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TEMPI MODERNI

TEMPI MODERNI Novembre 16, 2009

SOMARI

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Qualche settimana fa vado a Barcellona a fare una conferenza, ed ecco che me la ritrovo su Youtube. Niente di strano, beninteso. Ma in Italia ho preso parte a moltissimi incontri, e nemmeno una volta sono finiti su Youtube. Intendiamoci: non lo sto dicendo per me. Non ho affatto la smania di moltiplicare la mia presenza su Youtube. Dico solo che da noi certe buone pratiche -sfruttare tutte le possibilità offerte dal web- non sono affatto diffuse. In Spagna, a quanto pare, ormai è una cosa normale.

Si potrebbe fare moltissimo, ricorrendo alle nuove tecnologie. Basta Skype per animare un convegno, ad esempio: la compresenza fisica non è sempre necessaria. Si potrebbe diffondere quello che si vuole a uso di un pubblico potenzialmente illimitato. Mi colpisce molto, pur da tecno-analfabeta quale sono, che qui siamo così arretrati, e non riesco a darmi una spiegazione. Sarà anche una questione di banda larga, ma io credo che più che altro sia per un basso desiderio.  Com’è poi che siamo la sesta potenza -dio, che brutta espressione!- benché “sconnessi” io non lo so. Il motivo di speranza, però, è che quando la gran parte dei cittadini finalmente frequenteranno il web, il rimbalzo potrebbe essere straordinario. Teniamoci pronti.

P.S. L’asinello qui su, però, è meraviglioso.

Politica, TEMPI MODERNI Novembre 14, 2009

SONO CONTENTA: SBAGLIO?

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Ieri il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha inaugurato i nuovi 19 chilometri di ingresso a Napoli che completano la linea ad Alta velocità-alta capacità tra le due città. Dal Colosseo al Vesuvio in un’ora e dieci minuti -anche qualcosa in meno- a partire dal prossimo 13 dicembre. 40 corse al giorno, e 6 corse Milano-Napoli in 4 ore 10 minuti.
L’Ad di Ferrovie Moretti ha detto che “infrastrutture, tecnologie di terra e di bordo, treni e know-how, tutto è rigorosamente made in Italy“, e che l’Italia è il paese più avanti nelle infrastrutture ferroviarie per il progetto del corridoio europeo Berlino-Palermo.

A me pare un’ottima notizia. Sono contenta. Sbaglio?

esperienze, TEMPI MODERNI Novembre 7, 2009

PRONTI AL MEGLIO?

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Dopo vent’anni complicati, culminati in una crisi globale, Li Edelkoort è finalmente felice di annunciare che il ventennio a partire dal 2011 -lei “vede”in anticipo di un biennio- sarà addirittura splendido. Fine della rabbia e della paura, ripresa dell’economia e una migliore convivenza umana, con relativi riflessi nella moda e nel design, i suoi specifici settori di previsione. E se lo dice lei, direttora della Design Academy Eindhoven e insuperata guru del trend, a cui da più di un trentennio si rivolgono le maggiori maison di moda & altro per pianificare la loro produzione –Edelkoort, secondo Time, è tra le 25 personalità più influenti nel mondo del gusto-, ci sono ottime probabilità che anche stavolta ci abbia azzeccato.
Insieme all’altro guru Chris Anderson, direttore della rivista Wired e anticipatore della social network revolution, l’olandese Edelkoort è stata la guest star della prima edizione del Capri Trendwatching Festival, convegno sugli stili di vita del prossimo futuro

