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sinistra

Politica novembre 25, 2016

Perché voterò sì

Si voterà la fiducia al governo Renzi, non la riforma. E le alternative sono un partito-nazione in cui la destra avrà un peso ancora maggiore, o il populismo 5Stelle, che capitalizzeranno anche il no di sinistra. Perché la sinistra oggi non esiste e sarà l’ultima tra i creditori. E poi c’è il modello Milano…

Politica gennaio 4, 2016

Sapessi com’è strano svegliarsi l’8 febbraio a Milano

Dopo un’estenuante serie di preliminari, le primarie milanesi del centrosinistra (più Pd che altro) sono entrate nel vivo.

Il gioco tra i tre principali contendenti (Francesca Balzani, Pierfrancesco Majorino, Giuseppe Sala) non è proprio all’insegna del fairplay. Balzani entra in campo baldanzosamente, ostenta da subito un parterre de reine, chiede perentoria al collega Majorino candidato da tempo di mollare il colpo, porta a casa un bel picche, e al momento arranca un po’, affaticata dalla scarsa notorietà, dai troppi appelli eccellenti in suo favore e dall’accusa di salottismo.

Majorino sembra ringalluzzito, campagna molto social e luogocomunista, esagera con la promessa un po’ molto pacchiana di un assessore Lgbt –quei voti gli servono, vuole perdere bene-, sostanzialmente è raggiante perché Giuseppe Sala, il probabilissimo vincitore, lo omaggia riconoscendogli una sensibilità sociale di cui lui difetta. Leggi: tranquillo, come minimo ti rifaccio assessore. In fondo è quello che, sparando alto, l’abile Majorino sperava di portare a casa. Qualcuno grida scandalosamente al ticket occulto.

Quanto a Sala, asso pigliatutto, campione del Partito-Expo-Nazione, entusiasma perfino certe furbette assessore di Sel, Cristina Tajani e Daniela Benelli: le idee non si mangiano. Piace a Cielle, a Ncd, a Scelta Civica (Scelta Civica????) e a un bel pezzo del centrodestra, orientato a candidare un uomo di paglia per non dare troppo disturbo all’uomo che garantirà un po’ tutti. E si comincia a intravedere la cospicua fila dei saltatori sul carro dell’ultim’ora. L’impatto mediatico dell’ex-ad Expo, oltretutto, è sorprendente: chi tra i suoi antagonisti sperava in un’immagine scostante da manager anglofono ha dovuto ricredersi. L’uomo ha la concretezza del gran lombardo, dà del tu all’interlocutore, non si perde in chiacchiere e promesse volatili, punta dritto al tema delle periferie -vulnus della gestione Pisapia- dove intende radicare il suo successo, ha quella faccia un po’ francese da sindaco di Milano. Forse è tutta fuffa, ma presentata bene. In breve: per i competitor un osso durissimo.

A meno di miracoli sempre possibili o di fattori esogeni imprevisti, tipo irruzioni della magistratura, l’8 febbraio, il giorno dopo le primarie, Milano si sveglierà di fronte alla seguente scena politica: un candidato centrista (Sala), un altro candidato centrista (Passera), un candidatuccio di centro destra (?), e la signora Bedori, carneade 5 Stelle, che dal momento della sua candidatura è totalmente sparita dai radar.

Il popolo arancione, rosso, rosa e verde si ritroverà desolatamente alla deriva, anche e soprattutto a causa di una partita condotta davvero malissimo dal sindaco uscente. Un popolo frantumato tra una mesta realpolitik, un orgoglioso aventino e la tentazione 5 Stelle che a Milano non è mai andata oltre la protesta pre-politica. A meno che, ed è la variabile su cui tenere lo sguardo, a questo popolo non venga offerta a sorpresa un’alternativa, un/a candidato/a che potrebbe puntare a replicare l’exploit ligure, quel 10 per cento guadagnato dal candidato “civatiano” Pastorino, o perfino bypassarlo se la proposta sarà sufficientemente suggestiva.

