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AMARE GLI ALTRI

AMARE GLI ALTRI, economics, esperienze, TEMPI MODERNI Agosto 19, 2011

Rientro allucinante

Traffico da bollino nero, termometri e afa alle stelle, recessione che incombe: un rientro allucinante. E poi a casa, lavatrici da fare, piante secche (io l’anno scorso anche frigo putrefatto per salto di corrente), bollette arretrate, rate di condominio.

Io direi questo: yoga, che non costa nulla, sorridere gratuitamente, cucinare lentamente, camminare a buon passo, molta acqua, molta uva, stringersi agli amici, perdonare i nemici. Meditare, pregare. Respirare. Saltare fuori dalla rabbia. Un po’ di camomilla e di valeriana, i primi giorni. Buone letture. Buona musica. Iscriversi a un corso di ballo, sempre euforizzante. Dare un occhio alla stagione teatrale. Alleggerire armadi e sgabuzzini. Purificare. Riciclare. Iscriversi a un gruppo di acquisto, comprare cibo buono e a km zero. Fare per gli altri, ogni volta che si può.

Valutare che cosa è davvero irrinunciabile, nelle nostre vite. Prepararsi a una selezione, a una semplificazione, a un downshifting. Chinarsi, diminuire la resistenza, farsi tramite di ciò che è buono. E vediamo come va…

AMARE GLI ALTRI, esperienze, TEMPI MODERNI Agosto 18, 2011

"Adottare" i bambini di Lampedusa

La notte scorsa sono approdati a Lampedusa altri 312 profughi, tra cui 59 donne e 4 bambini.
Il numero degli immigrati supera ormai le 2.600 presenze. Intanto a Pantelleria è stato dato alle fiamme il centro che ospitava  un centinaio di immigrati, per protesta contro la scarsità di spazio e cibo. Molti centri di accoglienza italiani iniziano a dichiararsi saturi.

A Lampedusa ci sono anche 200 bambini non accompagnati, messi sui barconi dai loro genitori alla ricerca di un destino migliore del loro. La situazione di questi bambini è particolarmente penosa: soli, lontani dalle loro famiglie, ospiti di strutture giocoforza inadeguate.

Si dovrebbe poterli ospitare nelle nostre famiglie, in una sorta di affido temporaneo. Aiutarli a ricominciare a vivere in quello che sarà il loro nuovo paese. Qualcuno ci starà pensando?

AMARE GLI ALTRI, ambiente, Corpo-anima, economics, esperienze Luglio 22, 2011

Io parto (però vi invito a Expop!)

 

Vi lascio per qualche giorno, care amiche e cari amici, stacco anch’io per un po’ -salvo incursioni a sorpresa-.

Ma vi faccio ugualmente un invito:

se siete a Milano, se passate da queste parti o se non abitate lontano di qui, o anche se abitate lontano ma siete dei veri fanatici -come la mia amica Donatella, milenese-umbra-, il prossimo martedì 26 giugno dalle 21 non mancate alla serata Expop, cascina Cuccagna (via Cuccagna ang. via Muratori), organizzata dall’associazione Cambiamo Città, Restiamo a Milano in collaborazione con ChiamaMilano.

“Expop, ovvero: alimentazione, internazionalità, agricoltura, salute, cultura, partecipazione, ambiente, sviluppo locale, cooperazione internazionale, innovazione. Questo è l’Expo che vogliamo, questo è l’Expo che avremo”.

Intervengono tra gli altri:

Stefano Boeri, assessore Expo Moda Cultura Design.
Carlin Petrini, fondatore Slow Food

Milly Moratti- ChiamaMilano

Eugenio Torchio, direttore Coldiretti Lombardia.
Elio, Storie Tese.

Andrea Poggio, Lega Ambiente-Expo Giusto

Moderano: Giorgia Fazzini e Mauro Mercatanti

Invitati a partecipare, oltre al sindaco Pisapia e a voi tutti:

Miriam Giovanzana – FLCG e Kuminda

Mauro Fumagalli – Intergas

Lele Pinardi – ColombaExpo Giusto

Sergio Bonriposi – Cascina Cuccagna

Pietro Lembi – Comitato Cascine

Paola Santeramo – CIA

Gianni Bottalico – Acli Milano

Emanuele Patti – Arci Milano

Emilio Battisti – Expo Diffusa

Vittorio della Toffola – Social Expo

Andrea Falappi – DAM

Mariella Borasio – consulente DAM

Roberto Magagna – Confagricoltura

Pietro Raitano – Altraeconomia

Andrea Calori – rete Urgenci

Roberto Spigarolo – Mense biologiche

Giorgio Ferraresi – ex docente Politecnico

più ospiti a sorpresa (si spera in un bel botto…) .

Seratone, quindi, e in un bellissimo posto di Milano. Quasi certamente si potrà seguire anche in streaming audio e video (date un occhio alla pagina Fb Cambiamo città. Restiamo a Milano). Ma cercate di esserci fisicamente, se potete. Portateci amici e parenti, perché Expo è veramente di tutti, è stra-pop, può costituire una straordinaria opportunità, può essere la visione della città in cui vivremo, la premonizione del Paese che diventeremo, il punto di svolta in direzione di un nuovo modello di sviluppo, di crescita-decrescita, di un altro modo di intendere il territorio, le sue energie e le sue potenzialità, il cardine del passaggio dallo sfruttamento allo scambio, dal consumo indiscriminato alla valorizzazione sensata. Ma potrebbe anche non essere tutto questo: dipende da tutti noi. E la serata in Cascina Cuccagna è l’occasione per fare già esperienza di questa dimensione, per viverla, interiorizzarla e farla essere da subito.

Insomma… un vero peccato non esserci -aereo già prenotato-, ma vi invito lo stesso: è il mio migliore auspicio per questa estate di trasformazione, faticosa ma entusiasmante come sempre le fasi di cambiamento e di svolta.

