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Donne e Uomini, Politica, questione maschile maggio 19, 2015

Renzie, le nonne e le fidanzate: un immaginario anni Cinquanta

Parlando di pensioni, il premier Matteo Renzie ha sostenuto che

«se una donna a 61, 62 o 63 anni vuole andare in pensione due o tre anni prima, rinunciando a 20-30-40 euro, per godersi il nipote anziché dover pagare 600 euro la baby sitter, bisognerà trovare le modalità per cui, sempre con attenzione ai denari, si possa permettere a questa nonna di andarsi a godere il nipotino».

Avrebbe anche parlato delle fidanzate che possono essere portate a cena fuori perché il fidanzato ha 80 euro in più in busta paga.

Un meraviglioso mondo strapaesano e Happy Days, in cui le sessantenni sono nonne di default (avvisare il premier che non lo sono poi tanto, in questo Paese si fanno pochissimi figli e nipoti perché non c’è abbastanza lavoro per le figlie delle nonne e i servizi scarseggiano -dirgli anche questo- e infatti come lui ben sa si devono “pagare 600 euro per la baby sitter”) e il massimo godimento loro consentito è spingere il passeggino.

Dirgli che nonne o non nonne, le sessantenni che girano oggi oltre che sferruzzando calze e confezionando bambole di pezza (pigotte), godono in parecchi altri modi: trascurando i sollazzi intimi, le vecchiette viaggiano, si informano, sono quelle che leggono di più e che affollano maggiormente i teatri e le mostre, fanno politica, fanno impresa, aspirano non solo a rigovernare ma anche a governare, quando lasciano il lavoro spesso se ne inventano un altro, e magari sono perfino breadwinner. Non è affatto detto che intendano continuare a sostituirsi ai servizi che andrebbero erogati dagli enti pubblici, inchiodate fino al decesso al ruolo di welfare vivente. 

Avvisarlo anche del fatto che oggi le fidanzate sono talmente scostumate da aspirare a pagarsi la pizza in proprio, e magari non solo quella, guadagnandosi la vita da sole: anche perché in genere sono più brave dei fidanzati, studiano di più, si laureano meglio, insomma se lo meriterebbero, al netto dei corsi di economia domestica e punto croce.

Un sorprendente immaginario anni Cinquanta con gonna a palloncino -consolatorio per il premier, agghiacciante per noi- che spiega in modo lampante i molti ritardi sul fronte delle politiche a favore delle donne (occupazione, smart work, servizi, diritti) e una certa resistenza a comprendere che il Paese non va avanti se le donne restano indietro a fare torte di mele e cotonarsi i capelli prima di cena.

Decisamente da rottamare.

Con una visione del genere, molto più vecchietta delle sessantenni, non andiamo da nessuna parte.

p.s: nel mio caso, al nipotino ci ha pensato il nonno.

 

Donne e Uomini, Politica, Senza categoria ottobre 26, 2013

#Primarie Pd: i 4 candidati e le donne

Gianni Cuperlo, Matteo Renzi, Gianni Pittella e Pippo Civati,
i quattro candidati alla segreteria del Pd

 

Se a qualcuno ancora servisse una prova del fatto che le donne, anche elettoralmente e politicamente, fanno la differenza, basterà ricordare il caso di Barack Obama: il voto femminile è stato decisivo per la sua rielezione. E potrebbe essere dirimente anche alle prossime primarie per la scelta del nuovo segretario del Partito Democratico.

Con alcune amiche che amano la politica abbiamo esaminato le mozioni in cui i 4 candidati esprimono le loro «linee politico-programmatiche» -ovvero le idee sul partito, sul Paese e la visione del futuro- mettendo a confronto i passaggi sui temi attinenti alla cittadinanza femminile.

Ecco brani “dedicati” nelle varie mozioni, che presentiamo ordine di sorteggio:

 

GIANNI CUPERLO
L’«uguaglianza e la libertà delle donne» sono la «condizione di contrasto a ogni differenza e discriminazione».

«Porteremo questi documenti nei circoli, li confronteremo con movimenti e comitati, con le associazioni della legalità e del civismo, coi mondi del lavoro, le forze economiche, sociali, professionali. E innanzitutto con i giovani e le donne».

«(…) la legge di Stabilità può essere migliorata non solo nella struttura ma anche nella dimensione. (…) Concentrarsi sul rilancio della domanda interna, aiutando i redditi più bassi (anche con un’azione mirata e selettiva della riduzione del cuneo fiscale sul lavoro per i giovani e le donne».

«Occorre un piano straordinario per l’occupazione giovanile e femminile finanziato in modo consistente, concentrando le risorse che nei prossimi anni si recupereranno dalla riduzione della spesa degli interessi sul debito pubblico, dal contrasto all’evasione fiscale e dai maggiori margini d’azione contrattati a livello europeo».

