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TEMPI MODERNI

diritti, esperienze, TEMPI MODERNI gennaio 25, 2016

Tutti pazzi per la famiglia

La piazza di Milano per il riconoscimento delle unioni civili

Ho partecipato alla manifestazione per il riconoscimento delle unioni civili. Piazza della Scala era strapiena e, per quanto conosco la mia città, quella di sabato era una piazza “vera”. Ma mentre stavo lì pigiata, al freddo e al gelo, non potevo non domandarmi che fine aveva fatto la feroce critica alla famiglia, definita addirittura “schizofrenogena”, ovvero generatrice di disagio mentale, da profeti dell’antipsichiatria come Ronald D. Laing  e David Cooper, che ha a lungo informato i comportamenti dalla generazione post baby-boomer, ovvero la mia.

La famiglia era considerata un destino da sfuggire a ogni costo, una trappola borghese, tempio di ogni ipocrisia, un sepolcro imbiancato, un inferno a cui sottrarsi sperimentando forme diverse di aggregazione umana. Per Michel Foucault, tra i massimi ispiratori delle queer theory e lui stesso omosessuale, la famiglia è uno dei dispositivi dell’”internamento”. E questo è André Gide: “Famiglie, io vi odio! focolari chiusi; porte sprangate; possessi gelosi della felicità”. La critica dei focolari e dei ruoli familiari è stato uno dei fuochi del femminismo. Eccetera.

Non è detto che si fosse nel giusto, ma tutto questo è evaporato come neve al sole. La famiglia è diventata il nuovo Graal. Non che sia più solida di un tempo, anzi: una famiglia su due è destinata a sfasciarsi. Ma tutti vogliono una famiglia, e in un certo senso le piazze Lgbt + supporter di sabato erano piuttosto stranianti: tocca proprio alla cultura Lgbt rilanciare l’antica istituzione?

Abbiamo rinunciato a ogni riserva critica sulla famiglia? e perché? Si tratta di una resa (forse l’unica vera alternativa che siamo riusciti a configurare, la solitudine, è un inferno ben peggiore)? Di un desiderio un po’ esteriore di normalità? E’ neoconformismo o c’è dell’altro? Forse vediamo la famiglia come l’ultima zattera di salvataggio tra i marosi della società liquida? Ed è giusto smobilitare senza riserve?

Non so: pensiamoci.

giovani, italia, lavoro, TEMPI MODERNI ottobre 21, 2015

La triste vita nelle aziende

Giovani e precari, fortunatissimi giovanotti/e che in un modo o nell’altro lavorano, e non è roba per tutti, in-attesa-di-rinnovo-di-contratto  ammazzandosi di fatica, mandare comunque in giro curriculum perché non si sa come va a finire, mai alzare la cresta, mai rivendicare un diritto anche se ce l’hai in contratto, manca un mese alla scadenza, mancano 15 giorni, a te ti hanno detto qualcosa? (tra me e te spero che salvino te, scusa, sono costretto a pensare questo, amico), sempre sissignore, pedalare anche con la febbre, odio soprattutto per quei maledetti vecchi, 40 o 50 anni ormai fuori dal mondo, con capiscono un ca…o, non imparano più un c…o, e perché non se ne vanno? supergarantiti e non rendono niente e possono permettersi tutto, finché non vanno a casa loro per noi non c’è speranza, ma adesso si sente dire di una legge –l’ho sentito alla tv- una legge che possono licenziare anche i vecchi, possono lasciarli a casa come noi, cioè anche a loro gli tolgono l’articolo 18, è questione di mesi, l’ha detto il governo, gli daranno un po’ di pensione, non so, basta che si levino dalle palle, non ce la faccio più a farmi un mazzo così e loro sempre in malattia, sempre una scusa, e la maternità e una palla e l’altra, e noi qua ogni 6 mesi-un anno a tremare perché non sai mai come va a finire, e una volta mi sono girate e ho risposto male al capo e lui non mi ha parlato per una settimana e io non ci dormivo la notte, sono fregato, pensavo, e invece ‘sti vecchi di m…a che hanno tutti i diritti, ma che muoiano, ma che vadano ai giardinetti col cagnolino, che se ero io a poter andare a casa sparavo i mortaretti, perché questa è vita? ditemi se è vita, ogni mattina venire qua e la sera uscire con le ossa rotte, che se vai in bagno una volta di più ti guardano male, tu messo così, quei due amici e quelle due amiche che lavorano come te, stanchi morti che ce la fai a malapena a farti una birra, e gli altri e le altre messi e messe invece molto peggio, perché la birra gliela devi pagare tu (la disoccupazione giovanile in Italia è al 40,7 per cento, con tendenza a crescere, ndr).

