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Donne e Uomini, femminicidio, questione maschile dicembre 1, 2014

La ammazza e lo scrive su Facebook: “Sei morta troia”. Centinaia i “mi piace”

Il post è ancora lì, dal tardo pomeriggio di ieri, sulla pagina Facebook di Cosimo Pagnani, ultimissimo femminicida: “Sei morta troia”. Sarebbe andata così: la lite con l’ex moglie, Maria D’Antonio, le coltellate a morte. Poi l’annuncio su Facebook -o forse poco prima di uccidere?-e  il ricovero in ospedale perché si era ferito con il coltello. A Postiglione, nel Salernitano.

“Sei morta troia”: ovvero “giustizia è fatta”, “l’onore è riparato”.

L’annuncio ad amici e parenti, a tutti quelli che sapevano quanto lo soffriva dopo la separazione. Forse scrivendolo su Facebook gli pare più vero e più giusto. “Non rispondo più alle provocazioni” scriveva Pagnani qualche tempo fa “ne tanto meno ho paura delle minacce. Ora sono una nuova persona, sono sereno e felice e niente e nessuno distruggerà la mia serenità!!!!!!!!!!!”. E ancora: “Mi sento una nuova persona lontano da tutto ciò che mi a fatto tanto male, sono felice di non pensare più alle cose passate ma alle cose future. Ma mi mancano le persone che amo di più al mondo (la mia splendida famiglia) voglio bene a tutti, senza distinzione”. L’homepage piena di tenere immagini con la figlia, “la mia principessina”, affidata alla mamma.”Non c’è nulla da fare”, commenta un’amica: “Quando vede te è diversa”. La amava moltissimo, secondo lui. Ma non abbastanza da resistere all’impulso di lasciarla orfana. Ferita a morte anche lei, per sempre.

Seguono centinaia di “mi piace”: al momento 258 in aumento costante, uomini e donne. Una ola collettiva, un coro di approvazione. A dire tante cose: che la logica del delitto d’onore è ancora viva e radicata. Che molti, altro che avvocati e tribunali, le faccende le risolverebbero volentieri così, “da uomini”. O anche: qui c’è una succulenta storia di cronaca, riflettori accesi, ne parleranno i tg e “Pomeriggio 5”, voglio starci anch’io nel fascio di luce. 2 secondi e mezzo di celebrità.

Il lavoro da fare è immane.

p.s: il tempo di scrivere il post, e i “mi piace sono quasi 350.

p.p.s: la pagina è stata bloccata.

 

 

 

 

Corpo-anima, economics, Femminismo, lavoro, Politica, questione maschile ottobre 16, 2014

Silicon Valley: anche le madri hightech. Congela gli ovuli, paga l’azienda

La notizia è che alcune imprese di Silicon Valley (Facebook, Apple) hanno deciso di rimborsare la crioconservazione degli ovociti alle proprie dipendenti.

Il social egg freezing è una pratica di grande utilità per quelle donne che, dovendo sottoporsi a chemioterapia o altre terapie invasive, congelano i propri ovuli per non privarsi della possibilità avere figli in futuro. La pratica si va tuttavia diffondendo anche tra donne in età fertile che non possono fare figli per ragioni diverse da una malattia: perché non hanno un partner, perché non hanno una casa, perché non ottengono un mutuo, perché non ci sono servizi, perché nessuno potrebbe aiutarle nel lavoro di cura, perché non hanno un lavoro o perché il lavoro è precario, o perché non possono interrompere la carriera. La speranza è di poter conquistare nel tempo condizioni economiche, sociali e relazionali migliori, e di poter intraprendere una gravidanza alla scadenza dell’età fertile con il patrimonio di ovuli di un tempo (sempre che ci si riesca: in campo di fecondazione assistita il numero degli insuccessi continua a prevalere su quello dei successi, ma non si dice mai).

In sostanza queste giovani donne sono impedite nel loro desiderio di avere figli come se fossero malate. Il fatto è che le malate non sono loro. Malato è il mondo che esercita questa violenza su di loro -una specie di sterilizzazione forzata-, costringendole a non concepire all’età giusta o ad abortire nel caso in cui il corpo, ribellandosi alla pianificazione obbligatoria, dia corso al loro desiderio inconscio.

Abbiamo trovato rivoltante l’obbligo al figlio unico in Cina, ma non siamo capaci di leggere la brutalità di questo diktat occidentale. La teologa femminista Mary Daly ha affermato che “la libertà riproduttiva delle donne è repressa ovunque”. Pensiamo all’autodeterminazione come alla libertà di non avere figli se non si vogliono, e mai come alla libertà di avere figli come e quando si vogliono (libertà che comprende la prima).

Ho parlato recentemente di queste faccende ai ragazzi del liceo Manzoni di Milano: sono stati loro a voler discutere delle Sixteen and Pregnant, delle giovanissime “disubbidienti” che fanno un figlio da ragazzine e in condizioni socioeconomiche pessime, leggendo in quei comportamenti un segno di ribellione al mainstream che interpreta la maternità come un lusso per cui combattere (comportamenti da non riprodurre! ho raccomandato loro).

