cosa morta. Insomma: la prostituzione viene incontro a un bisogno fisiologico ineliminabile, che somiglia pericolosamente a un diritto.

Strano, perché viceversa  in Svezia, in Norvegia, in Canada, in Islanda e altrove si pensa senza mezzi termini che la prostituzione rappresenti una forma di sfruttamento e che derivi sempre da uno squilibrio di poteri. E, nota interessante per una consigliera di parità, si ritiene che poter comprare donne per fare sesso alimenta una percezione della donna che pregiudica la parità dei diritti e danneggia tutte quante. Di più:  la legalizzazione non serve a nulla contro la tratta, anzi la favorisce.

Dal 1999 la Svezia punisce clienti, papponi e trafficanti, ma non le prostitute. Risultato: in Svezia la prostituzione è diminuita e non è più un grande affare per gli sfruttatori, e un numero crescente di giovani maschi  dimostra non solo di poter vivere senza andare a p…e, ma anzi considera quello dei puttanieri un comportamento indegno e riprovevole. L’Europa indica il modello svedese come l’eccellenza a cui fare riferimento: anche in Uk ci stanno pensando seriamente, e la Francia ha calendarizzato a fine marzo il dibattito parlamentare per introdurre la punibilità dei clienti.

Ma proprio mentre quegli strambi dei francesi discuteranno di questo, il nostro Senato sarà probabilmente impegnato a dibattere sul disegno di legge Spilabotte & altre, che sembrerebbe intenzionato a importare un prodotto, quello della regolarizzazione della prostituzione, già ampiamente scaduto altrove, perfino nell’Olanda dei sex club e delle ragazze in vetrina dove il numero delle “professioniste” regolarizzate è molto basso, il fenomeno della tratta è addirittura aumentato secondo il rapporto di polizia dal titolo di Schone Schijn (Salvare le apparenze), e almeno il 90 per cento delle prostitute risponde ai magnaccia. L’obiettivo di recidere i legami tra prostituzione e criminalità è fallito. Ogni anno vengono riciclati nei Paesi Bassi 18,5 miliardi, il 10 per cento dei quali derivano dal gioco d’azzardo e dallo sfruttamento della prostituzione.

Proponendo di togliere le ragazze dalla strada per metterle in luoghi chiusi e sottratti alla vista dei cittadini, il ddl Spilabotte sembra ignorare anche il fatto che lo sfruttamento sessuale avviene soprattutto al chiuso: è lì che le ragazze corrono maggiori rischi e sono più controllate. Nel ddl si parla di depenalizzazione dei locatori di immobili, si istituisce lo stato pappone, stabilendo precise tariffe per l’autorizzazione a battere -6.000 per l’attività full time, 3.000 per quella part time- con relative sanzioni per chi non si è registrata in Camera di Commercio. E si parla addirittura di certificati di idoneità psicologica alla prostituzione(!!!!!!) rilasciati dalle Asl (*).

Dice Carolyn Maloney, fondatrice del comitato anti-tratta al Congresso degli Stati Uniti: “C’era una volta la convinzione naif che legalizzare la prostituzione consentisse di migliorare la vita delle prostitute, di eliminare la prostituzione nelle zone dove rimaneva illegale e di scacciare il crimine organizzato. Come tutte le fiabe, anche questa convinzione si è rivelata essere pura fantasia”. Perché noi mostriamo, da Paese di retroguardia, di crederci ancora?

Difficile capire che cosa abbia indotto la parlamentare del Pd Maria Spilabotte (e le sue colleghe) a esercitarsi appena eletta su una questione così delicata. Ma se ancora vi fossero dei dubbi sul fatto che contro la tratta e lo sfruttamento della prostituzione la strada non è questa, mi permetterei di suggerire a lei, alla consigliera Martelli e a tutte la lettura di un’impressionante inchiesta di Der Spiegel intitolata “Bordello Germania”, dove si racconta il fallimento della decennale legalizzazione della prostituzione, della nascita di megabordelli “all you can eat”, dove puoi avere sesso a volontà con una tariffa forfettaria, un mercato fatto per l’80 per cento di schiave bulgare e rumene anche vendute dalle famiglie in tempo di crisi. Su 400 000 prostitute solo 44 sono ufficialmente registrate. Il Ministero della Famiglia tedesco sostiene che non vi è stato “ alcun apprezzabile miglioramento reale nella sicurezza sociale delle prostitute”. Per un terzo dei pubblici ministeri tedeschi la legalizzazione della prostituzione ha reso anzi più complesso il loro lavoro contro la tratta e lo sfruttamento.

