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TEMPI MODERNI

Donne e Uomini, TEMPI MODERNI Luglio 17, 2010

ATTENTI A QUEI DUE

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Spesso delle cose cogliamo solo l’aspetto più triviale. Per esempio questa faccenda delle donne mature che si accoppiano con ragazzini. E non per ragioni di apprendistato, come da antica tradizione –le rinomate navi-scuola– ma proprio per averci una storia organizzata, baracca e burattini. Cougar Town, per farla breve. Dicono che sia la perfezione: l’impeto di lui, l’esperienza di lei. La sapienza e il vigore.

Bene, inorridisco solo al pensiero. Non giudico, ma non fa per me. E nemmeno per le mie amiche, spero: non ho alcuna intenzione di dover stare lì a raccogliere cocci di tardona abbandonata dal pollastro che a un certo punto prende il largo con una squinzietta coetanea. Nove su dieci finisce così, potete scommetterci. Con gli ormoni e con i geni non si scherza. Ma perché gli uomini sì e le donne no? –sento già il rombo della sexual correctness-. Loro possono, con le ragazze: e allora noi? Non credo alla parità, su nessun fronte. Figuriamoci su questo. E non chiedetemi particolari. Ho poco spazio, e vorrei dire altro.

Quel rapporto che dicevo, lei matura e lui ragazzino, da un certo punto di vista invece mi convince molto. Quello sessuale è solo il volgare epifenomeno: c’è ben altro. Una complicità, un’alleanza naturale. Il fatto di intendersi su un punto: la necessità di un maschio nuovo, post-patriarcale.
Lo cerca lei, sfinita dai conflitti, dalle difficoltà di relazione, dal mancato rispetto, dai soffitti di cristallo. Ma lo cerca anche lui, impossibilitato a identificarsi con quel vecchio prepotente-sedicente signore del creato che non lascia spazio a nessuno, si pappa tutte le risorse, pretende di continuare a decidere da solo, taglia fuori le donne e, saturnino com’è, sbrana i giovani pretendenti alla successione.
Sul lavoro, tanto per dirne una, la coppia cougar va a meraviglia: lui che le riconosce autorità senza sentirsi diminuito, lei corroborata dal suo sguardo grato. Entrambi in cerca di un modo nuovo di intendere il lavoro, finalmente non separato dalla vita, contro il management ancien régime.
Altro che sesso: questo sì, che è un pericolo per l’establishment. Attenti a quei due.

pubblicato su Io donna-Corriere della Sera il 17 luglio 2010

TEMPI MODERNI, tv Luglio 16, 2010

VAI DANIELONA

daniela ranaldi, a sinistra

daniela ranaldi, a sinistra

Come senz’altro avrete letto, Daniela Ranaldi, 55 anni, signora del pubblico della trasmissione televisiva di Maria De Filippi Uomini e Donne (c.d. opinionista), tra quelle che più spesso fa strillando la morale a tronisti (oh, my God) e corteggiatori (tipo: “Vi state litigando un uomo per soldi, vi dovete vergognare!”) è stata arrestata a Roma per detenzione e spaccio di droga. Rimessa in libertà in quanto incensurata, attende il processo per direttissima. “Così mi rovinate” avrebbe dichiarato alla polizia, secondo la ricostruzione del settimanale Visto. “Lo so ho sbagliato. Ho fatto un errore, ma io faccio parte di Uomini e donne“.

A voler essere precisi, forse è lei a rovinare gli altri se è vero che gli vende droga. Ma quello che colpisce è l’orgogliosa dichiarazione delle sue credenziali: faccio parte di Uomini e donne. Esistono l’immunità e il legittimo impedimento anche per il pubblico televisivo?

Quando uno va in tv ritiene di aver conquistato il diritto ad andarci per sempre, oltre che di essere entrato a far parte di una sorta di super-cittadinanza non perseguibile. Un po’ come quando si va in Parlamento. Forse a Danielona, casalinga di Trastevere, non sarebbe neanche venuta in mente la droga, se un bel giorno al casting non l’avessero selezionata.