«Il sostegno alle responsabilità familiari è un’urgenza nel nostro Paese, dove ancora oggi quasi tutto il peso è caricato sulle spalle delle donne. Cruciali sono le politiche di condivisione e di sostegno al lavoro di cura attraverso i servizi sociali, nidi, i congedi parentali».

«L’obiettivo è diminuire la tassazione sul lavoro e sulle imprese (…) per favorire l’occupazione partendo dalle situazioni più deboli nel mercato del lavoro: i giovani, le donne, gli over 50 e i disoccupati di lungo periodo».

«Abbiamo giovani, studenti, ricercatori, e tra questi moltissime donne, che non temono confronti, eccellenze nei campi della creatività, della network science, in tanti settori della produzione innovativa».

«Le tragedie dell’Europa del ‘900 insegnano che non dobbiamo dimenticare che la “banalità del male” cova sotto le ceneri. Ma c’è una premessa. Perché alla fine forse tutto di lì ha inizio: il rispetto dei diritti umani delle donne, l’inviolabilità del loro corpo come antidoto alla legge dei più forti. Anche il nostro presente è segnato da quell’antico conflitto che ora mostra forme e volti inediti, il conflitto per il potere, il dominio sull’autonomia, sulla libertà delle donne. Una vera e propria strage delle innocenti che trascina i destini dei minori e dei bambini. L’uguaglianza e la libertà delle donne come condizione di contrasto a ogni differenza e discriminazione. Anche per questo è indispensabile riprendere il filo dei diritti umani per scrivere la stagione della “rivoluzione globale della dignità”.

«Sì a una legge organica contro il femminicidio, sì a una legge saggia sulla fine vita, sì ai diritti e doveri per coppie di fatto omosessuali, sì al miglioramento della legge contro l’omofobia, sì alla piena applicazione della 194, sì a un nuovo testo per la fecondazione assistita, sì alla cittadinanza, si a estensione di tutele per le donne in maternità. Sì a una battaglia contro ogni discriminazione».

«Dirigere il PD, a ogni livello, deve tornare ad appassionare. (…) È la condizione per ritrovare quella condivisione di sentimenti, valori, destino con tante e tanti che dalla politica oggi si sentono delusi. (…) Anche perché molto di buono è fuori da noi. E dobbiamo cercarlo nei comitati di quartiere, nelle associazioni e nei movimenti di base, nel lavoro volontario di milioni di persone, riannodando così i fili della sinistra diffusa, del pensiero critico e delle donne, della radicalità cattolica».

L’impostazione di Cuperlo è molto tradizionale. I diritti delle donne vengono il più delle volte nominati, come quasi sempre nei programmi politici, in abbinamento a quelli dei giovani, degli anziani, dei disoccupati, degli omosessuali ecc. Intesi cioè, ancora una volta, come diritti di una “minoranza” da tutelare, benché le donne siano la maggioranza del Paese. Immancabile il riferimento agli asili nido: un classico delle promesse preelettorali disattese. Sentito e non retorico, tuttavia, il passaggio sulla violenza e sulla “strage delle innocenti”.

 

MATTEO RENZI
«Abbiamo respinto ai seggi persone, uomini e donne che, armati della propria passione, erano usciti di casa per esprimere un voto, una scelta per noi».

«Negli ultimi mesi si sono fatti essenziali passi avanti: il Parlamento ha approvato un fondamentale provvedimento di legge volto a contrastare le violenza contro le donne e si è avviato alla Camera il percorso che condurrà a una legge contro l’omofobia e la transfobia. Passi importanti, ma non sufficienti. Le norme penali non possono essere l’unico strumento per limitare questi fenomeni inaccettabili: ciò che dobbiamo costruire è l’educazione di tutti a un rapporto più gentile tra le persone».

«Per cambiare verso per la guida del PD, proponiamo Matteo Renzi, 38 anni, sindaco di Firenze dal 2009. Matteo è molto conosciuto per i suoi slogan, ma il suo slogan migliore è la concretezza delle cose realizzate da amministratore. (…) ha dimezzato il numero degli assessori della giunta, dove le donne sono in maggioranza rispetto agli uomini».

Questi gli scarni passaggi della mozione Renzi sulle donne. Il sindaco di Firenze non sembra propenso a considerare la differenza femminile, dà per scontata l’emancipazione e tiene a mostrare di averla praticata, non nomina  le problematiche che rendono difficoltosa la vita delle donne in questo Paese: dal lavoro, al welfare alla non applicazione della legge 194.

 

GIANNI PITTELLA
«Qui ed ora dobbiamo rigenerare il partito democratico, dargli un senso per dare un senso all’Italia (…) coinvolgendo le donne e gli uomini del nostro Paese per costruire un futuro che valga la pena di essere desiderato».