Perché dovremmo oggi intraprendere una strada già verificata come fallimentare, baloccandoci con l’idea –o l’ideologia- delle prostitute autonome e per libera scelta (“professioniste” che l’associazione Papa Giovanni XXIII, impegnata su questo fronte, valuta in un esiguo 5 per cento)? La consigliera Martelli dice che “se c’è da cambiare la legge Merlin, va bene, facciamolo”. Ma prima di cambiarla e di fare stupidaggini contro le donne, proviamo quanto meno a dare un occhio alla risoluzione europea proposta dall’inglese Mary Honeyball e approvata a maggioranza, secondo la quale sfruttamento sessuale e prostituzione hanno pesanti conseguenze sulla parità tra i sessi, e che indica come prioritaria la lotta alla tratta e allo sfruttamento, utilizzando come strumento la punibilità di chi acquista servizi sessuali e non di chi li vende. Ecco alcuni passaggi della risoluzione, interessanti anche per i clienti irriducibili: chissà che non si smuova qualcosa nelle loro coscienze ottusamente testosteroniche.

 La prostituzione è una forma di schiavitù incompatibile con la dignità umana.

La maggioranza delle persone che praticano la prostituzione sono persone vulnerabili all’interno della nostra società.

Vi è un impatto della crisi economica sul crescente numero di donne e ragazze minorenni, comprese le donne migranti, obbligate a prostituirsi.

L’80-95 per cento delle persone che praticano la prostituzione ha subito forme di violenza prima di iniziare a prostituirsi (stupro, incesto, pedofilia), il 62 per cento riferisce di avere subito uno stupro e il 68 per cento soffre di un disturbo post-traumatico da stress, (una percentuale analoga a quella delle vittime di tortura).

La prostituzione e la prostituzione forzata sono fenomeni di genere che coinvolgono circa 40-42 milioni di persone al mondo, la grande maggioranza delle persone che si prostituiscono è costituita da donne e ragazze minorenni, quasi tutti i clienti sono uomini e la prostituzione è pertanto al contempo causa e conseguenza di una disparità di genere che aggrava ulteriormente.

Lo sfruttamento della prostituzione è strettamente legato alla criminalità organizzata.

Qualsiasi politica in materia di prostituzione influisce sul conseguimento della parità di genere, sulla comprensione delle questioni di genere e trasmette messaggi e norme alla società, compresi i giovani.

La prostituzione e la prostituzione forzata incidono sulla violenza contro le donne in generale, dal momento che le ricerche sugli acquirenti di servizi sessuali dimostrano che gli uomini che acquistano sesso hanno un’immagine degradante delle donne; si suggerisce quindi alle autorità nazionali competenti di affiancare al divieto di acquistare servizi sessuali una campagna di sensibilizzazione tra gli uomini.

La normalizzazione della prostituzione ha un impatto sulla violenza contro le donne: dati dimostrano come gli uomini che acquistano servizi sessuali siano più inclini a commettere atti sessualmente coercitivi e altri atti di violenza contro le donne e spesso mostrino tendenze misogine.

I mercati della prostituzione alimentano la tratta di donne e minori e aggravano la violenza nei loro confronti soprattutto in paesi in cui l’industria del sesso è stata legalizzata.

I dati dimostrano che la criminalità organizzata svolge un ruolo di rilievo laddove la prostituzione è legale.

Depenalizzare l’industria del sesso in generale e rendere legale lo sfruttamento della prostituzione non è una soluzione per proteggere donne e ragazze minorenni vulnerabili dalla violenza e dallo sfruttamento, ma sortisce l’effetto contrario.

