Browsing Category

AMARE GLI ALTRI

AMARE GLI ALTRI, Corpo-anima, Donne e Uomini, economics, lavoro, Politica Maggio 1, 2011

LEADERSHIT!

Scrive Henry Mintzberg sul “Financial Times”: ogni volta che usiamo la parola leadership dobbiamo tenere bene in mente che isoliamo un uomo per far sì che che tutti coloro che stanno intorno a lui diventino follower. Ma è proprio questo il mondo che vogliamo? Un esercito di seguaci?

Be’, le possibilità sono due: credere a chi, come la psicoanalisi lacaniana, ritiene che l’eclissi della funzione paterna ci sospingerà irresistibilmente verso il Bastone del dittatore e la definitiva passivizzazione -qui in Italia una certa esperienza l’abbiamo-; o al contrario confidare nella mutazione indotta dal web e dalle nuove tecnologie di comunicazione, diventare finalmente protagonisti delle nostre vite, farci spazio nel mondo, neuroni di un cervello planetario globale.

Andrea Vitullo, consulente filosofico, executive coach, docente a Venezia e a Torino, yogi e altro ancora, è convinto che la mistica della leadership sia da rottamare, determinazione espressa nel secco neologismo “Leadershit” con cui titola il suo nuovo saggio (Ponte alle Grazie).

Il leader non è l’eroe che crediamo, ma semplicemente un narciso patologico avvinghiato al proprio potere e bramoso di folle plaudenti: senza follower non è nessuno, come in ogni dialettica servo-padrone che si rispetti. Ed è dimostrato che non garantisce affatto l’efficacia dell’organizzazione di cui è alla guida. Insomma, il leader non è la soluzione, come molti credono (anche in politica): semmai è il problema. Specie da quando il paradigma –o paradogma- economico si è divorato tutto e il profitto è diventato la misura unica.

Senza leader si può? A che serve la vecchia piramide gerarchica, se oggi le cose che contano davvero viaggiano in velocità lungo i gangli di un network neurale e orizzontale? E se i soldi sono l’unico goal, che cosa ne è della vita? Domande epocali indotte dall’indebolirsi della visione maschile –fine del patriarcato- e dall’affermarsi di pratiche femminili, nei riguardi delle quali l’idea di leadershit riconosce un debito. Ed è proprio a 5 donne (Letizia Cella, Annarosa Buttarelli, Antonietta Potente, Lorella Zanardo, e pure me) che in conclusione del saggio sono affidati altrettanti “laboratori leadershit”.

Al posto dei leader “che usano il potere solo per maltrattare persone e mondo”, dice tra l’altro la filosofa Buttarelli, oggi servono “guide che vanno individuate, valorizzate e sostenute sulla base del loro agire disinteressato”.

AMARE GLI ALTRI, Donne e Uomini, esperienze Aprile 17, 2011

IL PASSO INDIETRO

Non so se con Habemus Papam Nanni Moretti volesse parlare della fine del patriarcato: quel che è certo, l’ha fatto, e ci ha messo molto di sé. La scena bunueliana del conclave al buio, il cardinale che inciampa rovinosamente, il pensiero unanime dei papabili (“Non io, Signore…”) fotografa il baco che minaccia dall’interno perfino l’apice del monumentale ordine simbolico maschile. E anticipa quello che accadrà: il Papa che non vuole fare il Papa, che scansa il potere maschile più grande, appena un gradino sotto Dio, dove la parata virile è al suo massimo sfarzo, il Maschio è quasi-assunto in cielo, lo Spirito raggiunge l’Assoluto. La più grande lontananza concepibile dalla miseria del corpo nudo e inerme nato da una donna.

Il Papa (uno struggente e umanissimo Michel Piccoli al suo canto del cigno) scappa come un bambino terrorizzato lungo l’infilata di stanze. Quel potere lo annichilisce. E il conclave diventa un paradossale setting analitico, dove due codici -quello di Spirito e quello di Psiche- entrano in rotta di collisione. “Non sappiamo che cosa fare” si dispera il segretario di Stato. “Nessuno ha mai immaginato che potesse capitare una cosa del genere“. E invece la cosa sta capitando.

Il re che non vuole la corona (vedi “Il discorso del re“), addirittura il Papa che non vuole fare il Papa. Il maschio ferito che sa più raccontare se stesso e il suo posto del mondo nella lingua del potere e del dominio. Che non sa più a fare quel baldanzoso passo avanti (“Non riesco più a fare niente, sono sempre stanco” dice il Papa all’analista), ma non ha la minima idea di quello che troverà, di cosa scoprirà su se stesso, del territorio ignoto in cui si troverà a muoversi, facendo il passo indietro verso cui è irresistibilmente sospinto. Tutto si paralizza, il conclave diventa un luogo di gioco infantile, il Papa deve smarrirsi nella sua solitudine per ritrovare qualche brandello della sua verità, come quell’antica vocazione d’attore, e la forza di riconoscere di fronte a se stesso e al mondo che “la guida di cui avete bisogno non posso essere io” e che “c’è bisogno di una risposta nuova”. Non abbiamo il Papa, ma abbiamo l’uomo nuovo.