A prestissimo!

 

 

AMARE GLI ALTRI, Corpo-anima, Donne e Uomini, esperienze, Politica Luglio 18, 2011

Cara Assessora Daniela Benelli

Sapete che ogni tanto scrivo ai miei assessori. Ora leggo sul Corriere che i mercati comunali coperti di Milano non saranno più ceduti ai privati, come stabilito dalla giunta Moratti, ma resteranno del Comune. Ottima cosa.

Cara Assessora Benelli,

(al Decentramento) quei luoghi sono sempre stati mercati in senso proprio, cioè non solo luoghi di scambio di merci ma anche di scambio umano e di relazione. Sono luoghi storici, che vivono da sempre, dove noi bambini siamo andati a fare la spesa con la mamma e poi ci siamo andati con i nostri bambini, dove i negozianti hanno sempre contribuito a tenere vivo il tessuto sociale, e che abbiamo visto malinconicamente svuotarsi e perdere pezzi soccombendo alla concorrenza della grande distribuzione, il super dove nessuno ci “tiene via” la frutta o la carne che ci piace perché nessuno ci conosce. Io amo e sprofondo volentieri nell’anonimato metropolitano, ma so anche che privato delle sue radici, affondate in quei nuclei storici che resistono attaccati alla loro memoria, quell’anonimato può diventare solitudine e lontananza.

Una volta nei paesi c’era il cosiddetto “posto pubblico”, luogo che accoglieva e dava informazioni agli stranieri, ma a cui le stesse comunità facevano riferimento quasi istituzionale. Spesso il posto pubblico era anche il bar o lo spaccio del paese -ne ho anche un ricordo olfattivo, di prosciutto e spezie-, il posto telefonico, la locanda. La nostra prima periferia, in gran parte costituita di nuclei inurbati, conserva memoria dei suoi antichi “centri” e dei suoi vecchi posti pubblici. Sarebbe bello, Daniela, che in questi mercati che il comune ha deciso di restituire al loro ruolo non si proponessero solo i preziosissimi panieri calmierati, ma si riservasse uno spazio che somiglia al posto pubblico, un terminale sensibile delle nostre istituzioni cittadine, dai consigli di zona al Comune, luogo di informazione e di relazione a cui fare riferimento per qualunque necessità che riguardi la vita nel quartiere (lavoro, ambiente, problemi abitativi o di sicurezza, ma anche spettacolo, cultura, sport…).. Come se il Consiglio di zona e il Comune aprissero uno sportello amichevole e utile, una piccola zona friendly, anche informale, insomma la Montagna delle nostre istituzioni che va a Maometto, scende in strada, condivide e ascolta. In mezzo al pollivendolo e alla drogheria, il banco di qualcuno che rappresenta le nostre istituzioni, che ha una faccia e un nome, uno con cui si può perfino fare amicizia e da cui si può avere l’aiuto che serve.

Cara Assessora, mi sembra di avere avuto una piccola buona idea -che condivido in verità con l’amico Mauro Mercatanti di Ideificio, con il quale ne ho discusso- e ho voluto dirtela (poi naturalmente in quei mercati spero di trovare anche frutta, verdura e formaggi a km zero).

Grazie per l’ascolto e buon lavoro.

AMARE GLI ALTRI, economics, esperienze, Politica Luglio 2, 2011

Censimenti amorosi

Un post per i milanesi, posso?

Mentre i nostri assessori si accomodano definitivamente, fanno i loro amari conti sui budget, sistemano la macchina organizzativa, si preparano alla vera partenza di settembre, noi possiamo cominciare a lavorare. Io ad esempio vi propongo questo, in spirito amoroso per la città: un piccolo censimento, anzi due, e senza spostarvi da dove siete, da dove vivete e da dove lavorate, sui luoghi del cuore che avrebbero bisogno della nostra attenzione, e sulle realtà milanesi-associazioni e singoli- che stanno già facendo cose utili e originali per il bene comune. Due censimenti paralleli, quindi.

In ogni quartiere c’è un cuore pulsante o anche più di uno -una piazza, un giardino, una cascina, una villa, o anche un negozio, o un qualunque tratto  non particolarmente visibile agli occhi dei “foresti”- che rappresenta il suo centro energetico naturale, che esprime il genius loci, lo spirito di quella comunità. E non è raro che si tratti di luoghi degradati e fatiscenti, che avrebbero bisogno di attenzione e investimenti. Sarebbe interessante un’indicazione “dal basso” -detesto questa espressione, preferirei “di lato”- per costruire un registro di realtà “adottabili” da chi volesse fare un dono alla città.

Esempi a caso per capirci: l’alzaia del naviglio Martesana, a tratti ancora meravigliosamente selvaggia, “fiume” padre di vari quartieri cittadini; o i tunnel delle ferrovie in via Sammartini, che potrebbero diventare i nostri docks.

L’altro censimento, come dicevo, riguarderebbe i lavori volontari già in corso nei vari quartieri: un registro per valorizzare i progetti più interessanti e meritevoli di sostegno.

Con questi due registri in mano si potrebbero contattare potenziali “adottanti” e chiedere il loro investimento concreto, facendo incontrare il desiderio dei cittadini con quello di chi vuole fare uno dono alla città.

Quindi segnalate! C’è una città da fare!

 

AMARE GLI ALTRI, Donne e Uomini, esperienze Giugno 30, 2011

Una filosofa sul metrò

luisa muraro

Rubo a “Metro”, quotidiano free press, una riflessione intensa della filosofa Luisa Muraro. Molto interessante che una pensatrice così importante possa raggiungere il popolo dei non-lettori di quotidiani tradizionali, e forse dei non-lettori tout court, anche tantissimi stranieri, che ogni giorno sulla metropolitana e sul tram sfogliano questo genere di stampa. Mi pare un’operazione di grandissima utilità, e Luisa fa molto bene a tenere lì una sua rubrica. (Luis Muraro ha scritto tanti libri. L’ultimo si intitola “Non è da tutti” ed è pubblicato da Carocci).”Aprite i finestrini del metrò” dice il neoassessore Maran contro il grande caldo. Ecco, anche Luisa tiene aperti i finestrini del metrò.

