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AMARE GLI ALTRI

AMARE GLI ALTRI, Politica Giugno 17, 2011

Dare al sindaco, non solo chiedere

la giunta di milano

I neoassessori milanesi saranno assediati da un nugolo di questuanti. Alcuni li ho visti aggirarsi già nel giorno del debutto nel cortile di Palazzo Marino. Gente mai vista, in questi mesi di passione, che passava direttamente all’incasso: soldi, finanziamenti, posti. Ma i soldi sono pochi, e quei pochi, come sta già dimostrando il sindaco Pisapia, saranno amministrati con rigore. La festa -per pochi eletti- in questa città è finita.

Vorrei dire al sindaco e ai neoassessori che non c’è solo gente che chiede, ma anche gente che è disposta a portare in dono. Che non pretende ma si protende per dare una mano in assoluta gratuità: idee, progetti e lavoro. Io ne conosco tanta.

Del resto molti tra i neoassessori e anche il sindaco hanno chiesto di non essere lasciati soli. Non si tratta solo di essere impauriti per l’immane lavoro che hanno di fronte, per tutto quello che c’è da fare e perfino da disfare. Si tratta di non volere intendere la responsabilità che hanno generosamente assunto come separata da quell’onda civica che li ha sospinti là dove ora si trovano, di non voler rinunciare a questa linfa vitale.

Il che è molto importante, è una politica della rappresentanza che resta aperta alla politica prima che c’è fuori,-quelle che chiamiamo associazioni, volontariato o anche semplicemente cura- o che addirittura ne riconosce il primato.

Questa apertura va capita bene: nessuno potrebbe lavorare con gente che ti fa le pulci a ogni passo. E’ un po’ come guidare -tante donne sanno bene quello che dico… – con uno che ti dice “frena”, “cambia” o “stai a destra”. La disponibilità a fare da “giunta diffusa“, diciamo così, non può sostituire la fiducia. Si tratta di trovare i tempi e i modi per rendere agevole questo pas de deux tra chi è dentro e chi è fuori.

Sul confine tra dentro e fuori penso che si possano edificare strutture agili e provvisorie, tende da campo, laboratori volanti che si diano da fare per collaborare con questo/a o quell’assessore/a, accompagnandolo discretamente ma efficacemente su questo o quel progetto, e così via. Credo che nasceranno parecchie di queste realtà-satellite -e alcune sono già operative- a formare una corona protettiva e produttiva intorno alla nuova giunta di Milano, sperimentando un modello che potrebbe essere buono per altre realtà locali e perfino per quella nazionale.

Quando si dice che Milano è un laboratorio politico si dice anche questo, si dice soprattutto questo, e non si parla semplicemente delle alchimie politiche come siamo abituati a intenderle. Perciò, quando ci guardate, tenete d’occhio soprattutto questo aspetto.

P.S. Una cosa però da chiedere l’avrei. Detesto le auto in generale, e quelle blu in particolare. Mi muovo quasi sempre con i mezzi pubblici, li amo -specie se funzionano- e mi piacerebbe vedere che chi ci governa fa a meno di quegli obbobri da sceicchi, che si fa volentieri due passi, una sgambata in bici o una corsa in metrò. L’assessore a piedi offre un ottimo simbolico.

 

 

 

AMARE GLI ALTRI, Donne e Uomini, esperienze, Politica Giugno 9, 2011

MEGLIO POMODORATA CHE EROIFICATA

 

 

Se permettete vorrei dire la mia sul Capranica ieri.

Anzitutto perché ci sono andata. Non sono una serva felice o una schiava radiosa. Sono una che ha vissuto da dentro e dal principio una lotta politica, quella di Milano, e che ha provato a raccontarla a chi non è di Milano, perché quello che è capitato qui non è facile da capire, soprattutto a Roma. E’ uno switch antropologico e culturale prima ancora che politico. L’ho fatto nel pezzo che vedete pubblicato nel blog, Da Berluscones ad Aranciones. Giuliano Ferrara ha detto che il pezzo gli era piaciuto ma che l’aveva fatto “molto soffrire”, e mi ha invitato a raccontare quelle stesse cose alla platea del Capranica. Ho accettato l’invito.