Del resto nemmeno Renzi può pretendere che un bel pezzo di Milano, quello che ha dato carne e sangue all’anomalia pisapiana, a questo punto si dissolva come neve al sole, parola turna indré, come si dice da queste parti. Anche perché questa gente, altro che indré, ha l’ambizione di andare avanti.

 

 

Politica novembre 23, 2015

Napoli, è nato ‘nu criature: Possibile, nuovo soggetto politico

Sabato 21 novembre, in una giornata storica per Napoli (la candidatura a ri-sindaco di Antonio Bassolino e l’addio a Don Luigi Condurro, noventaduenne maestro della storica pizzeria “Da Michele”), sull’Arenile di Bagnoli flagellato da marosi e libeccio è nato Possibile, nuovo soggetto politico fortemente voluto dal no-leader Pippo Civati (la fase congressuale si concluderà a febbraio).

Un migliaio tra partecipanti e delegati eletti dalle centinaia di comitati di tutte le regioni, età media più da concerti che da politica –stupefacente, di questi tempi-, molte donne –anche questo non scontato-, gran quantità di competenze e di giovani “professori”, libertà da schemi novecenteschi, clima creativo e da work in progress.

E’ nato “’nu criature” che non somiglia a nessuno e crea non pochi interrogativi: è rosso? è verde? è rosa come il suo logo? e come diavolo si comporterà?

Uguaglianza ma non egualitarismo, lavoro, casa, lotta alla povertà e reddito minimo, vera battaglia sull’evasione fiscale, decisa svolta ambientale, alternativa energetica, punto sui diritti, fine della questione maschile. Umori langeriani. Quanto alla guerra in corso: basta con la vendita di armi, e miglior cordinamento delle intelligence europee. Centralità del Sud, con tutto il suo potenziale inespresso. Forma: partito semi-liquido, con piattaforma web e indispensabili dotazioni virtuali – ma con i piedi solidamente piantati nei contesti, nei posti dove si vive e si lavora, si soffre, si cerca di essere felici, si costruiscono relazioni, dove già si stanno sperimentando buone pratiche e dove c’è sempre qualcosa di importante da fare (qui l’intervento di Civati).

(5 stelle di sinistra? si chiede qualcuno)

Un passo avanti, dalla retorica della partecipazione verso la pienezza della sovranità: il che poi non sarebbe un grande azzardo, essendo che la Costituzione lo prevede. Quindi un’assemblea sovrana e comitati locali altrettanto sovrani, coordinati tra loro per temi e progetti. La piramide gerarchica perde pezzi e si appiattisce in una forma reticolare con un segretario eletto, primus inter pares.

Ambizioni di governo ma nessun “vincismo”, e niente soluzioni politiciste calate dall’alto: per le prox amministrative, ad esempio, saranno i singoli contesti a decidere se, come e con chi, in una prospettiva di dialogo con i soggetti di sinistra, gli ambientalisti, i riformisti e i radicali interessati a un’idea di Italia che si distanzia dal mainstream governativo.

La proposta “nessuna alleanza con il Pd” è stata accolta dall’assemblea napoletana con un boato festoso e inequivocabile.

economics, Politica luglio 31, 2015

Sud peggio della Grecia: ma anche alla sinistra importa poco o niente

Prima che ne parlassero molte prime pagine, ieri ho postato sui s/n che “il Sud sta peggio della Grecia”, dati Svimez.

Un paio di amiche “di giù” si sono risentite. Una mi ha dato della Salvini: capisco la reazione orgogliosa. E capisco anche chi dice: vivo qui, non c’è bisogno che qualcuno mi dica come sto. Ma i dati Svimez fotografano un dramma perfino superiore a quello percepito: nel periodo 2000-2013  il Sud è cresciuto metà della Grecia; nel 2014 i posti di lavoro in Italia sono cresciuti di 88.400 unità, tutti concentrati nel Centro-Nord (133.000), il Sud ne ha persi 45.000; 1 famiglia su 3 è a rischio povertà (contro 1 su 1o al Centronord); le culle vuote lì sono vuotissime, il che comporta anche uno snaturamento antropologico, culturale e sociale. In breve, il Sud è destinato alla desertificazione e al sottosviluppo permanente.