«Insieme dobbiamo affermare e difendere i diritti e la libertà di essere, nel rispetto di tutti; cattolici, ortodossi, protestanti, ebrei, mussulmani e laici, migranti e residenti, giovani e anziani, omosessuali ed eterosessuali, donne e uomini, studenti, imprenditori, liberi professionisti e dipendenti, volontari e lavoratori».

«L’uguaglianza di opportunità tra donne e uomini, la parità tra i generi, ha confermato, guardando ai paesi del Nord Europa, che l’integrazione tra le caratteristiche femminili e maschili consente di gestire in modo migliore i processi di governance e di sviluppo».

«Considerata la grave crisi che sta imperversando, forse, vale la pena infrangere alcuni muri (…) e avere la capacità di valorizzare identità e provenienza dei territori, integrare nel sistema produttivo donne e giovani, la produzione di beni e servizi sostenibili ambientalmente e socialmente (…)».

«Bisogna realizzare un’idea libera di società, capace di superare definitivamente la violenza e la sopraffazione verso le donne e verso le minoranze. In una società costituita da donne e uomini, l’azione politica non può prescindere dall’attribuzione di potere e responsabilità alle donne nel senso di promozione delle donne nei centri decisionali della società, della politica e dell’economia attraverso misure finalizzate ad eliminare e prevenire la discriminazione o a compensarne gli svantaggi, e che garantiscano il riequilibrio della rappresentanza di genere. Ma la sfida è nel progetto culturale perchè le politiche di genere per essere realmente efficaci necessitano, per loro stessa natura, di una cultura predisposta a recepirle. Lo spazio pubblico può e deve essere contendibile da ogni desiderio legittimo, da ogni aspirazione, da ogni volontà di determinarsi e di voler partecipare ad una vicenda collettiva che è il presente ed il futuro della nostra società».

«Sono tante le donne e tanti gli uomini capaci di fare la differenza nel nostro partito, vanno cercati e valorizzati».

La chiave è sostanzialmente la stessa utilizzata dell’altro Gianni (Cuperlo) ma qui slancio si fa più ardito: le donne sono messe nel mucchio di categorie le più eterogenee, “cattolici, ortodossi, protestanti, ebrei, mussulmani e laici, migranti e residenti, giovani e anziani, omosessuali ed eterosessuali, donne e uomini, studenti, imprenditori, liberi professionisti e dipendenti, volontari e lavoratori». D’altro canto, rispetto alla mozione Cuperlo, si nomina con maggiore chiarezza la necessità di attribuire alle donne ruoli di comando e responsabilità.

 

GIUSEPPE CIVATI detto PIPPO
“Nelle pagine che seguiranno, la novità è a sinistra, nel pluralismo, nel riconoscimento dei diritti, nell’apertura alla cittadinanza, nella voglia di cambiare insieme perché solo insieme, con un grande progetto, possiamo farlo, nella cultura della possibilità e dell’alternativa di governo, nel superamento di quella «questione maschile» che ancora dobbiamo affrontare per cambiare punto di vista, modi e parole, nella creatività e nella curiosità, nella conoscenza e nell’apertura di senso che sole ci possono davvero salvare».

«Non abbiamo saputo arginare la crescita della disuguaglianza e dare uno sbocco politico alla crescita del sapere diffuso, nei luoghi del lavoro e della vita. (…) Eppure bastava volgere lo sguardo un po’ più in là per vedere che appena fuori dai nostri logori schemi, mentre il corpo sociale si spezzettava, nuove modalità di azione politica testardamente rinascevano (…) Nel nostro Paese questi eventi hanno assunto proporzioni tali da non poter essere ignorati: dalle opposizioni a nuove centrali nucleari e piattaforme di estrazione petrolifera nel mare Adriatico, alle rivolte degli immigrati impiegati come schiavi nei campi di pomodori pugliesi o calabresi, dalle manifestazioni per «una repubblica delle donne» ai referendum sull’acqua pubblica».

«Noi crediamo che questa sia l’ora del riscatto. Un partito serve se si fa specchio della sua migliore società, se generosamente mette insieme le storie delle donne e degli uomini migliori, senza chiedersi a quale delle mille maledette correnti appartenga».

«La questione maschile
La formula ottocentesca “questione femminile” va radicalmente rovesciata. Esiste nel nostro Paese una tenace “questione maschile” che produce iniquità, ingiustizie e violenze e che rallenta lo sviluppo del Paese, che ne dimezza le potenzialità impedendo allo sguardo femminile di applicarsi alla globalità dei problemi e di prendere parte alla formazione delle decisioni pubbliche. Alle cittadine di questo Paese è consentito unicamente esercitarsi politicamente e in modo autodifensivo su tematiche ritenute “femminili” – dalla fecondazione assistita, all’aborto, alla violenza e al femminicidio –, questioni che invece hanno direttamente a che vedere con la sessualità e i modelli maschili.

