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crescita

economics, Politica luglio 29, 2015

Se la crescita non cresce

Secondo il Fondo monetario internazionale c’è la possibilità che il tasso di disoccupazione in Italia torni ai livelli pre-crisi solo tra 20 anni. Il problema, dice Christine Lagarde, è sempre quello: un basso livello di crescita. Il Ministero dell’Economia replica che la stima del FMI per l’Italia non tiene conto delle riforme strutturali già introdotte (per esempio la riforma del mercato del lavoro e la riduzione della tassazione sul lavoro) né di quelle in corso (per esempio l’efficientamento della pubblica amministrazione). E ok.

Ma io credo che quasi nessuno di noi ormai capisca più bene che cosa si intenda quando si parla di crescita.

Certo: un po’ di lavoro in più, certo, e magari un po’ di tasse in meno comporterebbero un po’ di consumi in più. Fin qui ci si arriva: se ci danno un po’ di fiato forse finalmente cambieremo la lavatrice.

Ma basta osservare il comportamento dei nostri ragazzi, nati e cresciuti nell’iperconsumo, gelati dalla crisi e impegnati in una lotta individuale di liberazione dai bisogni indotti dall’impero delle merci –clandestini a bordo, li ho chiamati, come Leo Di Caprio-Jack Dawson in “Titanic”- per rendersi conto del fatto che i livelli di consumo e di crescita ritenuti ottimali dal Fmi non li raggiungeremo mai più.

Jeremy Rifkin dirige la Foundation on Economics Trends di Washington ed è consulente di molti governi europei. Che a quanto pare non gli danno troppo retta quando lui dice che siamo a una svolta epocale e che l’era dell’iperconsumo è proprio finita. La gente vuole stare leggera, liberarsi delle cose superflue e dei bisogni indotti perché ha capito che consumare costa molto e rende poco.

Il modello pre-crisi non è in stop tecnico: è proprio esploso. La crisi è questa esplosione.

Perché allora, mi chiedo, si continua a darsi come obiettivo quello di “tornare ai livelli pre-crisi”?

Perché, nel fare e rifare i conti, ci si ostina a non tenere conto di quello che è irreversibilmente cambiato –la produttività del lavoro, la propensione ai consumi, e anche i criteri di sostenibilità ambientale-, e tenendo insieme con realismo questi fattori, non si concepisce un modello più ragionevole, più equo e perfino più felice?

E perché Christine Lagarde non approfitta del fatto di essere donna, e non prova a metterci un po’ di sapienza femminile?

 

 

ambiente, economics, italia, Politica novembre 11, 2014

Con l’acqua alla gola: i “veri uomini” non si occupano di ambiente

Chiavari stanotte

Penso con angoscia all’amica parrucchiera di Ameglia, e al ferramenta, e a tutti i cittadini della foce del Magra a cui è stato detto di salire ai piani alti delle case perché l’onda di piena è attesa a ore: l’ultima volta si portò via il ponte che collega alla Versilia. Guardo le immagini notturne di Chiavari sott’acqua, due dispersi nell’entroterra, la loro casa è stata travolta da una frana. Penso a tutta la Liguria che si sgretola, diamo l’allarme da anni ma il partito del cemento non si arrende, il famoso progetto Marinella (un megaporto turistico da 1000 posti barca, ecomostro escavato nell’estuario del fiume, progetto “rosso”, protagonista Monte dei Paschi) non è ancora stato ritirato. Penso alla rabbia dei carrarini, gente di carattere che non si lascia mettere sotto i piedi. Penso al decreto Sblocca Italia, che garantisce la continuità di queste logiche di “sviluppo” distruttivo, mangi oggi e domani crepi.

Penso al ministro dell’Ambiente (qualcuno ricorda il suo nome?): il dottor Gianluca Galletti, già commercialista, zero competenze in materia, comme il faut. Ministero di nessun conto, buono giusto per le spartizioni cencelliche, come tutte le istituzioni ambientali in questo Paese, che invece dovrebbero stare al centro delle nostre politiche. Penso alla resistente incultura, continuare “virilmente” a considerare marginali le questioni ambientali, quando l’ONU dà l’allarme definitivo, ultima chiamata sui gas serra e sui mutamenti climatici: il profetico rapporto del club di Roma, “I limiti dello sviluppo”, è del 1972.

Guardo con orrore il mio rosmarino fiorito, le zagare sul terrazzo a metà novembre, il basilico che non smette di “buttare” sotto una pioggia battente alla “Blade Runner”. Vedo i negozi di Milano con le porte spalancate per favorire lo shopping nonostante i divieti, riscaldamenti a palla, assurda dispersione di calore mentre siamo sotto il monsone permanente, sudi con maglietta e impermeabilino, le calze danno fastidio, di notte ci sono 13 gradi.

Vedo le prime pagine sul patto del Nazareno, e pure le seconde, le terze e le quarte. E il mantra della “crescita” con cui continuiamo a ipnotizzarci. Ma sai anche che se provassi ancora una volta ad andare off topic, se invitassi a distrarre lo sguardo dal prossimo incontro tra Renzi e Berlusconi, dalle insofferenze di Raffaele Fitto, dalle manovre per il Quirinale, per richiamare alla necessità di una rivoluzione non più rinviabile -“rivoluzione sostenibile”, la chiamò il club di Roma: fine dello sviluppismo*, ambiente al centro, nuovi paradigmi-, ti guarderebbero ancora una volta come una noiosa rimbambita.