Dai dati si deduce l’insostenibilità delle due velocità: al Nord, isole di sviluppo -produttività, occupazione, servizi etc- che battono la media tedesca, al Sud quello che vediamo. La non-normalità ma anche la straordinarietà del nostro Paese sta in questa forbice, mai così spalancata.

Straordinarietà perché nel Sud ho sempre visto un’enorme occasione, per il Sud e per tutto il Paese, che i dati Svimez non rilevano. Come dico spesso ai miei amici, da nordica (meticcia) esausta corro “giù” appena posso a ricaricarmi, amo guidare in solitudine per quelle strade che traversano la grande bellezza in lungo e in largo, nella disperazione evidente percepisco un potenziale enorme, un’energia formidabile che mi invade e non sento in nessun altro luogo, un senso di vigilia che dura ormai da troppo tempo e che tuttavia mi riempie di fiducia. E sono certa che se qualcosa di davvero buono capiterà a questo Paese comincerà a capitare lì. Come dice Paul Valery, il Mediterraneo è un dispositivo che produce civiltà: è stato vero più volte, può esserlo ancora.

Il Sud è stato sostanzialmente dimenticato dai governi di centrodestra, che l’hanno utilizzato come mero serbatoio di voti, eventualmente sporchi. Ma anche il governo di centrosinistra ha continuato in modo miope per questa strada, abbandonando il territorio ai califfati locali e contribuendo alla desertificazione con metodici disinvestimenti: es., ottobre 2014: Ferrovie dello Stato destina 4.8 miliardi per il centro-nord e 60 milioni al sud; novembre 2014: vengono sottratti 3.5 miliardi di fondi FAS destinati al Sud per finanziare gli sgravi fiscali.

Si dovrebbe fare esattamente il contrario: una grande politica di investimenti sul Sud, un vero e proprio new deal accompagnato da una stretta vigilanza anticorruzione, una stra-mobilitazione nazionale per favorire la “restanza” e la ripopolazione, perfino un moto migratorio inverso, da Nord a Sud, nella certezza che il “nuovo modello” che si va cercando potrebbe delinearsi proprio lì.

Una sfida politica meravigliosa, la madre di tutte le sfide.

Ma anche alla sinistra, nel Pd, fuori dal Pd, un po’ dappertutto, mi pare che del Sud importi troppo poco. Senz’altro meno della Grecia, investita di attenzione molto maggiore. Quella battaglia è intesa come “meridionalismo” di retroguardia. Strano, dico: perché se non è una battaglia come questa a conferirti senso, baricentro e identità politica, che cosa te li può dare?

domenica 2 agosto: oggi c’è questa interessante novità, il piano del governo per il Sud .

 

Politica giugno 8, 2015

Piperno, Scalzone & C: i guasta-sinistra

Oreste Scalzone

Sia chiaro: anche Franco Piperno e Oreste Scalzone, leader di Potere operaio e imputati nell’inchiesta 7 aprile, hanno tutto il diritto di partecipare a una manifestazione politica come la due giorni della Coalizione Sociale di Maurizio Landini.

Ma certo, alla domanda: che cosa diavolo è questa Coalizione Sociale? la loro presenza e altre simili agevolano la più facile e deprimente delle risposte: la solita cosetta rossa, il solito zero-virgola, il solito dopolavoro chiassoso e marginale per ex-combattenti e reduci. Vecchi narcisi irriducibili, e rigorosamente tutti maschi, che dopo aver molto sbagliato e fatto sbagliare non sanno rinunciare a un’occasione di protagonismo, non sono capaci di starsene saggiamente e generosamente a casa a seguire in streaming, smaniano per il podio o, più prosaicamente –non sarà il caso di questi due ma lo è per molti altri- cercano il modo per assicurarsi qualche rielezione.

C’è un egoismo saturnino nel fatto che, appena “a sinistra” freme qualcosa, un piccolo esercito di vecchietti avidi e rancorosi accorre per sbranarlo e tsipras-tizzarlo, mettendoci il cappello liso e vagheggiando una revanche collettiva che invece è solo personale, l’eterno ritorno di un moimême più volte sconfitto e sempre più microscopico e politicamente irrilevante.