La legge 40 sulla fecondazione assistita è certamente ingiusta e va cambiata, consentendo indagini pre-impianto sugli embrioni di coppie portatrici di malattie genetiche in conformità a quanto sancito dalla Carta Europea dei diritti dell’uomo. Ma l’ingiustizia va in gran parte ricondotta a una concezione maschile della donna come mero contenitore di embrioni, nonché merce di scambio ideologico. Vanno inoltre adottate tutte le misure necessarie alla prevenzione dell’infertilità maschile e femminile, in gran parte riconducibili alla ricerca tardiva dei figli a causa di un’organizzazione maschile del lavoro che punisce le madri con dimissioni in bianco, licenziamenti, interruzioni di carriera. Una diversa organizzazione, che tenga conto del pensiero delle donne sul lavoro, e un’autentica considerazione del valore sociale della genitorialità è il miglior presidio contro l’aumento dei casi di infertilità.

La non applicazione della legge 194 sull’interruzione di gravidanza e lo smantellamento dei consultori corrispondono a logiche di carriera ospedaliera, con aumento vertiginoso dell’obiezione di coscienza e alla salvaguardia degli interessi della sanità privata. Per il Pd è tempo di far sentire la propria voce su questi temi per migliorare la diffusione di informazioni sulle misure di contraccezione, anche attraverso corsi di educazione e informazione sessuale nelle scuole, finalizzate a una condivisione della responsabilità procreativa da parte degli uomini; di potenziare e modernizzare la proposta dei “vecchi” consultori familiari; di garantire l’applicazione su tutto il territorio nazionale della legge 194/1978, anche stabilendo una percentuale di personale non obiettore nelle unità ginecologiche degli ospedali pubblici.

Quanto alla violenza sulle donne e all’aumento dei casi di femminicidio, ciò costituisce la prova più evidente dell’esistenza di una “questione maschile” e della persistenza di una mentalità patriarcale che nella maggiore libertà delle donne non vede un’opportunità per tutti, ma solo un’insostenibile minaccia. La violenza non può essere affrontata solo con provvedimenti di ordine pubblico e di sicurezza. Il Pd deve porsi in ascolto della decennale esperienza dei centri e delle associazioni antiviolenza, destinando adeguate risorse a queste realtà, promuovendo interventi di sensibilizzazione nelle scuole e nelle Università, cambiando e certificando i libri di testo che continuano a tramandare modelli rigidi e fuori tempo, sulla base dei quali alunni e alunne formeranno le loro rispettive identità di genere e le loro relazioni; promuovendo una formazione delle forze dell’ordine e di tutto il personale addetto; destinando parte delle risorse all’accompagnamento e alla terapia degli stalker e dei sex offender per prevenire l’escalation delle violenze fino al femminicidio.

Nonostante numerosi studi evidenzino una correlazione positiva tra occupazione femminile e Pil, (Goldman Sachs stima che la parità porterebbe a un incremento del Pil del 22 per cento) è soprattutto alle donne che il mondo del lavoro fa pagare il prezzo della crisi, ostacolandone l’ingresso, relegandole nei settori meno qualificati, mantenendo il gap salariale, obbligandole alle dimissioni in bianco e a rinunciare al lavoro per motivi familiari, costringendole al ruolo di “welfare vivente” per sopperire alla cronica e crescente carenza di servizi, sottoutilizzando le più scolarizzate (il 56% dei laureati in Italia sono donne e l’Ocse calcola che nel 2020 saranno il 70%), resistendo fortemente alla femminilizzazione dei board: ecco un’altra faccia dell’irriducibile questione maschile nel nostro Paese, direttamente correlata alle sue molte arretratezze. Controprova: il trend positivo, nonostante la crisi, delle imprese create e gestite da donne, che rispondono in modo autonomo alla chiusura del mondo del lavoro pur trovandosi a dover superare numerosi ostacoli, come il più difficile accesso al credito nonostante le donne siano mediamente più solvibili degli uomini.

Il Pd deve assumere con decisione il tema del welfare, intendendolo come un servizio alle persone e alle famiglie e non alle donne; deve promuovere per tutti, donne e uomini, forme di dis-organizzazione del lavoro – dalla flessibilizzazione alle postazioni in remoto – che rendano più prossimi lavoro e vita; deve rimuovere gli ostacoli al credito per le donne, legati a superstizioni maschiliste, e introdurre una struttura della tassazione che incoraggi il ricorso al lavoro femminile; deve estendere i congedi obbligatori anche per i padri.

Più in generale, il Pd deve assumere e fare fronte alla crisi di quella soggettività maschile, attorno alla quale la società ha fin qui costruito il modello di sviluppo politico, sociale e culturale. E deve in ogni modo favorire la partecipazione delle donne alla vita pubblica, non pretendendo di inquadrarle nella rigidità delle strutture maschili, ma intendendole come portatrici di irriducibile differenza e promotrici di quel cambio di civiltà politica di cui la nostra democrazia affaticata ha estremo bisogno. Mai più senza le donne».