organizzato dalla Fondazione Capri. Chiedo a Mrs Edelkoort come fa, da dove le vengono le visioni che alimentano le sue profezie: “Questa volta” dice “sono stata ispirata da un senso di liberazione e di sollievo. Qualcosa che finalmente ricominciava a fluire. Come l’acqua, in tutto il suo ciclo, dalla sorgente alle profondità marine. Quando ho una visione mi metto in ascolto con precise tecniche, giorno dopo giorno, per captare quello che viene avanti, e visualizzarlo in immagini dettagliate”.
Edelkoort declina la ritrovata fluidità in una moda che per la primavera-estate 2011 vuole tessuti lievi e trasparenti come acqua sorgiva, lini leggeri, drappeggiati e a strati. Tessuti a rete, pizzi e jabot che fanno pensare alla schiuma del mare. Crepe fluttuanti, tele stonewashed e gommate. Colori della primavera –l’energetico giallo soprattutto- che evolvono nel bianco in tutte le sue nuance, in riflessi di scaglie e madreperla, nei blu marini e dilavati; ma anche nei toni fangosi degli estuari, nell’ocra e nel corallo del Mediterraneo, drappeggi e sandali da dee greche, fino all’esplosione cromatica dei pesci tropicali e degli uccelli della foresta pluviale.
Fluidità e scambio di energie anche per il design, pensato per una vita condivisa: intimità, semplicità, un mix di passato e nuove tecnologie. “Agli esseri umani” dice Edelkoort “piace il due. La nuova unità di misura sarà la coppia: non solo tra partner, ma anche tra amici. E tra nonni e nipoti, nuova coppia su cui sollecito l’attenzione del marketing. L’individuo avrà tempi duri, sarà sempre più impopolare. I giovani hanno una grande voglia di stare e lavorare insieme, e non hanno più fretta di scappare dalla famiglia: il gap tra generazioni si è ridotto. La piramide del potere si appiattisce verso un’orizzontalità in cui non c’è più un boss, e ciascuno è chiamato a dare il suo meglio”.
Il design conseguente: linee chiare ed essenziali. Cose impilabili, che stanno facilmente insieme, semplici da trasportare. Materiali high-tech, fibra di carbonio, acciaio, metalli splendenti come gioielli. Prodotti industriali, ma anche cose artigianali e uniche che insieme formano una “famiglia”. Oggetti di recupero, il passato reinventato per il futuro, forme organiche, il calore del legno e della pelle. E molto giallo, anche per la casa. Un bisogno di autenticità e di calore che troveremo in un sorso di buon cognac, nella campagna, nel cibo autentico e “lento”.
Fuori casa, nel macro, la visione di Edelkoort predice una nuova diffusa fiducia: “… l’economia volerà! Questa crisi non l’abbiamo determinata noi, quindi riprenderemo a consumare senza sensi di colpa”. Una società più femminile (“Saremo tutti più donne”), reticolare, centrata sulle relazioni e indifferente alla finzione dei ruoli. Politici carismatici, sul prototipo Obama. Perfino il terrorismo allenterà la sua morsa. Insomma, una meraviglia.
I temi di Edelkoort, in effetti, ricorrono nelle previsioni di molti altri trendsetter che hanno preso parte all’eccellente convegno caprese: tra gli altri lo scrittore Bruce Sterling, il fashion designer  Walter Van Beirendonck, l’antropologo dello streetstyle Ted Polhemus, il filosofo Fulvio Carmagnola. E nelle rilevazioni degli urban watchers, “lettori” dei segni di cambiamento del gusto e degli stili di vita sguinzagliati in una trentina di realtà urbane sparse per il mondo, da Londra a Bangalore, New York, San Paolo, Tokyo: cosiddetti snodi glocal, indizi locali con un potenziale globale.
Ed ecco alcuni di questi indizi. Il nuovo non basta, ci si volta indietro: le vecchie danze riproposte in una ballhouse berlinese; i pub in stile “soviet-nostalgia” a Mosca; un locale anni Settanta a Bogotà, intitolato a un immaginario senor Armando Fuentes, vissuto all’epoca. Bisogno di intimità: luoghi pubblici allestiti come case, tipo “Alice in Wonderland”, salone di bellezza madrileno che sembra la casa della nonna; e, a Milano, 4th floor, parrucchiere che riceve nella sua elegantissima casa un solo cliente per volta (già apprezzato da varie celebrities); house concert, musica dal vivo per pochi intimi, in clima di amicizia.