La triste vita nelle aziende.

bambini, Corpo-anima, diritti, TEMPI MODERNI marzo 30, 2015

The Body affitta un body per avere un figlio a 51 anni

La ex-stra-top Elle Macpherson (The Body), 51 anni, vorrebbe un terzo figlio. Per via naturale, com’è ovvio, non ce la farebbe mai, perciò avrebbe deciso per una madre surrogata. The Body affitterebbe un altro body in cui fare impiantare i suoi ovuli (congelati anni fa) fecondati con il seme del terzo  marito Jeffrey Soffer, anche lui già ampiamente padre insieme ad altre donne.

Di figli, volendo, ce ne sarebbero già abbastanza. Ma Elle e Jeffrey ne vorrebbero uno tutto loro, e avrebbero già individuato l’utero, quello di una donna di trent’anni. Non so come escano certe notizie: forse è un modo per avere i riflettori, o forse il close-insider è la candidata-utero che vuole arrotondare e ha spifferato tutto alla rivista Woman’s Day, che ha diffuso la notizia.

Per i paladini e le paladine delle “libertà” femminili –sempre pronte-i  a difendere in il diritto di ciascuna di vendere o affittare il proprio corpo, con particolare riferimento agli annessi sessuali: perché i diritti sono inviolabili, mentre vagina, utero etc sono violabilissimi– dico che se The Body maiuscolo e the body minuscolo trovano un accordo, e se la legge lo consente (in Italia no), si potrebbe anche dire che sono affari loro.E dico anche che mi piacerebbe vederli sostenere, con uguale accanimento, il diritto di avere figli entro la scadenza biologica, contro tutto e contro tutti (le aziende che non ti assumono o ti licenziano, le banche che non ti danno il mutuo casa, etc.).

Quanto a me penso che una coppia di cinquantenni già plurigenitori, in buona salute e pieni di soldi dovrebbero ringraziare Dio ogni giorno, fare del bene per condividere la propria buona sorte, e magari baloccarsi con il pensiero di un bambino tutto loro, e poi guardarsi negli occhi e dirsi: “Ma no, lasciamo stare…” e aspettare e sperare nei bambini dei propri figli.

E a quella ragazza così bisognosa, al punto di affrontare gravidanze per conto terzi, offrire il proprio aiuto senza pretendere niente in cambio.

Non metterebbero al mondo un bambino, ma ho la sensazione che darebbero alla luce qualcosa di più grande: un’umanità più adulta, capace di accettare il limite.


Politica, TEMPI MODERNI novembre 7, 2013

Trend De Blasio: la sinistra che vince restando a sinistra

Bill De Blasio balla con i figli Chiara e Dante

Non è il caso di farsi troppe illusioni -alla prova dei fatti tutti i miti si appannano- ma la vittoria di Bill De Blasio, nuovo sindaco di New York, segna un bel cambio di passo. Da una politica securitaria-finanziaristica a una decisa impostazione sociale. Bill dice che sarà il sindaco del 99 per cento dei newyorkesi: evidente il richiamo al 99 vs 1 di Occupy Wall Street. Nel suo programma parte dagli ultimi (lui stesso è figlio della lower class di Brooklyn): più tasse per chi guadagna oltre 500 mila dollari l’anno per finanziare gli asili nido, cambiare la legge sui salari minimi, convivenza multietnica (la sua famiglia è un vero melting pot), città sempre più gay friendly. Perfino attenzione ai diritti degli animali, ultimi fra gli ultimi: vuole abolire le carrozzelle intorno a Central Park per evitare sofferenze ai cavalli.

E poi lavoro, lavoro, lavoro.

Insomma, una sinistra che fa la sinistra. E vince.

Se è vero che quasi tutte le tendenze politiche, culturali e di costume, come le perturbazioni atlantiche ci arrivano regolarmente da Ovest, consiglierei a tutti gli amici di sinistra -tantissimi- convinti che per vincere la sinistra debba diventare di destra, di guardare a quest’omone mezzo tedesco e mezzo italiano, con moglie nera e bisex e figli di nome Chiara e Dante ancora più meticci di lui, per dubitare della loro strategia, che è già invecchiata.