Cassandra continua a sgolarsi, ma non la ascolta nessuno.

* Secondo il rapporto “I limiti dello sviluppo” (1972) è possibile modificare i tassi di sviluppo e giungere ad una condizione di stabilità ecologica ed economica, sostenibile anche nel lontano futuro. Lo stato di equilibrio globale dovrebbe essere progettato in modo che le necessità di ciascuna persona sulla terra siano soddisfatte, e ciascuno abbia uguali opportunità di realizzare il proprio potenziale umano.

bellezza, economics luglio 22, 2013

Save Italian Beauty!

Lanificio Leo, Soveria Mannelli, Catanzaro. I telai sono fermi

Ci siamo venduti Gucci, Pucci, Bulgari, Pomellato, Cova, Pernigotti e una marea di altri marchi (forse al lungimirante e strategico assessore milanese al commercio Franco D’Alfonso non spiacerebbe anche che ci vendessimo D&G, e poi magari Armani, Prada e via liquidando).

Intanto quello che resta qui della nostra genialità e della nostra bellezza sta soffrendo molto, quando non agonizzando. Mi sono dimenticata di chiedere al signor Giuseppe Leo, erede di un lanificio tradizionale con 150 anni di storia a Soveria Mannelli, Catanzaro, che cosa direbbe -poniamo- a degli acquirenti cinesi se si dichiarassero interessati alla sua azienda. A occhio mi pare che li congederebbe, non prima di avergli offerto un ottimo caffè.

Però i suoi antichi telai sono quasi fermi, lavorano solo part-time, i suoi magnifici stampi ottocenteschi, per decorare tovaglie e altra biancheria con disegni “a ruggine”, stanno lì a prendere polvere. Ci siamo fatti un giro in quella desolazione, tra le matasse di lana che aspettano di diventare maglieria o coperte, tra i fili colorati e sospesi come in un’installazione pop. Ci lavoravano in 22 e ora sono in una decina, “ha da passa’ a nuttata”, ma accidenti, non passa mai. “Tenete duro” gli dico. “Stringete i denti, signor Leo!”.

Telerie Leo

Non ci sono solo i grandi marchi, e ogni volta è un colpo al cuore, non c’è solo il nostro pregiato agroalimentare, ormai tra gli ultimi settori a richiamare investimenti stranieri. C’è anche uno straordinario brulicare di qualità, di bontà e di bellezza -ne ho vista tanto, negli ultimi giorni, alle pendici della meravigliosa Sila- che attende di essere essere salvato per salvare noi. C’è un artigianato eccellente, che dà vita a prodotti unici, irripetibili, no global per natura (non c’è un pezzo uguale all’altro) e che adeguatamente supportato creerebbe lavoro e potrebbe dare luogo a un indotto turistico ed eno-gastronomico (il meraviglioso rosato fresco del Savuto! quanti di voi lo conoscono?) E invece ogni giorno che passa qualcosa sparisce.

Passavo l’altro giorno sulle rive del Crati, il fiume che attraversa la bella Cosenza, proprio sotto la frescura centenaria della Villa (il Parco cittadino) dove mi ero trattenuta a leggere i giornali al riparo dal sole feroce della controra. Ho quasi pianto vedendo l‘officina chiusa di Mancuso e Ferro, e  appeso al muro di cinta qualche resto delle loro meravigliose marmette decorate, i pavimenti più belli e preziosi di tutto il Sud.

Pavimento di Mancuso e Ferro, Cosenza. Azienda chiusa

Non si può accettare di perdere tutto questo!

Save Italian Beauty! Salviamola noi!

economics, italia, OSPITI, Politica luglio 13, 2013

I Bronzi and Me

 

Da una giovanissima collega e amica reggina, Josephine Condemi, ricevo e pubblico, per la serie “Visto da Sud”.

Clonare i Bronzi di Riace: sì o no?”  Questo era il tema che ci aveva assegnato la mia professoressa delle medie. Era il 2003. Rileggendolo, (ri)scopro che sia nel ’97 che, appunto, nel 2003, il “palazzo” aveva cercato di clonare i guerrieri all’insaputa della popolazione, in entrambi i casi avvertita da una “soffiata” a mezzo stampa a cui è seguita una mobilitazione trasversale, che ha fatto sì che le statue non venissero clonate.  La stessa mobilitazione trasversale che è avvenuta nel 2009, quando in occasione dei lavori di ristrutturazione del Museo di Reggio per i 150 anni dell’unità, si è impedito che i Bronzi partissero alla volta dell’ISCR costruendo un laboratorio di restauro aperto al pubblico proprio nello stesso palazzo  (quello regionale) che, per una volta, ha dato ascolto alle richieste dei cittadini. In quanto laboratorio, non si è fatto pagare il biglietto ai visitatori.