Altra tendenza, il Supergreen, ovvero l’idea sempre più diffusa di una sostenibilità ambientale “smart”, lontana dall’idea di rinuncia. Una frugalità-felicità, semplificazione volontaria dello stile di vita che coniuga etica, estetica, benessere e qualità. Secondo Marco Roveda, eco-imprenditore, il 35 per cento della popolazione occidentale è già su questa strada, che entro breve sarà maggioritaria. Ed ecco le bellissime case 100 k (100 mq per 100 mila euro) di Mario Cucinella, a basso impatto e a basso costo; la vecchia ferrovia sopraelevata di New York che i cittadini hanno fatto diventare un enorme giardino pensile; i congegni per un monitoraggio costante dei consumi; il boom di corsi di taglio e cucito negli Stati Uniti, per farsi i vestiti da sé; il trionfo della bici, con google map per ciclisti; i gesti di eco-guerriglia: “bombe” di semi, parcheggi occupati con giardini temporanei. E un design che coniuga sostenibilità e bellezza. Bellezza che invade come un virus la vita quotidiana: è la cosiddetta Daily Aesthetics. L’arte contemporanea esce dai luoghi istituzionali per installarsi nei vuoti urbani: i cubi di vetro per mostre d’arte a Seoul, l’arte in piscina a Berlino, le vetrine per giovani artisti nel quartiere a luci rosse di Amsterdam; l’ex macello di Madrid e altri luoghi dismessi utilizzati per mostre e performance; il museo all’aria aperta a Mosca, il corpo come mezzo artistico, in una body art diffusa. Una generale estetizzazione delle merci e degli oggetti di uso comune tanto che, come dice la critica della moda Maria Luisa Frisa, “a volte cerchiamo qualcosa di “normale” e non lo troviamo più!”.
La città diventa uno spazio espressivo da fruire attivamente e creativamente. Segni anticipatori: i raduni estemporanei basati sul passaparola e sul tam tam in rete, i party lampo nei Bancomat a Berlino, i blue-tooth per fare amicizia in metrò. E ancora: i Guerrilla-Drive in, proiezioni cinematografiche spontanee sui muri delle periferie urbane; un po’ di Pilates aspettando il bus, e il city-fit, su e giù per i grattacieli di Londra e New York; i negozi nomadi e a sorpresa. Un’architettura urbana “non-definita” come dice Mario Lupano, storico dell’architettura contemporanea “piena di “crepe” che chiamano all’uso pubblico di una città sempre più aperta”.
Il Capri Trendwatching Festival si chiude con la perturbante tendenza al “Free” (gratis), titolo dell’ultimo libro di Chris Anderson (pubblicato in Italia da Rizzoli), principio che sta rivoluzionando marketing ed economia. Come si può fare business a partire dal prezzo-zero introdotto dalle merci digitali, gratuità che si va diffondendo oltre la rete? “La chiave” dice Anderson “è il free-mium (free+premium), opposto esatto della pubblicità. Nella pubblicità il prodotto viene raccontato prima, con la possibilità che chi lo acquista resti deluso. Nel caso del free-mium l’accesso al prodotto è immediato e gratuito, e in seguito se ne introducono versioni a pagamento”. Anderson fa l’esempio di un videogioco popolarissimo in America: il 95 per cento accede gratis, il restante 5 per cento compra la possibilità di esplorare di più, di ridurre i tempi, e via dicendo. Altro esempio, gli e-book, i libri pubblicati sul web: “Quando offri il tuo lavoro gratis, se quello che hai scritto è buono” garantisce Anderson “diventi subito famoso. Ci sarà sempre una quota di lettori che vorrà possedere fisicamente quel libro e lo comprerà. E avrai la celebrità, con i suoi vantaggi e il suo indotto”.
Inutile del resto, avvisa il guru, lottare contro il “gratis”: è come cercare di resistere alla forza di gravità.