La sinistra che fa la sinistra vince. Essendo semplicemente, come dovrebbe essere per sua natura, il partito del lavoro.

 

 

leadershit, Politica, TEMPI MODERNI ottobre 2, 2013

Venezia, navi e ferramenta

Mentre il premier Letta parla al Senato per chiedere la fiducia, penso che uno dei molti problemi del Paese è la straordinaria mediocrità della nostra classe dirigente (non sto pensando a Letta, beninteso, e non sto pensando soltanto alla politica). Un manager si potrebbe anche pagare molto bene, e perfino liquidare profumatamente se sapesse davvero fare il suo lavoro. Una quota cospicua della crisi italiana va ricondotta al familismo, al raccomandatismo e all’inciucismo che hanno informato la selezione di una leva manageriale incapace e irresponsabile, a cui va addebitata la crisi molte aziende. Quanto alla politica, il piccolo esempio che porto ha a che vedere con Venezia.

Quello che vedete sopra è un negozio di ferramenta del sestiere Cannaregio, per la precisione in Campo Santi Apostoli. Un negozio vero, dove si possono comprare cacciaviti e carta vetrata, ormai una rarità in una città disneyzzata, satura di vetracci cinesi spacciati truffaldinamente per made in Murano, di orribili botteghe di maschere e piumaggi, come in un carnevale perenne e di molte altre schifezze, enogastronomico compreso: ormai trovare un vecchio bàcaro per uno spritz e due sarde in saòr è come cercare un ago in un pagliaio.

Il titolare del ferramenta mi dice che per i nuovi regolamenti sui plateatici, ovvero lo spazio pubblico antistante ai negozi, dovrà probabilmente rinunciare alla sua esposizione di catini e utensileria, un festoso disordine che viene fotografato dai turisti. Leggo sulle pagine di un quotidiano locale il caso di una signora che ha dovuto rimuovere dalla sua corte i vasi con le piante “abusive” che lo abbellivano perché secondo i vigili si trattava di occupazione  di suolo pubblico. Questa faccenda dei plateatici come un piccolo ma fulgido esempio di miopia della politica, una politica provinciale che fa di tutta l’erba un fascio e non sembra comprendere che, per quello che riguarda Venezia, salvaguardarne la vita autentica, che si esprime anche in negozi di ferramenta e di pitture, in frutaròi e bàcari, è almeno altrettanto importante del fatto di impedire alle navi-condominio di sfiorare le fragili rive della Giudecca.

p.s.: mi rendo conto, sono quisquilie se si pensa al fatto che in queste ore l’isola di Budelli, paradiso nell’arcipelago della Maddalena, è stata venduta a meno di 3 milioni di euro. Meno di un superattico.

 

Donne e Uomini, economics, italia, TEMPI MODERNI settembre 27, 2013

Le cento lire meglio spese della giornata

Chissà se Guido Barilla ha questo manifesto nei suoi archivi. Immagino di sì (grazie a Simona che me l’ha mandato).

A quel tempo -anni Cinquanta, a quanto vedo- la Pasta Barilla, come dice il claim, era proprio per tutti. La compravano le donne con i loro colli di pelliccia e anche gli uomini con il Borsalino. Come si dice con una gentilezza di cui si è persa ogni traccia, erano “le cento lire meglio spese della giornata”. Non c’era bisogno di galline né di star hollywoodiane. Tra l’altro Guido Barilla dovrebbe sapere che il suo supertestimonial Antonio Banderas è diventato famoso grazie al regista gay per definizione, Pedro Almodovar -che, si dice, era disperatamente innamorato di lui- interpretando con molta verosimiglianza scene d’amore omosessuale.

Ma lasciamo andare questa storia. Barilla sta cercando in qualche modo di arginare la valanga che si è tirato addosso, sembra che la cosa stia facendo gravi danni anche sul mercato americano dove con la sexual correctness non si scherza affatto. Insomma: un marketing disaster di proporzioni epiche, e la concorrenza che, beffardamente, si dichiara gay friendly e si affida proprio al claim che vediamo in questo antico manifesto: “A casa Buitoni c’è posto per tutti”.