Il modo più efficace per combattere la tratta di donne e ragazze minorenni a fini di sfruttamento sessuale e per rafforzare la parità di genere segue il modello attuato in Svezia, Islanda e Norvegia (il cosiddetto modello nordico), e attualmente in corso di esame in diversi paesi europei, dove il reato è costituito dall’acquisto di servizi sessuali e non dai servizi resi da chi si prostituisce.

La riduzione della domanda dovrebbe essere parte di una strategia integrata per la lotta contro la tratta di esseri umani negli Stati membri; la riduzione della domanda può essere raggiunta mediante disposizioni legislative che facciano ricadere l’onere criminale su chi acquista servizi sessuali piuttosto che su chi li vende, nonché mediante l’imposizione di ammende per rendere la prostituzione finanziariamente meno remunerativa per le organizzazioni criminali/la criminalità organizzata.

 

* dal ddl Spilabotte:

“1. Per l’esercizio volontario della prostituzione
è necessario:
a) comunicare presso una qualunque
sede delle camere di commercio, industria,
artigianato e agricoltura (CCIAA) presenti
sul territorio nazionale l’intenzione di esercitare
la professione;
b) corredare la comunicazione di un
certificato di idoneità psicologica ottenuto
presso una qualunque azienda sanitaria locale
(ASL) sul territorio nazionale, che attesti
la effettiva volontà personale ad esercitare
la professione, in assenza di condizioni
psicologiche che evidenzino stati di vulnerabilità,
costrizione, debolezza e che sia anche
strumento di informazione circa le misure
volte a favorire l’inserimento sociale di coloro
che vogliono uscire ed affrancarsi dalla
prostituzione;
c) il pagamento anticipato, su conto
corrente intestato alla CCIAA alla quale si
è scelto di effettuare la comunicazione, di
una somma stabilita in euro 6.000 per l’esercizio
full-time e in euro 3.000 per l’esercizio
part-time, specificando tre dei giorni della
settimana durante i quali si decide di esercitare.
2. È facoltativo allegare alla comunicazione
di cui al comma 1 un certificato di
sana e robusta costituzione che escluda la
positività a qualunque malattia che potrebbe
essere trasmessa per via sessuale”.

 

 

 

AMARE GLI ALTRI, italia, Politica febbraio 11, 2015

Migranti, soluzione finale: lasciarli morire in mare

Difficile da credere: ma il traffico di carne migrante è il più colossale business d’Occidente. E se non credete a me credete a Buzzi e a Carminati, che di soldi ce ne hanno fatti parecchi. Leggete il libro di Andrea Di Nicola e Giampaolo Musumeci “Confessioni di un trafficante di uomini” (Chiarelettere). Stroncare il business, che nutre la criminalità organizzata di entrambe le rive del Mediterraneo, e salvare vite umane sono un tutt’uno. Per questo la proposta scandalosa della sindaca di Lampedusa Giusi Nicolini (andiamo a prenderli là, istituiamo campi profughi e corridoi umanitari con una governance internazionale tanto, come lei dice, “comun­que loro arri­ve­ranno, vivi, morti, anne­gati, morti di freddo, morti di fame, loro ven­gono”) è l’unica proposta sensata.

Almeno 330 i morti di oggi, siamo tornati esattamente al punto di prima, quando dopo la strage del 3 otto­bre 2013, 366 migranti morti, le banchine dell’isola ricoperte di salme, si decise di istituire la missione Mare Nostrum. Se il oggi il Mediterraneo non è una fossa comune –ma siamo sempre in tempo perché lo diventi- è solo grazie alla missione della nostra Marina Militare.