«Il combinato disposto è il “fai da te” del welfare fondato sul lavoro di cura delle donne, madri, compagne, figlie o nuore o delle badanti. Vanno finanziati i fondi politiche sociali e non autosufficienza e vanno garantiti i livelli essenziali di assistenza sociali».

Si tratta con ogni evidenza della mozione più ricca e innovativa, con un salto radicale dalla vecchia “questione femminile” a una “questione maschile” a cui è dedicata un’intera sezione, e alla quale viene ascritta la responsabilità di gran parte dei problemi delle donne di questo Paese -dal lavoro al welfare, dalla maternità alle dimissioni in bianco, dalla legge 194 alla fecondazione assistita, fino alla violenza e al femminicidio-, analizzati uno a uno. Si prospettano soluzioni originali. Si nominano la “crisi della soggettività maschile” e la “differenza femminile”: sensibilità e precisione evidentemente frutto di ascolto e attenzione continuativi.

Donne e Uomini, economics, lavoro, Politica, questione maschile dicembre 25, 2012

Caro Presidente Monti, noi donne…

Caro Presidente Monti,

Natale di lavoro per molti, questo. Anche per me, si parva licet. E poiché quest’anno sono esentata dal turno cucina -dietro ogni piccola donna c’è sempre una grande donna che l’aiuta in casa, con i bambini, con gli ammalati e tutto il resto- posso permettermi di stare qui all’alba del 25 dicembre a scriverle, non senza averle prima rivolto i miei auguri.

E’ consolante che nella sua Agenda lei abbia parlato di noi donne, e lo abbia fatto evitando l’ottocentesca locuzione “questione femminile”: perché in questo Paese, si sa, la questione è tutta e pervicacemente maschile. E che abbia riferito quel famoso dato espresso dalla Banca d’Italia, secondo la quale, come lei ha detto, “se raggiungessimo il traguardo fissato dal Trattato di Lisbona – un’occupazione femminile al 60 per cento – il nostro Prodotto interno lordo aumenterebbe del 7 per cento”. Molte di noi si sono chieste, in questi anni, perché questa grande opportunità non venisse colta senza esitazioni.

Anche dal suo governo in verità ci saremmo aspettate di più: speranza corroborata dal fatto che per la prima volta nella storia di questo Paese a discutere di riforma del lavoro c’erano tre donne -Fornero, Marcegaglia, Camusso- che a quel tavolo avrebbero finalmente potuto portare tutta la competenza delle donne in materia: perché da sempre e ovunque nel mondo sono le donne a lavorare di più, il lavoro è un’esperienza prevalentemente femminile, che sia una faccenda da uomini è solo un trompe-l’oeil ideologico. Ma è come se di quel fatto essenziale -essere donne, con tutto il loro grande sapere – le nostre protagoniste si fossero dimenticate, come se l’avessero messo tra parentesi: capita spesso alle poche donne che riescono a entrare nella politica degli uomini. La lingua delle donne non è entrata in quella trattativa.

Sono una delle 188 firmatarie dell’appello per il ripristino della legge 188 sulle dimissioni in bianco, norma abrogata dal governo Berlusconi: pratica violenta, discriminatoria e iniqua che rappresenta perfettamente la profonda misoginia del nostro pensiero politico sul lavoro. Invece del semplice ripristino, purtroppo, si è scelta una soluzione compromissoria e incerta, che nella sostanza non cambia la situazione.

Incertezza che purtroppo ha caratterizzato tutta l’azione del suo governo in materia di lavoro femminile: scarsi incentivi all’assunzione di donne, minicongedo-paternità di soli tre giorni, nessun correttivo al gap delle retribuzioni, nessuna iniziativa a sostegno di quella flessibilità “buona” -orari elastici, telelavoro, postazioni in remoto, un riavvicinamento del tempo di lavoro al tempo di vita-, ovvero di quella dis-organizzazione del lavoro che costituirebbe una spinta potente in direzione degli obiettivi di Lisbona, e anche oltre. Con tutto il bene che al raggiungimento di questi obiettivi conseguirebbe: quell’aumento di natalità da lei stesso auspicato -le donne fanno bambini quando hanno un lavoro e non, altro trompe-l’oeil, quando sono costrette a casa-, una domanda indotta di servizi, ovvero altri posti di lavoro, una maggiore autonomia femminile e una riduzione della violenza sessista -non c’è nulla che metta a rischio una donna come il dover dipendere da un uomo-, un’immediata modernizzazione del Paese, apportata dall’irruzione dello sguardo femminile sul bene comune.