(pubblicato su Io donna-Corriere della Sera l’8 novembre 2009)

Politica, Senza categoria, TEMPI MODERNI Novembre 5, 2009

AMARE NATALIE

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In tutte le cene e i convegni amichevoli si discute di quello che avrebbe o non avrebbe dovuto fare l’ex-governatore Piero Marrazzo, inchiodato dai suoi ricattatori. Dalle mie parti, l’idea che va di più è che avrebbe dovuto sparare alto, ammettendo tutto, anche con un certo orgoglio, e dichiarando guerra agli infami. Una cosa alla Letterman, insomma. Facile a dirsi, meno a farsi, quando il mondo ti sta crollando addosso.

Io in questi giorni, invece, vedendo Marrazzo disperarsi e piangere, penso che il suo pianto non sia solo perché la sua carriera politica è finita, la sua immagine definitivamente deturpata e il suo matrimonio in bilico, ma anche perché -il che è quasi certo- ha definitivamente perso la bella Natalie, che doveva essere importantissima nella sua vita. Perché non avrà più questa sua seconda vita, non solo sesso ma anche una relazione affettiva profonda -forse il vero tabù, la cosa che non si può dire è questa-. Perché pian piano, con fatica, i pezzi della sua vita li rimetterà insieme. Ma questo pezzo gli mancherà per sempre. A meno di un sia pur tardivo scatto di orgoglio. Nel caso dovesse leggere qui, sappia che è ancora in tempo.

TEMPI MODERNI Novembre 2, 2009

PUPAZZO ROSSO E CALZINI TURCHESI

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Leggo in un’autopresentazione di Annalisa Spinoso, giovane e ambiziosa collega di Mattino 5 autrice dello zelante “scoop” sul giudice Raimondo Mesiano -la triste storia dei calzini turchesi, per intenderci- che da ragazzina il suo sogno era fare la giornalista per Striscia la notizia o per Le iene. Leggo poi sul Corriere del Mezzogiorno che Luigi Tommasino, consigliere comunale Pd di Castellammare di Stabia assassinato da un commando nel febbraio scorso, un paio di anni fa aveva contattato Jimmy Ghione di Striscia per denunciare irregolarità nelle elezioni degli organismi cittadini del partito e dei delegati da inviare al congresso provinciale della Margherita.
Non intendo qui parlare di questa triste storia –non è escluso che l’omicidio possa essere collegato alla denuncia in tv– ma del fatto che sia diventato normale ogni volta che c’è un abuso, un’irregolarità, una truffa, o qualunque cosa da denunciare, chiedere l’intervento del Gabibbo o di uno dei suoi amici. Perfino per un onesto consigliere comunale che sente odore di camorra. Ti senti turlupinato o vittima di un’ingiustizia e la prima cosa che ti viene in mente è chiamare Striscia. Abbiamo fatto l’abitudine a questo pupazzone giustiziere che scopre canili-lager, insegue imbroglioni, sventa malefatte strillando in genovese, per quanto la scena sia alquanto surreale. Perché in effetti è surreale dover ricorrere –a volte sembra che non ci sia altra scelta- a un difensore civico conciato in quel modo.
Senza nulla togliere, e anzi, a Ezio Greggio e a Enzo Iacchetti e ai loro prodi inviati, qualcosa non torna. Ed è l’idea che la verità abbia bisogno di un contenitore un po’ particolare, di uno show in qualche modo extraterritoriale rispetto al giornalismo “normale”. Che dall’informazione tradizionale non ci sia più da aspettarsi granché, insomma, e che gli unici che raccontano come stanno le cose, che sono dalla parte dei piccoli e degli indifesi senza alcun altro interesse da difendere se non il bene pubblico, sono Staffelli, Ghione, Fabio e Mingo e gli altri supereroi.
E’ un altro indizio del paese che siamo. C’è materia di riflessione, mi pare. In particolare per noi addetti ai lavori.

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(pubblicato su Io donna-Corriere della Sera il 31 ottobre 2009)

Politica, TEMPI MODERNI Novembre 1, 2009

E LEI?

diana blefari melazzi

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La ‘nuova Br’ Diana Blefari Melazzi si è impiccata ieri sera nel carcere femminile di Rebibbia a Roma, dove era detenuta dopo la condanna definitiva per concorso nell’omicidio di Marco Biagi, assassinato dalle Nuove Br il 19 marzo 2002. Poche ore prima di togliersi la vita Diana Blefari Melazzi aveva ricevuto una comunicazione ufficiale della conferma in Cassazione, della sua condanna all’ergastolo. Secondo i suoi avvocati potrebbe essere stata “la goccia che ha fatto traboccare il vaso”. Diana Blefari Melazzi  era  sottoposta a regime carcerario duro: due ore d’aria, due di socialità al giorno, posta censurata e un’ora al mese con la famiglia, attraverso un vetro. Da qualche tempo non si alzava più dal letto e rifiutava i colloqui. Si è impiccata nella sua cella con delle lenzuola intorno alle 22.30 di ieri.