Oggi si replica quel terribile giorno di ottobre, centinaia di corpi allineati sul molo e a cui trovare sepoltura, tutti i lampedusani mobilitati per questo strazio. La scelta di chiudere Mare Nostrum e di arretrare la linea di intervento con Triton è fallimentare. A meno che non si consideri un successo che migliaia e migliaia di esseri umani in fuga dalla guerra e dalla fame crepino in mare, così risolviamo tutti i problemi. A meno che non si ritenga preferibile questa “soluzione finale” (Endlösung), l’acqua invece che i forni, che ricorda quelle perseguite in altri momenti storici.

#notinmyname

 

 

 

diritti, Donne e Uomini, economics, Politica gennaio 26, 2015

Il moderato Tsipras. E Simone Weil

Il ragazzo Alexis Tsipras, futuro premier greco

Solo una piccola nota nel gran fiume di parole che oggi troverete a commento del trionfo politico di Alexis Tsipras.

Un piccolo rovesciamento di prospettiva, se si può. Per dire che estremista, forse, è il profitto immateriale finanziario che continua a credere di poter prescindere dall’economia reale e dalle necessità dei viventi, dal fatto che nel nostro continente un numero di cittadini che equivale alla popolazione di un paio di nazioni medie messe insieme sta vivendo sotto la soglia di povertà, mentre pochissimi se la godono -o almeno, così credono- accumulando ricchezze oltre la portata umana.

Non poteva continuare così, era nelle cose che qualcosa capitasse a invertire la rotta, e questo qualcosa potrebbe essere capitato in Grecia: del resto Paul Valery diceva che il Mediterraneo è un dispositivo che fabbrica civiltà, e forse andrà così anche questa volta.

Cosicché questo signore borghese, ingegnere, già giovane no-global con codino, che come primissima dichiarazione d’intenti invoca giustizia sociale e si dichiara “pronto a negoziare con le istituzioni europee”, mi appare un vero moderato, nel senso di considerare l’inaggirabilità e la convenienza dei limiti, con l’intento di provare a rimettere le cose nel loro giusto ordine: l’umanità e i suoi bisogni, prima di tutto.

In “La prima radice. Preludio alla dichiarazione dei doveri verso la creatura umana”, lunga riflessione su come uscire dalle rovine della guerra, Simone Weil indica come punto di partenza della politica le esigenze umane persistenti, esigenze ad un tempo materiali e spirituali.

Chissà se a Tsipras è mai capitato tra le mani quel libro di sapienza femminile -difficile, per un maschio ingegnere…- che qualcuno ha definito “un testo di sopravvivenza e insieme un manuale di cittadinanza per l’alba di una nuova umanità”. Leggiamolo o rileggiamolo noi per capire come lasciarci alle spalle “il cumulo delle rovine che sale… al cielo” (e questo è Walter Benjamin).

Buona giornata, Grecia.

AMARE GLI ALTRI, Donne e Uomini, economics, Politica dicembre 23, 2014

Podemos (Spagna), Syriza (Grecia) e noi: farsi guidare dall’Angelo

Angelus Novus di Paul Klee

Podemos, organizzazione politica guidata dal professore universitario Pablo Iglesias e cresciuta tumultuosamente in pochi mesi, diretta filiazione degli Indignados, ai sondaggi risulta il primo partito in Spagna: se si votasse oggi si mangerebbe Pp e Psoe. “Sappiamo che sarà difficile, però non abbiamo paura. La paura ce l’ha JP Morgan”: questo per dire che tipetto è il professore con il codino. Intanto se si andrà alle urne in Grecia  Syriza di Alexis Tsipras potrebbe vincere e dare un forte impulso all’idea di un’Europa dei cittadini contro l’Europa della Finanza, per la fine delle poli­ti­che di auste­rità, l’abrogazione del fiscal com­pact, un piano euro­peo per il lavoro e la sal­va­guar­dia dell’ambiente.

Crisi, corruzione, disuguaglianze, disastri causati dalle politiche di austerità e dal neoliberismo hanno prodotto nei Paesi a rischio default un bacino politico a cui in Italia attinge principalmente il M5S. Con la differenza sostanziale che i grillini occhieggiano senza problemi alla destra populista di Farage e si sono incastrati in uno sterile “anticasta” e anti-Europa.