Il taglio dei servizi è stato il colpo di grazia: vero welfare vivente, in prima linea sul fronte dell’assistenza e della cura nell’ultimo anno, quello del suo governo, siamo precipitate dal 74° all’80° posto nel Global Gender Gap Report stilato annualmente dal World Economic Forum. In assenza di servizi efficaci -servizi per la famiglia, non per le donne, che si trovano semmai costrette a surrogarli- l’innalzamento dell’età pensionabile è stata una vera mannaia. Quelli tra i 60 e i 65 rischiano di essere gli anni più faticosi in assoluto per la vita di una donna: che mentre lavora, se la fortuna di un lavoro ce l’ha, potrebbe ritrovarsi a dover accudire figli adulti ma ancora privi di reddito certo, e quindi costretti a restare nella famiglia d’origine, nipoti -i servizi per l’infanzia sono insufficienti e costosi- e dato l’allungamento della speranza di vita, uno o magari entrambi i genitori. Sempre che la salute l’assista.

A quanto pare, caro Presidente Monti, porre con decisione le donne al centro della sua Agenda, o di qualunque altra agenda politica, farne il perno di un deciso programma di riforme -non è un caso che tutti i mali del Diciassettennio berlusconiano si lascino perfettamente rappresentare da un corpo di donna umiliato e degradato- costituirebbe la panacea per quasi ogni nostro male.

Con la fiducia nel fatto che da doveroso punto programmatico la condizione delle donne in questo Paese passi a essere la stella polare dell’azione del futuro governo, chiunque sarà chiamato a guidarlo -e con tante donne in squadra, speriamo- le rinnovo i miei più sinceri auguri di Buon Natale e felice anno nuovo.

Donne e Uomini, Politica giugno 27, 2012

Cercansi donne che vogliono fare politica

Essendomi veramente stufata di sentir dire da partiti, partitazzi, liste, listarelle e vari think tank maschili che candidano poche donne “perché non si trovano”, “non ci sono”, “non vogliono venire”, smentisco una volta per tutte e categoricamente.

Ci sono moltissime donne, io ne conosco, che desiderano entrare nelle istituzioni rappresentative. Molte meno, com’è ovvio, quelle che hanno voglia di prestarsi ancora una volta a fare carne da porcellum, con scarsissime probabilità di essere elette.

Ci sono anche donne che sarebbero bravissime nel fare politica, ma il cui desiderio va maieuticamente risvegliato, accompagnato, autorizzato.

Quindi costituirò qui con questo post una specie di agenzia a cui fare pervenire nomi e curricula di donne che vogliono essere candidate e possibilmente sostenute in liste di tutti i tipi.

Il primo, vero e grande requisito richiesto è l’amore per il mondo, cosa che nessun curriculum garantisce. Poi vengono le specifiche competenze, su cui sono fiduciosa, perché le donne sono molto brave e preparate e  sono sempre le prime dove si entra per concorso e non per cooptazione, come in magistratura,

L’altra cosa che mi piacerebbe è il desiderio di non essere cooptate da uomini, per poi dovere rispondere a loro di qualunque propria scelte, per poter invece fare liberamente riferimento alle altre, per trovare nelle altre la forza per poter andare a cambiare quella politica che NON funziona.

Ma la cosa più importante è sentirsi autorizzate nel proprio desiderio. Che non costituisca più la violazione di un tabù, qualcosa di cui vergognarsi, da dover nascondere, per timore della riprovazione -ahimè- soprattutto delle altre. Quanto meno di alcune. Le quali dovrebbero interrogarsi su quali sono i sentimenti e gli argomenti che le muovono a fare a pezzi la loro simile che desidera andare, anziché limitarsi a sostenerla, se la candidatura le convince, o a darle comunque dignità di avversaria politica, da combattere SOLO in quanto tale, se portatrice di temi e programmi diversi dai propri. Quali sono, in breve, le radici di queste pratiche autosessiste.

Insomma, vorrei che questo fosse una specie di porto franco, in cui il desiderio che una ha di andare a fare politica non solo possa liberamente manifestarsi, ma anche venire apprezzato e accolto con interesse e gratitudine.

Donne e Uomini, economics, lavoro, Politica marzo 24, 2012

Questo governo non sta facendo nulla per le donne/2

Non è l’art. 18 a fermare lo sviluppo del Paese, ma la troppa burocrazia. Poi la mancanza di infrastrutture. E il costo eccessivo dell’energia.

Non lo dice un guerrigliero del Chiapas, non lo dico io, ma lo dice -con queste precise parole- Giorgio Squinzi, il nuovo presidente di Confindustria. E con ciò mi pare che l’argomento sia definitivamente chiuso.

In attesa di capire come il Parlamento interverrà sul disegno di legge, ribadisco: questo governo non sta facendo abbastanza per le donne, e quindi per il Paese e per la “crescita” (virgolette non casuali: su che cosa diavolo sia questa crescita, su che cosa debba crescere, non c’è affatto chiarezza).

Primo: le donne vengono pensate non al centro della riforma del lavoro -come dovrebbe essere, a meno che non si giudichino dei perfetti imbecilli tutti quelli che sostengono, a partire dalla Banca d’Italia, che il Pil cresce, e di una decina di punti, se ci si avvicina al 60 per cento di occupazione femminile- ma a latere, alla fine, come spinoso capitolo aggiuntivo a cui destinare qualche briciola delle risorse.