 

Quando l’Italia si è motorizzata, non so quanti bambini sono morti perché ignari che le strade non erano più per i loro giochi ma per i camion, i pullman, le auto, le moto. Era il prezzo del progresso, si disse. Adesso che nel progresso non crediamo più, come chiamiamo la morte dei bambini dimenticati in auto? Se anche questo è un prezzo, che cosa paghiamo con le loro vite? Troppe occupazioni, troppe preoccupazioni, troppe evasioni, troppo mondo: non c’è abbastanza posto nella testa di un uomo e la creaturina, che si era addormentata come le capita volentieri quando l’auto va, invisibile sul sedile dietro dove è obbligatorio metterla (per la sua sicurezza, notate), sparisce dalla mente dell’adulto ed emigra nell’inesistenza.

Ma dalla trappola di ferro non può uscire e nessuno raccoglierà il suo grido d’aiuto

È capitato una, due, tre volte, che è un numero enorme da scrivere e da accettare, per cui non ditemi che devo andare avanti nella conta. Tre mi pare un prezzo sufficiente da pagare per gli sbagli fin qui fatti nelle contabilità del vivere, che cosa dare per avere che cosa. Le creature piccole custodiscono il segreto della gioia, che per noi è perso se ci diventano invisibili e mute, confinate come sono in un appartamento a consumare prodotti per l’infanzia. Portiamole all’aperto e iscriviamole nei bilanci delle aziende, dei Comuni, del globo, come una incancellabile fonte di gioia. Rendiamole indispensabili e indimenticabili.

Luisa Muraro

AMARE GLI ALTRI, Corpo-anima, Donne e Uomini Giugno 28, 2011

Con il cuore travagliato

Angelo Scola, Patriarca di Venezia, sia pure “con il cuore travagliato” lascia la terra di Marco e torna “alla base”, la Diocesi di Milano (è un lombardo di Lecco) come nuovo arcivescovo. Per presentarlo, per darvi un’idea della personalità di questo importante uomo della nostra Chiesa, ecco una conversazione illuminante, ricchissima di spunti, che ho avuto con lui alla vigilia del Natale 2009. Ve la ripropongo molto volentieri.

Potrebbe sembrare irriverente chiedere a un Patriarca se è vero, come dicono le femministe, che il patriarcato è morto. Ma Angelo Scola, Patriarca di Venezia, è uomo di un certo humour. “E’ con un patriarca che sta parlando” puntualizza. “Ma se per patriarcato intendiamo il sistema di dominio degli uomini sulle donne, direi di sì, che è finito, almeno nelle sue espressioni più clamorose e triviali. Ed è iniziato lo smarrimento maschile”.
Porporato tra i più vicini a Ratzinger e Wojtyla, indicato nel 2005 nella rosa dei papabili, oltre all’Università Lateranense ha guidato l’Istituto Giovanni Paolo II per gli studi sul matrimonio e sulla famiglia. Ha sempre avuto a cuore le questioni dei rapporti tra i sessi, del “caso serio” dell’amore, come l’ha felicemente chiamato in un suo saggio, della posizione della donna nel mondo. E nella circostanza del Natale ne parla volentieri, tenendo al centro Maria, la donna di Nazareth, la cui avventura straordinaria, dice, è un paradigma per le donne e per tutti: “Maria, la donna. I misteri della sua vita”, edizioni Cantagalli è il titolo del suo ultimo libro. Il Cardinale ha anche un blog: www.angeloscola.it.
La coppia che il Patriarca ha visto più da vicino è stata quella che l’ha messo al mondo. Due giovani poveri come Renzo e Lucia, in quelle stesse terre lambite dal lago a Malgrate, di fronte a Pescarenico. Socialista massimalista con la terza elementare suo padre, nato contadino e poi camionista; la mamma operaia in filanda e poi guantaia, poca scuola anche lei ma una fervida fede. 55 anni insieme, e felici.

“… Realisticamente felici” tempera il Patriarca “come potevano esserlo un uomo e una donna nati all’inizio del secolo scorso. Si volevano bene come si usava allora, un bene radicato nei fatti, poco ostentato: io stesso non ho avuto molti baci. E crescendo ho saputo vedere anche i momenti di incomprensione, di dialettica. Eppure hanno passato insieme più di mezzo secolo”.

Crede che oggi dell’amore abbiamo un’idea non realistica?

“Direi surrealista, perché se ne sottovaluta la complessità e ci si arena alla prima difficoltà. E nello stesso tempo iperrealista: ogni particolare è esplorato fino all’esasperazione, e spesso si scambia la parte per il tutto. Ma creda: non sto piangendo sulle miserie del presente. Non sono un laudator temporis acti, non amo la querulomania dominante. Mi pare anzi che viviamo un tempo affascinante, di transizione, di scoperta. Di travaglio verso il nuovo, che non necessariamente è l’inedito”.

E di grande disillusione. Gli uomini sfibrati da domande femminili che non capiscono, rintanati in un regressivo tra-maschi, spesso anche sessualmente parlando. Le ragazze che tagliano corto fantasticando il fai-da-te procreativo: mamma e figlio intrappolati in un ossessivo pas de deux, senza nessuno che arrivi a disturbarlo…

“Che le donne si sottraessero a un’oppressione millenaria è stato giusto. Ma il prezzo ingiusto è stata la perdita della loro identità profonda. Quel talento che Giovanni Paolo II chiamava genio femminile: il fatto di saper tenere il posto dell’“altro”. Che non è un posto di seconda fila, attenzione. Tenere il posto dell’altro vuol dire essere il segnavia di quell’Altro per eccellenza che è Dio. Un compito grandioso”.