Lì ho detto quello che avevo scritto: che la rete era stata decisiva per la vittoria del centrosinistra, e che il centrodestra è molto in ritardo su questo fronte -ribadendo quello che aveva appena finito di dire il direttore del Tempo Mario Sechi-; che i soggetti dello switch erano stati tre: i ceti medi produttivi e creativi; le donne, molto importanti nel consenso a Berlusconi, che invece il 13 febbraio “lo hanno lasciato così come ha fatto sua moglie” (e qui ho aggiunto: “attenzione alle donne, senza di loro non si fa niente”) e che la misoginia di Letizia Moratti aveva aumentato il carico; e infine i giovani, un vero plebiscito per Pisapia che pure non conoscevano, perché per loro Berlusconi rappresenta il vecchio, la muffa, che le sue tv non le guardano più. E a muffa avrei voluto aggiungere “la forfora, un nonno che Google lo chiama Gogòl e a cui piacciono le ragazzine”.

Non stavo esprimendo la mia opinione su Berlusconi. Stavo raccontando quello che, a mio parere, i giovani che non l’hanno votato, tantissimi, pensano di lui. Ma sono stata interrotta da fischi e insulti francamente irripetibili. Meglio di tutti lo racconta stamattina Stefano Di Michele proprio sul Foglio, quando dice che io intendevo “vecchio” come “degasperiano nelle intenzioni, un filino Tino Scotti“: è proprio così. Anche i giornalisti del Foglio sono piuttosto giovani.

Forse dal video si nota: la contestazione non mi ha affatto agitato, e anzi mi ha piuttosto divertito, non mi manca il senso dell’umorismo. Raccontavo quello che avevo visto, lo raccontavo senza odio ma solo per fare capire, e in amore di verità. La parola “vecchio” era stato il detonatore, forse perché l’età media della platea era piuttosto elevata. La maleducazione è stata davvero notevole, devo però anche dirvi che molti, una volta scesa dal palco -questo sul video non si vede- sono venuti a scusarsi e a stringermi la mano, e a dire che era stato duro sentirsi dire certe cose, ma che probabilmente erano cose vere, ed era bene saperle. Che i colleghi Maurizio Belpietro e Mario Sechi sono stati “solidali” (concetto decisamente un po’ eccsssivo per la circostanza, che era anche molto comica). Che molti importanti esponenti del centrodestra in prima fila, donne e uomini, annuivano mentre parlavo: almeno parte di quelle cose le pensavano anche loro. La realtà è sempre più complessa di come appare.

Quindi sono comunque contenta di essere andata lì, un po’ meno di essere eroificata: il coraggio nella vita è proprio un’altra cosa. Per i miei gusti, meglio pomodorata che eroificata. Non mi piace la passione politica quando si esprime in tifoseria da stadio -parlare di violenza sarebbe improprio- preferisco provare a vedere l’amico nel nemico, e la parte di nemico che c’è nel tuo sodale.

Una volta Alexander Langer, maestro e fratello, uno che sui nemici-amici e sul gettare ponti aveva costruito la sua politica, mi fece fare un istruttivo esercizio talmudico: sostenere un’opinione A di fronte a un antagonista che diceva B; e dopo pochi minuti scambiare le posizioni: dire tu B e lui A. Molto istruttivo, fatelo.

Voglio anche aggiungere questo, per tutti i miei lettori di centrosinistra: non mi pare affatto strano che il centrodestra dopo la scoppola elettorale rifletta su se stesso e sulla sua leadership e intenda “rifondarsi”, e anzi è molto interessante quello che capiterà. E anche su questo ho detto la mia: che gli unici del centrodestra che, io credo, oggi a Milano possono rispondere alla domanda di buon senso e di ritorno ai fondamentali espressa dalla città sono gli efficientissimi ciellini di Formigoni. Cosa che da alcuni sarà ovviamente intesa come mio formigonismo e ciellinismo. Pazienza. Mi beccherò pure questa.

Chiudo su Alessandra Mussolini, la cui simpatia è veramente travolgente: ha detto che Lettieri, candidato Pdl a Napoli, “pareva un agente immobiliare, uno che vende le nude proprietà”, contro De Magistris, “bello guaglione”. “Lettieri, mangia“, ha concluso. Irresistibile.

P.S. A Roma ci si diverte molto di più che a Milano, anche in politica: per forza quando vanno là si “sconnettono” pure Bossi e Berlusconi.