Questo il rischio che incombe su ogni operazione “a sinistra”: virgolettatura non casuale, e del resto pure Landini dice che la sua coalizione non è di sinistra, né di destra, né di centro, e via sottraendo. Rischio che per esempio i 5 Stelle, magari un po’ autistici nelle loro logiche non compromissorie, hanno sventato disponendo un cordone sanitario che ha impedito ogni invasione di campo.

Ecco: in questo andrebbero copiati pari-pari.

 

 

 

diritti, Donne e Uomini, Femminismo, questione maschile gennaio 6, 2015

Noi donne occidentali e la minaccia islamista alla libertà femminile

Per i “progressisti”, chiamiamoli così, è molto difficile criticare l’Islam: anche solo ammettere che costringere le donne a nascondere il loro corpo, del tutto o in parte, per non eccitare gli uomini è una pratica profondamente misogina. Ci sarà sempre qualcuno e anche qualcuna che ti riconduce all’ordine dicendoti che quelle sono usanze e vanno rispettate. Importa molto meno che quelle “usanze”, e altre anche più violente, come i matrimoni combinati, la poligamia, le spose bambine, o peggio, hanno come comun denominatore una gravissima limitazione della libertà di creature nate libere come tu stessa pretendi di essere.

Un altro argomento è che quegli usi brutali non appartengono all’Islam, ma alla cultura arcaica e tribale di quei popoli, e che usi e costumi simili fanno parte del nostro passato: resta però il fatto che la grande parte dell’Islam non si oppone a quei costumi e anzi, a quanto pare, la cosiddetta islamizzazione va di pari passo con l’imposizione di quegli usi, la maggioranza dei quali ha a che vedere con la limitazione della libertà femminile. Un’esigua minoranza dell’Islam legge e rilegge i testi per trovarvi fondamenti di libertà a vantaggio delle donne e di tutti, ma a giudicare da come stanno andando le cose l’operazione non sta dando i risultati sperati. La morsa dell’Islam fondamentalista è sempre più feroce, sempre più vicina, e forse sarebbe il momento di cambiare strategia.

Altro argomento ricorrente è che quelle donne scelgono liberamente di velarsi, di vivere segregate o altro: qui l’ipocrisia è lampante. Diciamo piuttosto che quelle donne scelgono di vivere, o almeno di sopravvivere. L’unica alternativa alle condizioni imposte sarebbe la fuga –le più ricche spesso riescono a espatriare- oppure la morte, quanto meno la morte civile.

Il nuovo romanzo di Michel Houellebecq, “Sottomissione” (in libreria per Bompiani il prossimo 15 gennaio) parla della Francia del prossimo decennio, con un presidente musulmano, l’Islam che ha trionfato sull’Illuminismo, le donne che rinunciano all’emancipazione, l’introduzione della poligamia: la perdita di libertà delle donne è il perno del cambiamento. Un’Europa debole e sfinita che ha ceduto alla forza di quel credo. La destra, a cui Michel Houellebecq fa riferimento, ha costruito da tempo una narrazione piuttosto dura ma inequivoca contro l’islamizzazione: i musulmani sono nemici che vanno combattuti,  in caso diverso soccomberemo. La narrazione della sinistra è più incerta e di maniera: dialogo con l’Islam moderato, tolleranza, convivenza. Ai confini con l’indifferenza. Il monopolio della critica è ceduto alla destra. Una political correctness che secondo intellettuali femministe musulmane come Irshad Manji e Ayaan Hirsi Ali (tra l’altro cofirmatarie del Manifesto dei dodici che parla dell’islamismo come di un nuovo totalitarismo) l’Islam fondamentalista legge come debolezza. Ma la maggioranza delle femministe occidentali, legate storicamente e culturalmente ai movimenti di sinistra, condivide questa impostazione dialogante e tollerante. E parlando di quelle donne maltrattate, vessate e segregate, osserva che tocca a loro decidere di lottare in prima persona per la propria libertà.