E di quest’altra morte in carcere, che cosa abbiamo da dire?

TEMPI MODERNI Ottobre 31, 2009

DITECI CHE COSA E' SUCCESSO

stefano cucchi

stefano cucchi

Sul caso di Stefano Cucchi, il giovane detenuto morto in circostanze non chiare all’ospedale Pertini di Roma, riporto una dettagliata cronaca dei fatti dal Corriere della Sera, a firma di Fabrizio Caccia.

«Signora, dica a mia so­rella Ilaria di tenermi il cane. Se lo ricor­di, mi raccomando…». È lunedì 21 otto­bre, la via crucis di Stefano Cucchi sta per compiersi. Il ragazzo, gracilissimo, scheletrico, con vistose ecchimosi sul volto e una vertebra lombare frattura­ta, esprime il suo ultimo desiderio a una volontaria che presta servizio tra i detenuti ricoverati all’ospedale Pertini. Morirà il mattino dopo, alle 6.20. Ora, però, bisognerà capire di che è morto. È stato pestato? È stato forse massacrato da qualcuno, nel suo viag­gio assurdo tra una caserma dei carabi­nieri e una cella di Regina Coeli? Per­ché da quando fu fermato dai carabinie­ri per spaccio e detenzione nel parco dell’Appio Claudio, la triste storia del geometra romano Stefano Cucchi, ap­pena trentunenne, diventa un grovi­glio di rapporti investigativi apparente­mente rassicuranti, referti medici allar­mantissimi e lettere di Sos mai arriva­te.

IL FERMO E LA DROGA – Dunque, vediamo. Tutto comincia al­l’una di notte tra il 15 e il 16 ottobre. I carabinieri dell’Appio Claudio fermano Cucchi: ha con sé 20 grammi di droga. Lo portano a casa sua a Torpignattara per la perquisizione, dove svegliano mamma Rita e papà Giovanni. Il ragaz­zo si siede sul divano, è tranquillo e al­meno a quell’ora non presenta ancora segni di violenza. Lo affermano senza ombra di dubbio i genitori. Alle 2 i carabinieri, senza usare le manette, lo portano alla caserma di via del Calice, ma lì non c’è posto per la notte, così mezz’ora dopo viene trasfe­rito in un’altra caserma: via degli Ar­menti, Tor Sapienza. Lo mettono in una cella, lui avvisa che è epilettico, po­co prima delle 5 il piantone sente Stefa­no che si lamenta, «tremo, ho mal di testa», allora chiama il 118, arriva l’am­bulanza e il medico lo visita. Nella me­moria presentata in procura dai carabi­nieri si annotano «una visita accurata» e «un referto che parla di epilessia e tre­mori senza però riscontrare ecchimosi o lesioni. L’uomo ha rifiutato ogni cura e anche il ricovero. Dopo la visita Cuc­chi ha detto ‘voglio continuare a dor­mire’. E così ha fatto finché è stato por­tato in tribunale».