A dieci anni dal referendum cittadino che ha detto “no” alla clonazione (avvenuto appunto nel 2003), il 2 luglio il Comitato per la valorizzazione dei Bronzi di Riace e del Museo Archeologico ha inviato un comunicato per riaccendere l’attenzione sulle sorti dei guerrieri, ancora a Palazzo Campanella perché il museo, che avrebbe dovuto essere inaugurato a marzo 2011, non è stato riaperto (lievitazione costi, mancanza fondi). Dopo l’articolo di Sergio Rizzo sul “Corriere”, che ha riacceso la vicenda a livello nazionale, anche l’Unesco ci è arrivata: la situazione dei Bronzi è una vergogna per l’Italia.

Quello che però da queste parti continua a non andare giù è l’essere messi sotto accusa per un problema che è strutturale:  “Non ci servono alchimie e congetture. E qualunque confronto è improponibile. E’ vero che i Bronzi a Firenze e a Roma ebbero molta più fortuna. Ma Firenze e Roma continuano ad avere analoga fortuna e altrettanti visitatori e, forse di più, anche senza i Bronzi. Reggio Calabria no. Pur avendo i Bronzi. Chiediamoci il perché. Perché abbiamo rifiutato l’idea di mandarli in giro per il mondo? O ci servono un’autostrada degna di questo nome, treni veloci e a lunga percorrenza, voli frequenti e convenienti, adeguati collegamenti terrestri e marittimi locali e regionali?” Questo uno stralcio della lettera inviata al ministro Bray dal Comitato.

Un comitato che dall’essere “contro” (la clonazione, lo spostamento) è passato ad essere “pro” (le statue, il museo). Ma le due cose sono inscindibili: qui non vogliamo che i Bronzi si spostino perché temiamo non tornino più indietro, perché ci sembra troppo facile “prelevare” ciò che di buono c’è su un territorio e trapiantarlo altrove (l’emigrazione giovanile dal meridione ha ripreso i ritmi del dopoguerra) senza risolvere i problemi di quel territorio.

I Bronzi sembrano indistruttibili, ma sono fragilissimi. Perennemente a rischio cancro, devono stare ad un microclima artificiale adatto per evitare le corrosioni. Intervistando la sovrintendente e il restauratore, ho scoperto che quello che avrebbe dovuto essere un controllo di routine si è rivelato un intervento di emergenza: le teste dei guerrieri erano piene di terre di fusione… terre che, è stato dichiarato, avrebbero dovuto essere eliminate già nel restauro degli anni 90!

La bellezza è fragile, ha bisogno di cura e attenzione. L’Italia finora ne ha dimostrata solo a tratti. Troppo facile assumere l’attuale condizione dei Bronzi di Riace come simbolo di un paese atterrato, sdraiato, in attesa di giudizio e di redenzione (Riace Bronzes in a coma, insomma). Più difficile andare oltre, prendersi le proprie responsabilità, riunirsi in nome di un inter-est e cominciare a costruire come un paese unito. Insieme.

Non lasciamoci soli.

 

AMARE GLI ALTRI, Donne e Uomini, economics, Politica, questione maschile giugno 15, 2013

Vandana all’Italia: puntate sulla qualità

Vandana Shiva

 

Vandana sorride sempre, e parla melodiosamente. Ma a colpire sono soprattutto gli occhi: lo sguardo attento e gioioso di una bambina che guarda il mondo come se fosse appena nato insieme a lei.

Vandana Shiva (qui il suo sito web) è una fisica quantistica, attivista per l’ambiente e madre dell’eco-femminismo. Complicato sintetizzare in poche righe il suo appassionato lavoro in difesa del pianeta vivente, dell’umanità e di tutte le altre specie: bestseller come “Terra Madre. Sopravvivere allo Sviluppo”, “Monoculture della mente. Biodiversità, biotecnologia e agricoltura scientifica”, “Le guerre dell’acqua”, e “Il bene comune della Terra”. E il Research Foundation for Science, Technology and Natural Resource Policy, fondato nel 1982.

Tra i principali leader dell’International Forum on Globalization, nel 1993 ha ricevuto il Right Livelihood Award, premio Nobel alternativo, ed è anche vicepresidente di Slow Food. Da decenni battaglia per la salvaguardia della differenza, contro gli Ogm, le monocolture e la distruzione della biodioversità: il corpo-a-corpo di una piccola donna avvolta nel sari e della sua associazione Navdanya (9 semi) contro il colossi del settore tecno-alimentare e i brevetti sulle sementi, che distruggono la meravigliosa varietà naturale e le colture tradizionali e locali, isteriliscono la terra e mandano in rovina i contadini costretti a rifornirsi da loro.

A Milano in vista di Expo 2015, titolo “Nutrire il pianeta”, Vandana è madrina e prima firmataria della Carta Universale dei Diritti della Terra Coltivata, presentata dell’European Socialing Forum. Ispirato alla Carta Universale dei Diritti dell’Uomo, il documento sancisce i diritti fondamentali della terra (Dignità, Integrità, Naturalità e Fertilità): l’obiettivo è fare di Milano la capitale mondiale della sua salvaguardia, con un Palazzo della Terra coltivata, una Banca dei Semi e un Tribunale internazionale. Chiedo a Vandana, grande amica dell’Italia, se può regalarci una visione per il nostro Paese: su che cosa dovremmo scommettere per uscire dai guai?