Il solito della politica, insomma. Un’impostazione fallace e discriminatoria, che continua a pensare il lavoro come maschile, e le donne che lavorano un’eccezione, quando invece le donne si fanno carico della gran parte del lavoro sul pianeta (e quasi sempre gratis).

Da questo enorme svarione, e beffardamente proprio da parte di una ministra, discende l’insufficienza dei provvedimenti: quei ridicoli 3 giorni di congedo di paternità obbligatoria (contro le due settimane in Francia e le 12 settimane della Norvegia) che non servono proprio a niente; l’abolizione delle dimissioni in bianco, e ci mancherebbe altro; l’attuazione sulle quote nei cda delle società quotate in borsa e partecipate dallo Stato: mero atto amministrativo, la legge c’era già, e non può essere venduta come una concessione di questo governo; e ok, i voucher per la baby sitter per un annetto se la mamma torna al lavoro subito dopo la maternità obbligatoria.

Tutto qua. Ah, sì, da qualche parte dovrebbero esserci misure di defiscalizzazione per l’assunzione dei giovani e delle donne (ovvero dei giovani maschi, che presentano il vantaggio di non restare incinti) ma sui giornali oggi non ne vedo traccia.

E’ stata persa una grandissima occasione: quella di portare nella discussione sul lavoro, e a beneficio di tutti, lavorator*, imprese, Paese, quel ricco pensiero femminile sul lavoro che si focalizza anzitutto sul tema dell’organizzazione.

Continueremo a vivere insensatamente detenuti nelle aziende, che pagano costi di gestione insensati in cambio di un’organizzazione militare e maschile del lavoro, mettendoci in coda alle 9 del mattino e alle 6 di sera, inquinando le città, svuotando i quartieri dormitorio, depositando i bambini all’alba e riprendendoli al tramonto, e in più con il terrore di un licenziamento “economico”, in un momento in cui con due stipendi in famiglia ce la si fa a malapena.

Grande risultato.

E se per caso questa “riforma del Lavoro” che divide lo stesso governo non fosse farina del sacco di Elsa Fornero -come io non smetto di sperare- ma emanazione della volontà del premier Monti, che Elsa Fornero si faccia sentire, con tutta la sua forza femminile.

E magari si faccia sentire anche Se non ora quando, perché la sua voce sta mancando molto.

 

 

Donne e Uomini, esperienze, lavoro, Politica marzo 15, 2012

Tutte ai Tavoli! (ma il bilancio?)

Le proposte elaborate sono molte e interessanti, ma la novità più importante costituita dai partecipatissimi Tavoli delle cittadine milanesi, a cui il Comune di Milano si è aperto come una “casa comune”, sta nel metodo: ovvero nel fatto che sono le istituzioni, qui in particolare rappresentate dalle consigliere Anita Sonego e Marilisa D’Amico, a chiedere alle donne della città di portare all’interno della politica “seconda” le pratiche, le esperienze e i modi della politica prima, prossima alla vita, alle relazioni e ai bisogni. E nel fatto che le cittadine si siano riunite per portare in dono ai vari assessorati competenti il loro sapere e i loro desideri.

Non si tratta cioè di una contrattazione -le cittadine che chiedono alle istituzioni- ma di uno scambio all’insegna della gratuità e della permeabilità tra governo e governat*. Di una politica che si muove e si baricentra sempre più fuori dalle istituzioni, alle quali è chiesto di accoglierla, di valorizzarla, di farsene mediatrici riducendo gli ostacoli. Nel caso delle donne, questo scambio in direzione di una “democrazia partecipata” sembra funzionare particolarmente bene.

Numerose le proposte elaborate e presentate ieri sera.

Lavoro/welfare: per dirne alcune, una conferenza sul lavoro delle donne a Milano; il curriculum anonimo (che non indichi sesso, età e nazionalità); progetto coworking; album comunale baby sitter; congedo obbligatorio di tre giorni per i neopapà per i dipendenti comunali; “nidi” flessibili.

Salute: oltre a un progetto sulla violenza sessista, le “Giardiniere” (così si sono chiamate) promuovono un’idea di salute che non coincida con le prestazioni sanitarie, ma abbia al suo centro modello di sviluppo; un’indagine conoscitiva sui consultori

Spazi: istituzione di una Casa delle donne.

Proposte ottime, buone e meno buone (ognuna avrà il suo punto di vista: per esempio a me l’idea di una Casa delle donne appare un po’ regressiva) ma all’insegna del metodo innovativo che dicevamo.

Che tuttavia dovrebbe applicarsi anche ad altre questioni rilevanti per la città: è un peccato, ad esempio, che le cittadine non esprimano il loro punto di vista su questioni come la vendita di Sea e il bilancio, alle quali la politica degli uomini (ieri sera sostanzialmente assenti, salvo il presidente del Consiglio Comunale Basilio Rizzo) sta riservando la sua attenzione prioritaria.