IL SALUTO CON IL PADRE – Quando lo svegliano sono le 8.40 del 16 ottobre. L’udienza di convalida in piazzale Clodio è fissata per le 12. Stefano arriva e c’è il padre ad aspettar­lo. I due si salutano, parlano su una panca per qualche minuto, il padre tro­va il figlio «molto gonfio in faccia», con «gli occhi neri». Ma il figlio non gli dice di aver subìto un pestaggio. Non dice niente. Però chiede comprensio­ne: «Sono epilettico, tossicodipenden­te e sieropositivo». Il giudice si accorge di quegli strani segni sul volto, così dispone che il me­dico del tribunale lo visiti. Il referto par­la di «lesioni ecchidomiche bilaterali in regione palpebrale inferiore» e «lesioni alla regione sacrale e agli arti inferio­ri ». Il magistrato convalida il fermo, il ragazzo non ci sta, dà un calcio a una sedia, è scosso, contrariato, lui vorreb­be andare ai domiciliari oppure tornar­sene in comunità dove in passato ave­va provato a disintossicarsi. Niente. Viene portato in carcere, a Regina Coe­li. Racconta Giovanni Passaro, segreta­rio provinciale del Sappe (sindacato di polizia penitenziaria): «Il detenuto a quel punto viene visitato dal medico di turno, il dottor Rolando, che però date le sue condizioni ordina di portarlo su­bito in ospedale, al Fatebenefratelli…», dove gli fanno le lastre e uno dei medi­ci che lo visita, F.F., dice al Corriere: «Aveva una frattura a una vertebra lom­bare, lui mi ha detto che era caduto, era scivolato, non so dove, ma cammi­nava normalmente, anche le analisi del sangue non erano disastrose. Così gli ho consigliato il ricovero in ospedale con 25 giorni di prognosi, ma lui l’ha rifiutato, mi ha detto che voleva torna­re a Regina Coeli dove conosceva un medico che gli avrebbe dato più gior­ni… Così ha firmato e se n’è andato». Erano le nove e mezza di sera del 16 ot­tobre. Cucchi torna a Regina Coeli e ci dorme. Il mattino dopo lo visita un al­tro medico di Regina Coeli, il dottor Pe­tillo, così ricorda il dirigente del Sappe. Anche il referto di Regina Coeli è im­pressionante: «Ecchimosi sacrale cocci­gea, tumefazione del volto, algia della deambulazione». È successo qualcosa in cella, durante la notte? Cucchi torna al Fatebenefratelli, ma lo stesso medi­co che l’aveva visitato la sera prima, verso le 14 giura che «le sue condizioni erano invariate rispetto alla sera pri­ma… ».

IL TRASFERIMENTO – Il pomeriggio del 17 ottobre, infine, viene disposto il trasferimento nel re­parto di medicina penitenziaria del Per­tini, diretto dal dottor Aldo Fierro. «Il ragazzo — ricorda il dottore — oltre al­la frattura della vertebra lombare pre­sentava una contusione del volto pe­riorbitale, cioè intorno agli occhi, ma insomma parlava tranquillamente con i nostri medici e non ha mai accennato a un pestaggio subito. Però ha conti­nuato fino alla fine a rifiutare acqua e cibo, accettava solo le medicine per cu­rarsi l’epilessia». Dopo 4 giorni passati di­giunando, sul letto d’ospe­dale, senza mai vedere i suoi genitori, bloccati alla porta dai secondini, Stefa­no Cucchi sta ormai moren­do. È sempre più debole. Così alle ore 18 del 21 otto­bre il dottor Fierro prende la decisione e prepara una lettera da inviare al magi­strato Maria Inzitari, la stessa che la mattina del 16 in piazzale Clodio aveva giudicato il ragazzo. La lettera del dot­tore suona, a posteriori, come un Sos: «…Per il persistere di tale atteggiamen­to di rifiuto rispetto ad approfondimen­ti diagnostici e agli aggiustamenti tera­peutici, visto l’ulteriore aumento dei se­gnali di disidratazione, il pomeriggio del 21 ottobre abbiamo avvisato il ma­gistrato con una relazione allegata alla cartella clinica nella quale facciamo pre­sente il nostro disagio a gestire le con­dizioni cliniche del detenuto…». Ma la lettera non partirà mai. Stefano Cucchi, il mattino dopo, è già morto.

Donne e Uomini, Politica, TEMPI MODERNI Ottobre 30, 2009

IN TRANSITO

(foto reuters)

(foto reuters)

Riproduco qui l’articolo pubblicato l’altro ieri sul Corriere, perché tanti non l’hanno letto e me lo chiedono.