Il vostro grande talento è uno straordinario senso della qualità. Una specie di istinto che non ha uguali nel resto del mondo, e che non smette mai di stupirmi. La cura nel presentarsi agli altri, ad esempio. L’abito. Un livello irrinunciabile di dignità che prescinde da quello che sei e dal lavoro che fai. Come se ci fosse un diritto alla bellezza per tutti. E la qualità del cibo, la grande attenzione a come viene coltivato, lavorato, cucinato, assaporato…”.

La nostra “crescita” è qui?

“Assolutamente. La vecchia idea di crescita quantitativa è al capolinea. E’ il cuore della crisi. Non tutti la pensano così, sia chiaro. Chi ci ha condotto nel baratro vorrebbe continuare a perseguire quel modello, secondo il quale la realtà non esiste, esistono solo numeri. Questo tavolo a cui siamo sedute: loro considererebbero solo le misure, e quanto business ci si potrebbe fare. Il cibo che stiamo assaporando: non conta quanto è buono, quanto è sano e nutriente, come è stato coltivato e cucinato. Loro pensano solo a quanto pesa, a quanto costa confezionarlo e poi trasportarlo… Un processo di astrazione ed estrazione, la realtà e l’anima delle cose ridotte a numeri. Ma quegli stessi numeri misurano anche l’impoverimento della natura e della comunità”.

Qualche mese fa a “Ballarò” il finanziere Davide Serra disse che i suoi argomenti erano “ridicoli” (qui il filmato) Le idee di Vandana, ma anche della Nobel Elinor Ostrom, di Amartya Sen e di altri “illuminati” sono buone per i dibattiti, ma non quando si tratta di prendere decisioni e di fare politica (qui il dibattito sul blog).

“Da quando lo sfruttamento economico è diventato l’asse del mondo, anche la natura della politica è cambiata. La democrazia dovrebbe appartenere ai cittadini, occuparsi dei loro problemi e a loro vantaggio. Con la globalizzazione è diventata invece lo strumento politico delle multinazionali, gestito direttamente da loro e nel loro interesse. E’ chiarissimo nel campo dell’alimentazione. La politica dovrebbe fare il bene dei coltivatori e di chi si alimenta. Invece le lobby lavorano per il bene della Monsanto e delle altri multinazionali del cibo. Il 6 maggio scorso la Commissione Europea sulla biotecnologie ha presentato una orribile bozza di legge contro la biodiversità delle sementi: se dovesse passare, sarebbe Bruxelles a dire ai contadini toscani da chi devono comprare i semi e che cosa possono coltivare. Chi usasse semi suoi sarebbe fuori legge”.  

 E’ come voler brevettare l’anima o l’amore. Si può fare qualcosa?

 “Ci si può riprendere la democrazia. Si può fare in modo che tornino a decidere i cittadini. Non c’è solo l’Europa. Ci sono vari livelli di governo: nazionale, subnazionale, regionale, locale. E’ a livello locale che la democrazia va ripensata e rinnovata. Una democrazia per tutta la Terra, ma agita nelle comunità reali”.

Pensare globalmente e agire localmente… Che cosa direbbe a un capitalista finanziario per convincerlo del fatto che le sue pretese di profitto non solo fanno male al mondo, ma che tutti quei soldi non garantiscono di incrementare il suo livello di felicità?

“I nativi americani dicono: dopo che avrai abbattuto l’ultimo albero, inquinato l’ultimo fiume e distrutto l’ultimo pesce, capirai che i soldi non li puoi mangiare. Porterei quell’uomo per tre giorni in una fattoria. Lo inviterei a mettere le mani nella terra. Sono sicura che capirebbe molto velocemente che i miliardi in banca sono poca cosa.”

Una “re-education farm”. Dove vede indizi e segnali di un nuovo rinascimento?

 “In tutto il mondo. Tra i 600 mila contadini con cui collaboro. In Bhutan, dove si è scelto di abbandonare il concetto di Pil per valutare il grado di felicità, il benessere effettivo della nazione. Ma non è il trend seguito da tutti. Dobbiamo decidere quale futuro vogliamo: o impareremo a sentirci tutti parte della comunità umana e della terra vivente, o vedremo una guerra globale e a ogni livello. O creeremo un sistema capace di includere gli altri e le altre specie, o vedremo nascere nuovi fascismi che procedono per gradi di esclusione”.

La filosofa Julia Kristeva dice che quando c’è un cambio di civiltà nessuno ha da ridere. La fine della civiltà patriarcale sta costando molto. In particolare alle donne e alle creature piccole. Che cosa dobbiamo temere?

 “I rischi sono enormi, perché il patriarca che si sente insicuro è molto pericoloso. In India stiamo vedendo un’incredibile esplosione di violenza contro le donne”.

Anche in Italia. Terribili colpi di coda dell’animale morente.

“Un animale morente è sempre feroce. C’è solo un modo per fronteggiarlo: non-violenza, compassione. Diversamente saremo specchi che riflettono quella paura, quella violenza. E fermeremo il cambiamento”. 

Le donne stanno facendo dure lotte per entrare in politica e nelle stanze dei bottoni: è la strada giusta per un mondo più femminile? E lì che le donne possono esprimere la loro autorità e la loro sapienza?

“Sono una fisica quantistica. Non penso in termini di alternative che si escludono, ma di possibilità coesistenti. Per la fisica quantistica tu puoi essere nello stesso momento una particella e un’onda”.

