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bambini, diritti, Donne e Uomini, questione maschile luglio 13, 2014

Storia del nuovo cognome

Prendo in prestito il titolo del bel romanzo di Elena Ferrante per segnalare che oggi alla Camera prenderà avvio la discussione sul cognome dei nuovi nati: i quali, secondo il testo uscito dalla commissione Giustizia della Camera, potranno portare quello del padre, quello della madre o entrambi.

Un primo colpo contro il cognome paterno nel gennaio scorso, quando una sentenza della Corte Europea dei Diritti Umani, alla quale si era appellata una coppia milanese, ha stabilito che l’attribuzione automatica alla “casata” del padre –con sparizione della genealogia materna- rappresentava una chiara discriminazione, e che l’Italia doveva agire contro questa violazione.

Ed ecco il testo in discussione, secondo il quale i genitori potranno scegliere se dotare il nuovo nato del cognome del padre, della madre, o del doppio cognome. Nel caso la coppia non trovasse un accordo, il neonato sarebbe registrato all’anagrafe con entrambi i cognomi in ordine alfabetico. Gli eventuali successivi figli della coppia porterebbero obbligatoriamente lo stesso doppio cognome del primogenito/a.

La norma prevede anche che la figlia o il figlio, una volta maggiorenni, possano decidere di aggiungere il cognome della madre a quello paterno –o, caso più raro, viceversa- con una semplice dichiarazione all’ufficiale di stato civile.

Quanto invece ai figli dei figli, non essendo pensabile il quadruplo cognome, il padre e la madre potranno trasmettere uno solo dei rispettivi doppi cognomi.

Iole Natoli conduce da anni e quasi in solitaria la battaglia per il doppio cognome. Ma non è affatto convinta che la norma in discussione tagli in modo netto con i codici patriarcali.

Primo obiettivo polemico, l’eventuale ordine alfabetico in caso di disaccordo tra i genitori: “E’ solo una scorciatoia” dice. “Il figlio nasce dalla madre, c’è una prossimità neonatale che va riconosciuta e non nascosta di nuovo. Il primo cognome è ragionevole che sia quello materno, salvo accordi diversi: e non perché la madre abbia più diritti del padre, ma perché il diritto al cognome viene esercitato dal figlio e dalla figlia -che ne sono i titolari- all’atto della nascita, quando esiste una sola relazione già maturata, quella con la madre. La relazione con il padre si genera dopo”.

Secondo punto di insoddisfazione, il 1° comma dell’art. 4, secondo il quale il figlio maggiorenne può aggiungere al proprio cognome “singolo” il secondo cognome della madre o del padre. “Al figlio e alla figlia” spiega Iole Natoli “è quindi concesso soltanto di aggiungere il cognome dell’altro genitore, se ne ha ricevuto uno solo. Non può invece modificare la sequenza dei  cognomi, né sopprimerne uno, benché i genitori abbiano potuto scegliere per lui. “Inoltre, poniamo il caso di figli di genitori che abbiano entrambi un doppio cognome. Se li attribuissero tutti al figlio questi avrebbe un cognome “quadruplo”, cosa non prevista. Di conseguenza ciascun genitore dovrà scartarne uno dei propri e attribuirne al figlio uno
soltanto. I due cognomi scartati da entrambi i genitori scompariranno.
Ma quei cognomi scomparsi non sono il nulla. Sono cognomi che contribuiscono a determinare l’area familiare del figlio, che comprende anche nonni, zii, cugini e indicano rapporti di parentela. Non è detto che la scelta operata dai genitori soddisfi il figlio o la figlia, che invece potrebbe preferire portare invece uno o entrambi i cognomi che sono stati cancellati dai genitori. Il diritto al cognome è suo e non di altri. Inoltre” aggiunge Natoli “conosco  diversi casi di persone -donne e uomini- che non volevano più portare il cognome del padre, quindi non volevano aggiungere ma sostituire. Le difficoltà e i soprusi a cui si è sottoposti quando si fa una richiesta del genere sono enormi. Si devono documentare situazioni terribili, se non si vuole essere additittura derisi… Il testo in discussione non tutela minimamente questi soggetti, lasciando  invariata la situazione”.

A chi le obietta che queste sono sottigliezze eccessive, Iole Natoli risponde che entrambe le sue critiche segnalano un problema: nella norma così concepita il diritto di trasmissione del cognome da parte dei genitori continua a prevalere sul diritto di acquisto da parte del figlio e della figlia. “In poche parole, non smette di agire il concetto di potestà genitoriale, basata sull’idea dei figli come proprietà, fondamento del patriarcato. Da questo punto di vista, quindi, si permane in un’ottica patriarcale”.

Possibile che queste obiezioni diventino emendamenti al testo di legge. Stiamo a vedere.

La nuova norma potrebbe diventare operativa nel giro di un anno.

AGGIORNAMENTO 16 LUGLIO: sembrava fatta, e invece no.

