Vista a Sanremo Malika Ayane, incantevole in duetto con Gino Paoli. Malika è figlia di un’italiana e di un marocchino e ha questa stupenda voce di confine, piena di echi e suggestioni, beneducata da studi al Conservatorio e alla Scala. Mentre cantava mi è sembrato di percepire le -e aperte di un certo slang milanese. Adoro quando mi capita di ascoltare, quasi sempre in metrò, ragazzi filippini, maghrebini o sudamericani (quelli dell’est europeo no, non siamo ancora alla seconda generazione) che parlano un perfetto italiano con accento della Bovisa o del Gratosoglio. L’integrazione mi rende felice, e questi ragazzi sono rivitalizzanti per la città. Per questo pubblico la foto qui sopra (mandata su Facebook dalla mia amica Paola Tavella: grazie!). L’integrazione va favorita in ogni modo. Prima sapremo far stare bene “loro”, e prima staremo meglio tutti.
A volte, conducendo il blog, ho la sensazione che il fatto di poter discutere conta più di ciò di cui si discute. Che il dibattito è un pretesto, la cosa che si cerca è la community. Nuovi amici, insomma, con cui chiacchierare tutti i giorni o quasi. Magari, sì, cominciando da quello che si è letto sul giornale. Le dinamiche che osservo sono di questo tipo.
Se fosse, sarebbe interessante e varrebbe la pena di pensarci. Ditemi se sbaglio. E buona domenica (qui al Nord, giornata tersa e glaciale. Oggi a pranzo peperoni e patate, e provola silana dop: a volte ho la sensazione che questo genere di informazioni siano quelle che interessano di più).
Da ragazzina mi ero molto appassionata alla bioetica. In Italia era un’assoluta novità. Andavo a seminari con Maurizio Mori e Salvatore Veca. Mi affascinava di poter trovare soluzioni morali e ad un tempo logiche ai dilemmi che si aprivano quando si mettevano le mani nella pasta della vita, “giocando alla divinità”.
Oggi vedo la bioetica come un moltiplicatore -e non un semplificatore- di problemi. La sua fiducia in una meccanica morale rigorosa, nell’orologeria perfetta dei diritti contrapposti, nella possibilità di rimontare in una sorta di vita ipertestuale quello che viene smontato nella vita di carne, finisce paradossalmente per autorizzarci a spingerci sempre più in là, bypassando i limiti naturali: quello che viene disfatto in natura può essere ricostruito in un iperuranio logico. Ma la perfezione della natura è tale da poter contenere in sé anche l’imperfezione e l’errore, mentre la bioetica non se lo può permettere: tutto deve filare via liscio, ogni nodo va pazientemente sciolto.
Voglio vedere adesso che cosa ne sarà del caso di quella donna di Pavia che chiede di essere fecondata con il seme del marito in coma, incosciente e in fin di vita. I medici stanno valutando. Per il prelievo del seme sarebbe necessaria la volontà esplicita dell’interessato, il quale non è in grado di esprimerla (ma, dico io, in qualche modo non sarebbe stato “in grado” neppure in vita: nessuno lascia mai volontà esplicite in questo senso). Il padre dell’uomo, che è stato nominato suo tutore, appoggia la richiesta della nuora, “garantendo” che il figlio così avrebbe voluto: nell’ambito delle relazioni familiari, non “bioetiche”, ma nella logica dell’amore, il caso sarebbe già risolto. Il rischio infine che l’uomo muoia prima che i medici abbiano deciso è molto alto: e in questo caso la legge parla chiaro, vietando il prelievo di liquido seminale da persona deceduta.
Se i medici confermeranno il loro no, il paradosso è che la donna potrebbe avere il figlio che desidera da qualunque sconosciuto (o rivolgendosi, all’estero, a una banca del seme) ma non dall’uomo che ama. Cosa che la legge giudicherebbe “giusta” -o quantomeno non ingiusta- ma che la ragione del cuore non comprende.