Quindi le donne possono essere lì ma anche altrove.

“Esattamente. Il più delle donne non vuole entrare nelle istituzioni rappresentative perché il modo in cui quelle istituzioni sono concepite e organizzate le pone “naturalmente” in minoranza. Per la maggior parte delle donne la strada è quella di esprimere autorità e saggezza nei contesti in cui vivono e operano. E’ vero: quelle istituzioni ci sembrano vecchie, inutili, corrotte e inefficaci. La crisi dell’economia è esondata in una crisi della democrazia. Ma non possiamo pensare di lasciarle nelle mani di pochi. Il cambiamento verrà comunque dalla partecipazione. In quelle istituzioni dobbiamo esserci, donne e uomini”.

Il fatto è che nelle istituzioni maschili le donne cambiano, perdono la loro differenza, finiscono per omologarsi…

“Si deve creare una cultura che aiuti le donne ad andare in quei posti in spirito di servizio, e non in una logica di potere”.

Vorrei che lei dicesse qualcosa ai giovani: in Italia siamo al 40 per cento di disoccupazione, con punte di 50 nel Sud.

“Essere inoccupati non significa essere inutili: la prima cosa che va capita è questa. I giovani italiani non devono pensarsi, come qualcuno crudelmente li definisce, una “generazione perduta”. Devono piuttosto imparare a vedersi come la generazione del cambiamento, quella che costruirà il mondo nuovo. Si arriverà ad altri modelli educativi, ad apprendistati diversi, adatti a pensare e fare le cose in un altro modo. Ma il più grande cambiamento sta nel fatto che invece di aspettare qualcuno che ci dia lavoro, lo creeremo noi stessi, in rete e in collaborazione con altri. Nuovi lavori, per costruire il mondo nuovo”.

Lei non perde mai la fiducia? Ci sono stati grandi hoffnungträger (portatori di speranza) come Alexander Langer o Petra Kelly, che alla fine hanno ceduto sotto il peso enorme del loro impegno.

“Petra e Alex erano cari amici. Io non piango facilmente, ma ho pianto molto per loro. Quanto a me, rifiuto di pensarmi come un Atlante con il mondo sulle spalle. E’ il mondo che porta me, non sono io a portare il mondo. Ogni mattina mi alzo e cerco di fare quello che posso per difendere la terra e gli sfruttati. Lo faccio con tutta la mia passione e con tutte le mie forze, ma non penso affatto che tutto dipenda da me. Sono solo parte del cambiamento, insieme a molti altri. Un atteggiamento che definirei “appassionato distacco”: passione nel fare ciò che va fatto, ma anche distanza dai risultati”.

E’ quello che dice Clarice Lispector, grande scrittrice brasiliana, quando racconta la sua scoperta: “il mondo indipende da me”.

E’ così. Io mi sento parte del mondo, eppure il mondo indipende da me. Per poter restare umili, è importante sapere di non essere indispensabili. E l’umiltà oggi è più necessaria che mai. Dobbiamo entrare in un’età dell’umiltà, prendendoci cura della terra e dei viventi”.

 

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European Socialing Forum

È ITALIANA LA CARTA UNIVERSALE DEI DIRITTI DELLA TERRA COLTIVATA

 Dignità, Integrità, Naturalità e Fertilità: sono questi i principi fondamentali sanciti dalla Carta Universale dei Diritti della Terra Coltivata. Il documento, presentato a Milano all’interno della prima edizione dell’European Socialing Forum, è stato firmato da Vandana Shiva.

“La Carta Universale dei Diritti della Terra Coltivata è stata realizzata per sancire alcuni diritti inalienabili per la salvaguardia delle terre coltivate”, spiegano Andrea Farinet e Giancarlo Roversi, che hanno curato la stesura dell’opera. “Il  documento si ricollega idealmente sia alla Carta Universale dei Diritti dell’Uomo sia alla Carta della Terra, ed è frutto di un lungo lavoro di ricerca e di riflessione durato due anni su come tutelare meglio la realtà agricola italiana ed internazionale. Il documento sarà sottoposto all’approvazione delle più grandi associazioni agricole, ambientaliste e naturaliste internazionali. Potrà così nascere un percorso di condivisione che porterà alla ratifica formale della Carta nel corso di Expo 2015. L’obiettivo finale è trasformare Milano nella capitale mondiale della salvaguardia della terra coltivata, fondando il Palazzo della Terra coltivata, la Banca dei Semi e il Tribunale internazionale dei Diritti della terra coltivata.”

Ho avuto modo di leggere e apprezzare la Carta. Per anni gli uomini – ha spiegato Vandana Shiva – hanno vissuto nell’illusione di essere gli unici padroni della terra. Illusione che non può durare. Attualmente stiamo vivendo un “apartheid” moderno in cui l’uomo si sta separando dalla terra. È importante quindi poter fissare in un documento i principi fondamentali per la salvaguardia del Pianeta. In particolare – spiega Vandana Shiva – dei quattro principi sanciti dalla Carta, la Fertilità è quello fondamentale, in quanto connesso alla felicità delle persone e alla base della vita stessa. È importante pertanto salvaguardare la fertilità naturale, e non quella ottenuta tramite sistemi chimici o fertilizzanti. Ritengo che Expo 2015 sia un ottimo punto di partenza e una grande occasione per portare all’attenzione progetti interessanti come la Carta Universale dei Diritti della Terra Coltivata, un’opportunità imperdibile per cominciare un percorso virtuoso per la Terra.”