Per non parlare poi del fatto che nella grande maggioranza dei casi sono le donne a fare la spesa e a comprare la pasta, e non perderanno certamente l’occasione per fare un dispettuccio a uno che scambia il loro “ruolo fondamentale nella famiglia” con la servitù obbligatoria (servire a tavola e pulire casa sono bellissimi gesti d’amore e di cura, se non ti toccano come un destino a causa del sesso di cui sei nata) e sceglieranno Voiello, De Cecco, Granoro e così via.

Lasciamo stare. A questo punto sono solo fatti suoi e dei suoi bilanci. Ma certo, rivedendo la gentilezza di quel claim, la civiltà di quel vecchio manifesto, la sensazione acuta e dolorosa è quella di essere tornati indietro e di avere perso molto. A cominciare dalla semplicità e dalla cortesia di quel messaggio. E l’onestà, la fiducia, la capacità, il senso del bello… Ci è capitato di tutto, in questi ultimi vent’anni (ciao papà, che per tua fortuna non hai visto nulla). Viene voglia di voltarsi indietro per vedere dove eravamo rimasti, e cominciare pazientemente a ricostruire di lì.

Guardate come eravamo. Guardate quanta naturale eleganza (ho suggerito a Malika Ayane di regalarci una cover di questa canzone meravigliosa, e lei mi ha promesso che ci penserà: hey Malika, ci conto!).

 

aggiornamento ore 16.20:  dice Oscar Farinetti: “Tempo dieci anni, l’Italia non solo sarà fuori dal tunnel, ma Paese leader in Europa.Per dire: oggi esportiamo 31 miliardi di agroalimentare? Bene. Devono raddoppiare.
In tre anni. Si può”.

Quello che manca sono donne e uomini che sappiano guidare il cambiamento. Li troveremo

Donne e Uomini, Politica, pubblicità, TEMPI MODERNI settembre 22, 2013

Very cul

Anche i renziani più convinti, vista questa immagine, non si sono arresi: “E’ un fake”. Nemmeno loro ci potevano credere. E invece è tutto vero: sfilata del marchio di costumi Pin up stars. Sul retro-slip, il sostegno a Matteo Renzi.

Slogan lanciato su Twitter: «We want #Renzi: abbiamo cambiato il #beachwear e vorremmo cambiasse l’Italia». E meno male che non hanno twittato: “Abbiamo cambiato le mutande”.

Escludendo con certezza che Renzi abbia commissionato l’iniziativa, resta il fatto che il sindaco di Firenze risulta molto “inspiring” per un mondo e uno stile di vita che proprio di sinistrissima non è mai stato.  E’ l’effetto che si vuole ottenere, potrebbe rispondere un renziano: cercare e trovare consensi dove il Pd non ne ha mai avuti.

Ma questo mondo che di sinistrissima non è mai stato tende tra l’altro, come si sa, a proporre un’immagine delle donne (very cul) che non ha corrispettivi nel resto del mondo occidentale. E se “vorremmo che cambiasse l’Italia”, forse si può cominciare proprio di qui, dal un maggiore rispetto per le donne e per il loro corpo.

Un’azienda di costumi da bagno, com’è ovvio, fa sfilare ragazze in bikini. Ma quella scritta sul posteriore è alquanto degradante, per le donne -che, forse darò una notizia, non pensano e non votano con il c..o- e anche per Matteo Renzi. Ottimo colpo per Pin Up Stars. Non per Matteo. Figuriamoci per il Pd, già messo a dura prova dall’emorragia di consensi a sinistra.

Il sindaco di Firenze, io credo, dovrebbe ringraziare -neanche troppo- e fermamente dissociarsi. Tipo: “E’ bello piacervi. Ma non a questo prezzo”.

Però vedesse lui.

Se volete c’è pure il video.
Fa ancora più male
 

AMARE GLI ALTRI, TEMPI MODERNI luglio 29, 2013

La reazione di Kyenge

Ho letto molti commenti di amic* e collegh* (Letizia Paolozzi qui, ma anche Alessandro Robecchi sul “Fatto”, Paola Bacchiddu e altri) che hanno molto apprezzato la reazione quieta e ironica della ministra Kyenge al gesto beluino del lanciatore di banane.

Con la gente che muore di fame e la crisi, sprecare cibi così è triste”, ha detto la ministra.