Ci toccherà dunque pensare a un testamento biologico ben più minuzioso, che non regoli solo la questione del “sondino” e delle terapie, ma anche quella della procreazione (perché non immaginare un marito che chieda di fecondare la moglie in coma…) e tutte le altre funzioni corporali? Ovviamente da riaggiornare ogni tot, come si fa il tagliando alla macchina. E’ questa la strada che intendiamo imboccare? O ce n’è un’altra? E quale?
Si dovrà probabilmente attendere una precipitazione (nel senso della chimica) per poter dire qualcosa di sensato, ammesso che mai ci si riesca, sulle questioni che si sono aperte a partire dalla vicenda tragica di Eluana Englaro. Io voglio dire qui, a partire da me e senza la pretesa di un discorso coerente, quelle due o tre cose che mi pare di avere chiare.
Ho avuto un mio caro in coma, e mi sono augurata, sì, che Dio se lo prendesse in fretta. Pesava molto, in questa mia preghiera, la mia incapacità di vederlo in quelle condizioni, lui, che era stato un uomo di così grande charme. Ho chiesto al medico: quanto può durare? il medico ha allargato le braccia, e io sono stata presa da grande rabbia. Avrei voluto che lui vivesse per sempre, ma esigevo che quella situazione finisse subito. Volevo vivere. Conosco persone che sanno sopportare per anni e anni la grave infermità di un familiare, che si organizzano con il loro cucchiaino di omogeneizzato, e tuttavia cercano di restare sereni come possono. Non toglierei mai quel cucchiaino di omogeneizzato o di acqua zuccherata, non toglierei mai quella cannetta che porta alimenti liquidi allo stomaco. Io, dico. Non la toglierei nemmeno al mio cane.
La legge non è un feticcio, per me, perfino la legge altissima che è scritta nella Costituzione è fin troppo umana per farne oggetto di idolatria. L’unica legge di fronte alla quale forse mi fermerei è quella espressa nei comandamenti, dove si dicono i fondamentali della convivenza umana, ma anche con quella vorrei sempre poter contrattare. Tutte le leggi si possono cambiare e perfino trasgredire quando ciò che prescrivono ripugna alla nostra umanità. Antigone ha violato la legge della città in nome di una sua legge splendente non scritta. La legge è troppo poco a fronte dello splendore della vita e della compassione.
Le donne hanno troppo taciuto di fronte a questa terribile storia. La questione è stata dibattuta, analizzata, sminuzzata e fatta oggetto di contesa quasi unicamente tra uomini. C’è una madre scomparsa, in questa vicenda, e non è solo la madre di Eluana. Questo silenzio femminile non è assenza di coraggio e di competenza, le donne di coraggio e competenza su queste cose ne hanno da vendere. Sono soprattutto loro, da sempre, che lavano e nutrono i malati, che vanno a trovarli in ospedale, che vestono i morti, che mettono le mani nel sangue e nella materia, al principio e alla fine. Gli uomini da queste faccende si sono sempre defilati. Che Eluana non fosse più la bella ragazza che era, per loro non è fonte di stupore. I malati sono così, non sono mai un bello spettacolo. Questo silenzio femminile vorrei saperlo ascoltare. In questa afasia c’è probabilmente la chiave per uscire dignitosamente e compassionevolmente dal pantano morale.
E’ vita quella di un malato ridotto in queste condizioni? Io non so trovarle altro nome di quello di vita. Non è la vita che ci piacerebbe vivere e vedere vivere, ma è vita.
Su El Pais è scritto che “Eluana, vera purosangue della libertà, ha risposto con il silenzio definitivo ed ha impedito che una norma prefabbricata passasse alla storia con il suo nome”. Ecco, leggo questa cosa e provo un fortissimo malessere.
Invito anche voi, se volete, a dire qui ciascuno una cosa, una soltanto -è più efficace- che però sentite intimamente vera e certa, alla fine di questa storia amara.
La Costituzione si può cambiare, ma il palinsesto tv no. Ieri sera, Eluana o non Eluana, sulla rete ammiraglia Mediaset in onda Grande Fratello, come da programma. Enrico Mentana si dimette. Dimissioni accettate. Quando si tratta di soldi, il Cavaliere non scherza. La politica è una cosa, i danée un’altra. Le leggi di mercato sono scolpite nella pietra.