 

 

 

Politica, questione maschile gennaio 8, 2014

Nel cognome della madre

Con i nomi non si scherza -e nemmeno con i cognomi-: nominare significa entrare a fare parte dell’esistenza simbolica, cioè propriamente umana, e non è la stessa cosa se ci entri con un nome -e un cognome- o con un altro. Nella fattispecie, se con il cognome del padre, con quello della madre, o con entrambi.

La Corte europea dei Diritti Umani, in chiave antidiscriminatoria ha stabilito che i genitori hanno il diritto di dare ai propri figli e alle proprie figlie anche il solo cognome materno. E hanno condannato l’Italia per la negazione del diritto a una coppia di milanesi, Alessandra Cusan e Luigi Fazzo, genitori di Maddalena, che battagliano dal 1999, quando fu loro impedito di registrare la figlia con il solo cognome materno. La sentenza di Strasburgo indica che il nostro Paese «deve adottare riforme» legislative o di altra natura per rimediare alla violazione. Di buon auspicio il tweet positivo del premier Letta: “La Corte di Strasburgo ha ragione. Adeguare in Italia le norme sul cognome dei nuovi nati è un obbligo”.

E’ dal 1979 che Iole Natoli Nisi (Nisi è il cognome materno, che non ha potuto registrare all’anagrafe), insegnante, illustratrice pubblicitaria, giornalista e scrittrice, lotta per il riconoscimento di questo diritto. Una battaglia che lei definisce “antipatriarcale”: “Occultare il nome della madre” dice “equivale a cancellare la madre“. La  sentenza di Strasburgo la sente come una vittoria anche sua.

C’è una ragione biografica per questo tuo “accanimento”?

“No. Tra l’altro avevo un ottimo rapporto con mio padre. Ma sono sempre stata molto sensibile alla questione. Quando nacque la mia prima figlia mi informai sulla possibilità di darle anche il mio cognome. Mi dissero che dovevo rivolgermi al ministro di Grazia e Giustizia, un iter scoraggiante e dagli esiti incerti. La cosa mi è sempre parsa un sopruso. Tanto più che la legge non parla affatto di diritto del padre a trasmettere il suo cognome, ma di diritto del figlio e della figlia ad averne uno. Perché dev’essere quello del padre, di default? Dare a chi nasce un solo cognome equivale ad amputarlo del suo diritto di collegamento con gli ascendenti. Un abuso di autorità, che a praticarlo siano i genitori o lo Stato”.

Come vanno le cose in altri Paesi?

“In Norvegia e in altre nazioni del Grande Nord il cognome è quello materno, a meno di decisioni diverse dei genitori. In Germania c’è la possibilità di scegliere tra uno e l’altro cognome. In Spagna c’è il doppio cognome in automatico: per evitare la moltiplicazione dei cognomi, il padre e la madre indicano quale dei loro due cognomi dare al figlio o alla figlia, che successivamente potrà invertire l’ordine. In Australia e in alcune zone del Regno Unito c’è addirittura la possibilità di dare un cognome di invenzione: la madre è Rossi, il padre Bianchi, e il figlio o figlia può chiamarsi Verdi. La nostra legislazione è un baluardo patriarcale“.

Dal 2012 però un decreto presidenziale ammette la possibilità di affiancare il cognome della madre a quello del padre.

“Ma poi ci sono le circolari applicative, che creano mille difficoltà. Devi rientrare nella casistica delle motivazioni previste, e già il fatto di dover chiedere ai prefetti non è accettabile. Richiesta che peraltro, come è capitato, può essere respinta”.

E quindi?

“Quindi il Presidente della Repubblica potrebbe intanto modificare il dpr nel senso indicato da Strasburgo. E poi si dovrebbe intervenire sulla legge: ho lanciato due petizioni distinte, la prima con una proposta di legge, la seconda al Presidente,

In sintesi, che cosa si propone?

Il doppio cognome, come in Spagna: e come primo, quello materno, per “prossimità neonatale“”.

 

 

AMARE GLI ALTRI, Donne e Uomini, economics, Politica, questione maschile giugno 15, 2013

Vandana all’Italia: puntate sulla qualità

Vandana Shiva

 

Vandana sorride sempre, e parla melodiosamente. Ma a colpire sono soprattutto gli occhi: lo sguardo attento e gioioso di una bambina che guarda il mondo come se fosse appena nato insieme a lei.

Vandana Shiva (qui il suo sito web) è una fisica quantistica, attivista per l’ambiente e madre dell’eco-femminismo. Complicato sintetizzare in poche righe il suo appassionato lavoro in difesa del pianeta vivente, dell’umanità e di tutte le altre specie: bestseller come “Terra Madre. Sopravvivere allo Sviluppo”, “Monoculture della mente. Biodiversità, biotecnologia e agricoltura scientifica”, “Le guerre dell’acqua”, e “Il bene comune della Terra”. E il Research Foundation for Science, Technology and Natural Resource Policy, fondato nel 1982.