Nanni Moretti ha avuto uno straordinario coraggio, con questo capolavoro che merita la Palma. Ha ascoltato se stesso, è stato autocosciente, come raramente gli uomini sanno fare. Forse si è avventurato senza sapere bene quale sarebbe stato l’approdo, rischiando la deriva. E’ stato onirico e ossessivo, soggetto-oggetto del setting. Ha saputo raccontare che cos’è un uomo che si sottrae al potere, e che cosa c’è, nel territorio del passo indietro: forse solo bellezza, e umanissimo gioco.

E ci chiama al cospetto del gigante caduto, chiedendo verità e rispetto.

AMARE GLI ALTRI, Corpo-anima, esperienze, Politica Aprile 16, 2011

MANGIARE LE ROSE

La cultura si mangia. E certe volte le rose sono più saporite e più necessarie del pane.

Leggo una dichiarazione del poeta coreano Lee Chang-dong, che è anche regista (“Poetry”) ed è stato ministro della Cultura del suo paese: “Mi sono battuto per cambiare la percezione che la cultura dovesse dipendere dall’economia. Penso che il governo di un paese non dovrebbe mai operare tagli drastici, ma finanziare la cultura senza lederne l’autonomia. Il pericolo da evitare è che la politica pretenda di intervenire troppo in cambio dei finanziamenti”.

C’è cultura ogni volta che si intuisce che il senso delle cose non è quello che appare. Che c’è dell’altro. E che nello spazio tra ciò che appare e quello che invece potrebbe essere corre la possibilità di un tratto di vita meno infelice, e di molte belle cose da fare.

In questo senso il luogo della cultura è dappertutto. In centro, in periferia, nelle biblioteche, nelle strade. Fare cultura significa attivare le polarità del dubbio –la radice della parola è proprio “due”-, magia che fa irrompere la possibilità e interrompe il corso già dato della vita e delle cose. Questo può capitare in molti modi -con una parola, un filo d’erba, un suono- e in tutti i luoghi in cui ci sono relazioni.

Ha ragione Chang-dong: ciò che impedisce la cultura non è semplicemente la mancanza di investimenti. Ed è vero che la politica –o meglio, quello che si fa chiamare politica ma è semplicemente esercizio del potere- in grande parte investe là dove gli conviene investire, ovvero in ciò che gli garantisce un ritorno: in ultima analisi in ciò che gli permette di riprodursi e di accumulare.

Ciò che impedisce davvero la cultura, più che la povertà di mezzi, è la povertà delle relazioni. Tutto ciò che rende difficile incontrarsi. Oggi c’è più cultura nella chiusura di una piazza o di una strada al traffico delle auto, nella possibilità di risentire il rumore dei propri passi mentre si cammina e di scambiare due parole con l’altro, che nell’apertura di un nuovo museo. Non che il museo non serva. Ma se prima non avrà prima preso forma la domanda, non sapremo riconoscere alcuna offerta. Senza la scintilla che spinge ad andarci per cercare quello di cui è nato il desiderio, non c’è museo che tenga: vedremo solo forme vuote, linee senza significato.

Fare cultura oggi è soprattutto provocare il desiderio di qualcosa che non può essere consumato.

AMARE GLI ALTRI, esperienze Aprile 14, 2011

I LOVE METROMAN

Vedete che cosa vi perdete a mettervi in macchina? I fantastici flash-show di Metroman sulle carrozze del metrò.

Ti cambia l’umore. Io lo adoro.

AMARE GLI ALTRI, Donne e Uomini, esperienze Aprile 13, 2011

LA REGINA

Essere Zaha Hadid (com’è intitolato il bellissimo numero di Abitare in edicola, una cover che è già come un classico: compratelo) è essenzialmente essere una regina. Talmente signora delle cose da potersi permettere di sfidare la legge di gravità e le caratteristiche dei materiali, ma soprattutto la prepotenza del già detto, disegnato, ideato. In architettura, ma è una lezione anche per chi fa tutt’altro mestiere. Zaha talmente regale da essere splendida e straordinariamente attraente pur non corrispondendo a nessuno dei canoni da photoshop.

Essere Zaha Hadid, madre di magnificenze come il Maxxi di Roma, il Guggenheim di Taiwan, l’Opera House di Canton, forme fluide che sembrano intrappolare il dinamismo della vita e pulsare della sua stessa energia, è un modo superbo di essere donna e di dare forma a quel “fantastico” (io lo chiamo femminile, ma posso chimarlo anche immaginazione creatrice) a cui lei non ha mai voluto rinunciare, con la sua ricerca caparbia.