Nel posto dell’“altro” non si vuole più sedere nessuno: tutti vogliamo essere quell’“uno” accomodato nel bel mezzo del mondo, omologato al modello maschile. Le ragazze vogliono avere “le palle”, come se di gente con le palle non ce ne fosse già abbastanza.

“Ma se ci stanno a cuore il destino e la vita buona delle donne e degli uomini, tutti dobbiamo tutti prendere coscienza del femminile”.

E si può essere uomini e padri, fuori dal patriarcato? Questa, oggi, è la “questione maschile”: crollato il pilastro del dominio, su che cosa ci si regge?

“Si può, a patto di non cercare di abolire la differenza, che è una dimensione non esteriore ma interna all’io, in grado di rivelarlo davvero. Ed è dinamica, perché indica la capacità di spostarsi da un’altra parte. Quando la donna e l’uomo sono una di fronte all’altro fanno esperienza di un modo differente di essere persona. E sono chiamati a spostarsi dal proprio baricentro. La differenza sessuale tiene il posto del terzo. Il posto del figlio…”.

Questo è Lacan.

“Così si spiega l’amore, che non può essere ridotto al trasporto affettivo. Deve arrivare effettivamente all’amato, è chiamato a diventare oggettivo. Amare è volere il bene dell’altro. E un bene che libera, non che lega.

Un amore così chiede un lavoro.

“Be’, non è certo cosa da una sera a cena. L’innamoramento è ambivalente. Poi si tratta di scegliere. Anche il discorso sulla paternità sta qui dentro. Oggi l’uomo può ancora essere padre, ma va anche detto che la paternità è l’amore più difficile. Tanti mi dicono: anziché eminenza, possiamo chiamarla padre? Certo, dico io. Ma non credano di liberarmi da un peso. Padre è ben più impegnativo. Ne sento tutta la fatica, sono come un infante che balbetta. Credo che la vera questione tra uomini e donne sia questa: la madre deve saper condurre il figlio al padre. Deve saper fare questo dono a entrambi. Il figlio deve prendere coscienza del fatto che accanto alla madre c’è un altro, e fargli spazio”.

Fare i conti con l’Edipo.

“Per non usare la parola truculenta di Freud, “castrazione”, direi che il rapporto con il padre è il luogo del sacrificio. E’ il principio che struttura il desiderio, ma a condizione di una rinuncia”.

Parlando della coppia, ho visto che lei usa una parola che è anche di Luce Irigaray, maestra del pensiero della differenza: “ammirazione”. Nel senso di sapersi fermare ad ammirare la differenza dell’altro, di non cercare di ridurlo a sé, lasciando uno spazio. Parlare come una femminista la imbarazza?

“Tutt’altro. Mi ha molto colpito il modo in cui pensiero della differenza affronta la questione. La mia riflessione muove da un punto di partenza molto simile”.

Sono state invece le femministe a essere colpite quando nel 2004 l’allora cardinale Ratzinger pubblicò la “Lettera ai vescovi sulla collaborazione dell’uomo e della donna”. Quest’uomo almeno si sporge ad ascoltare, si dissero in tante, mentre la politica resta brutalmente sorda. La donna era definita “capace dell’altro”, e il dominio maschile una “perversione” del disegno di Dio; c’era un’idea molto ardita di libertà femminile, e una chiamata nelle stanze dei bottoni: come donne, però, non nei modi degli uomini, o tanto vale che ci stiano loro. Ma a questo omaggio cavalleresco non è seguito granché…

“Gesù le donne le ha scandalosamente ascoltate. E l’attenzione del Santo Padre non manca. Se vi è un problema, a questo proposito, nella Chiesa, è lo stesso che esiste nella politica e nella società: e cioè il fatto che la questione del femminile non è pensata fino in fondo”.

Forse perché è un impensato che potrebbe rompere molti assetti. Peccato, perché oggi le donne sono affaticate, cercano l’aiuto dello Spirito Santo e finiscono per trovarlo nel buddismo, nel rebirthing… Nella nostra fede avremmo tutto quello che serve, ma c’è come un difetto di intimità, quando invece le donne, penso per esempio alle mistiche, hanno sempre avuto tanta confidenza con Dio. L’hanno sempre trattato come un parente, accudito come un figlio, o un amante.

“Maria è la prima a trattare Dio come familiare. E dice sì all’Angelo solo dopo aver interloquito criticamente con lui. Non è certo una sprovveduta. Se milioni e milioni di persone visitano ogni anno i santuari mariani è perché in quella ragazza trovano una via”.

Giacomo Rizzolatti, scopritore dei neuroni specchio, dice che la nostra neurofisiologia dimostra che l’individuo è un’astrazione. Che siamo sociali fin nella carne. E invece abbiamo questa passione per la singletudine. L’Occidente, qualcuno ha detto, è il terzo mondo delle relazioni.

“Il soggetto nasce con la modernità. Prima l’uomo rischiava di essere pensato come cosa tra le cose. Da allora i due piatti, la società e il singolo, sono in squilibrio costante tra un’esaltazione del collettivo a scapito dell’individuo, come nelle utopie violente del Novecento, e il culto della singolarità che vediamo oggi. La terza via è quella di costruire comunità virtuose. Perché l’io è relazionale fin dal concepimento. E’ il distacco da sé, non la solitudine, che lo potenzia. La grande risorsa dell’amore è questa”.

(pubblicato sul Corriere della Sera il 23 dicembre 2009)

AMARE GLI ALTRI, esperienze, Politica Giugno 27, 2011

Guerrilla civile a Napoli

A Napoli capita anche questo, ed è un segno della politica nuova

CLEANAP | Piazza Pulita| Guerrilla di civiltà
CLEANAP non è un’associazione, non è un organizzazione, nè altro… è un gruppo di liberi cittadini accomunati dall’amore per la nostra Napoli e dalla voglia di non stare più a guardare.
Ecco perchè, ispirati da altri cittadini che hanno ripulito piazza del Plebiscito, siamo scesi in piazza Bellini l’11 giugno per “FARE PIAZZA PULITA“!