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

AMARE GLI ALTRI, Corpo-anima, Politica settembre 29, 2012

Angeli: per un Nuovo Miracolo Italiano

Parlavo qualche giorno fa con un manager di successo. Gli dicevo che oggi non basta più cercare il successo solo per se stessi. Che almeno un pezzetto del proprio talento e della propria fortuna va reinvestito politicamente, per il bene comune, per gli altri.Vi ho raccontato  (“Io donna”, 4 agosto) la storia di Lucia Iraci, parrucchiera parigina di origine siciliana, titolare di un prestigioso e frequentatissimo salon a Saint Germain, che ne ha aperto un altro a prezzi politicissimi –tre euro per un taglio e una piega- nel 18° arrondissement, dove le donne non possono certo permettersi di spendere per l’acconciatura. Lei ha questo da offrire, la sua perizia con tinte e forbici. Ognun* di noi ha un dono, piccolo o grande, da mettere in comune. Non c’è essere umano che non disponga di qualche genere di talento. Si tratta di farlo fruttare, questo capitale, e non solo per sé.
C’è un Paese da rimettere in piedi, e noi abbiamo dimostrato di saper lavorare bene insieme quando è stato necessario. Di saper spingere tutti nella stessa direzione. Basterebbe questo a definire una visione: che ognuno porti in dono un po’ di ciò che ha. Che si senta parte di un disegno condiviso. Questa è politica. Questa è grande politica: fate il confronto con le miserie a cui ci tocca assistere sulla questione della legge elettorale, e a cui si dovrebbe dare, altro che politica, il nome di egoismo e tristitia. In questo, nel portare se stessi in dono, nella comunione, si realizza pienamente l’umanità di tutti. Si diventa come angeli, in definitiva. E poi voi sapete che non c’è niente che funzioni come darsi agli altri per curare quella solitudine penosa ed estrema che chiamiamo depressione.
Non c’è nessuno che abbia così poco da non poter dare: anche il più povero tra i poveri troverà nelle sue tasche quanto basta per dare una mano a un altro. Forse perfino per cambiargli la vita. Insegnare a chi vuole apprendere, passargli la propria esperienza, potrebbe essere grande parte di questo disegno di gratuità: chi sa scrivere insegni a scrivere, chi cucina a cucinare, chi amministra ad amministrare. Buona parte degli sforzi di tutti dovrebbero essere rivolti ai giovani, ai quali abbiamo rubato tanto –fiducia, soprattutto, e risorse ambientali- e con i quali siamo in grande debito.
E allora forza, perché c’è da lavorare. Ognuno di noi si faccia angelo per qualcun altro.
economics, lavoro, Politica settembre 12, 2012

Crescita. Delle tasse

 

Dunque il premier Mario Monti, discutendo con le parti sociali, ha parlato di rilancio della produttività come chiave per la crescita e l’occupazione.

Bene. Anche se continua a non essere chiarissimo che cosa debba crescere: quell’osceno Bengodi dei consumi non lo rivedremo più. E’ chiaro  invece che per rilanciare la produttività la pressione fiscale -le nostre aliquote sono le più alte del mondo- deve diminuire. Sulle imprese e sui lavoratori. E per diminuirla, la lotta all’evasione dev’essere feroce: ci sono nazioni che ci riescono, non sarà impossibile. E sulla spesa pubblica si deve intervenire: sarà demagogia, sarà populismo, ma il numero dei parlamentari non è diminuito, gli emolumenti neppure, le Province sono lì, i vitalizi pure, spese assurde che levitano costantemente.

Per carità, chi sono io per dire la mia? Solo una che tira avanti come tante una casa e una famiglia. Forse proprio per questo le dimensioni della coperta le ho ben presenti. Con questo carico fiscale spaventoso sulle spalle non potremo che fare due passetti, e poi fermarci, sfiniti. Quel poco ossigeno che resta non ci permetterà mai di respirare a pieni polmoni.

In effetti Monti ha aggiunto che lavorerà per ridurre il divario fra salario lordo e netto in busta paga. E Susanna Camusso ha proposto di detassare le tredicesime con le risorse della lotta all’evasione “per ridare fiducia alle persone”. Sempre meglio che niente, per carità, anche se con la “crescita” c’entra poco o nulla. Quei soldi in più serviranno alle famiglie per i debiti accumulati, o come riserva per un futuro che resta incertissimo.

Incontrando gli imprenditori, il governo ha sollecitato Confindustria e le altre associazioni ad avviare un confronto con i sindacati per ridefinire l’architettura contrattuale, al fine di aumentare la produttività. Tremano i polsi, sapete? Nel gergo aziendale fare aumentare la produttività, ottimizzare le risorse, da molti anni vuole dire tagliare, torchiare la gente e ridurne i diritti.

Apro i giornali, la mattina, e non vedo in prima, ogni giorno, la lotta all’evasione e la riduzione degli sprechi. Sono circondata di evasori e di spreconi, continuo a incontrarne dappertutto e ogni giorno. Il boccone è sempre più amaro da mandare giù.