Tra i principali leader dell’International Forum on Globalization, nel 1993 ha ricevuto il Right Livelihood Award, premio Nobel alternativo, ed è anche vicepresidente di Slow Food. Da decenni battaglia per la salvaguardia della differenza, contro gli Ogm, le monocolture e la distruzione della biodioversità: il corpo-a-corpo di una piccola donna avvolta nel sari e della sua associazione Navdanya (9 semi) contro il colossi del settore tecno-alimentare e i brevetti sulle sementi, che distruggono la meravigliosa varietà naturale e le colture tradizionali e locali, isteriliscono la terra e mandano in rovina i contadini costretti a rifornirsi da loro.

A Milano in vista di Expo 2015, titolo “Nutrire il pianeta”, Vandana è madrina e prima firmataria della Carta Universale dei Diritti della Terra Coltivata, presentata dell’European Socialing Forum. Ispirato alla Carta Universale dei Diritti dell’Uomo, il documento sancisce i diritti fondamentali della terra (Dignità, Integrità, Naturalità e Fertilità): l’obiettivo è fare di Milano la capitale mondiale della sua salvaguardia, con un Palazzo della Terra coltivata, una Banca dei Semi e un Tribunale internazionale. Chiedo a Vandana, grande amica dell’Italia, se può regalarci una visione per il nostro Paese: su che cosa dovremmo scommettere per uscire dai guai?

Il vostro grande talento è uno straordinario senso della qualità. Una specie di istinto che non ha uguali nel resto del mondo, e che non smette mai di stupirmi. La cura nel presentarsi agli altri, ad esempio. L’abito. Un livello irrinunciabile di dignità che prescinde da quello che sei e dal lavoro che fai. Come se ci fosse un diritto alla bellezza per tutti. E la qualità del cibo, la grande attenzione a come viene coltivato, lavorato, cucinato, assaporato…”.

La nostra “crescita” è qui?

“Assolutamente. La vecchia idea di crescita quantitativa è al capolinea. E’ il cuore della crisi. Non tutti la pensano così, sia chiaro. Chi ci ha condotto nel baratro vorrebbe continuare a perseguire quel modello, secondo il quale la realtà non esiste, esistono solo numeri. Questo tavolo a cui siamo sedute: loro considererebbero solo le misure, e quanto business ci si potrebbe fare. Il cibo che stiamo assaporando: non conta quanto è buono, quanto è sano e nutriente, come è stato coltivato e cucinato. Loro pensano solo a quanto pesa, a quanto costa confezionarlo e poi trasportarlo… Un processo di astrazione ed estrazione, la realtà e l’anima delle cose ridotte a numeri. Ma quegli stessi numeri misurano anche l’impoverimento della natura e della comunità”.

Qualche mese fa a “Ballarò” il finanziere Davide Serra disse che i suoi argomenti erano “ridicoli” (qui il filmato) Le idee di Vandana, ma anche della Nobel Elinor Ostrom, di Amartya Sen e di altri “illuminati” sono buone per i dibattiti, ma non quando si tratta di prendere decisioni e di fare politica (qui il dibattito sul blog).

“Da quando lo sfruttamento economico è diventato l’asse del mondo, anche la natura della politica è cambiata. La democrazia dovrebbe appartenere ai cittadini, occuparsi dei loro problemi e a loro vantaggio. Con la globalizzazione è diventata invece lo strumento politico delle multinazionali, gestito direttamente da loro e nel loro interesse. E’ chiarissimo nel campo dell’alimentazione. La politica dovrebbe fare il bene dei coltivatori e di chi si alimenta. Invece le lobby lavorano per il bene della Monsanto e delle altri multinazionali del cibo. Il 6 maggio scorso la Commissione Europea sulla biotecnologie ha presentato una orribile bozza di legge contro la biodiversità delle sementi: se dovesse passare, sarebbe Bruxelles a dire ai contadini toscani da chi devono comprare i semi e che cosa possono coltivare. Chi usasse semi suoi sarebbe fuori legge”.  

 E’ come voler brevettare l’anima o l’amore. Si può fare qualcosa?

 “Ci si può riprendere la democrazia. Si può fare in modo che tornino a decidere i cittadini. Non c’è solo l’Europa. Ci sono vari livelli di governo: nazionale, subnazionale, regionale, locale. E’ a livello locale che la democrazia va ripensata e rinnovata. Una democrazia per tutta la Terra, ma agita nelle comunità reali”.

Pensare globalmente e agire localmente… Che cosa direbbe a un capitalista finanziario per convincerlo del fatto che le sue pretese di profitto non solo fanno male al mondo, ma che tutti quei soldi non garantiscono di incrementare il suo livello di felicità?

“I nativi americani dicono: dopo che avrai abbattuto l’ultimo albero, inquinato l’ultimo fiume e distrutto l’ultimo pesce, capirai che i soldi non li puoi mangiare. Porterei quell’uomo per tre giorni in una fattoria. Lo inviterei a mettere le mani nella terra. Sono sicura che capirebbe molto velocemente che i miliardi in banca sono poca cosa.”

Una “re-education farm”. Dove vede indizi e segnali di un nuovo rinascimento?