La forza di Syriza e Podemos è l’inevitabilità del progetto politico che rappresentano. L’opportunità è quella di poter significare il vero nuovo, il famoso “cambio di paradigma”, a patto di cambiare anche il paradigma della sinistra, di non lasciarsi frenare e trascinare indietro da slogan consunti, da antiche soluzioni, dall’ambizione di vecchi politici, prevalentemente maschi, ansiosi di ricollocarsi. Lo diceva perfettamente Alex Langer trent’anni fa: “né di destra, né di sinistra, ma avanti”, problematizzando i concetti di conservazione di progresso, e dirlo allora suonava scandaloso e perfino un po’ pericoloso. Il suo pensiero oggi è in buona parte rappresentato dai programmi politici di Iglesias e Tsipras.

Per quanto riguarda l’Italia, l’alternativa “terza” è ancora tutta da costruire, e i principali ma non unici interlocutori potrebbero essere una parte del M5S e una parte del Pd. Aiuterebbe rimettersi a studiare Langer, che diceva cose così:  che una delle “urgenti ragioni per ripensare a fondo la questione dello sviluppo… è la perdita di qualità di vita e di autonomia delle persone e delle comunità, anche nelle fortezze dello sviluppo”.

Che “Il piccolo potere è il potere del “consumatore… Qualcuno dovrà pur cominciare, e indicare e vivere un privilegio diverso da quello della ricchezza e dei consumi: il privilegio di non dipendere troppo dalla dotazione materiale e finanziaria”.

Che parlava della necessità di una “traversata da una civiltà impregnata della gara per superare i limiti a una civiltà dell’autolimitazione”, invitando a crescere in umanità. Che profetizzava l’inevitabilità del “perdersi per ritrovarsi…”. Ebbene, per perdersi ci siamo persi. Si tratta ora di ritrovarsi.

Qualcuno definì Alex come Angelus Novus: e allora lasciatemi citare anche Walter Benjamin, secondo il quale Angelus Novus è un angelo che “non può resistere alla tempesta che lo spinge irresistibilmente nel futuro, mentre il cumulo delle rovine sale davanti a lui al cielo. Quello che chiamiamo progresso è questa tempesta”.

Si tratta di lasciarsi guidare da questo angelo, che non è uomo né donna, ma annuncia l’umanità possibile. Di abbandonare le rovine, anche le proprie: un’idea pavloviana si sinistra, con le sue parole d’ordine inutilizzabili, i suoi rituali consumati, le sue logiche inservibili, i suoi manierismi estremistici, la volgarità dei suoi laicismi, le sue barbe e le sue maschere. Si tratta di mettere al centro la “natura” sacrificata, il femminile del mondo, la mitezza, la pace e la cura di tutto ciò che è piccolo e dipende da noi, e di garantire a ciascuno ciò di cui ha bisogno per una buona vita, che è molto più dell’uguaglianza.

Si tratta, come qualcuno disse di Alex, di provare a “piantare la carità nella politica”.

E Buon Natale.

 

 

AMARE GLI ALTRI, bambini, Politica aprile 14, 2014

Missione Mare Nostrum. Per curare la violenza

Domani mi imbarcherò sulla nave San Giorgio che dall’ottobre scorso, dopo la tragedia dei migranti nelle acque di Lampedusa, insieme ad altre navi della Marina Militare pattuglia il Mediterraneo nell’ambito della missione “Mare Nostrum”, operazione militare e umanitaria con l’obiettivo di salvare i migranti in mare e di rafforzare la protezione della frontiera.

In pochi mesi i recuperi sono stati quasi 20 mila, con un aumento esponenziale degli arrivi negli ultimi giorni date le buone condizioni del mare: solo tra il 7 e l’8 aprile 1049 migranti salvati.