Armati di scopa, paletta, detersivo, buste e, ovviamente, di buone intenzioni, abbiamo dato dignità ad un luogo stupendo, troppo spesso mortificato per la cattiva gestione…
Abbiamo voglia di farlo ancora, ma per riuscirci abbiamo bisogno anche di te!

Nostro intento è accendere un meccanismo a catena volto alla sensibilizzazione preventiva…perchè è più facile non sporcare che pulire!

L’evento, per parlare come facebook impone, si chiama CLEANAP, una crasi tra il verbo To Clean e NAP(oli). Se lo andate a pronunciare “CLEANAP”, diventa “CLEAN UP”, i cui svariati significati rimandano a: moralizzare – pulire – raccogliere – regolare – ripulire.
Il sottotitolo dell’evento è Piazza Pulita, che ha una valenza didascalica, ma anche metaforica.

Basta con l’ARMIAMMC E IAT! Scendiamo e diamo il nostro piccolo segnale!

e poi, qui di seguito, una conversazione su Napoli by Facebook tra me e Mercedes L.

Mercedes:      Napoli: a) mandolino, il golfo, il pino, torna a Surriento, il cuore dei napoletani. b) camorra,inciucio, il senso dello stato inteso come solo dovere per gli altri, una città la cui rabbia è sempre commista alla rassegnazione …che a comandare sono solo capaci “gli altri” e i camorristi.
Hanno avuto già nel 1975 Valenzi sindaco, sembrava la svolta, il PCI dalle mani pulite che imprimeva un nuovo volto alla pubblica amministrazioni e arrivammo a Bassolino… ora faranno fuori De Magistris(che spero abbia già la scorta…perchè non si sa mai!!)
Napoli non ha speranza, nessuna città ha la corruzione nelle vene così densa, poi ci sono realtà di grande coraggio… ma non intaccano la sostanza.Hai ragione è atroce l’accoglienza riservata a De Magistris.Io spero di avere torto nell mio pessimismo.

Marina:       Cara Mercedes, la tua analisi è impietosa ma anche realistica. Noi a volte ci facciamo il film: da una parte la camorra, e dall’altra Napoli imprigionata. Il fatto è che Napoli è anche la camorra, l’intreccio è mortale. Devo dirti che ho conosciuto persone molto attive nel csx napoletano, che tuttavia nei loro comportamenti personali e politici dal mio punto di vista erano seriamente censurabili: primato delle relazioni, familismo, fondi dell’Europa spesi in modo dissennato… Purtroppo è così. Tuttavia lo strazio per quei bambini con l’asma a causa dei roghi e con le palline di canfora in tasca per poter respirare è grande, un pensiero costante.

Mercedes:     Cara Marina, tra i bambini, tra quel 20 per cento in più che soffrono di patologie bronchiali acute ci sono tutti, anche i piccoli incolpevoli figli dei malavitosi.Ai camorristi in questo momento però il bene da difendere è il denaro a tal punto che, anche il vederli con le palline di canfora, lo considerano un prezzo da pagare.

Marina:        Sì, è la cosa che mi aveva molto colpito in Gomorra, questa onnipotenza e onnipresenza dei soldi. Vivevano alle Vele come animali, in canottiera e ciabatte di gomma, gonfi di cibo e di droghe, una specie di insignificanza della vita, di fronte alla mostruosa significanza del denaro.

 

Ho pensato ai discorsi che abbiamo fatto qui su Milano, sul dono e sul gratis, e alla mostruosità che nascono dal fare tutto solo per soldi, anche i propri figli con l’asma e la naftalina in tasca.

AMARE GLI ALTRI, esperienze, Politica Giugno 25, 2011

Caro assessore Stefano Boeri

Caro Assessore Stefano Boeri,

dove ti giri ti giri e la litania è sempre quella: non ci sono soldi. Neanche in Comune. Mancano per il pane, figuriamoci per le “rose” della cultura (anche se quelle rose si mangiano, eccome). Frugo nelle mie tasche, e come Tom Sawyer e Huck Finn ci trovo una fionda, qualche biglia, una rana morta, ma soldi pochi. In casi come questi si tratta di torcere il difetto -anzi il deficit- in opportunità. Se si prova a intendere la cultura come cultura della carenza, allora siamo ricchi.

Quando mancano i soldi in genere scattano altre cose: un senso più forte dello stare insieme per darsi una mano e per valorizzare quel poco che c’è. Una cultura del dono, del gratis e dell’amicizia che riesce a farsi largo quando l’onnipresenza del denaro, misura onnivora, le lascia un po’ di spazio. Dove c’è povertà e sofferenza noi milanesi diamo in genere il nostro meglio: è inutile che ti ricordi il nostro “volontariato”, un brutto nome per una cosa tanto bella.

Ecco, si tratta forse di fare di questa cultura del dono di cui siamo già naturalmente tanto ricchi l’asse portante della nostra politica culturale, in continuità con quella diffusa generosità che abbiamo visto in azione in questi mesi e che ha prodotto il miracolo della svolta civica. Questa è l’occasione che ci viene offerta dal deficit di bilancio.

Assessore, ti ricordi quando a messa il sacrestano passava con il suo saccoccio per l’offertorio? Dare qualche spicciolo funzionava  anche da collante per la comunità parrocchiale. Poter dare, ciascuno per ciò che ha e che può, alla nostra città, ristabilirebbe anche quel senso di comunità che ci è mancato dolorosamente e per troppo tempo, e sarebbe un fatto culturale, anzi Culturale in sé.