 “In tutto il mondo. Tra i 600 mila contadini con cui collaboro. In Bhutan, dove si è scelto di abbandonare il concetto di Pil per valutare il grado di felicità, il benessere effettivo della nazione. Ma non è il trend seguito da tutti. Dobbiamo decidere quale futuro vogliamo: o impareremo a sentirci tutti parte della comunità umana e della terra vivente, o vedremo una guerra globale e a ogni livello. O creeremo un sistema capace di includere gli altri e le altre specie, o vedremo nascere nuovi fascismi che procedono per gradi di esclusione”.

La filosofa Julia Kristeva dice che quando c’è un cambio di civiltà nessuno ha da ridere. La fine della civiltà patriarcale sta costando molto. In particolare alle donne e alle creature piccole. Che cosa dobbiamo temere?

 “I rischi sono enormi, perché il patriarca che si sente insicuro è molto pericoloso. In India stiamo vedendo un’incredibile esplosione di violenza contro le donne”.

Anche in Italia. Terribili colpi di coda dell’animale morente.

“Un animale morente è sempre feroce. C’è solo un modo per fronteggiarlo: non-violenza, compassione. Diversamente saremo specchi che riflettono quella paura, quella violenza. E fermeremo il cambiamento”. 

Le donne stanno facendo dure lotte per entrare in politica e nelle stanze dei bottoni: è la strada giusta per un mondo più femminile? E lì che le donne possono esprimere la loro autorità e la loro sapienza?

“Sono una fisica quantistica. Non penso in termini di alternative che si escludono, ma di possibilità coesistenti. Per la fisica quantistica tu puoi essere nello stesso momento una particella e un’onda”.

Quindi le donne possono essere lì ma anche altrove.

“Esattamente. Il più delle donne non vuole entrare nelle istituzioni rappresentative perché il modo in cui quelle istituzioni sono concepite e organizzate le pone “naturalmente” in minoranza. Per la maggior parte delle donne la strada è quella di esprimere autorità e saggezza nei contesti in cui vivono e operano. E’ vero: quelle istituzioni ci sembrano vecchie, inutili, corrotte e inefficaci. La crisi dell’economia è esondata in una crisi della democrazia. Ma non possiamo pensare di lasciarle nelle mani di pochi. Il cambiamento verrà comunque dalla partecipazione. In quelle istituzioni dobbiamo esserci, donne e uomini”.

Il fatto è che nelle istituzioni maschili le donne cambiano, perdono la loro differenza, finiscono per omologarsi…

“Si deve creare una cultura che aiuti le donne ad andare in quei posti in spirito di servizio, e non in una logica di potere”.

Vorrei che lei dicesse qualcosa ai giovani: in Italia siamo al 40 per cento di disoccupazione, con punte di 50 nel Sud.

“Essere inoccupati non significa essere inutili: la prima cosa che va capita è questa. I giovani italiani non devono pensarsi, come qualcuno crudelmente li definisce, una “generazione perduta”. Devono piuttosto imparare a vedersi come la generazione del cambiamento, quella che costruirà il mondo nuovo. Si arriverà ad altri modelli educativi, ad apprendistati diversi, adatti a pensare e fare le cose in un altro modo. Ma il più grande cambiamento sta nel fatto che invece di aspettare qualcuno che ci dia lavoro, lo creeremo noi stessi, in rete e in collaborazione con altri. Nuovi lavori, per costruire il mondo nuovo”.

Lei non perde mai la fiducia? Ci sono stati grandi hoffnungträger (portatori di speranza) come Alexander Langer o Petra Kelly, che alla fine hanno ceduto sotto il peso enorme del loro impegno.

“Petra e Alex erano cari amici. Io non piango facilmente, ma ho pianto molto per loro. Quanto a me, rifiuto di pensarmi come un Atlante con il mondo sulle spalle. E’ il mondo che porta me, non sono io a portare il mondo. Ogni mattina mi alzo e cerco di fare quello che posso per difendere la terra e gli sfruttati. Lo faccio con tutta la mia passione e con tutte le mie forze, ma non penso affatto che tutto dipenda da me. Sono solo parte del cambiamento, insieme a molti altri. Un atteggiamento che definirei “appassionato distacco”: passione nel fare ciò che va fatto, ma anche distanza dai risultati”.

E’ quello che dice Clarice Lispector, grande scrittrice brasiliana, quando racconta la sua scoperta: “il mondo indipende da me”.

E’ così. Io mi sento parte del mondo, eppure il mondo indipende da me. Per poter restare umili, è importante sapere di non essere indispensabili. E l’umiltà oggi è più necessaria che mai. Dobbiamo entrare in un’età dell’umiltà, prendendoci cura della terra e dei viventi”.

 

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European Socialing Forum

È ITALIANA LA CARTA UNIVERSALE DEI DIRITTI DELLA TERRA COLTIVATA

 Dignità, Integrità, Naturalità e Fertilità: sono questi i principi fondamentali sanciti dalla Carta Universale dei Diritti della Terra Coltivata. Il documento, presentato a Milano all’interno della prima edizione dell’European Socialing Forum, è stato firmato da Vandana Shiva.