Pur ammirando tanto fair play, io avrei decisamente preferito dell’altro. Per esempio che la ministra raggiungesse quell’orrendo individuo -stiamo parlando di uno che è uscito di casa con delle banane in tasca, determinato a quella ripugnante performance- e gli tirasse uno schiaffone, per poi tornare tranquillamente al tavolo. Che mangiasse una banana e poi gli spiaccicasse la buccia in faccia. Che mostrasse e applicasse un po’ di forza, anche solo simbolica, perché in quella circostanza era necessario, più che mai. Quando ci fu da infuriarsi nel Tempio, Gesù non ci pensò due volte.

Ai lanciatori di banane, alla gente che vede un nero e dice “bingo-bongo” o peggio, la composta reazione di Kyenge non ha insegnato nulla. Anzi, avranno pensato, se si possono impunemente tirare banane in faccia a una ministra, figuriamoci che cosa possiamo fare con un nero qualunque. Quando Rose Louise Parks nel 1955 rifiutò di cedere il posto sul bus a un bianco, come previsto dal regolamento, con la sua disubbidienza aprì un conflitto, disposta a un’azione di forza. Anche Kyenge, in un certo senso, è la prima a occupare un posto che finora è toccato solo a bianchi, preferibilmente maschi.

Insomma, alla ministra, che abbraccio forte e non mi permetto di giudicare, direi questo: che forse l’occasione non è stata sfruttata come si sarebbe potuto. Io avrei preferito un po’ di forza, anche perché lei è donna come me, la sua mitezza è data per scontata, e invece è un’ottima lezione mostrare la forza femminile in azione.

A voi non pare?

p.s.: naturalmente le reazioni che qui descrivo (schiaffo, buccia spiaccicata in faccia) sono molto grossolane, sono miei acting out mentali. Mi sarebbe bastata un po’ di sferza in più, come ho detto una manifestazione di autorità e di forza. E’ questo che mi è mancato.

Un esempio può essere Vandana Shiva: quando a Ballarò il finanziere Davide Serra liquidò come “ridicoli” i suoi argomenti, lei reagì con la giusta autorità, dicendo che se lui era il principale supporter economico di Matteo Renzi, “questo Renzi non va affatto bene”.

Non-violenza non significa subire il colpo dell’avversario senza reagire. Si tratta di saper riconvertire l’energia di quel colpo contro l’avversario. Kyenge a mio parere non l’ha fatto.

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aggiornamento del 29 luglio, mezzanotte: nel frattempo Kyenge è oggetto di un’escalation di insulti e provocazioni impuniti, dal gorilla alle noci di cocco a questa cosa inaccettabile che vedete qui.

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aggiornamento di martedì 30 ore 19: Kyenge mostra di voler cambiare registro, e io approvo molto. Ecco qui.

 

 

Politica, TEMPI MODERNI giugno 9, 2013

Delusione arancione: lettere da Milano

Cara Paola,

mentre contemplavo la buca che ho da anni davanti a casa –mi ci sono affezionata, le voglio bene, guai a chi me la aggiusta!- pensavo che questa cosa di Milano degelatizzata ci sta dando la misura esatta della diffusa delusione nei confronti di questa giunta, per la quale molte e molti di noi hanno lottato tanto. Gente di Napoli che chiama amici e parenti emigrati qui: “Maro’! Manco o’ gelato!”. Poi il sindaco è costretto a precisare: ma no, c’è un equivoco… Tant’è.

La festa, l’arancione, il doppio arcobaleno… sì, ciao. Mia mamma, che di sindaci ne ha visti tanti, lo dice in una sintesi efficace: “Par che el sindich el gh’è no”. “Pare che il sindaco non ci sia neanche”: traduco per te, ragazza sarda flamboyant che vivi a Milano, e perciò milanese perfettissima come me che sono il solito miscuglio imbarazzante, dalla Germania al profondo Sud con deviazione a Pittsburgh-Pa.

Cara Paola, io vivo in una dead zone con potenziale grandissimo: c’è quel meraviglioso naviglio leonardesco, “la” Martesana, popolato di anatre, aironi, pseudo-castori (le nutrie), cani scodinzolanti, e umani corridori che si fanno al trotto o in bici tutta l’alzaia: si arriva fino all’Adda. Con lo skyline metafisico delle ferrovie e dei treni, circondato da parchi stupendi (l’ex Trotter, Villa Finzi e il Parco Martesana che via via sta venendo su).