AMARE GLI ALTRI, Donne e Uomini, esperienze, Politica Maggio 31, 2011

SOUVENIR DI UNA LOTTA

Ci svegliamo in una città nuova, stamattina, nata ieri sera in una festa meravigliosa a cui avrei voluto davvero invitarvi tutti. Ma è anche la città che conosco, è la città di quando ero bambina, e che mi mancava tanto. L’ho riconosciuta. Una città a cui la provvidenza ha dato il compito di moltiplicare i doni (laurà), di accogliere, meticcia continua, di correre con frenetica e stralunata allegria, di non dormire mai.

Sono così stravolta, stamattina, ma voglio dire in due parole quel che è stata, questa lotta.

Senza soldi: abbiamo avuto la prova che il desiderio può davvero tutto, e si fa beffe di quell’illusione che è il denaro. Nemmeno un centesimo dell’investimento dell’avversario, ed è bastato.

Senza odio: una piccola (piccola?) rivoluzione che, come ho già detto, ha fatto a meno della violenza, e si è fatta bastare l’ironia. Non c’è stato bisogno del sangue di nessuno.

Con i ragazzi: tantissimi, che hanno lavorato indefessamente, nativi digitali, che hanno convinto i più vecchi a stare in rete. Miti, la lezione del non odio ci è venuta soprattutto da loro. Ecco il tesoro che questa generazione silenziosa e gentile nascondeva, e ci ha offerto! E noi a loro, in cambio, abbiamo dimostrato che si può fare, che non ci si deve rassegnare perché le cose possono cambiare. Glielo dovevamo. Adesso è finalmente bello avere vent’anni.

Con le donne: che hanno dato una prima prova della forza del desiderio, capace di riempire le piazze del paese come vi ho detto, appunto. Senza organizzazione, senza soldi, senza potere. La prova generale di tutto questo l’hanno fatta loro.

Con la rete: senza il web tutto questo non sarebbe stato nemmeno lontanamente immaginabile.

Con la bellezza: lo vedete dalle immagini che trovate online. La bellezza, la luce, l’arancio radioso ci hanno nutrito e incoraggiato.

Con gratitudine: noi grati a Giuliano Pisapia, e anche a Stefano Boeri, a Valerio Onida e a Michele Sacerdoti, che si sono offerti generosamente come guide, e loro grati a noi. Ieri sera Giuliano Pisapia nel suo discorso “obamiano” ha detto “Sono il vostro sindaco. Sono il mio sindaco”. E ha ribadito: “Non lasciatemi solo. Ho bisogno di voi!”. Tutti abbiamo bisogno di tutti. Da soli non siamo nulla. La politica oggi si fonda su questo reciproco bisogno, è questo che potrà cambiarla.

La mia mamma: che ieri mi ha detto con quella semplicità abbagliante, quella vicinanza alla luce dei vecchi: “Il bene ce la fa sempre, hai visto. Ma ades gh’è de laurà, c’è da lavorare” . Ecco, tanto per cambiare!


AMARE GLI ALTRI, Donne e Uomini, esperienze, Politica Maggio 28, 2011

PONTI LEVATOI

milano, ponte levatoio del castello sforzesco

Se, supponiamo, a Milano dovesse vincere Pisapia, l’errore più grande sarebbe non tenere conto di come è nata questa vittoria: da un sommovimento, da una muta, dalla microfisica mobilitazione dei tanti -in verità prima pochi, più sensibili e visionari, e poi un crescendo sinfonico e all’ultimo anche classicamente opportunistico- che si sono prestati, a me viene più facile dire così, a lavorare per lo Spirito Santo, tanti invece preferiscono chiamarlo Zeitgeist.

Se il vincitore non continuasse a sporgersi all’ascolto, se si rialzassero i ponti levatoi, il lavoro dello Spirito Santo resterebbe a metà. Non si tratta certo di assemblee arancioni permanenti e di una demagogia delle masse mobilitate. Insomma non si tratta di sperare che chi sarà alla guida si degni di ascoltare: si tratta piuttosto che sia lui, con la sua squadra, a sentire il bisogno di non sconnettersi, che sia lui a chiedere, e a riconoscere che senza quella forza e quel linguaggio l’operazione sarebbe esangue e difettosa.