“La Carta Universale dei Diritti della Terra Coltivata è stata realizzata per sancire alcuni diritti inalienabili per la salvaguardia delle terre coltivate”, spiegano Andrea Farinet e Giancarlo Roversi, che hanno curato la stesura dell’opera. “Il  documento si ricollega idealmente sia alla Carta Universale dei Diritti dell’Uomo sia alla Carta della Terra, ed è frutto di un lungo lavoro di ricerca e di riflessione durato due anni su come tutelare meglio la realtà agricola italiana ed internazionale. Il documento sarà sottoposto all’approvazione delle più grandi associazioni agricole, ambientaliste e naturaliste internazionali. Potrà così nascere un percorso di condivisione che porterà alla ratifica formale della Carta nel corso di Expo 2015. L’obiettivo finale è trasformare Milano nella capitale mondiale della salvaguardia della terra coltivata, fondando il Palazzo della Terra coltivata, la Banca dei Semi e il Tribunale internazionale dei Diritti della terra coltivata.”

Ho avuto modo di leggere e apprezzare la Carta. Per anni gli uomini – ha spiegato Vandana Shiva – hanno vissuto nell’illusione di essere gli unici padroni della terra. Illusione che non può durare. Attualmente stiamo vivendo un “apartheid” moderno in cui l’uomo si sta separando dalla terra. È importante quindi poter fissare in un documento i principi fondamentali per la salvaguardia del Pianeta. In particolare – spiega Vandana Shiva – dei quattro principi sanciti dalla Carta, la Fertilità è quello fondamentale, in quanto connesso alla felicità delle persone e alla base della vita stessa. È importante pertanto salvaguardare la fertilità naturale, e non quella ottenuta tramite sistemi chimici o fertilizzanti. Ritengo che Expo 2015 sia un ottimo punto di partenza e una grande occasione per portare all’attenzione progetti interessanti come la Carta Universale dei Diritti della Terra Coltivata, un’opportunità imperdibile per cominciare un percorso virtuoso per la Terra.”

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Donne e Uomini, leadershit, questione maschile febbraio 21, 2013

Il potere non fa più per loro

 

Mi scrive stamattina un amico lettore: “Il potere non fa più per noi (uomini): vogliamo imbarcarci e sparire nei mari del Sud come in un romanzo di Conrad“. Buon viaggio!

Intanto contemplo gli imbrogli e i casini freschi di giornata: i pensionati in coda per ritirare l’Imu, quel povero narciso di Oscar Giannino che non è riuscito a fermare nemmeno il suo personale e ridicolo declino, le aziende del gas che hanno ciuffato alla Snam 430 milioni di euro progettando di farli ripagare a noi consumatori, Monti che dice che Merkel non vuole il Pd (in sostanza: la signora maestra ha detto che il capoclasse sono io), il Pd che non voleva neanche sentire parlare di Grillo ma dopo la piazza di Milano si mette finalmente “all’ascolto… perché il Movimento 5 Stelle ha portato dei temi che ci interrogano” (Bersani) e considera i grillini “interlocutori preziosi” (D’Alema: loro non ricambiano, temo). E poi il ciclone sesso-soldi-potere (lotte, faide, lobby gay, saune, bordelli) per che sta per abbattersi sulla Chiesa, con Papa in fuga per non ritrovarsi a gestirlo…

In effetti: il potere non fa più per loro. Io lo direi meglio: il potere non fa più per il mondo. Non appare più come il dispositivo adatto -ammesso che lo sia mai stato- a regolare la convivenza umana. Si decompone sotto i nostri occhi, si mostra per quello che è: egoismo, individualismo, avidità, lussuria, violenza, paura. Ci tocca vivere questo momento terribile, in cui tutto si disfa, e si salvi chi può, e scappi con i soldi chi può, e tutti gli altri aggrappati ai relitti della scialuppa.

Il timore che (la fine del) patriarcato trascini nella sua caduta istituzioni ancora indispensabili all’ordine sociale più elementare, provocando caos o risposte reazionarie o resistenze sbagliate, è dunque fondato”, scriveva 40 anni fa la filosofa Julia Kristeva. Lo scenario in effetti è proprio questo, e tanto vale tenerlo ben presente. La deriva maschile trascina tutt*.

Stringiamoci tra noi donne, e con gli uomini migliori, come quel Mr Lester Burnham, antieroe di “American Beauty”, che aveva scelto di andare a cuocere hamburger in cambio della minore responsabilità possibile. Solo insieme riusciremo a navigare a vista.

Donne e Uomini, questione maschile febbraio 11, 2013

Il patriarcato si dimette

La notizia delle dimissioni del Papa –dimissioni del Papa è il più straordinario degli ossimori!– in questa gelida giornata di fine inverno ha un carico simbolico straordinario.