Mi pare che di bilancio le donne si intendano parecchio. Anche questa competenza va messa alla prova. 

 

Donne e Uomini, esperienze, Politica febbraio 14, 2012

Ma che cos'è questo Movimento Arancione?

Una bella sciarpa arancione al collo di Marco Doria, vincitore delle primarie del centrosinistra a Genova. Ce l’aveva anche Don Gallo, decisivo in questa vittoria, e Nichi Vendola -molto meno decisivo-.

L’arancione l’abbiamo visto nascere quasi spontaneamente a Milano, e credo che sia venuto il momento di capire cos’è.

Qualche dirigente nazionale Pd, scornato dalla sconfitta genovese, ha parlato frettolosamente di “vittoria dell’antipolitica”. Errore. Il desiderio arancione è desiderio di politica, e di politica partecipata. La sconfitta semmai è dei partiti, e in particolare del Pd, visto come ostacolo a questa partecipazione.

Quanto poi al Pd ligure, forse è il peggior Pd che si possa immaginare. Irriducibile partito del cemento, in una regione che di cemento sta morendo.

Perseverando in queste letture sbagliate e autoconsolatorie il Pd rischia di grosso. E’ vero che nei sondaggi si piazza bene, ma è anche vero che in caso di primarie nazionali, l’effetto Milano e Genova potrebbe riprodursi. E non indire primarie nazionali sarebbe un autogoal. Insomma, Scilla e Cariddi.

Per evitare i quali, c’è solo una strada: rinnovamento radicale. Ovvero fare capitare nel partito ciò che, non capitando dentro, capita fuori dal partito: ed ecco Pisapia, Doria, eccetera.

Rinnovamento radicale significa che Bersani, D’Alema, Veltroni e compagnia cantante devono mollare. Al posto delle loro facce se ne devono vedere altre. Resistere a questo rinnovamento, rimandare il turnover significa rischiare il patrimonio rappresentato dal Partito Democratico e dalla sua storia. Serve un gesto di generosità e di responsabilità: portare la rivoluzione arancione dentro il partito.

Anche perché al momento il movimento arancione è fatto più di generali che di truppe. Singoli uomini con i loro staff, che verosimilmente si stanno preparando e coordinando per il salto nazionale. Il cosiddetto movimento arancione non è organizzato, non ha rappresentanti eletti eccetera. Singoli uomini con i loro uomini cooptati. E io continuo a sentirmi più garantita dai partiti che dai singoli uomini -pur stimabilissimi uomini-. Le possibile derive dei singoli uomini le conosciamo. Convincetemi del contrario.

Questo è quello che vedo.

Quanto poi al fatto che a Genova hanno perso le donne: le donne perdono sempre nella politica degli uomini se non stringono un patto tra loro. Parlo di un patto dell’origine, di un patto di genere come quello stretto tra uomini. Che si fanno la guerra, ma questo patto, su cui si fonda anche la loro politica, l’hanno alle spalle. Se tu vai a fare la politica degli uomini da sola, e per di più contro un’altra, e avendo come unica fedeltà quella al partito -le donne, da neofite della politica degli uomini, sono superzelanti- ti fai molto male.

Che non si usi l’argomento Genova per ostacolare l’ingresso delle donne nella politica!

 

 

Donne e Uomini, esperienze, lavoro, Politica dicembre 20, 2011

Datemi la mia nemica

Questa cosa delle 3 donne in conflitto sul tema cruciale del lavoro (Fornero-Camusso-Marcegaglia), la trovo semplicemente esaltante, e volevo dire due parole in più.

Apro il Corriere e sono pazza di gioia, pp 2-3 con l’immagine di 3 donne che non sono lì per un caso di cronaca, come vittime di qualcosa, con la ramazza in mano o con le tette fuori. Sono 3 protagoniste della nostra vita politica. E questo è moltissimo.

Di più: sono in conflitto pesante tra loro -conflitto che naturalmente tutte e tutti speriamo trovi un punto di mediazione soddisfacente per il maggior numero. Chi invoca solidarietà dice una stupidaggine.

Io voglio una nemica. Ho bisogno di una nemica. Ho diritto ad averne una.

Forse non sembra, ma anche questo è un modo per riconoscere l’altra, e anche me stessa. Non intendo farmi schiacciare e limitare da un unanimismo solidale che impedisce le differenze e i conflitti. Questo è un modo maschile di guardare a noi stesse, come a un unicum indifferenziato.

Quello in cui sperare è molto diverso dalla solidarietà. E’ un patto tra donne. E’ una fedeltà al proprio genere che consenta di convenire su un valore comune -io direi: tenere la vita al primo posto– pur nella differenza assoluta delle posizioni.

E’ una fantastica prima volta.