La Fondazione Francesca Rava, che lavora sull’infanzia in condizioni di disagio -come nel post-terremoto ad Haiti e in Emilia- è in prima linea come partner nelle operazioni di salvataggio e di assistenza sanitaria ai migranti, sempre più spesso donne e bambini e minori non accompagnati in fuga dalla guerra e dalla povertà. Un team di medici, ginecologi, ostetriche e pediatri volontari che che affianca il personale sanitario della Marina nelle operazioni di primo soccorso: “Una realtà straziante” racconta Andrea, uno dei medici “che la normale quotidianità delle nostre vite ci porta a volte a dimenticare. Qui su nave San Giorgio, nel limite delle nostre possibilità, si cerca di creare un piccolo cambiamento nei gesti e nei valori che fino ad ora questi uomini hanno incontrato durante il loro viaggio: mesi o anni di cattiveria, disagio, pestaggi, fame e sofferenze di ogni genere… qui si cura la violenza“.

Nei prossimi giorni sono previsti molti nuovi arrivi: connessione permettendo, cercherò di raccontarvi in presa diretta lo svolgersi della missione.

Non mancano le criticità. Il ministro dell’Interno Angelino Alfano ha recentemente dichiarato che “l’emergenza si fa sempre più grave e che non c’è uno stop agli sbarchi. Non sappiamo fin quando l’Italia potrà reggere i costi della missione Mare Nostrum. L’Unione Europeaha concluso Alfanonon può girarsi dall’altra parte perché è difficile pensare che un Paese possa farcela da solo“.

Al più presto notizie da bordo. Stay tuned.

 

Politica marzo 24, 2014

Beppe & Marine: la non-alleanza che fa paura

 

Marine Le Pen

Beppe Grillo ha respinto seccamente il pronto invito di Marine Le Pen, trionfatrice delle amministrative in Francia, a un’alleanza tra euroscettici in vista delle prox europee: nessuna alleanza con Marine, ha detto Grillo. Il M5S non è né di destra né di sinistra, e allearsi con lei vorrebbe dire spostare l’asse del Movimento a destra.

Marine è dispiaciuta. In fondo, dice, a cominciare dalla lotta all’euro, i nostri programmi convergono su molti punti. E alleanza o non alleanza, il fatto significativo è proprio questo.

I temi su cui vince Marine -l’antieuropeismo, lo scontento diffuso, la disoccupazione, l’odio per la casta, le disuguaglianze sociali, la pressione fiscale- sono gli stessi che possono nutrire il successo del M5S. Una non-alleanza populista che può segnare fortemente di sé il voto europeo.

Poi, naturalmente, ci sono le variabili locali. In Francia, la diffusa insoddisfazione per il governo Hollande. In Italia, le divisioni nel M5S e la “luna di miele” ancora in corso con il neonato governo Renzi.

Proprio per questo, per quanto ci riguarda, i primi 100 giorni di Matteo Renzi saranno decisivi.

Non solo per il nostro Paese, ma per tutta l’Europa: i leader europei ne tengano conto, nel loro atteggiamento verso l’Italia.

 

economics, lavoro, Politica, WOMENOMICS marzo 22, 2014

Il Popolo e gli Dei: come si riparte dopo la Grande Crisi

Il popolo e gli dei. Così la Grande Crisi ha separato gli italiani”.

Secco e apocalittico, il titolo del nuovo saggio (Laterza) di Giuseppe De Rita, presidente del Censis, acuto e appassionato osservatore delle trasformazioni della società italiana, e Antonio Galdo, giornalista, scrittore e direttore del sito web Nonsprecare.it, sembra ipostatizzare una lontananza irriducibile tra i gironi infernali dei sudditi e un’élite quasi divina, le cui ragioni coincidono in larga parte con le cieche leggi dei mercati finanziari.

In realtà la riflessione non si ferma alla diagnosi –perché “resistere non basta, e certamente non rende felici”-, ma sulla scorta di un cauto ottimismo va in cerca di quegli indizi, di quei desideri e di quei flebili segnali che indicano uno sviluppo possibile e delineano i contorni di “un nuovo sogno collettivo”. Anche in politica.

Cominciamo proprio di qui: se è vero che la “plutonomia” e gli algoritmi della finanza possono più dei parlamenti e dei governi nazionali, se J.P. Morgan, come gli autori raccontano, vede le Costituzioni democratiche come un ostacolo da rimuovere, vale ancora la pena di battersi per una buona politica?