Che Apple e Facebook abbiano deciso per questo benefit alle dipendenti, che nella Valle del Futuro, dove si concentrano le imprese dell’economia digitale, si concepisca il rimborso del social egg freezing, indicando il differimento della maternità sine die come idea all’avanguardia, costituisce un salto simbolico di un certo rilievo. Insomma: congelare gli ovuli è una cosa moderna, buona e giusta, hightech come uno smartphone. Perché compromettere la tua luminosa carriera -e rompere i c…ni alla tua direzione del personale- quando hai a disposizione tutti i mezzi per rinviare la maternità più a lungo possibile, eventualmente per sempre? Molto più smart essere “madri maschili” (sempre Mary Daly), espropriate della propria potenza riproduttiva che viene docilmente consegnata al business dei centri antisterilità. Una sorta di “dimissioni in bianco” ma più moderne, tecnologiche e women friendly. Insomma: non ti caccio se fai un figlio, ma ti pago per non farne.

Quello che sconcerta, e che mi induce a ipotizzare una sorta di “analfabetismo femminista”, è l’entusiasmo con cui tante hanno accolto la notizia del nuovo benefit in Silicon Valley. Traggo dai social network:

“Questo “benefit” proposto da FB e Apple alle sue impiegate lo ritengo un’ottima iniziativa. Infatti, se per le donne è già difficile fare carriera quando si è (non vorrei dire “sterile) senza figli, con i figli è praticamente impossibile, a meno che non si lavori in proprio. D’altronde, negli anni 70, un saggio di Elizabeth Badinter intitolato “L’amour en plus” proponeva che la maternità venisse delegata a delle donne preposte alla funzione procreativa. Laicamente parlando, se non ammettiamo che la maternità é ancora e sempre sarà un ostacolo sia al lavoro sia alla carriera non andremo mai da nessuna parte”.

“Ritengo che siano scelte, quelle del rinvio o di accesso alla PMA o al criocongelamento di gameti che siano e debbano essere sempre personali e da non giudicare. Da rispettare semmai”.

Un figlio tra i venti e i trent’anni oramai è un’utopia anche nei paesi più evoluti anzi forse proprio nei paesi più evoluti. Le ragazze finiscono di studiare a 25 quando va tutto bene e non fanno master”.

“Mi sembra una cosa assolutamente positiva. Altrimenti questi vantaggi della tecnologia rimarranno a vantaggio dei facoltosi, lasciando a noi poveri comuni mortali le briciole…”.

è un bene che le cure contro la sterilità vengano a far parte di un’associazione sanitaria aziendale e come la scelta di mettere al mondo un figlio venga incoraggiata con un sostegno concreto. Mica come in Italia”.

Si dovrebbe lottare contro quegli impedimenti -economici, sociali, relazionali, culturali- che ostacolano il desiderio di avere figli quando il corpo li sa e li vuole fare, prevenire l’infertilità da continuo rinvio e da altro, e non lottare contro il corpo femminile “indisciplinato” per piegarlo alle esigenze del profitto. Questo sarebbe il lavoro politico da fare.

Che tante donne che si dichiarano “femministe” collaborino all’agguato alla libera potenza materna, intendendo questo come un progresso e un’occasione di libertà, è un fatto che andrebbe posto con urgenza al centro della discussione.   

p.s. si potrebbe anche pensare a un superbonus aziendale per legatura tube o asportazione utero. Così archiviamo definitivamente la pratica e non ne parliamo più.

 

 

esperienze, leadershit, media, TEMPI MODERNI febbraio 25, 2012

Facebook: un*, nessun*, centomila

amici di facebook

Una cosina leggera, in apparenza -ma solo in apparenza- facile facile. per il we.

L’altro giorno ho speso del tempo prezioso a dibattere su una pagina Facebook con alcun* altr* che sostenevano una posizione avversa alla mia.

Poi ho scoperto che quest* alcun* altr* erano sempre la stessa persona, che si firmava con svariati nick ed era corrispettivamente titolare di svariate pagine Fb.

Domanda: è corretto? Io uso sempre il mio nome, mi ci metto tutta, quando sbaglio e quando ho ragione. La prendo come un’assemblea in presenza, dove non è consentito che la stessa persona intervenga più volte con nomi diversi, dando ragione a se stessa. A meno che non si tratti di un penoso caso di personalità multiple.

Seconda domanda: il fatto che si dibatta alla pari su Fb -anche senza barare, come nel caso che dicevo- significa che siamo tutt* uguali? che valiamo tutt* allo stesso modo? e questo appiattimento che cosa comporta?

Svolgimento.

Politica aprile 2, 2010

MR PRESIDENT E’ SU FACEBOOK

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Un po’ in ritardo, ma c’è arrivato. Il premier è su Facebook. Parlando degli  obiettivi di governo, Silvio Berlusconi si è detto ”convinto che nel momento in cui si interviene su temi cosi’ importanti e’ fondamentale ascoltare i suggerimenti dei cittadini per formulare delle scelte in sintonia con il sentire nostro popolo. Per ottenere questi risultati utilizzeremo Internet, naturalmente anche Facebook“.

Cuntent? Chiedetegli l’amicizia.