Ricordate il vecchio Freud, di fronte al mistero delle “sue” isteriche? Che cosa vuole una donna? si lambiccava il cervello. Una risposta precisa non seppe trovarla neanche lui. Al tempo dei patriarchi la sessualità maschile era la norma, e quella delle donne un oscuro tumulto non autorizzato. Ma un uomo? Che cosa vuole, un uomo? verrebbe voglia di chiedergli oggi. Perché dei desideri delle donne ormai si sa tutto. Dalle autovisite in avanti, il mistero è stato pubblicamente scandagliato per almeno mezzo secolo. E i desideri degli uomini? Ecco, ti pare di avere proprio tutto: la vita che volevi, il lavoro, e poi la casa, il conto in banca, e la famiglia, i figli e forse –che esagerazione!- perfino l’amore. Poi un bel giorno, per ricatto o per puro caso, vieni a sapere di una certa Brenda o Nazaria o Wynona che come un’oscena badante si prende cura del padre dei tuoi figli. E all’epicentro del terremoto che fa crollare la tua vita perfetta, un maestoso fallo con cui non c’è possibilità di gara. Una nuova versione dell’invidia del pene? “A un’altra donna, tutto sommato, sei sempre pronta”, racconta una che c’è passata. “Soprattutto sui 50, quando diventano fascinosi e brizzolati e cominciano a tentennare. Sai che vanno in cerca di conferme. E se capita, dopo un po’ di purgatorio magari te li riprendi pure in casa. Ma così…” si mette le mani tra i capelli. “Ed era anche un mostro. Che cosa fai, con una rivale che ha il 44 di piede e siliconi della sesta?”. Il modello manca. C’è tutta una genealogia di tradite lacrimose a cui riferirsi quando si tratta “banalmente” di una donna: le madri, le nonne; le crisi di nervi della principessa Maria Stella Salina, quando il Gattopardo Don Fabrizio, stampatole un brusco bacio sulla fronte, lascia Donnafugata per una fuga in carrozza dalla sua favorita. Le convenienti ritrosie della moglie a cui tocca convivere con la lascivia autorizzata dell’amante. Una poligamia informale. Le cose andavano così, quando il patriarcato aveva dato al mondo il suo ordine: per quanto discutibile, almeno riconoscibile. Una saprebbe regolarsi perfino se l’altra fosse inequivocabilmente un altro. Ormai anche qui qualche precedente si è accumulato. Ti puoi anche disperare come Julianne Moore, moglie anni Cinquanta in “Lontano dal paradiso”, di fronte al coming out del tuo amato sposo, ma non puoi non comprendere. E dopo un ragionevole periodo di assestamento, se hai un’anima sufficientemente grande puoi anche continuare ad amare. Come una sorella. Non tutto è perduto. Ma di fronte a Brenda, Nazaria o Wynona ti va in pappa il cervello: che cos’ha? E’ gay? Non sta bene? O è semplicemente un maiale? Chi chiamo? L’avvocato, uno psichiatra o l’esorcista? Non è un caso, per quanto possa apparire pazzesco, che oggi la sessualità maschile sia diventata una questione politica. Il fatto è che si tratta davvero di una questione politica. Che cosa sono gli uomini, crollata la narrazione patriarcale? Su che cosa puntellano la loro identità se non possono più contare sul dominio delle donne? Che cosa ne è della loro maestosa cultura e del mondo che ci hanno costruito sopra, se le fondamenta sono piene di crepe? Non c’è proprio niente da ridere. La pochade della nostra trans-repubblica –ricatti, contro-ricatti, gente in mutande, partouze, mercimoni, filmini, escort che chiacchierano, mogli che sbarellano- è solo la divertente parodia. Sotto, le lugubri note di una danse macabre di fine civiltà. Questo delle trans non è solo un vizietto per potenti. Se una metà abbondante di chi fa il “mestiere” è pene-dotata, è perché esiste una corrispondente –e ipocrita- domanda da parte di un’enorme quantità di impiegati, ragionieri, amministratori di condominio, onesti padri di famiglia. Ok il seno e un nasino femminile, ma nessuna operazione definitiva. “Quello” lo si tiene, o si perderebbero i clienti che a quel punto si rivolgerebbero a “semplici” donne (e sai la noia…). “Perfino i papponi” conferma Ginny, pioniera operata a Londra più di trent’anni fa “oggi chiedono alle ragazze di mettersi su da travestiti”: sei una donna, d’accordo, ma cerca almeno di sembrare un uomo che vuole sembrare una donna…Vertiginoso! La trans del resto è un modello universale, valido anche per le comuni rifatte, quelle rispettabili signore tumefatte e zigomate che fanno shopping in via Condotti o su Park Avenue. Non è forse da travestito quella loro facies chirurgica, la stessa di tante opinioniste “zero tituli” dei nostri salotti tv? Qualcosa vorrà pur significare. Il trans oggi ha un’audience strepitosa: dopo Silvia, MtF -da uomo a donna- al Grande Fratello è la volta di un più raro FtM. E Maurizia Paradiso, che rivela a Pomeriggio 5 la sua prossima pater-maternità grazie all’utero della modella colombiana Francine… Ginny spiffera i nomi (irriferibili) di vari ricchi e famosi, abituali degustatori della specialità maschio-con-tette: a quanti tremeranno i polsi! E dice che questo andazzo è cominciato a metà anni Ottanta, con l’invasione dei viados brasiliani. O non è piuttosto che i viados sono accorsi a frotte per corrispondere a una domanda maschile emergente: giacere con uomini parzialmente adattati a donne? Tra i pochi disposti a parlarne –per il resto, omertoso, complice, imbarazzato silenzio- l’ex calciatore francese Éric Cantona, che in un’intervista ha ammesso: “La donna ideale potrebbe essere un travestito, perché ha un po’ di entrambi”. E su “Via Dogana”, periodico della Libreria delle Donne di Milano, Stefano Sarfatti Nahmad dice: “Comincio a credere che gli uomini che sono interessati al pieno godimento sessuale troveranno più facilmente quello che cercano scegliendo un rapporto omosessuale”. Ma forse non è tanto, riduttivamente, questione di essere o non essere gay. Traditi e abbandonati dalle donne, mortificati dalla loro autonomia, sfiniti dalla loro libertà e dalla loro voglia di stravincere, molti maschi regrediscono a un consolatorio “tra uomini”. Un mondo a cui le donne non hanno accesso: solo maschere di donne, come sulle scene del teatro medievale; solo pseudo-donne, a misura di un immaginario semplificato e un po’ autistico. Un’omosessualità spirituale e culturale che può contemplare anche un passaggio strettamente sessuale. Mi scrive, straordinariamente sincero, un lettore sul blog: “Il vero unico desiderio è vivere momenti di bel cameratismo con altri maschi… Anche il travestito ama esclusivamente il mondo maschile e ritiene che la sua “missione” sia dare amore ad altri maschi, di cui comprende le sofferenze profonde che nessuna donna potrebbe lenire”. Non varrebbe la pena di pensarci un po’ su? Dispensatrici di bellezza e di gioia, le donne hanno rinunciato per sempre a questa prerogativa divina? Valgono questo prezzo, i loro strepitosi guadagni? Per completezza d’informazione chiedo a Ginny, che ne ha viste e ne ha passate tante, che cos’ha capito in definitiva del sesso degli uomini: “Mah…” riflette. “Che ci pensano sempre. E che sono strani”.