Politica, TEMPI MODERNI Giugno 25, 2010

CAUSE SENZA RIBELLI

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Un’università qualsiasi, in un giorno qualunque. 400 studenti si accalcano fuori da un’auletta da 100 posti per assistere a una lezione. 400 meno 100 fa 300: tre quarti degli aventi diritto restano fuori. Il che a vent’anni può anche essere fantastico: bar, parco, eccetera. Ma qualcuno che coscienziosamente si arrabbia c’è. E sapete che cosa fa? Niente.
Sapete che cosa avrei fatto io, a vent’anni, al posto loro? Bar, parco, eccetera (ci mancherebbe altro). Poi però sarei tornata e mi sarei piantata davanti all’ufficio del Magnifico Rettore. Avrei strillato che il servizio io lo pagavo, anche piuttosto salato, e mi doveva essere garantito. Avrei fatto casino anche perché a vent’anni fare casino è un fatto naturale come respirare. Avrei colto la splendida occasione per scaraventarmi contro gli adulti responsabili di ogni nefandezza di questo mondo. E invece loro niente. Non gli passa nemmeno per la testa. Come se avessero le pile scariche. Acquiescenti, rassegnati, muti. Tutti al bar, ed è finita lì.
Non vorrei attirarmi l’odio dei ragazzi. Io li amo. Li adoro. Sto dalla loro parte. Ma non riesco a farmi una ragione della loro atarassia. Gli si può fare di tutto. Trattenerli nella formazione permanente per anni e anni. Laurea, e poi master e contro-master: così finché si è studenti non si è disoccupati. Costringerli fino a trent’anni o più nella loro cameretta con i peluche. Fargli contratti di lavoro da una settimana, eventualmente rinnovabili, mentre per i più vecchi il lavoro è garantito. E loro, zitti.
Credo sia andata così: che sono venuti su in un’epoca di affluenza, senza che gli mancasse nulla, figli spesso unici, amatissimi, coccolatissimi. Non hanno conosciuto i morsi della fame -quella spirituale, quanto meno- la rabbia del bisogno, l’energia del desiderio che chiede di essere appagato, l’antagonismo con il mondo adulto: e perché mai? non siamo forse genitori adorabili, permissivi e giovanili?
In definitiva, non sono attrezzati alla lotta. Il caso però ha voluto che il mondo fuori si sia messo nel modo che sappiamo. Che di lottare non si può proprio fare a meno, anche per la mera sopravvivenza.
E allora, giovanotti? Cosa vogliamo fare?

pubblicato su Io donna-Corriere della sera il 26 giugno 2010

TEMPI MODERNI Giugno 12, 2010

LODE AGLI AGGIUSTATORI DI COSE

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Vicino a casa mia ha aperto bottega una piccola sarta cinese. Minutissima, rapida e indaffarata come una formichina, e di età indefinibile: potrebbe avere 10 anni come 60. Insomma, una vera cinese. Bravissima e onestissima, oltre al resto: tu le porti un vestito che ti sta largo e in battibaleno lei te lo ridisegna addosso con gli spilli, imbastisce, taglia, cuce, ribatte per bene. 5 o 10 euro e sei a posto. E se tu, capricciosa occidentale, implori: “Mi servirebbe per stasera…”, lei ti guarda con la sua faccetta emozionalmente imperscrutabile –se ti sta mandando a quel paese non si nota-, e mai che ti dica di no: “D’accoldo. Vieni stasela”. Più cinese di così non si può.
Sapete che cosa significa, questo? Che una marea di pantaloni, gonne, vestiti, camicie, etc. sta avendo una seconda occasione, dopo essere rimasta stipata nell’armadio anni e anni visto che non c’era nessuno a cui affidarla. L’ultima sarta che avevo era una vecchietta tremolante e lunga come la fame, poveretta: se volevi una cosa pronta per Pasqua dovevi cominciare con le prove a Natale. Finché Dio l’ha tenuta al mondo. Dopo di lei, il deserto.
Data la cinese, posso prendermi un vestito in saldo anche di una taglia o due in più, pensando felice “tanto me lo sistema lei”. Che dovrà pure avere un nome, uno di quei nomi complicati. Mi informerò. E’ anche una magnifica rattoppa-jeans per figli che -“Buttarli via? Mai!”- esigono rattoppature ad arte.
Sia lode agli aggiustatori di cose, specie di angeli che pareva estinta. Ne arrivano a frotte, specie da Oriente: giganti ucraini con pinze, pennelli e cacciaviti, magiche rumene guaritrici di piante, cinesine taglia-e-cuci. Riapri ripostigli e soffitte stipati di cose rotte –aspirapolvere, robot da cucina, phon, tavolini traballanti- che esultano, felici di tornare a vivere. La casa si popola di manufatti risorti: non c’è affatto bisogno di comprarne di nuovi. Guardi il faretto che geme in bagno e sai che qualcuno te l’aggiusterà senza pretendere di rifarti ex novo l’impianto elettrico.
Saranno anche piccole cose, ma contribuiscono alla felicità.