Qualcuno offrirà soldi: ci sono cospicui patrimoni privati, siamo sì un po’ più poveri, ma pur sempre al centro del triangolo più abbiente d’Europa. Qualcun altro idee: siamo pieni di creativi. Altri ancora un po’ del loro tempo, della loro buona volontà, delle loro relazioni. Una generale mobilitazione che, come ti dicevo, è già cultura e fa cultura. La cultura della comunità, dell’amicizia, del dono, del gratis: concetto inattuale ma fondamentale, perché la grazia è già abbondanza.

Per scendere a terra con qualche esempio: invitare i nostri stilisti, che tanto hanno avuto dalla nostra città, a restituire “adottando” un pezzetto di città meno fortunato del Quadrilatero per farci qualcosa di bello, visto che con il bello loro hanno una certa dimestichezza; chiedere ai nostri grandi artisti in ogni campo, dal cinema, al teatro, alla musica, alle arti figurative, di fare il loro dono alla città, con una performance “in sottoscrizione”, come si diceva una volta, finalizzata a qualche obiettivo benefico. Penso proprio a una rassegna, per Amore di Milano. Che se lo merita, perché ancora una volta Milano sta facendo qualcosa di politicamente rilevante per il resto del Paese, e qualcosa di buono, pare. Quindi anche grandi artisti “stranieri”: pensa a Toni Servillo, che a Milano si è sempre detto molto legato, o a Paolo Conte, che sta qui nella bella Asti, praticamente in periferia, per non parlare di Adriano, e pensa a tanti scrittori, che qui hanno avuto l’occasione di incontrare la grande editoria, insomma, pensa a chi vuoi tu.

L’Evento culturale sarebbe questo, caro Assessore: la nostra cultura e il nostro meglio che si mettono insieme per fare un regalo a Milano. E poi si dovrebbe dare l’occasione a tanta gente che smania per poter fare qualcosa, per partecipare direttamente e intensamente alla ricostruzione della città -uso parole un po’ drammatiche, ma non così lontane dal vero: si tratta soprattutto di una ricostruzione morale, anzi spirituale– di poter offrire il loro dono, canalizzando tutte queste buone energie, smistando il traffico della generosità

Insomma, Assessore Boeri, come vedi ci si offre, nella penuria, un’occasione straordinaria: quella di fare Milano almeno un po’ a prescindere dai dané. Parole d’ordine: dono, gratis, amicizia, amore, grazia, spirito. Il tutto simboleggiabile in quel bellissimo Mudra dello yoga, quel gesto delle mani rivolte a palmo in su, che simboleggia la richiesta di aiuto ma anche la capacità di accogliere la grazia -e poi ci vorrai dare la soddisfazione di una bella seduta collettiva di yoga ai Giardini pubblici o anche in piazza Affari, simbolica e distensiva?-

Chiudo con una dichiarazione del poeta coreano Lee Chang-dong, che è anche regista (“Poetry”) ed è stato ministro della Cultura del suo paese: “Mi sono battuto per cambiare la percezione che la cultura dovesse dipendere dall’economia“.

Ciò che impedisce davvero la cultura, più che la povertà di mezzi, è la povertà delle relazioni. Tutto ciò che rende difficile incontrarsi. Oggi c’è più cultura nella chiusura di una piazza o di una strada al traffico delle auto, nella possibilità di risentire il rumore dei propri passi mentre si cammina e di scambiare due parole con l’altro, che nell’apertura di un nuovo museo. C’è cultura ogni volta che si intuisce che il senso delle cose non è quello che appare. Che c’è dell’altro. E che nello spazio tra ciò che appare e quello che invece potrebbe essere corre la possibilità di un tratto di vita meno infelice, e di molte belle cose da fare.

Fare cultura oggi è soprattutto provocare il desiderio di qualcosa che non può essere consumato.

Un abbraccio e buon lavoro, a te e anche al sindaco e ai tuoi colleghi di giunta.

 

AMARE GLI ALTRI, esperienze, Politica Giugno 23, 2011

Un'assemblea a Vila de Gràcia

Giusi Garigali continua a raccontarci quello che capita in Spagna. E noi la ringraziamo per i suoi reportage.

Avevo proposto a Marina di intervistare qualche portavoce degli Indignati, per poter farmi un’idea più precisa di dove vogliono andare e porgli anche qualche domanda, esternare qualche dubbio (mio) rispetto a delle posizioni “ideologiche” (loro) che non condivido,  potermi confrontare con loro su idee concrete, chiare e definite.

Questo proposito mi ha portato a un esito totalmente differente, che a posteriori mi sembra incredibile non aver intuito subito, perché in realtà è sotto gli occhi di tutti, anche se finora non ho letto una riflessione che vada nella direzione che mi ha suggerito l’esperienza che ho vissuto due giorni fa. In realtà dubito perfino che gli stessi “indignati” ne siano coscienti fino in fondo: la “praticano” spontaneamente senza rendersi conto che la vera carica di novità rivoluzionaria del loro movimento sta lì, nel loro agito quotidiano.

Si affannano a inventare sempre “nuove azioni” dimostrative o ad elaborare teorie economiche alternative mentre non si accorgono che sono molto più dirompenti (e accusatori rispetto alla politica tradizionale) i loro piccoli atti comuni di tutti i giorni. Infatti, con la loro pratica quotidiana stanno puntando il dito contro una classe politica “indifferente e cinica”. E questi stessi politici cosa fanno? Alcuni li guardano dall’alto in basso (i politici di centro-destra) altri (quelli di sinistra) si preoccupano di capirne le rivendicazioni, perché questo movimento può eroderne la base elettorale. Nessuno però che cerchi di guardare dentro la novità.