Salvo un progetto per l’ex-Trotter, l’abbandono di questa zona -5 minuti 5 di linea rossa da Piazza Duomo-, è assoluto e incomprensibile. Be’, spostati di lì, diranno tanti: vai a vivere in centro, rinuncia ai tuoi pomodori sul terrazzo, al basilico e alla bicicletta.

Vorrei che tu vedessi i meravigliosi magazzini delle ferrovie in via Sammartini, attualmente in dotazione a Grandi Stazioni: una cosa per la quale qualunque sindaco dovrebbe leccarsi i baffi. Potrebbero diventare i nostri docks e configurare una perfetta zona da movida, visto che lì non ci sono case e non dai noia a nessuno, con la “riviera” del Naviglio a pochi metri, e il gelato te lo potresti fare anche alle tre di notte.

I magazzini delle Ferrovie in via Sammartini, meraviglia abbandonata al degrado

Recuperi del genere sono stati già realizzati a Berlino e a Parigi, ça va sans dire. E invece qui non si muove foglia, se non associazioni di volonterosi cittadini che lo scorso we hanno organizzato una festa per vivificare la zona morta. Segnalo anche, se posso, nell’adrianesca via Gluck che fa parte del comprensorio, uno stupendo Museo del Manifesto Cinematografico –ovviamente privato- dove si possono anche organizzare feste ed eventi, con un barettino delizioso dedicato ad Adriano (vai a vederlo, è al numero 45).

I magazzini ferroviari di Parigi, molto simili a quelli di Milano, dopo la ristrutturazione

Faccio questo esempio ma potrei farne mille altri a dimostrazione di un procedere svogliato, stentato e areaC-centrico. E che palle questo centro storico! Che noia, che dead zone, quella sì. Il prossimo sindaco lo vorrei abitante ad Affori, a Turro o all’Ortica, così lo sguardo finalmente cambierebbe. Guidato dal desiderio di portare la bellezza anche a casa sua. Perché la bellezza cambia tutto, è il vettore ed il motore principale di tutto, nel nostro Paese.

Così, sempre contemplando la mia amata buca e le sue compagne -oltre le quali si estende un giardinetto comunale anche lui abbandonato da anni, e se non bastasse circondato da una atroce retazza di plastica arancione forse per farci soffrire di più, o forse perché è arancione- mi pare che a questo sindaco e alla sua giunta oltre ai soldi manchi la potenza del sogno e della visione, manchi l’entusiasmo –come se fossero stati condannati a essere lì-, manchi il progetto politico, che poi significa perseguire la minore infelicità per il maggior numero e immaginare la città in cui questo sia possibile, avere un’idea di città. Ovvero dire definirne l’identità all’orizzonte e perseguirla usque ad sanguinis effusionem. Tutto questo che sta mancando rende la compagine governativa nostrana molto esangue e a tratti perfino un po’ torva: tu prova a fare una critica su come stanno lavorando e vieni automaticamente rubricata tra i nemici del popolo. Come se non fossero all’ascolto, ma in difensiva perenne. Se poi menzioni la cacciata biblica di Stefano Boeri, attivissimo assessore alla Cultura defenestrato senza che ancora ce ne sia stata data spiegazione plausibile a parte il suo caratterino, be’, allora cerchi proprio guai.

Cara Paola, non sono nata borghese. Sono cresciuta in un milieu operaio. La mia infanzia è stata tra le tute blu, rivediti “Romanzo Popolare”: il mio mondo era precisamente quello, le Vincenzine, i manufatti, sveglia alle sette con le sirene della Breda e della Falck e tutto il resto. Un’infanzia in cortile, per strada, al bar, dura e molto felice. Io amo il popolo, so esattamente com’è e che cosa vuole. E non ti dico la noia di ritrovarmi costantemente a colluttare con tanti di questi borghesi “comunisti” e talora guerriglieri del centro storico, che invece di godersi beati i loro molti privilegi –ne ho conosciuti alcuni che volevano andare a lavorare in fabbrica, alla catena, quella dalla quale io e tanti altri abbiamo voluto fuggire, traditori del popolo! e giustamente i genitori li hanno sbattuti in analisi dal professor Musatti-, hanno sempre preteso di insegnare alla sinistra che cos’è la sinistra, e al popolo com’è il popolo e che cosa è giusto per lui: la periferia, le bibliotechine sfigate, i mercati miserabili, le slot machine, i centri massaggi cinesi, i giardinetti spelacchiati con lo scivolo giallo rosso e blu. Mai la bellezza, mai il glamour, eh no, per carità! Perché se no il popolo non è più il popolo come lo pensano loro, se no la periferia non è più la periferia come deve essere. Gli si spostano gli stereotipi e gli viene una labirintite ideologica.