In questo atteggiamento del femminismo occidentale io vedo un notevole grado di ignavia “borghese”, una ritrosia culturale e politica a fronte di problemi di difficilissima soluzione. Vero che io non posso sostituirmi a un’altra nella sua ricerca di libertà, anche quando sento tutta la sua sofferenza, ma in questo silenzio di grande parte del femminismo io vedo un problema per la mia stessa libertà. Non posso più a lungo tacere –in verità non ho mai taciuto- di fronte alla violenza misogina di una cultura con cui mi tocca convivere in modo sempre più stretto. Non posso non constatare che questa “tolleranza”, questo “rispetto” e questo silenzio non stanno impedendo l’islamizzazione di aree sempre più vaste del mondo. Accanto alla sofferenza di quelle donne io ci vivo, nel mio quartiere.

La prima cosa che farei, quindi, è rompere il silenzio “tollerante-indifferente”, guardare in faccia la realtà, nominare la misoginia di quella cultura, riconoscere questa misoginia come costitutiva dell’islamismo e non come un fatto occasionale o collaterale. Vorrei poterlo fare senza che ciò significhi necessariamente ed automaticamente una difesa acritica e compatta dell’Occidente e delle sue magnifiche sorti e progressive: e tuttavia risposte tipo “anche noi abbiamo i nostri problemi” o “è colpa nostra se le cose stanno andando così” mi sembrano solo un modo per poter permanere indisturbate nell’ignavia.

Ho molto bisogno di parlarne con altre. Ho bisogno di capire che cosa sia giusto dire e fare.

Spero ci siano presto le occasioni, che finora sono state davvero poche.

 

ultim’ora: l’attentato a Charlie Hebdo, 11 settembre di Parigi, mi fa sentire Cassandra

 

 

 

Politica, TEMPI MODERNI novembre 7, 2013

Trend De Blasio: la sinistra che vince restando a sinistra

Bill De Blasio balla con i figli Chiara e Dante

Non è il caso di farsi troppe illusioni -alla prova dei fatti tutti i miti si appannano- ma la vittoria di Bill De Blasio, nuovo sindaco di New York, segna un bel cambio di passo. Da una politica securitaria-finanziaristica a una decisa impostazione sociale. Bill dice che sarà il sindaco del 99 per cento dei newyorkesi: evidente il richiamo al 99 vs 1 di Occupy Wall Street. Nel suo programma parte dagli ultimi (lui stesso è figlio della lower class di Brooklyn): più tasse per chi guadagna oltre 500 mila dollari l’anno per finanziare gli asili nido, cambiare la legge sui salari minimi, convivenza multietnica (la sua famiglia è un vero melting pot), città sempre più gay friendly. Perfino attenzione ai diritti degli animali, ultimi fra gli ultimi: vuole abolire le carrozzelle intorno a Central Park per evitare sofferenze ai cavalli.

E poi lavoro, lavoro, lavoro.

Insomma, una sinistra che fa la sinistra. E vince.

Se è vero che quasi tutte le tendenze politiche, culturali e di costume, come le perturbazioni atlantiche ci arrivano regolarmente da Ovest, consiglierei a tutti gli amici di sinistra -tantissimi- convinti che per vincere la sinistra debba diventare di destra, di guardare a quest’omone mezzo tedesco e mezzo italiano, con moglie nera e bisex e figli di nome Chiara e Dante ancora più meticci di lui, per dubitare della loro strategia, che è già invecchiata.

La sinistra che fa la sinistra vince. Essendo semplicemente, come dovrebbe essere per sua natura, il partito del lavoro.

 

 

Politica, Senza categoria gennaio 13, 2013

Houston, qui Ohio. Abbiamo un problema

Da quando vivo a Milano, cioè dalla nascita, ho sempre visto la sinistra, e in particolare tutta la filiera dal Pci al Pd, rimbalzarsi l’oggetto non identificato “Lombardia” come una patata bollente. Capita un po’ come -posso dire?- nei giornali: quelli meno graditi ai direttori, o ritenuti meno bravi, o meno protetti, mandati un po’ miopemente al confino nell’online. Senza pensare che l’online sta diventando, com’era ampiamente prevedibile, il reparto strategico.