L’ho incontrata ieri in un Politecnico traboccante di entusiasmo e di ragazzi, che l’hanno accolta con vero amore –Milano al meglio delle sue possibilità di creazione e relazione-, le ho fatto una domanda, sono stata colpita da molte delle sue risposte.

Mi è molto piaciuta, in particolare quando ha detto che nell’insegnamento fa “molto conto sul fattore paura”. Che ci vuole un misto di terrore e accompagnamento, per ottenere risultati dai ragazzi. Temo che sia proprio così, che questo faccia parte delle responsabilità di una regina, che sono anche politiche. E ho pensato, mentre lo diceva, che è anche doloroso, in qualche punto del cuore, ma necessario.

Ho un paio di meravigliose scarpe disegnate da Zaha, tra organico e inorganico, animali fantastici ma anche sculture alla Boccioni. E’ stato un colpo di fulmine. Il mio numero non l’avevano, ho comprato un numero meno illudendomi di starci, pur di averle. Non ci sto. Le metterò su una mensola o in una teca, credo.

Vorrei essere Zaha Hadid.

AMARE GLI ALTRI, tv Marzo 10, 2011

SORELLA TV

La televisione ha fatto molto per noi. Negli anni Sessanta ci ha perfino alfabetizzato. Ci andavano i migliori, una volta. quelli che avevano studiato, quelli che avevano molto da dire e da dare. Ci ha fatto conoscere i classici, il grande teatro, il grande cinema. La musica. Lo swing. L’America, con i suoi grandiosi show del sabato sera, modello d’oltreoceano. Il gioco, i quiz, la bellezza, la politica. Piazzata sulla mensola in alto, nei bar. E poi l’apparecchio a casa, preziossimo, con il centrino sopra, i vicini che non l’avevano ancora che alle nove venivano a guardarla. Sistemata via via più in basso, sempre meno totem e sempre più focolare. Il b/n, quegli stranissimi filtri di plastica che davano l’illusione del colore (tutto virato sul rosso-verde) e poi la tv color sistema Pal (ricordo male?). La tv ha accompagnato il boom, lo sviluppo del paese, lo ha promosso e raccontato.

A un certo punto, una trentina d’anni fa, le cose hanno preso una piega diversa. E’ nata la tv commerciale. La pubblicità ha cominciato a dettare direttamente programmazione e palinsesti. Il servizio pubblico ha assunto il modello. Fare soldi è diventato il challenge universale. I risultati sono quelli che vediamo.

Oggi c’è il web. La tv deve riprogrammarsi tenendone conto. Ma credo che abbia ancora molto da dare. E credo che il suo futuro abbia molto a che vedere con la riassunzione del suo antico compito pedagogico e della responsabilità nei confronti del pubblico. Il che potrà capitare solo se tutti (operatori e telespettatori) faranno la loro parte. E grande parte di questa parte (scusate il bisticcio) oggi è destruens, e sta nella capacità di dire no: non collaborerò alla realizzazione di quel programma, lotterò per quella produzione edificante, non guarderò quella robaccia e contribuirò a diminuirne l’audience. Scelte individuali che possono molto, moltissimo.

Il discorso più grande è questo: sottrarre ciascuno quello che possiamo alla misura simbolica unica dei soldi. Mostrare che possono esserci anche altre misure, non scambiabili con soldi. Una persona a me molto cara l’altro giorno mi ha detto, in modo semiserio: se il problema di tutto sono i soldi, allora aboliamoli. Abolirli del tutto non possiamo (ci provò già Pol Pot, e non andò benissimo) ma abolirli un pezzettino sì. Sottrarre a questa misura almeno parte delle nostre scelte e della nostra vita è un obiettivo praticabilissimo. Già qui e fin d’ora.

AMARE GLI ALTRI, Donne e Uomini, Politica, scuola Marzo 7, 2011

SEMINATECI BENE

novembre 2009: sgombero del campo rom di via rubattino, milano.

Il mio regalo per l’Ottomarzo è un film sullo straordinario lavoro che un gruppo di mamme e maestre di zona via Rubattino, Milano, sta facendo da tempo con alcune famiglie Rom e con i loro bambini.

Qui capirete due cose: che cos’è lo sgombero di un campo Rom, e che cos’è la politica, quella vera, quella fatta soprattutto dalle donne, una politica di relazione che non ha bisogno di rappresentanti e di elezioni.

“Seminateci bene”, questo il titolo del film, dura una ventina di minuti ed è molto bello: trovate il tempo di guardarlo. A questo link:

http://www.premioanellodebole.it/SchedaVideo.aspx?id=399

Buona visione.