Insomma: ieri dicevo che se c’è stata una novità in questa esperienza milanese, è stata nel fatto di tenere l’odio al minimo; oggi aggiungo che se ce n’è un’altra è in questo rovesciamento, che non siano i cittadini a chiedere e a strappare più ampi spazi di contrattazione, ma che sia la squadra di governo a chiedere ai cittadini motivazioni, idee ed energia per cambiare la politica.

Quando dico che spero che i ponti levatoi non si alzino, non intendo banalmente la speranza che non siano solo i partiti a venire a sintesi e a serrare nuovamente le fila. Intendo molto di più, e peraltro non mi fido neanche troppo della facile contrapposizione tra partiti e società civile. Intendo che le relazioni corrano, che tutti -chi andrà dentro e la città fuori dentro i partiti e fuori di lì- si impegnino nello sforzo grandissimo di tenere aperto il passaggio che per inerzia tenderà a richiudersi; che ci togliamo definitivamente dalla testa l’immaginario feudale e verticale della piramide gerarchica, dalla testa nobile alle membra vili, per sostituirlo con quello orizzontale della rete, in cui ogni nodo pulsa per ciò che sa dare, capace di non trattenere egoicamente il flusso, ma di restituirlo e di rimetterlo rapidamente in circolazione arricchito del suo proprio plus.

Se devo pensare a un laboratorio politico lo penso così, radicalmente trasformativo delle forme della nostra convivenza, tenendo all’orizzonte la possibilità che perfino parole come potere e leadership si svuotino di significato.

AMARE GLI ALTRI, Corpo-anima, Donne e Uomini, Politica Maggio 27, 2011

CON IL MINIMO DI ODIO

Una quota di male è ineliminabile -“male necessario”, lo ha chiamato una volta Papa Ratzinger- in tutte le cose umane. E’ la nostra parte corruttibile e dolente. Ma se devo fare un bilancio di questa folgorante esperienza politica milanese che sta per chiudere la sua fase fondativa, avrei da dire questo: che il male, che l’odio è stato tenuto al minimo.

Se la vediamo come una campagna elettorale, certo, sì, i toni sono stati accesi. Direi per responsabilità esclusiva del centrodestra, che ha lavorato sulla materia prima della paura. Target: cervello rettile. Risultati: scarsi. L’organo da bersagliare stavolta era il cuore.

Ma questa non è stata una semplice campagna elettorale. Le elezioni sono state l’occasione per una muta di pelle a cui la mia città, sensibile e nevrile, era pronta. Una piccola rivoluzione, che è cominciata qui.

E questa piccola rivoluzione sta capitando senza odio, o con il minimo odio indispensabile. E’ incruenta, affettuosa, e sporca poco. Riempie le piazze ma le lascia pulite e in ordine. Non ci sono state occasioni di “contatto”, come si dice. Tutto sta capitando con un po’ di arancione, che è precisamente il colore radioso di questa energia, con l’intenso e microfisico lavoro di tutti quelli che se ne sono resi mediatori viventi -l’energia, la vita, si potrebbe dire l’amore, se il termine non avesse necessità di essere riqualificato in seguito a un notevole abuso, vengono prima di chi le interpreta-, con la rete. E con pochissimo odio per gli antagonisti, inteso come spreco di questa energia. Io intendo questo come molto femminile: il femminismo, del resto, è stata un’enorme rivoluzione senza sangue.

Avevo voglia di segnalare questa meravigliosa novità della lotta politica, dopo anni di risse continue. Se c’è una lezione che viene oggi dalla mia città, è questa. Poi di giunte, di incarichi, di nomi e di tutto il resto avremo il tempo di parlare.

AMARE GLI ALTRI, economics Maggio 21, 2011

QUANTO COSTA IL DESIDERIO

Visto a Milano un magnifico attico supercentrale circondato da un’infilata di luminosissime terrazze, fiorite di zagare e gelsomini. Una meraviglia, insomma. Lo voglio. La mia amica Nadia dice: tu sei pazza, guarda che lì sopra ti sentiresti in galera, a te piace vedere la gente che passa… (uff!)

Richiesta: 3 milioni e 900 mila euro. Ma credo che a 3 milioni e 2 venga via: tanto è uguale, non ce li ho lo stesso (sempre Nadia: e se li avessi saresti scema, bloccare una cifra del genere in una casa, poi chi te la ricompra?)