pubblicato su Io donna-Corriere della Sera l’11 giugno 2010

TEMPI MODERNI Maggio 16, 2010

CHE CASA VUOI?

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Le case mi piacciono da pazzi. Avessi tanti soldi sarei una compratrice globale. Ovunque io vada, Pontremoli o New York, mi inchiodo come una tossica alle vetrine delle immobiliari. “Bellina quella! E non costa niente!”. E mio marito, poveretto, a cui delle case non importa un fico: “Eh, sì…”. L’ultima volta a Ferrara, città metafisica. “Solo 200 mila un terra-tetto!”. E Cosenza: che centro storico! Londra e Berlino, praticamente in saldo. Un sito immobiliare di Barcellona mi tiene aggiornata sui prezzi al Born. E poi Capri, anzi Anacapri, che è più chic e impegna meno.
Una forma di isteria come un’altra, cosa volete. Appena posso mi connetto ai siti-casa di tutto il mondo. Quelli di Milano anzitutto, dove sono nata e ho il campo-base. C’è da divertirsi, in effetti. In un momento di stanca, case che restano anche per anni sul mercato, le agenzie si inventano di tutto.
Sopra i 12 metri quadri i monolocali sono loft. I seminterrati diventano “zona termale” o cucine sotto “magnifiche volte di mattoni”. Ho letto cose tipo “sontuosa soffitta”. Dal quinto piano in su, la “splendida vista” si spreca: una selva di antenne, e quell’aria lattiginosa per cui siamo famosi. I balconi diventano logge e terrazzi, merce rara e più appealing. Un soppalco in abete ed ecco “il secondo piano”. Nello stabile niente ascensore, ed ecco il “terzo piano basso”. Un cortilino con un’ortensia diventa un “giardino piantumato”. Una villa è in vendita “servitù inclusa”.
Se la ristrutturazione è decente, è di “alto standing”. Se è venuta male, di “taglio particolare”. Il negozio di una griffe a due km, ed eccoci in “zona stilisti”. I bagni a mosaico sono un plus, il parquet a listoni è un must. Se poi è in rovere sbiancato, è l’apoteosi. Ma ho urlato di gioia, leggendo l’annuncio che segue: “All’interno di una corte molto riservata e silenziosa, loft di 130 mq commerciali su tre livelli. Soppalco in cristallo, spa con cabina armadi/spogliatoio, 3 split, impianto anti-intrusione israeliano (cos’è? un commando armato?) attivabile con persone all’interno, monitor LCD Samsung, area fitness attrezzata: piscina, bagno turco, cromoterapia…”.
Che casa è, senza impianto israeliano e cromoterapia?