L’antipolitica non ha ragione?

De Rita Più che buona politica serve politica. Punto. Una politica che sappia interpretare la società con i suoi bisogni e con le sue aspettative. Fatta di autorevolezza, competenza, professionalità, di regole e trasparenza nell’uso delle risorse.

Galdo Di fronte ai politici che fanno la fila per una comparsata in tv, mi domando: ma dove trovano il tempo per pensare, per capire quello che devono fare e per dare una risposta ai loro elettori?

 

Ma come si fa a riprendersi quella sovranità usurpata dal mercato finanziario?

D.R. Il potere cieco dei mercati ha creato più ingiustizie, separando il popolo e gli dei. Gli italiani in particolare sono vittime di un furto di sovranità. E questo genera invidia, rabbia sociale, malcontento: una miscela esplosiva per il Paese.

G. Servirà tempo per tornare a essere cittadini e non più sudditi, ma è una scommessa appassionante, specie per le nuove generazioni. Tocca ai giovani produrre una scossa. E per farlo qualcuno dovrà stare in campo, e non solo alla finestra o all’estero per fuggire dall’Italia senza futuro. Il destino di questi ragazzi è veramente singolare: hanno lasciato l’Italia in massa, spesso seguendo i consigli dei loro genitori che prima hanno impoverito il Paese e poi hanno suggerito ai figli di andarsene, mentre loro ci continuano a viverci bene.

 

Perché la conflittualità sociale non sa più esprimersi nelle forme che abbiamo conosciuto?

D.R. Abbiamo ridotto i partiti a tribù ad personam, senz’anima, senza identità, senza energia vitale. La rappresentanza sociale, dal sindacato alle associazioni degli industriali, si è staccata dalla realtà, magari per rincorrere qualche ambizione di carriera politica. Tornare sulle cose, sui problemi e sui luoghi del vissuto quotidiano è il primo modo per ricostruire le connessioni tra il popolo e gli dei, tra la società e la sua classe dirigente.

G. Lo sforzo collettivo per superare la Grande Crisi può favorire la riconciliazione tra gli italiani e le classi dirigenti. Siamo entrati in una fase nuova, molto interessante. C’è un ricambio generazionale, con la spericolata vittoria di Matteo Renzi. Le incognite sono tante, ma una cosa è certa: nulla sarà più come prima. E anche Renzi, insieme al suo futuro rivale del centro-destra, magari un suo coetaneo, capirà quello che diceva Aristotele: “Non c’è nuovo senza vecchio e non c’è vecchio senza nuovo”.

 

Solo il 41 per cento degli italiani crede che l’UE sia un bene: come convincere gli elettori a partecipare al prossimo voto europeo? Esistono le condizioni perché l’Europa cambi rotta sulle politiche di austerità?

D.R. Io credo nell’Europa dagli anni Cinquanta, e non sono mai stato un euroscettico. Oggi serve realismo e non utopia a buon mercato, che genererebbe solo ulteriore frustrazione. Agli elettori proverei semplicemente a dire la verità: abbiamo fatto molti errori nel processo di costruzione dell’Unione. Partiamo dai problemi che sono sul tavolo, dall’unione bancaria al coordinamento delle politiche economiche, e fissiamo traguardi possibili. Poi potremo parlare di piena integrazione e di Stati Uniti d’Europa.

G. Viva l’Europa possibile, con aspettative ragionevoli e con la necessità di un grande sforzo politico per l’Italia: essere un Paese credibile per costruire le alleanze necessarie e contenere l’egemonia tedesca. L’Europa che serve è quella che ridimensiona i dogmi dell’austerità e attiva le leve per lo sviluppo e la crescita economica.

 

Ritiene auspicabile e praticabile l’istituzione di un reddito di cittadinanza o di esistenza?

D.R. Se ne parla da troppo tempo per poterla considerarla una proposta praticabile. Mi sembra più uno slogan da campagna elettorale.