La corda si potrebbe spezzare.

 

 

 

 

economics, Politica luglio 23, 2012

In cantina, sotto le bombe

Ti alzi la mattina e senti suonare l’allarme, e fai a malapena in tempo a scappare in cantina prima che le bombe ti cadano sulla testa: il differenziale tra Btp decennale italiano e Bund tedesco a 528 punti, lo spread tra i Bonos spagnoli e i Bund al record di 635 punti; Piazza Affari a -2,33 per cento. A Francoforte il Dax perde l’1,26 per cento e a Parigi il Cac 40 lascia sul terreno l’1,60 per cento, Madrid è a -3,25 per cento.

Guardo l’intervista a un commerciante spagnolo: “Il fatto” dice “è che noi non la capiamo, questa crisi. Non sappiamo che cosa si deve fare. Ci dicono: credete agli economisti. Ma come facciamo a crederci? Se gli economisti sapessero fare il loro lavoro avrebbero avvisato i governi per tempo. Sono loro ad averci portato in questo baratro. Come possiamo credere che saranno loro a tirarcene fuori?”.

Quello che ci chiediamo, mentre stiamo giù in cantina, è che cosa NOI possiamo e dobbiamo fare. Che cosa ciascun* di noi può e deve fare e che non sia una mera scarica motoria. Se ha senso affidarsi alle soluzioni di quell’economia che ha fallito, alle cure di quello stesso medico che ci ha fatto ammalare.

In che direzione dobbiamo spingere? Dove dobbiamo andare? Qual è la sponda alla quale approdare? Perché ci lasciano senza altro orizzonte se non quello di una “ripresa della crescita”? Che cosa dovrebbe riprendere a crescere?

Che cosa io, tu, noi, voi dovremmo e potremmo fare, in una giornata come questa?

Donne e Uomini, economics, lavoro, leadershit, Libri, Politica, Senza categoria, TEMPI MODERNI marzo 6, 2012

Forza ragazze! (Colpo di bacino)

Questa meravigliosa bambina l’ho amata a prima vista. L’ho incontrata googlando, e ho detto all’editore: “Voglio lei. Nessun’altra che lei”. Quella mossa apotropaica del bacino, che dice forza femminile. La caparbietà del broncio. Una vera dura, una tosta. Una che sa quello che vuole.

Non è stato facile averla. E’ una piccola americana, fotografata dal suo papà. L’ho supplicato con una lettera struggente, e lui ha ceduto. Me la guardo e me la riguardo. Quella piccola mi dà coraggio. E’ empowering. E dice precisamente quello che avevo da dire. Che questo è un gran momento per le donne di questo Paese. E che non va sprecato nemmeno un attimo. Senza di noi non andranno da nessuna parte. Senza di noi non combineranno niente di buono. Si tratta di saperlo, e di dare quello stesso colpo di reni.

In questo libro parlo di donne e di uomini, di rappresentanza, di potere, di economia e di crescita, di fatica e di bellezza. L’auspicio è di poter accompagnare, per quello che so e che posso, una svolta storica per il nostro Paese: quella che vedrà finalmente anche noi donne, accanto a uomini di buona volontà, dire la nostra sulla nuova agenda politica, stabilire le priorità, riportare la vita, i bisogni, le relazioni al primo posto. Primum vivere.

Quest’anno è cruciale, non dobbiamo distrarci!

Con l’augurio che possiate leggere quello che ho scritto e pensato-e discuterne con me, donne e uomini: si parla anche di loro- vi anticipo qui parte dell’introduzione.

Buona lettura.

 

“… Questa che stiamo attraversando non è una semplice «crisi», non c’è backlash che tenga. Questa è proprio l’apocalisse, nel suo senso preciso di «rivelazione». E ciò che viene rivelato ci dà ragione. Le cose non possono più andare in questo modo. L’economia non può più essere questa. La politica non può più essere questa. Il lavoro, la vita non possono più essere questi. Vale per le donne e anche per gli uomini.
La narrazione del patriarcato non sta funzionando più. Doesn’t work. Non si trova una sola donna, ma non ci sono più nemmeno troppi uomini disposti a credere che il mondo gira soltanto se uno dei due sessi si mette al centro, nella parte dell’Assoluto, tenendo l’altro fuori e sotto il tallone. Questa, semmai, è la malattia da cui il mondo chiede di guarire. Dovrebbe ormai essere chiaro che «the opposite to patriarchy is not matriarchy, but fraternity», come canta Sinéad O’Connor. Fraternità nella differenza, ecco il tempo che ci aspetta.
Questo libro lo scrivo per convincervi a confidare insieme a me, a non sentire il freddo, a non lasciarvi impressionare dai backlash e dai colpi di coda. Siamo nel bel mezzo di un rivolgimento grandioso, a paragone del quale quelle che la storia ha chiamato rivoluzioni sono solo timide increspature del mare. Servono pazienza e nervi saldi. Non sarà un giro di valzer. Ma potrebbe essere molto divertente. Un privilegio, poter vivere questo momento. Capire bene quello che sta capitando tra le donne e gli uomini, che è la grande parte di quello che sta capitando, significa dargli una grossa mano a capitare: il più del lavoro è qui. Poi ci sono alcune cose che vanno semplicemente fatte, senza dargli tutta questa importanza.
Mi è sempre piaciuto molto il modo spiccio in cui lo dice la mistica beghina Hadewijch di Anversa,rimbrottando una discepola esagitata: «Non trascurare opera alcuna, ma non fare nulla in particolare». Quello che deve capitare capiterà: il lavoro più grande è stare in questa fiducia, che per Hadewijch era fede in Dio o Amore. È prendere confidenza con i grandi orizzonti che ci si aprono davanti, abituare losguardo, adattare il passo. Poi, certo, ci sono due o tre cosette da sistemare.
Bene: è venuto il momento di sistemarle. Non possiamo aspettare ancora.
Una delle cose da sistemare riguarda la rappresentanza politica. Ci sono troppi uomini, lì. Un eccesso che sta creando molti problemi. Ci sono troppi uomini deboli, narcisie attaccati al potere nei luoghi in cui si decide – o non si decide – su tante cose della vita di tutti.
Bisogna mandarne via un bel po’: una delle opere da «non trascurare» è questa. E a quanto pare il modo più semplice per mandare via un bel po’ di uomini è che un numero corrispettivo di donne vada al loro posto.
Fuori dalla Camera, che dobbiamo fare ordine.
Poi ci sarà ben altro, da fare. Ma nessuna paura. Ne abbiamo passate di peggio”.