Il massimo grado del potere maschile su questa terra –appena un gradino sotto Dio, segnaposto di Dio, colui che per definizione  ce la fa sempre- che invece dice “non ce la faccio”. Apripista e fondatore di una inaudita categoria, quella degli ex-pontefici (tolto Celestino V che nel 1294 lasciò il soglio sempre più turbato dagli inganni di una curia corrotta). Non è finito il mondo, come si profetizzava, ma certamente sta finendo un mondo, quello patriarcale, che in questo solenne “non ce la faccio” (“… le mie forze e l’età avanzata non sono più adatte per esercitare in modo adeguato il ministero petrino… benché consapevole della gravità di questo atto, con piena libertà dichiaro di rinunciare…”) trova a rappresentarlo le parole più alte. Il predecessore Giovanni Paolo II aveva deciso di farcela, fino allo stremo delle sue forze. Benedetto XVI invece non ce la fa. Tanti uomini oggi non ce la fanno.

Che le ragioni del passo indietro siano di salute, o–come molti ipotizzano- si tratti dell’insopportabilità delle pressioni interne, o della prossimità di un grande scandalo che starebbe per investire la Chiesa di Roma, questo “non ce la faccio” ha il suono inaudito di una resa definitiva.

Più che la profezia dei Maya si realizza, con una timida variazione, quella di Nanni Moretti con il suo “Habemus Papam”: se Benedetto XVI lascia prima della fine del suo mandato, papa Melville rinuncia a priori. Il baco della paura arriva a minacciare perfino la sommità del monumentale ordine simbolico maschile. La parata virile, qui al suo massimo sfarzo, non tiene più. «Venti o trent’anni fa non mi sarebbe venuto in mente un film del genere» ha ammesso Nanni Moretti. Nel film il portavoce vaticano, parlando della fuga del papa, usa le stesse parole: «Nessuno ha mai immaginato che potesse capitare una cosa del genere». Bene, sta capitando.

Lo spettacolo del patriarcato che non ce la fa è ben visibile anche in quella finanza tossica, in quel gioco d’azzardo con cui gli uomini ex-patriarcali, alla cui volontà di dominio le donne oppongono la loro soggettività, cercano consolazione, compensazione e conferma della loro illusoria onnipotenza.

(Etty Hillesum ce l’ha fatta a portare la croce fino in fondo. Ad Auschwitz, Perché Dio, come disse, ha bisogno di noi).

 

 

 

 

 

Donne e Uomini, Politica, TEMPI MODERNI ottobre 30, 2009

IN TRANSITO

(foto reuters)

(foto reuters)

Riproduco qui l’articolo pubblicato l’altro ieri sul Corriere, perché tanti non l’hanno letto e me lo chiedono.