Il problema è che tanto gli uni come gli altri (destra e sinistra) partono da un punto di vista diverso, distante dalle pratiche politiche degli indignati. Per esempio Carme Chacon (la ministra della difesa socialista che  si prestò ad una pseudo-rappresentazione della libertà delle donne spagnole passando in rassegna le truppe in stato di gravidanza avanzata, teatrino della “rappresentazione delle donne in politica” di cui è stato maestro Rodríguez-Zapatero) che esterna interesse per le istanze rivendicative degli indignati, dimostra perfettamente di essere quello che è: una politica di professione che si muove solo e unicamente in quello che Marina e tante altre ci hanno insegnato a chiamare il campo della “politica seconda“, e che non coglie assolutamente i problemi che gli indignati pongono a livello di “politica prima“.

In realtà, a livello di “politica seconda”, gli indignati ne hanno di strada da fare. Sono destrutturati, non hanno una chiara ideologia di riferimento, fanno fatica ad uscire dalla protesta “spicciola” e anche dal facile “vittimismo”.  Quindi a volerci confrontare con loro a questo livello difficilmente troveremo delle idee che ci stupiranno per la loro profondità e capacità di analisi.  Ma se da questo livello “secondo” ci spostiamo al livello della “politica prima”, allora sì che troviamo nel movimento delle rivendicazioni interessanti.

Quello che gli indignati stanno chiedendo alla politica ufficiale è di tenere conto anche di loro in un modo diverso e di “includerli” nella vita politica, ascoltando. Questo è ciò che chiedono quando rinfacciano ai politici di non rappresentarli. Di qui il tentativo di dare vita a “pratiche politiche” diverse, tanto nel loro modo di stare in rete quanto di riunirsi. Di qui l'”ossessione” per l’orizzontalità del movimento, ribadita all’estremo, quasi fosse un mantra rassicurante, che ti protegge da quell’altra cosa orrenda, tipica della politica seconda, e cioè la verticalità, che allontana i rappresentanti dai cittadini. Da qui quella affermazione continua della “prematurità di prendere decisioni”, perché “bisogna ascoltare la voce di tutti” e le discussioni-fiume, di ore, per individuare solo poche “parole-chiave” che incarnino e NON interpretino in maniera definitiva, il malessere dei cittadini. Da qui il costante “divenire” del movimento.

Per alcuni, infatti, quello che è interessante è proprio “il processo”, non il suo fine ideologico, nel processo c’è già un significato rivoluzionario dirompente. Questo “processo” che ha liberato energie, che ha messo in comunicazione e in relazione alcune persone con delle altre, che ha fatto risorgere il “desiderio” e la “speranza” (qui chiamata “ilusión“, che significa desiderio che qualcosa succeda) di poterci finalmente essere, di contare e di poter contribuire a un cambiamento in prima persona. Non più anonimi individui “atomizzati”, preda di un ingranaggio individualista ma cittadini capaci di rivendicare un qualcos’altro che ti rende più umano.

Volevo fare un’intervista che mi è stata ripetutamente negata in nome dell'”orizzontalità” del movimento e dunque dell’assenza di “portavoce ufficiali”. Mi è stato quindi suggerito di partecipare all’assemblea. Finora ero stata in piazza, avevo letto gli striscioni, avevo preso con me i volantini, ma non mi ero tuffata per 3 ore in un’assemblea. Stare dentro l’assemblea mi ha fatto capire quale è la “novità” di questo movimento, quali sono i suoi tratti distintivi. Che, come vi ho già detto, non credo vadano ricercati in elaborazioni teorico-politiche mature, ma in questo modo diverso di affermare la volontà di stare dentro la storia, non più “oggetti” ma “soggetti”.

Arrivo alla piazza della Vila de Gràcia alle sette di sera. Vedo subito il Punto d’Informazione. Qui raccolgo molti volantini. Oggi ci sarà l’Assemblea Generale del movimento di Gràcia. Infatti, dopo l’abbandono (quasi completo) della piazza Cataluña, il movimento si è decentrato nelle varie zone di Barcellona e si sono create Assemblee in molti quartieri. Quella di Gràcia si riunisce il lunedì pomeriggio. L’assemblea comincia verso le 7.20. L’audio è pessimo. Si chiedono due volontari per redigere il verbale. Tutti sono seduti per terra. Chi prende la parola non lo fa da una posizione frontale rispetto ad una “platea”, ma direttamente da dentro il gruppo. Ogni tanto alzano le braccia e muovono le mani. Chiedo spiegazione. Mi dicono che questo gesto corrisponde all’applauso nel linguaggio dei sordomuti. Serve per “applaudire” durante i vari interventi senza disturbare, per non interrompere. Si passano in rassegna tutte le varie commissioni. Il portavoce di ogni commissione prende la parola e racconta cos’è stato fatto durante la settimana. Identifico il portavoce della commissione comunicazione. Si chiama Ignasi. Mi avvicino e gli chiedo se è disponibile a farsi intervistare. Ignasi è decisamente in imbarazzo. Dice che lui non è disposto a rilasciare interviste e che comunque nessuno mai mi potrà parlare a nome del movimento. Tutto quello che può fare per me è semplicemente sottoporre la mia richiesta alla commissione comunicazione i cui componenti valuteranno che risposta darmi. Mi suggerisce però (anche lui) di fermarmi all’assemblea: in questa sede potrò porre le mie domande. Io invece ho già capito che nessuno avrà voglia né tempo di rispondere a nessuna mia domanda. Le mie domande, infatti, sarebbero fuori luogo, attengono alla “politica seconda”. Qui siamo su un altro pianeta.

Si decide di riunirsi in gruppi ridotti di 20/25 persone e di dare vita a un dibattito Da ognuno di questi gruppi usciranno delle “parole chiave” che poi verranno scritte su uno striscione che si lascerà in piazza, affinché i passanti possano leggere e riflettere. In ogni caso quello che non si farà è trarre delle conclusioni. Solo proposte e parole chiave, nessuna sintesi. Un grande rispetto del pluralismo, volontà di “inclusione”: il movimento è aperto a tutti. Ci sediamo in circolo. La sensazione positiva che ho subito di questo contesto è il tentativo empirico di fomentare la partecipazione democratica. Questa volontà mi sembra autentica. Sembrano in buona fede. Gente sola, che ha vissuto gli anni di boom economico centrata su se stessa, avendo come unico valore il più totale individualismo, e che ora, con la crisi, ha scoperto di aver bisogno degli altri, di aver bisogno di relazioni, di costruire relazioni perché “da soli si perde in umanità”. Atri aspetti positivi che rilevo sono quelli di una assunzione di responsabilità che dichiarano che “la coerenza è già un atto politico”, la coerenza fra la propria vita privata e quella pubblica.