ambiente, economics, Politica, TEMPI MODERNI febbraio 24, 2012

Beati noi ultimi (potremmo essere i primi, e i più verdi)

Noi che siamo in fondo a svariate classifiche internazionali, abbiamo oggi la grande opportunità di diventare i primi.

Lo dice Alex Roe, direttore di Italy Chronicles: Italy Should Be Number One, nel senso di prima economia europea, se puntasse su territorio, ambiente, arte, bellezza, qualità della vita.

Lo dice Jeremy Rifkin, che dirige la Foundation ofi Economic Trends di Washington, ed è consulente di vari governi europei: potremmo diventare la Biosphere Valley del mondo, alla testa della rivoluzione energetica ed ambientale. Abbiamo tutto cio’ che serve per diventare i primi.

Lo dice, indirettamente, perfino Bill Gates, fondatore di Microsoft, che parla dell’agricoltura come motore di innovazione planetaria: e noi di agricoltura ce ne intendiamo da alcuni millenni, e resiste, come dice il Censis, il nostro “scheletro contadino“.

A proposito di scheletri: l’altro giorno ne è affiorato uno, sepoltura di epoca tardo romana, a Milano, accanto alla Basilica di Sant’Ambrogio, dove si scava per realizzare un parcheggio che preoccupa non solo i residenti, ma anche la comunità internazionale. Le tombe recuperate in quel luogo sono finora una novantina. E’ il cimitero dei martiri cristiani. Lì Ambrogio volle edificare la sua basilica.

Ma le ruspe non si fermano. Il comune ha bloccato la realizzazione di altri parcheggi, ma di quello, inspiegabilmente, no. Eppure esisterebbe una clausola secondo la quale il Comune non sarebbe tenuto a pagare penali alla ditta costruttrice in caso di ritrovamenti archeologici. Ditta costruttrice che fa capo a Claudio De Albertis, presidente dei costruttori, re del cemento, recentemente e inspiegabilmente incoronato presidente di Triennale, prestigiosissimo ente milanese (lunedì in consiglio comunale Marco Cappato dei radicali e David Gentili del Pd chiederanno che il sindaco Pisapia e l’assessore alla Cultura Boeri intervengano “per impedire che un luogo simbolo della cultura e della religione subisca un atto di empietà”).

Questa vicenda, insieme a quella di Triennale, ha un forte valore simbolico e indica in che direzione si sta muovendo la giunta di Pisapia.

Che cosa c’entra con quello che dicevamo sopra? Che cosa c’entra con Rifkin, Bill Gates e via dicendo? C’entra moltissimo. Perché Milano, di quella rivoluzione della bellezza e dell’ambiente, di quel nuovo modo di guardare al territorio, dovrebbe essere l’Hub, e per almeno tre ragioni:

1. Milano è sempre stata laboratorio politico, e la cosiddetta “rivoluzione arancione” si era presentata anche -forse soprattutto- come una rivoluzione verde. Promessa mantenuta in modo intermittente.

2. Milano è sempre stata la piazza del mercato di quella che è la regione più agricola d’Italia, e per questo la più ricca.

3. A Milano si farà Expo, proprio sui temi della nutrizione, ma l’illuminato masterplan sugli orti planetari sembra cedere ogni giorno di più alle logiche cementizie.

In sintesi, a Milano è in corso un braccio di ferro tutto politico -anche, purtroppo, all’interno della giunta arancione, che scarseggia in visione – tra Cemento e Territorio (agricoltura, ambiente, bellezza, arte, energie rinnovabili). E’ qui che potrebbe delinearsi una nuova idea di sviluppo e un nuovo modello di crescita per il Paese- E’ qui che potremmo (ri)cominciare a essere The Number One.

P.S. E’ in uscita per Chiarelettere “Green Italy” di Ermete Realacci. Lo leggo e poi vi dico.