Ricordate il vecchio Freud, di fronte al mistero delle “sue” isteriche? Che cosa vuole una donna? si lambiccava il cervello. Una risposta precisa non seppe trovarla neanche lui. Al tempo dei patriarchi la sessualità maschile era la norma, e quella delle donne un oscuro tumulto non autorizzato. Ma un uomo? Che cosa vuole, un uomo? verrebbe voglia di chiedergli oggi. Perché dei desideri delle donne ormai si sa tutto. Dalle autovisite in avanti, il mistero è stato pubblicamente scandagliato per almeno mezzo secolo. E i desideri degli uomini? Ecco, ti pare di avere proprio tutto: la vita che volevi, il lavoro, e poi la casa, il conto in banca, e la famiglia, i figli e forse –che esagerazione!- perfino l’amore. Poi un bel giorno, per ricatto o per puro caso, vieni a sapere di una certa Brenda o Nazaria o Wynona che come un’oscena badante si prende cura del padre dei tuoi figli. E all’epicentro del terremoto che fa crollare la tua vita perfetta, un maestoso fallo con cui non c’è possibilità di gara. Una nuova versione dell’invidia del pene? “A un’altra donna, tutto sommato, sei sempre pronta”, racconta una che c’è passata. “Soprattutto sui 50, quando diventano fascinosi e brizzolati e cominciano a tentennare. Sai che vanno in cerca di conferme. E se capita, dopo un po’ di purgatorio magari te li riprendi pure in casa. Ma così…” si mette le mani tra i capelli. “Ed era anche un mostro. Che cosa fai, con una rivale che ha il 44 di piede e siliconi della sesta?”. Il modello manca. C’è tutta una genealogia di tradite lacrimose a cui riferirsi quando si tratta “banalmente” di una donna: le madri, le nonne; le crisi di nervi della principessa Maria Stella Salina, quando il Gattopardo Don Fabrizio, stampatole un brusco bacio sulla fronte, lascia Donnafugata per una fuga in carrozza dalla sua favorita. Le convenienti ritrosie della moglie a cui tocca convivere con la lascivia autorizzata dell’amante. Una poligamia informale. Le cose andavano così, quando il patriarcato aveva dato al mondo il suo ordine: per quanto discutibile, almeno riconoscibile. Una saprebbe regolarsi perfino se l’altra fosse inequivocabilmente un altro. Ormai anche qui qualche precedente si è accumulato. Ti puoi anche disperare come Julianne Moore, moglie anni Cinquanta in “Lontano dal paradiso”, di fronte al coming out del tuo amato sposo, ma non puoi non comprendere. E dopo un ragionevole periodo di assestamento, se hai un’anima sufficientemente grande puoi anche continuare ad amare. Come una sorella. Non tutto è perduto. Ma di fronte a Brenda, Nazaria o Wynona ti va in pappa il cervello: che cos’ha? E’ gay? Non sta bene? O è semplicemente un maiale? Chi chiamo? L’avvocato, uno psichiatra o l’esorcista? Non è un caso, per quanto possa apparire pazzesco, che oggi la sessualità maschile sia diventata una questione politica. Il fatto è che si tratta davvero di una questione politica. Che cosa sono gli uomini, crollata la narrazione patriarcale? Su che cosa puntellano la loro identità se non possono più contare sul dominio delle donne? Che cosa ne è della loro maestosa cultura e del mondo che ci hanno costruito sopra, se le fondamenta sono piene di crepe? Non c’è proprio niente da ridere. La pochade della nostra trans-repubblica –ricatti, contro-ricatti, gente in mutande, partouze, mercimoni, filmini, escort che chiacchierano, mogli che sbarellano- è solo la divertente parodia. Sotto, le lugubri note di una danse macabre di fine civiltà. Questo delle trans non è solo un vizietto per potenti. Se una metà abbondante di chi fa il “mestiere” è pene-dotata, è perché esiste una corrispondente –e ipocrita- domanda da parte di un’enorme quantità di impiegati, ragionieri, amministratori di condominio, onesti padri di famiglia. Ok il seno e un nasino femminile, ma nessuna operazione definitiva. “Quello” lo si tiene, o si perderebbero i clienti che a quel punto si rivolgerebbero a “semplici” donne (e sai la noia…). “Perfino i papponi” conferma Ginny, pioniera operata a Londra più di trent’anni fa “oggi chiedono alle ragazze di mettersi su da travestiti”: sei una donna, d’accordo, ma cerca almeno di sembrare un uomo che vuole sembrare una donna…Vertiginoso! La trans del resto è un modello universale, valido anche per le comuni rifatte, quelle rispettabili signore tumefatte e zigomate che fanno shopping in via Condotti o su Park Avenue. Non è forse da travestito quella loro facies chirurgica, la stessa di tante opinioniste “zero tituli” dei nostri salotti tv? Qualcosa vorrà pur significare. Il trans oggi ha un’audience strepitosa: dopo Silvia, MtF -da uomo a donna- al Grande Fratello è la volta di un più raro FtM. E Maurizia Paradiso, che rivela a Pomeriggio 5 la sua prossima pater-maternità grazie all’utero della modella colombiana Francine… Ginny spiffera i nomi (irriferibili) di vari ricchi e famosi, abituali degustatori della specialità maschio-con-tette: a quanti tremeranno i polsi! E dice che questo andazzo è cominciato a metà anni Ottanta, con l’invasione dei viados brasiliani. O non è piuttosto che i viados sono accorsi a frotte per corrispondere a una domanda maschile emergente: giacere con uomini parzialmente adattati a donne? Tra i pochi disposti a parlarne –per il resto, omertoso, complice, imbarazzato silenzio- l’ex calciatore francese Éric Cantona, che in un’intervista ha ammesso: “La donna ideale potrebbe essere un travestito, perché ha un po’ di entrambi”. E su “Via Dogana”, periodico della Libreria delle Donne di Milano, Stefano Sarfatti Nahmad dice: “Comincio a credere che gli uomini che sono interessati al pieno godimento sessuale troveranno più facilmente quello che cercano scegliendo un rapporto omosessuale”. Ma forse non è tanto, riduttivamente, questione di essere o non essere gay. Traditi e abbandonati dalle donne, mortificati dalla loro autonomia, sfiniti dalla loro libertà e dalla loro voglia di stravincere, molti maschi regrediscono a un consolatorio “tra uomini”. Un mondo a cui le donne non hanno accesso: solo maschere di donne, come sulle scene del teatro medievale; solo pseudo-donne, a misura di un immaginario semplificato e un po’ autistico. Un’omosessualità spirituale e culturale che può contemplare anche un passaggio strettamente sessuale. Mi scrive, straordinariamente sincero, un lettore sul blog: “Il vero unico desiderio è vivere momenti di bel cameratismo con altri maschi… Anche il travestito ama esclusivamente il mondo maschile e ritiene che la sua “missione” sia dare amore ad altri maschi, di cui comprende le sofferenze profonde che nessuna donna potrebbe lenire”. Non varrebbe la pena di pensarci un po’ su? Dispensatrici di bellezza e di gioia, le donne hanno rinunciato per sempre a questa prerogativa divina? Valgono questo prezzo, i loro strepitosi guadagni? Per completezza d’informazione chiedo a Ginny, che ne ha viste e ne ha passate tante, che cos’ha capito in definitiva del sesso degli uomini: “Mah…” riflette. “Che ci pensano sempre. E che sono strani”.