La prima a prendere la parola è Goretti. Dice di essere galega e di avere provato, fin dall’inizio, una grandissima “ilusión”. Ha fatto parte della Commissione Ambientale in piazza Cataluña, ma è lì dove ha cominciato a vedere alcuni problemi, quando si è trattato di passare dal negativo, ossia dalla denuncia e dalla protesta, al positivo cioè alla proposta… Nonostante questo è felice di continuare ad essere dentro il movimento. Un altro – che si definisce “vecchio ma resuscitato grazie al movimento” – dice che è un bene essersi incontrati in tanti, con tanta voglia di cambiare. Continua: “pensavamo di essere da soli contro la crisi e invece siamo in tanti. Sono sicuro che insieme potremo fare qualcosa”. Questo concetto ritorna in molti altri interventi: la necessità di riscontro e di rispecchiamento nell’altro, che ti dà fiducia e ti fa ben sperare… Ti fa uscire dall’isolamento e dalla debolezza. Ti fortifica. Poi è la volta di Claudia, che dice che, secondo lei, “è positivo che ci sia tanta gente nuova, che non aveva mai partecipato prima a delle assemblee”. Jose dice che “è evidente che il sistema aveva giocato a favore dell’individualismo e ci aveva rubato quella parte di umanità che ci fa diversi. Ciò che ha di positivo il movimento”, continua “è di aver risvegliato il desiderio di cambiamento, anche se a volte sembra un caos totale.” Riconosce che tanta orizzontalità a volte “confonde”, che una maggiore organizzazione aiuterebbe contro il potere che invece è ben strutturato, che va bene lavorare adesso a livello di quartiere ma si devono marcare gli obiettivi a livello generale. Dice un’altra ragazza: “la ricchezza del movimento sta nel suo processo. All’inizio ero scettica, ma mi piace la voglia di partecipazione. Tutti si devono ascoltare. Questo è l’unico modo di crescere.” Eva dice “mi piace il tema dell’assemblea. Bisogna aver pazienza, ma non è tempo perso. È arricchente”. Nuria continua: “per me questa è politica. Per questo è importante discutere, per passare da una democrazia non rappresentativa a una rappresentativa. E sono convinta che tutto non viene solo dalla crisi economica ma da un ordine mondiale che non funziona.” Laura: “io dopo un momento di scetticismo comincio a credere che questo movimento vuol dire molto. Sto veramente avvertendo il cambio nella mentalità della gente. Mi sono sentita molto oppressa da questo sistema. Voglio trovare la forza e l’energia. E la cosa interessante è che si vedono tante facce nuove”. Marc: “è positivo che stiamo cominciando a tirar fuori cose nuove, a pensare. Dobbiamo smetterla di credere che dobbiamo per forza possedere una casa, una macchina, un computer ultimo modello eccetera”. Tomás: “siamo una piattaforma cittadina di “sinistra”, e vogliamo cambiare la situazione economica. Per me la grande vittoria è la “presa di coscienza personale”. Questa è la presa di posizione più “politica” all’interno del gruppo, in cui si ammette esplicitamente di stare “a sinistra” anche se, come sappiamo, molti degli indignati amano definirsi a-politici. Per Anna: “il movimento è una cosa filosofica. Sto vedendo che non è che tutto finisce nell’io, io, io.. Dove andiamo? verso una società in cui è protagonista il gruppo non l’individuo.” “A me sembra tutto fantastico. Non tutti siamo allo stesso livello di consapevolezza, ma dobbiamo includere tutti, avere la testa aperta per accogliere le persone”, dice Cecilia Goro e commenta: “la grande forza sta nei legami che si creano“. Un’altra donna, più anziana, con la faccia torva, dice di “aver avvertito l’impotenza davanti alla crisi, la sensazione di non poter reagire”. E poi giustifica la violenza dell’altro giorno – i fatti davanti al Parlamento – con la violenza sociale pregressa subita dalle persone che hanno scatenato i disordini. Questo per me è l’intervento più triste. Quello più carico di livore e meno di desiderio. Più inquadrato in un orizzonte rivendicativo alla maniera della “politica tradizionale”. Questo suo giustificare la violenza mi fa pensare a cose tristi avvenute anche nel nostro Paese, che niente hanno a che fare con quello a cui sto assistendo. Puro odio e intolleranza. Un altro dice che, finalmente, la politica si è trasferita per la strada. E che la fase buona del Movimento comincia adesso, dopo l’esperienza della piazza Cataluña. Si cercano quindi le parole chiave, quelle parole che più spesso sono tornate nelle riflessioni di ognuno. Queste parole sono nell’ordine: – Ilusión – Indignazione – Opportunità – Desiderio di un cambio – Pazienza – Necessità di organizzazione.

Dove andiamo? Si chiedono. Concordano sul fatto che “tutti hanno voglia di cambiare, ma che è il dibattito nel movimento che dà un senso alle cose, che i gruppi di lavoro sono ancora troppo grandi e che tutti rimangono con la voglia di parlare.” La proposta che si farà all’Assemblea generale sarà quella di ridurre i gruppi a 6/7 persone. Conclude Marc: “stiamo andando verso un’educazione della coscienza in senso etico. Non si va da nessuna parte se poi, a casa propria, ognuno si comporta in maniera incoerente. Io sta imparando molto da tutto questo, soprattutto a livello personale.”