G. La modernizzazione dell’Italia passa anche per un welfare più equilibrato, dove sia cancellato il principio del “tutto a tutti” e dove le risorse siano destinate agli esclusi e non solo agli inclusi.

 

Nel saggio si sottolineano la vitalità della piccola media impresa, il ruolo preziosissimo della famiglia, il forte legame con il territorio: ma con l’abolizione delle province, l’indebolimento delle regioni, il depauperamento dei comuni la politica sembra andare in direzione di un neo-centralismo.

D.R. Il federalismo finora è stato un fallimento, con un aumento delle tasse e della corruzione e una caduta della qualità dei servizi. Ma si deve evitare l’errore di desertificare il territorio, con l’idea che l’Italia possa essere un paese governato solo da Roma.

G. Quanto alla famiglia, è in corso una vera rivoluzione negli stili di vita, a guida femminile. Vero che la crisi spinge a ridurre i consumi, ma anche che 3 famiglie italiane su 4 hanno ridotto gli sprechi nella spesa, dall’alimentare all’abbigliamento. Tutto sta cambiando velocemente: pensiamo alla nuova mobilità, e alla consapevolezza che la riqualificazione del territorio e del patrimonio culturale possono generare lavoro, benessere e nuovo sviluppo.

 

Quali sono le riforme che vanno messe prioritariamente in campo e che rimetterebbero subito in circolo fiducia, con effetti virtuosi?

 D.R. Sono molto perplesso di fronte al coro “servono le riforme”:  sempre le stesse parole, spesso prive di reali contenuti. Quali riforme? Se pensiamo a scuola e università, per esempio, ne abbiamo fatte anche troppe. Semmai servono semplificazione, una buona manutenzione della macchina pubblica, il ridimensionamento della burocrazia. Un lavoro quotidiano, anche minuto, ma faticoso e costante.

G. Apriamo le porte dei ministeri a una nuova generazione di dirigenti, capaci e con una sana ambizione di vita pubblica. Facciamolo subito, con un pacchetto di assunzioni trasparenti e veloci. In Italia la burocrazia è in mano a un gruppo di persone che blinda i ministeri, dove nessuno decide e nessuno agisce. Salvo il burocrate che vuole tagliare la gambe a qualcuno o aiutare l’amico.

 

Le donne sono uno tra i principali soggetti della ripresa possibile: 10 mila nuove imprese a guida femminile in un anno. Che cosa si può fare per sostenere questo desiderio e questo slancio?

 D.R. La nuova imprenditoria femminile è uno dei segnali più promettenti, parte di un nuovo ciclo di sviluppo che va sostenuto, per esempio con incentivi e finanziamenti per chi guarda ai mercati internazionali. I settori più vitali della nuova imprenditoria femminile vanno dal turismo di qualità all’enogastronomia, dall’industria del benessere all’agricoltura biologica, e poi l’artigianato, dal tradizionale al digitale: ambiti per i quali c’è domanda, in Italia e all’estero, e che creano lavoro. Le donne dimostrano di avere lo sguardo giusto.

G.  Le donne marcheranno il cambiamento dell’Italia, e non solo in economia. Anche questo è un segnale di cauto ma significativo ottimismo. In America sono ormai molte le donne ai livelli più alti: Mary T. Barra, ceo di Gm, Janet Yellen, numero uno della Federal Reserve. E forse, tra non molto, la signora Hillary Clinton alla Casa Bianca. Un vento che non può non spirare anche in Italia.

 

Infine, la formazione: quali canali si potrebbero attivare tra le nostre eccellenze e i giovani, per un passaggio efficace di esperienza e competenza?

 G. Basterebbe copiare un sistema che funziona, come quello tedesco: in Germania il tasso di disoccupazione è al 7 per cento contro il nostro 40. La metà dei ragazzi frequenta un corso di formazione professionale, e in maggioranza trovano un lavoro nel giro di 3 mesi. Ben altra cosa rispetto agli sprechi e all’inefficienza della formazione nelle nostre regioni.