Non ce li ho, ma potrebbe sempre capitare che un lettore stramilionario un bel giorno mi dicesse: “Mi piacciono le cose che scrivi, perciò ho deciso di regalarti 3 milioni e 900 mila euro”. (faccia anche 4 già che c’è, ci sono anche le spese notarili, il trasloco, ecc.). “In fondo a me che cosa cambia” dice ancora il mio lettore “tra avere mille milioni di euro e averne 996, tolti quei 4 che do a te?”. Giusto. Tutto è relativo. A lei non cambia quasi nulla. E invece a me…

Di questi 4 milioni, in verità, se lei è s’accordo, pensavo destinarne centomila alla mia carissima Diana, adorabile ragazza ecuadoriana che mi dà una mano da anni. Così finirebbe la sua casa in costruzione a Guayaquil, e magari ci aprirebbe pure un negozietto e potrebbe tornare lì, dalla sua bambina. Centomila euro che a me non cambierebbero granché, a lei tutto.

Perché quei centomila euro per lei sono una nuova vita. Quei 4 milioni per me solo una nuova casa. E quei mille milioni (anzi, 996, non facciamo scherzi) per il mio lettore, quasi nulla. Insomma, valgono più quei centomila euro che mille milioni, il paradosso è questo. Ben più che il cambio di valuta, è il desiderio a dare valore a un cumulo di denaro inerte.

Che cosa può desiderare uno che ha mille milioni, se non di farli diventare duemila? E che cosa posso desiderare io, che a dirla tutta una casa comoda ce l’ho già –pagata con il mutuo-, e pure con il terrazzo, il suo bel limone e i gelsomini e i grilli, se non di raddoppiare il terrazzo e spostarmi in centro-centro?  (te l’avevo detto che è un desiderio cretino: sempre Nadia).

Penso a Diana, alla sua bambina che avrà visto giusto due volte in tanti anni e ormai sta diventando una ragazza, alla sua casa sudata mattone dopo mattone, al fatto che è sempre così sorridente. E mi sento piena di vergogna.

AMARE GLI ALTRI, esperienze, Politica Maggio 17, 2011

FRECCIA ROSSA, ANZI ARANCIONE

il bellissimo abbraccio tra giuliano pisapia e stefano boeri

Sono nella bolgia festante e arancione dell’Elfo Puccini, mio marito sta rientrando da Roma sulla Freccia Rossa e mi manda questo sms: “Incredibile, nella carrozza ristorante del treno si sta brindando tra estranei alla sconfitta della Moratti. Un’atmosfera da liberazione. Baci“. Mio marito è un uomo di un certo rigore -pure troppo- e non si fa prendere da facili entusiasmi. “Non ti dico qui”, gli rispondo. Nel frattempo mi arrivano felicitazioni dal mondo, da Marsiglia -una che si è presa uno champagnino e brinda da sola al porto-, da Boston: Miracolo a Milano. Non dico che il mondo ci guardi, ma un’occhiatina ce la dà.

La folla del Puccini canta “Bella ciao”, e per una volta non mi pare retorico ed eccessivo -ho in orrore la retorica-. Stamattina leggo sul Corriere Piero Bassetti che richiama la liberazione dal fascismo, anche stavolta è stato un ventennio, e mi dico definitivamente che il senso  è questo, che è uno di quei momenti in cui il corso delle cose prende quella forza, quella chiarezza e quell’accelerazione che di solito chiamiamo Storia. La Storia, questa notte, erano soprattutto quegli automobilisti che passavano per corso Buenos Aires, vedevano la folla davanti al teatro e strombazzavano festanti, nei giovani baristi che uscivano dal locale per venirti a dire: “Era ora, non ne potevamo più“. Lì capivi che tutta questa gente soffriva in silenzio, irretita dalla sfiducia, piegata dalla rassegnazione, e ora stava dicendo grazie a chi aveva trovato la forza di reagire e di scuotersi, a cominciare dai generosi candidati alle primarie fino al più piccolo militante di questi mesi di supermobilitazione. Abbiamo fatto bene a darci dentro, lo abbiamo fatto anche per loro, soprattutto per loro: a certi nella vita tocca un surplus di energie e si stratta di spenderle anche per chi non ne ha. Abbiamo intercettato il desiderio di cambiare, il bisogno -in noi stessi, e in tutti gli altri- e abbiamo cercato disperatamente di rispondere.