Donne e Uomini, Politica luglio 4, 2009

UN MONDO FINITO

Da Sarabanda, nuova trasmissione di Canale 5

Da Sarabanda, nuova trasmissione di Canale 5

Cerchiamo di vedere sempre il mezzo pieno del bicchiere, perché il male fa da sé, mentre il bene ha sempre bisogno di una mano. E allora mettiamola così: tutta questa triste vicenda delle escort (oggi si dice così), delle ragazze immagine, delle letteronze candidate politiche, delle velinazze in carriera, delle ville in Sardegna strapiene di vergini come il paradiso dei musulmani, vicenda che ha saturato il 90 per cento della recente cronaca politica italiana, ci dà il senso di morte di un mondo in declino, è il fondo di un barile che abbiamo finalmente e dolorosamente raggiunto. Di peggio non può capitare. Perché anche la più velleitaria delle belle ragazze ormai avrà capito che per una che arriva in Parlamento, ormai ridotto a una succursale della tv, ce ne sono mille che masticano amaro. Che basta grattare un poco la patina dorata e glitterata per scoprire che non hai vinto un bel nulla, se non un paio di foto al silicone su qualche settimanale gossipparo. Che si balla una sola estate, e quella dopo sarai già troppo vecchia per essere selezionata per il casting –a scelta- di una festa in villa o su uno yacht, di un reality o di una lista elettorale. La crisi, grazie al cielo, con la sua falce si porta via anche questo.
Barbara Montereale, ragazza immagine (“pubblicitaria”, come dice lei) più volte ospite dei festini di Papi, parlando con il suo intervistatore si illumina quando nomina una signora che ha conosciuto, “una donna intelligente” dice “un chirurgo”. E spiega che adesso vorrebbe fare “dei lavori normali, avrei voglia di fare la mamma e la moglie”. E viene voglia di abbracciarla. Di dirle che è tutto finito, e che d’ora in poi potrà vivere dignitosamente, lei con la sua bambina.
Ma sì, è tutto finito. E’ finita anche questa politica che ha dimostrato di essere scadente al punto da diventare interscambiabile con la peggiore tv. Un segno sono i molti che hanno già cominciato a sfilarsi, ad abbandonare la nave, nella migliore tradizione del trasformismo italiano. E dopo tutta questa schifezza, in base a un’ineludibile legge cosmica, non può che essere la volta del meglio. Dopo questo intrico maschile di soldi, potere e sessualità malata, la faccia triste del patriarcato che muore, potrebbe esserci la responsabilità e la sapienza femminile.

(pubblicato su Io donna-Corriere della Sera il 4 luglio 2009)

Archivio maggio 29, 2008

LASCIARE SOLI I VIOLENTI

Avrei da dire un paio di cose sulla violenza maschile. Una celebre avvocata matrimonialista mi racconta che, in sede di separazione, troppi giudici sottovalutano la gravità e la diffusione delle violenze psicologiche dei mariti sulle mogli. Dice che quando non vedono occhi pesti o braccia rotte tendono ad ascrivere al “normale” stress da separazione
minacce, persecuzioni, telefonate minatorie e altre piacevolezze. Ci vorrebbe un salto di coscienza che ci facesse comprendere che se le violenze fisiche sono molto diffuse, e anche dove non ce le aspetteremmo mai, quelle psicologiche –vessazioni economiche, mancanza di rispetto, umiliazioni, ricatti, limitazioni della libertà personale, esercizio del dominio in tutte le sue forme: sono anche donne a esercitarle sui mariti, ma in non più di 1-2 casi su 10- sono diffusissime, con l’aggravante di essere quasi sempre invisibili e misconosciute nel loro potenziale di devastazione e di sofferenza.
Spesso, io credo, si tratta di violenze-rifugio: ormai consapevole di poter essere punito per gli abusi fisici, il violento si “limita” a quelli psicologici, che proprio per questo dovrebbero poter essere individuati e puniti con la stessa severità.
Un’altra cosa: molti violenti sono stimatissimi professionisti, uomini d’affari, intellettuali, personalità dello showbitz. I quali, dopo aver rotto la testa delle loro compagne o averle ridotte all’impotenza e alla depressione, continuano ad essere stimatissimi professionisti, uomini d’affari, etc. Non è giusto. La sanzione dovrebbe anche essere sociale, soprattutto da parte di quegli uomini che aborrono la violenza sulle donne. Si dovrebbe sapere chi sono, e poter dire: da quel dentista non ci vado, perché è un violento, i miei soldi non li do da amministrare a quel gestore, perché è un violento. Quel libro non lo leggo, quel film non lo vado a vedere, perché chi li ha firmati è un violento, con quel collega non bevo neanche il caffè, perché è un violento.
Non si può smobilitare su queste cose, che distruggono non solo gli individui e le famiglie, ma anche il tessuto sociale. Il patriarcato che muore è una bestia feroce.
(pubblicato su “Io donna”-“Corriere della Sera”)