Tu pensa la vecchiezza di ragionare ancora in termini di centro-e-periferia, e non invece in una prospettiva policentrica, in cui ogni zona abbia la sua propria vocazione, il suo proprio centro vivo e pulsante.  Che fine ha fatto, a proposito, il progetto dei Municipi?

Che tristezza, Paola. Che delusione. Che mediocrità. Che provincialismo: con il low cost anche il popolo viaggia, in classe economica, e fa i confronti con il resto del mondo.

Almeno tu ogni tanto nella tua Sardegna ci puoi tornare. Quando ci vai, salutamela.

(questa lettera da-milanese-a-milanese è per Paola Bacchiddu, “giovane” collega che stimo molto e a cui auguro un grande futuro. Paola mi risponde)

 

Cara Marina, innanzitutto ricambio la stima.

Sono arrivata a Milano nel settembre del 1991. Avevo 16 anni. Ricordo ancora gli acquazzoni di quell’autunno – io, che arrivavo da Cagliari – e mio padre che, durante un pranzo, convocò me e le mie sorelle per spiegarci che Milano era “altra cosa” dalle città in cui avevamo abitato finora.
“In che senso?”, chiesi. “Nel senso che non è paragonabile a nessun’altra città”, mi rispose lui.
Ci penso spesso a quella frase che allora non capii. All’epoca, l’ultima coda di quella “Milano da bere” – amministrata dal socialista Paolo Pillitteri – stava per essere spazzata via dalla stagione di Mani Pulite, dopo l’arresto di Mario Chiesa nel febbraio dell’anno successivo. L’immagine di quegli anni sono i lampeggianti azzurri delle volanti che attraversano di corsa la città. Sono gli arresti, continui. E una parola, pronunciata come un mantra liturgico: tangenti. Ricordo anche il primo sindaco leghista, Marco Formentini, dopo la parentesi socialista di Giampiero Borghini e del commissario prefettizio Claudio Gelati. Bossi, il suo leader, urlava “terùn”, dalla piazza prospiciente Palazzo Reale. E mi chiedevo dove fossi precipitata.

Non ho percorso questo amarcord a caso. Quando penso a Formentini, oggi, a vent’anni di distanza, mi ritrovo a esprimerne un giudizio tutto sommato positivo. E questo mi sorprende. Due anni fa, l’ondata arancione dell’attuale sindaco Pisapia si guadagnò nove circoscrizioni su nove. La città era stanca dei dieci anni di gestione di centro-destra, con Albertini e Moratti. Gli associazionismi, i comitati germinati spontaneamente, i partiti politici, gli elettori stessi si erano stretti in un grumo fiducioso attorno a chi prometteva – per la vecchia capitale morale d’Italia – “la grande visione”. Nel suo primo discorso, al teatro Litta, come candidato premier del centro-sinistra, Pisapia parlò di “buche sulle strade”. E io pensai, con scarsa lungimiranza, che un sindaco che intende conquistarsi una città come Milano deve promettere molto più di questo: deve regalarci il sogno o, quantomeno, un orizzonte.

Due anni dopo, invece, con rammarico e uno strano senso del paradosso, noi, che a quel sogno ci avevamo creduto, ci troviamo a lagnarci proprio di quelle buche che la giunta non riesce a riparare, neppure in un’ordinaria amministrazione. Quelle a cui tu sei affezionata, e che io cerco di schivare, a bordo dello scooter, per non spezzarmi il collo in un Corso Sempione non proprio secondario, quanto a viabilità.
Che è successo? L’assessore Majorino risponde attribuendo la responsabilità al patto di stabilità, alla spending review, ai tagli attuati dal Governo centrale, al buco in bilancio lasciato da Letizia Moratti. Il suo collega D’Alfonso risponde alle legittime obiezioni di Marco Vitale (“”manca il progetto, non c’è la visione”), gettando benzina sullo scontento: “La macchina comunale si è rivelata essere un imbarazzante trabiccolo e in due anni siamo riusciti a cambiare poco o nulla”.
La città sembra aver perso tutti gli appuntamenti di gestione ordinaria che si era prefissato di risolvere: la sicurezza, la sporcizia, il traffico, la qualità dei servizi. L’ultima miccia che tu ricordi – un’altra puntuale ordinanza restrittiva per vietare il consumo dei gelati oltre la mezzanotte, allo scopo di evitare “gli assembramenti” nella zona della movida – ha deflagrato lo scontento. Con intempestivi comunicati di smentita che confermano il già deciso e accendono un riflettore su una giunta tesa, nervosa, divisa (ormai, dopo la cacciata di Boeri, non si contano più le tensioni intestine).