pubblicato su Io donna-Corriere della Sera il 15 maggio 2010

Corpo-anima, TEMPI MODERNI Aprile 24, 2010

RISCHIO PREZZEMOLO

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“Senti: ho un problema”: e indichi il basso ventre. Lo spacciatore capisce al volo: “Torna domani sera”. “Quanto?”. “Cinquanta”. Al momento della consegna ti spiega come fare: “Se vedi troppo sangue vai in ospedale. Di’ che sei caduta”.  Il misoprostolo, una prostaglandina, è il principio attivo di un diffuso antiulcera. Inserito in vagina procura aborto. Se non riesci a fartelo dare senza ricetta in farmacia, a Milano lo trovi alla stazione, dove si compra il fumo e altro, sotto il metrò, in certi negozietti cinesi. E’ la “Ru486” da strada. L’aborto chimico in ospedale funziona in modo simile: primo step, mifepristone, secondo step prostaglandina. Qui del primo step fai a meno. Passi direttamente alla fase espulsiva. Ci sono siti, come Womenonwaves e Nice-a-beauty, che tra un’informazione sulla lipo e una pubblicità alle faccette dentali ti spiegano come devi fare ad abortire, in tutte le lingue del mondo.  Se in strada non ti va, puoi comprare online. Il kit lo trovi in molte “farmacie” virtuali, con foto di staff medici rassicuranti e sorridenti. Prezzi variabili, dai 70 ai 200 euro (agli ospedali viene sui 40). Pagamento con carta di credito, confezione discreta che ti arriva entro due settimane. In vendita anche preparati taroccati: non abortisci ma ti scassi il fegato. “E’ la magistratura che deve intervenire” dice Eugenia Roccella, sottosegretario alla Sanità: “Stiamo valutando la possibilità di un esposto”.  Sta di fatto che all’Istat risulta un inspiegabile surplus di 14 mila aborti spontanei. Target dello spaccio, straniere irregolari, ma probabilmente anche molte ragazzine: di tutti gli aborti in ospedale, solo il 2-3 per cento riguarda minorenni, contro il 15 per cento europeo. I conti non tornano. Quante fanno da sé? Esistono anche mammane chimiche: a Padova è stata scoperta una “clinica” clandestina fornita di un migliaio di pillole.  Perché oggi una ragazza dovrebbe rischiare e pagare, visto che la Ru486 si trova in ospedale? Semplice: “In ospedale sei costretta al ricovero” spiega Alessandra Kustermann, che dirige il Pronto soccorso ostetrico ginecologico della Mangiagalli. “Se una minorenne vuole abortire senza dirlo in famiglia si fa autorizzare dal giudice tutelare. Ma l’aborto chirurgico è in day hospital, la sera sei a casa, mentre con la Ru486 resti minimo 3 giorni: così dispone la legge italiana (Emilia a parte). Un’adulta può firmare per uscire, una ragazzina no. Ci vorrebbe di nuovo il giudice”. C’è anche che tante ragazze confondono Ru486 e pillola del giorno dopo: confusione catastrofica. Diverso il meccanismo d’azione, diversi soprattutto gli effetti.  La Ru486 si presta molto a un uso in proprio (e improprio). La tentazione fai-da-te è molto forte. Ma se c’è una cosa certa, è che non può essere autogestita. L’assistenza medica è indispensabile. Perfino in Cina, dove è in atto una feroce campagna di controllo delle nascite e la salute delle donne non è mai stata fra le priorità, il farmaco è stato ritirato dalle farmacie dopo dieci anni di vendita libera. Oggi si usa solo in ospedale: qualcosa di tremendo deve essere capitato.  Il dibattito ideologico –tra uomini- non ha favorito la corretta informazione. Ma qui è questione di salute, non di scambi politici. I fogli del consenso alla Mangiagalli di Milano spiegano che dopo avere assunto in successione i due farmaci ti prendono crampi che in 3 casi su 10 richiedono un antidolorifico –di tipo oppiaceo: quelli normali avrebbero un effetto anti-prostaglandinico-. Mal di testa (20-30 per cento), nausea (40-60 per cento), vomito e diarrea. In 7 casi su 1000 le perdite diventano emorragie da trattare con raschiamento, in 2 casi su 1000 addirittura con trasfusioni. C’è il rischio –raro- di setticemia da Clostridium sordellii e Clostridium perfrigens (da un caso su 1000 a uno su 10.000). Si muore dieci volte di più che per aborto chirurgico: 1 caso su 100.000 contro 1 su un milione.  