economics, scuola, TEMPI MODERNI Ottobre 28, 2009

MI RI-MANDA PICONE

madonna dei raccomandati

madonna dei raccomandati

Un ragazzo del Sud, un bravo ragazzo che conosco. “Giù” andava bene a scuola, poi è salito al Nord per l’università e non è riuscito a passare nemmeno un esame. Nessuno gli aveva davvero insegnato come si fa a studiare. Cambio di rotta. Niente università. Forse andrà in Marina. “Sì” mi dice. “Ho una bella raccomandazione allla Capitaneria di Porto di….”. Me lo dice serenamente, come se fosse un qualunque titolo di merito o di studio, come se fosse una cosa lecita, normale e scontata. Un ragazzo come tanti, con orecchino e tutto quanto, uno di quelli che va al pub, agli happy hour, cuffiette in testa. Il suo aspetto up to date contrasta con la vecchiezza della pratica. Lui crede di essere fortunato, e invece è una vittima. Picone è il suo aguzzino. Non provo nemmeno a spiegarglielo. Vorrei abbracciarlo. Sono molto sconsolata.

Politica, TEMPI MODERNI Ottobre 27, 2009

DI CHE COSA (NON) STIAMO PARLANDO?

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Mi domandavo stamattina, mentre stiamo qui tutti quanti impegnati a frugare nelle camere da letto e tra le mutande altrui: di che cosa non stiamo parlando? Da che cosa ci stiamo distraendo? Quali sono gli argomenti che, potendo evitare per un momento questo (sono mesi che ce ne dobbiamo occupare- oggi metteremmo -mettereste- in un’ideale prima pagina?