Cara Marina, Milano e chi la ama – come te e come me che non ci sono nata ma ho imparato a non poterne più fare a meno – non si meritano, forse, qualcosa di meglio? Mancano 24 mesi ad Expo e io ricordo, ancora con sgomento, le pattuglie di vigili urbani a multare le auto, anche straniere, parcheggiate attorno alla zona di via Savona, durante il salone del Mobile di quest’anno.
Ma perché? Perché trasmettere l’identità di una città che respinge? Perché, come tu ricordi, la Martesana non può essere un fiore all’occhiello che brilla nel cuore di un capoluogo ostaggio di luoghi comuni spesso ingiustificati? A Milano non si lavora, solo. Non si produce, solo. A Milano si vive, si lotta, e ci s’innamora. Milano è forte: nel suo spirito civico, nel suo apparato associazionistico, nelle sue strutture sanitarie (scandali a parte), in quella capacità – in fondo ancora ne è rimasta, anche se siamo in Italia – di consentire una possibilità di successo a chi qui viene ad abitare, e a scommettere sul futuro.
Uno scrittore che amo molto, Sandrone Dazieri, ha scritto in un suo romanzo una cosa che io condivido e che forse non molti comprendono: “Milano non è una città, ma un grumo di lava che ha subito tutte le furie. Che è sterile, come il deserto, e per starci bisogna essere attrezzati. Che non è adatta ai dilettanti. Per questo la amo”.

E allora, Marina cara, perché dovremmo accontentarci di una gestione dilettantistica?

Donne e Uomini, Politica, TEMPI MODERNI giugno 5, 2013

Istanbul: la forza della non-violenza

(foto Sinem Babul)

 

A giorni dovrei partire per Istanbul, chiamata a coordinare uno dei panel alla Conferenza delle donne nella nuova stagione del Mediterraneo. Dovrei, dico, perché non è ancora chiaro se vi saranno le condizioni per tenere quell’incontro, che riunirà intellettuali, politiche e imprenditrici di tutti i Paesi del bacino.

Stanotte altri scontri intorno allo stadio e a Gezi Parki. Dopo molte giornate sanguinose -i morti sono 3, secondo alcune fonti 4, per Amnesty International quasi 2500 feriti in tutta la Turchia , centinaia i detenuti, moschee trasformate in ospedali da campo: guardate qui) la giornata di oggi è cruciale. Una delegazione del movimento di protesta incontrerà il vicepremier Arinc, ponendo 4 condizioni molto nette: la liberazione dei manifestanti in carcere, la punizione dei responsabili degli abusi da parte delle forze dell’ordine, nessun divieto di manifestare a Taksim o altrove, la salvezza di Gezi, parco storico minacciato dalle ruspe della speculazione e luogo-emblema della rivolta contro il crescente autoritarismo del governo Erdogan.

Scelgo quella che vedete come immagine-simbolo di questi giorni dolorosi per la Turchia: una ragazza che resiste al getto potente di un idrante, la splendida e invincibile forza della non-violenza. L’islamizzazione debutta sempre con la restrizione della libertà femminile, si gioca da subito sui corpi delle donne: poco trucco, abiti castigati, niente effusioni in pubblico. La ragazza in rosso, con la sua passività attiva, fa del suo corpo campo di battaglia, inerme ma resiliente, quasi invulnerabile. Sembra che niente e nessuno la possa abbattere.

Sta facendo politica. Anche questo è un esempio di body-politics.

p.s. Seguite sui social network, sul “Corriere” e sulla “Stampa” le ottime corrispondenze da Istanbul di Monica Ricci Sargentini e Marta Ottaviani.

ULTIM’ORA: Il vicepremier Arinc ha disdetto l’incontro previsto per oggi con la delegazione del movimento. Intanto sono stati effettuati 24 arresti per un tweet. Qui le news.