Ecco, tutto si è compiuto, si potrebbe dire, per farla corta. Eluana Englaro si è spenta. Ci ha messo molto meno di quanto i medici avessero previsto: i medici, si sa, possono sbagliare. Speriamo non abbia sofferto per essere stata privata di acqua e cibo: i medici, si sa, possono sbagliare. Tutti possiamo sbagliare. E il sentimento, in circostanze come queste, quando la ragione annaspa, può dirla lunga. Quello che sento io è un amaro senso di sconfitta. E anche un senso di pericolo, da cui difendermi.
Ai cortei di ieri si è gridato che “la Costituzione non si tocca” (qualcuno anche “Berlusconi sciacallo infame”: un odio per l’avversario politico che per me resta inaccettabile). La carta costituzionale, naturalmente, non è un’ opinione che può essere cambiata con disinvoltura, e nemmeno una legge che può essere modificata seguendo l’iter ordinario. La procedura per la revisione del testo costituzionale è ovviamente più complessa e precisamente indicata dal testo costituzionale stesso.
Forse sbaglio, ma mi domando: non è idolatria ritenere intoccabile una Carta, seppure solenne e maiuscola, e ritenere invece possibile ogni manovra disinvolta sui fondamentali della vita? Non vi spaventa di più, o almeno allo stesso modo, che si possa intervenire per legge sulla nascita e sulla morte (eventualmente sbrigandosela in 2-3 giorni) in qualunque direzione si legiferi?
Su Eluana, in queste ore, un duello istituzionale senza precedenti.
Il governo che con plauso del Vaticano, vara un decreto, minacciando una legge in 2-3 giorni se il presidente Napolitano non firmerà (e come si può fare una legge in 2-3 giorni su una questione così immane?).
Il Presidente della Repubblica che parlando di “caso dolorosissimo” rifiuta di firmare il decreto, sostenendo che è antocostituzionale e che la sentenza va rispettata.
Come ne usciremo?
D’ora in poi gli interventi di aumento del seno saranno proibiti alle minorenni, se non per comprovate ragioni mediche. Il debutto di molte stelle e stelline dovrà essere rinviato dopo la maggiore età.
Siamo circondati da mostri, visi tumefatti, fronti paralizzate, occhi sbarrati. Una mia amica nota giustamente che la faccia della nuova vecchia è convessa, come una chiappa.
Non ho nulla contro la chirurgia estetica, tutto invece contro la mancanza di senso estetico di troppi chirurghi. Si tratta peraltro
dell’unica branca della medicina in cui a fare da cavia sono state ricche signore -solitamente si sperimenta sui poveri- che ora si aggirano per le città con le loro facce seriali e infelici, impossibilitate perfino a un cappuccino al bar: con i labbroni ci si sbrodola.
Mi sento dire spesso, quando si discute -l’ultima volta a Tatami-: “Questa cosa in Italia non capita, e invece in America -o in Germania, in Francia, in Inghilterra_ sì”. Con ciò intendendo: dovremmo farlo capitare anche qui.
Non per orgoglio patrio -l’orgoglio è un sentimento con cui ho scarsa dimestichezza-: ma non è affatto detto che noi dobbiamo importare tutto, e a scatola chiusa. Non avendo certe cose, in realtà ne abbiamo altre, e non di rado migliori. Un esempio per tutti: la nostra legge sulla fecondazione assistita è fortemente limitante, alimenta il turismo procreativo, non consente la diagnosi prenatale preimpianto, il che paradossalmente può voler dire dover ricorrere a successivo aborto terapeutico, eccetera. Tutti i problemi che ben sappiamo. Ma che qui non sia possibile affittare un utero, come in molti stati americani e in Inghilterra, non mi pare affatto uno svantaggio. Anzi.
Vittime di uno strano complesso di inferiorità -spesso giustificato, ma non sempre- tendiamo a vedere l’omologazione a usi, costumi e leggi di altri paesi occidentali come un progresso. Ma non necessariamente lo è. E comunque, non sempre il cosiddetto progresso ci fa progredire.