Ecco, la Lombardia per la sinistra è un po’ così. A parole importante, importantissima, strategica. E del resto tutte le cose politicamente rilevanti sono sempre cominciate qui, compresa l’ultimissima svolta arancione. Ma a uno sguardo romano, la Lombardia e Milano restano totalmente incomprensibili. A parole, l’Ohio. Nei fatti, la provincia dell’impero. Eventualmente luogo di confino, dove piazzare qualche candidatura imbarazzante. Gli stessi funzionari lombardi, appena possono, tentano la fuga a Roma: in tanti stanno andando in Parlamento, lasciando sguarnita la prima linea e dando l’idea di non crederci. Ci aveva pensato anche il segretario regionale Maurizio Martina, che poi però ha cambiato idea (o gli hanno suggerito di cambiarla). Ma forse a spiegare tante cose basta il fatto che ci abbia pensato, a  operazione Ambrosoli aperta.

Leggo che perfino il Wall Street Journal e il Financial Times si occupano di noi: qui si gioca una partita decisiva per gli eventuali Stati Uniti d’Europa, o anche per quelli disuniti. Ma il fuggi-fuggi generale fa ritenere che a sinistra quei giornali non li leggano, e dà il senso di una smobilitazione preventiva.

Il centrodestra, ben più radicato territorialmente -che cosa sia la Lombardia, Maroni e i suoi colleghi lo sanno invece molto bene -è dato più avanti: sia alle regionali, dove se non ci fosse l’impuntamento di Albertini, la partita sarebbe bell’e chiusa, sia al  Senato, date un’occhiata a questo sondaggio . E le due partite si giocano insieme. L’incredibile rimonta di Berlusconi è guardata con sconcerto, disprezzata come “fatto mediatico”, in sostanza solo “virtuale”. “Gli italiani non saranno così imbecilli”, si dice. “Non avranno la memoria tanto corta”. E invece a quanto pare ce l’hanno. O meglio -ed è un fatto, mica un fattoide, con cui si devono fare attentamente i conti- forse non bastano i pur freschi ricordi di mazzette, corruzione, ndrangheta a spostare i lombardi a sinistra.

Forse ci vorrebbero buone idee, che senz’altro ci sono, ma stentano a circolare. Forse servirebbero più coraggio e meno ambiguità, e un’idea diversa e meno ottocentesca dei cosiddetti “moderati”. Forse ci vorrebbe un maggior numero di facce che rappresentano con immediatezza le nuove e buone idee, e si dovrebbe saper parlare alla “pancia” degli elettori, intendendola non come i più bassi istinti, ma come il robusto buon senso di un  popolo, usando parole semplici e buone come il pane. Forse si sarebbero dovuti schierare qui i propri talenti migliori, mix tra territorio reale e visionarietà, evitando di collocare certi scarti azotati di Roma: perché oggi gli elettori aguzzano lo sguardo, umiliati dal Porcellum vogliono conoscere anche il numero di scarpe di chi votano.

L’idea è quella di trovarsi su un taxi impazzito, con il tassametro che viaggia alla velocità della luce. E alla fine del viaggio potrebbe esserci il blocco nordista, dal Piemonte al Veneto. Il che significa secessione sostanziale. Siamo al fondo di un enorme imbuto, e tutto accelera all’impazzata. Può capitare di tutto, da un giorno all’altro.

Mi torna in mente un’amica, importante politica del Pci che poi diventò anche ministra, a cui un giorno -ormai milioni di anni fa- segnalai i primi sommovimenti leghisti, dicendole -conosco la mia gente- che quella era una cosa vera, da osservare con attenzione. Mi guardò con un sorriso di compatimento: “Sai che ti voglio bene. Non dirle in giro, certe stupidaggini”.

Io le mie stupidaggini, qui dall’Ohio, continuo a dirle. Fra cui questa: la sinistra ha ancora tempo. Ma ne ha poco.