Treni, macchine, impiegati con la ventiquattr’ore sul sedile che schiacciavano sul clacson e si allentavano il nodo della cravatta, motociclisti che sfrecciavano con il braccio teso nel saluto, e giovani baristi con i loro grembiuloni che mollavano la macchina del caffé per venire a ringraziarti: è stato soprattutto questo a commuoverci e a ripagarci di tanta fatica, di tanta tensione, dei molti momenti di conflitto e di sfiducia. Gente che non l’avresti detto mai, che tu ti dicevi “Ma com’è che sopportano tutto?”, compresa l‘arroganza di una sindaca padrona che si fa i suoi giretti sussiegosi di fine mandato nelle bocciofile e nelle periferie come una che va a fare frettolosamente visita alla cameriera. E invece erano solo ammutoliti, e avevano bisogno che tu gli dessi le parole che da soli non riuscivano a trovare. Abbiamo cercato di dargliele, queste parole, e il lavoro è appena cominciato.

Per questo stamattina non ho voglia di parlare del Terzo Polo, dei voti grillini, eccetera -datemi un paio d’ore e mi verrà- e voglio restare ancora per un attimo nell’incanto di questa gratitudine, di questa città sballata e festante come quella della mia infanzia, quando i treni facevano ancora sognare, tutto splendeva come nuovo e nessuno aveva mai voglia di andare a dormire perché c’era da “fare su” il mondo e da divertirsi insieme. L’ho rivista, non si vedeva da così tanto, sono cadute tutte le maschere che malcelavano dolore e solitudini, è la Milano autentica, vitale, generosa, democratica nel midollo, meticcia -come me- e mi fa commuove tanto.

Voglio solo dire grazie, per adesso. E basta.

fuori dal teatro puccini, ieri sera



AMARE GLI ALTRI, esperienze, Politica, TEMPI MODERNI Maggio 14, 2011

MILANO DA SBALLARE

Domani a Milano si vota per il nuovo sindaco. Siamo in par condicio e io mi attengo scrupolosamente, anche se sono attivamente schierata. Ma devo anche dirvi che –per quanto io tifi e mi sbatta per il “mio” sindaco- penso che comunque andranno le cose niente e nessuno potrà fermare le formidabili energie che si sono messe in moto dopo la lunga fase di disorientamento e di stasi seguita alla chiusura delle grandi fabbriche.

Finalmente riconosco la mia città, anche se è molto diversa da com’era. Ha cambiato pelle, deve ricostituirsi intorno a un nuovo scheletro, si è provvidenzialmente riempita di nuovi milanesi che in cambio del pane hanno portato al mercato i loro desideri, si sono integrati e hanno fatto amicizia con noi: non c’è demagogia più disgustosa dell’allarme sull’“invasore”.

Una città insonne e con i nervi scoperti, che però se dorme troppo si ammala, perde la sua vitalità stralunata dalla mancanza di sonno, si irrigidisce sul calvinismo e sui dané, si incocaina per farcela, si frantuma nelle solitudini. Una città che fa soffrire, ma che sa anche essere segretamente intima e soccorrevole, come le sue belle corti e i suoi giardini nascosti.

Ecco, se il sindaco fossi io – ma almeno per il prossimo quinquennio non c’è pericolo- il mio programma sarebbe “Milano da sballare”: rompere le righe, far cadere i muri invisibili che ci tengono separati, trasgredire il diktat della droga e dei farmaci, sostituire lo sballo chimico con l’ebbrezza dell’altro, ma proprio l’altro più altro, fuori dalla sterile colleganza. De-professionalizzare la vita: ormai anche l’aperitivo è diventato un lavoro, e ingrassa pure, e poi la tristezza del tapis roulant per smaltire. Scartare dai ruoli. Fare irrompere vita nel lavoro, credere nella produttività della gioia: c’è sempre tempo per venire a sintesi, e in questo si sa che siamo bravi. Darsi lo spazio e il tempo che servono per fantasticare, per l’immaginazione creatrice. Liberarsi dei pesi inutili e tenersi quelli utili, come i vecchi, i bambini, gli animali e chiunque abbia bisogno di noi…

Parlo per i milanesi, oggi. Ma quello che capiterà qui conta per tutto il Paese. Fra le croci che ci tocca portare c’è da sempre anche questa: fare da apripista politici, nel bene e anche nel male. Speriamo nel bene, stavolta. Sarebbe ora.

E allora, buon voto a tutti.

AMARE GLI ALTRI, Corpo-anima, esperienze Maggio 4, 2011

NON ABBIATE PAURA

Incontro casualmente per la strada un’anzianissima ed elegantissima signora. Ha il bastone “ma” mi dice “è solo per oggi”. E’ appena tornata da Hong Kong, dove ha festeggiato il suo 92esimo compleanno insieme al figlio di 72 che vive là. Le fanno un po’ male le gambe per l’aereo. L’anno scorso è stata operata alla schiena, ma si è rimessa in 40 giorni. “Un bravissimo chirurgo spagnolo” spiega. Non che sia bello invecchiare, dice, ma si può fare, è una cosa molto naturale. Ora sta andando a prendersi il suo cappuccino con brioche. Mi prende la mano e rivela: “Sa qual è il segreto? Non avere paura. Se ti fai fregare dalla paura sei finita”.

Mi ricorda quello che diceva il neo-Beato Giovanni Paolo II: “Non abbiate paura“. Se l’ha detto, l’hanno detto entrambi, dall’alto della loro saggezza, una ragione ci sarà.

AMARE GLI ALTRI, Politica Maggio 2, 2011

BIN LADEN E' MORTO

Il capo di al Qaeda, Osama bin Laden, è stato ucciso ieri in una sparatoria con le forze Usa in Pakistan e il suo corpo è stato recuperato. Lo ha annunciato al mondo il presidente americano Barack Obama. “Giustizia è stata fatta”, ha detto Obama in un discorso carico di emozione alla Casa Bianca, annunciando la morte del regista degli attentati dell’11 settembre 2001 a New York e Washington, che hanno ucciso circa 3000 persone. E’ un grande risultato per Obama e la sua squadra per la sicurezza nazionale e potrebbe dargli un forte impulso in vista delle elezioni presidenziali del 2012.

Per al Qaeda, l’organizzazione che ha compiuto sanguinosi attentati nelle città dell’Occidente e del mondo arabo, la morte di bin Laden, confermata dal governo pachistano, è un colpo durissimo, che ha un’importanza innanzitutto simbolica. Obama ha detto che le forze Usa hanno condotto l’operazione ad Abbotabad, a nord della capitale del Pakistan, Islamabad. Nessun americano è morto nel raid, che ha cercato di evitare perdite tra i civili.

Un alto funzionario americano ha detto di ritenere che tre uomini oltre a bin Laden, e tra questi uno dei suoi figli adulti, siano stati uccisi. A Washington migliaia di persone si sono riunite fuori dalla Casa Bianca, sventolando bandiere americane e gridando “Usa, Usa, Usa”, gli autisti suonavano il clacson e una folla ha imboccato il Parco Lafayette verso la residenza presidenziale.

Molti americani avevano perso le speranze di trovare bin Laden malgrado le incessanti ricerche, dopo che era scomparso tra le montagne dell’Afghanistan orientale alla fine del 2001, quando le forze Usa e alleate avevano invaso il Paese in risposta agli attentati dell’11 settembre. Sono state informazioni di intelligence nell’agosto scorso a mettere gli Usa sulla pista giusta, ha detto Obama. Secondo un funzionario Usa, il presidente ha dato semaforo verde all’operazione lo scorso venerdì mattina.

“Gli Stati Uniti hanno condotto un’operazione che ha ucciso Osama bin Laden, leader di al Qaeda e terrorista responsabile dell’omicidio di migliaia di uomini, donne e bambini”, ha detto Obama. L’ex presidente George W. Bush, che aveva promesso di consegnare bin Laden alla giustizia “vivo o morto” ma non ci era riuscito, ha definito il blitz “un risultato epocale”, dopo che lo stesso Obama gli ha dato la notizia.Il fatto che sia stato recuperato il corpo potrebbe convincere anche i più scettici che bin Laden sia effettivamente morto. (Reuters).

Si dovrebbe cercare di provare compassione, anche se è molto difficile.