A me, se posso dire, è andata in questo modo: l’attesa; il senso gelido di qualcosa che si spegneva; poi il sangue, le contrazioni feroci; l’espulsione e il “prodotto” da raccogliere per mostrarlo al medico. Una settimana di pena. Chiedo scusa, ma quando va bene un aborto chimico va così. Non Ru486, nel mio caso, ma methotrexate: l’unico sistema per interrompere una gravidanza ectopica che di sicuro ci avrebbe uccisi in due. Ma almeno psicologicamente il decorso è lo stesso. Con l’aggravio del senso di colpa, quando non è terapeutico e hai “scelto”.  Comunque la si veda, è una cosa per spiriti forti. Il ginecologo Pier Giorgio Crosignani ha parlato di “invasività psicologica”. La German Society of Gynecology and Obstetrics, di “considerevole violenza psicologica”. Inclusa la possibilità di riconoscere l’embrione espulso, come capita a buona parte delle donne.  Una nuova libertà? Per i medici -7 obiettori su 10- senza dubbio. “Temo che promuovano l’aborto chimico” dice Eugenia Roccella “per scaricarsi il problema dalle spalle”.  Alessandra Kustermann si è sempre battuta per l’introduzione della Ru486, ma è convinta che resterà una scelta di poche: come in Germania (2-3 per cento), negli Usa, in Olanda, ampiamente sotto il 10 per cento. Si supera invece il 30 in Francia, in Svezia, in Gran Bretagna (dove si fa fino alla nona settimana). “Ci sono paesi” dice “dove l’aborto chirurgico non ti viene nemmeno proposto, se sei entro la nona settimana. Ma da noi il limite per l’aborto chimico è la settima. Hai pochissimo tempo per decidere e organizzarti”. E aggiunge: “Resto per la libera scelta. Ma i mass media non aiutano, con questa favola dell’aborto facile. A mia figlia consiglierei l’aborto chirurgico: pochi minuti in anestesia o in sedazione ed è finita”. Anche in Francia, dove siamo quasi al 50 per cento di aborti chimici, ti avvisano: se abiti a più di un’ora di macchina da un ospedale, se vivi sola, se sei un tipo ansioso, lascia perdere la Ru386.  Se poi credi di poter fare da te, corri dei rischi supplementari. Quello di non valutare le controindicazioni, per cominciare: insufficienza surrenalica, assunzione di anticoagulanti, terapia cortisonica prolungata, allergie, ipertensione e altro. Di fare male i conti e utilizzare i farmaci ben oltre la settima o nona settimana: puoi anche espellere un feto vivo, e perfino il disinvolto sito Nice-a-beauty avverte che l’esperienza non è piacevole. Di sottovalutare sintomi come una febbre o un’emorragia cospicua. Di assumerla in caso di gravidanza extrauterina, accertabile solo con esami ecografici: pericolo assoluto.  Perché la Ru486 non diventi il nuovo prezzemolo, è necessaria una riflessione supplementare. Almeno per le ragazze, bisogna che ci pensiamo ancora un po’.

da Io donna-Corriere della Sera del 24 aprile 2010

economics, TEMPI MODERNI Aprile 7, 2010

VIA PADOVA: LA CINA COMPRA

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Ricevo questa lettera da una lettrice:

Mi è piaciuto il servizio che Lei ha fatto su via Padova , la via nella quale abito da quarant’anni.
Ora da quando ho finito di svolgere il mio lavoro e sono in pensione abito spesso fuori Milano ma continuo a trascorrere lunghi periodi a Milano nel mio attico di via Padova dal cui terrazzo vedo la madonnina e le montagne di Lecco.
Via Padova non è mai stata una via elegante ma ha il pregio di essere comoda perché non lontana dal centro. Inoltre sino ad alcuni anni fa era caratterizzata da negozi particolari e da botteghe artigiane che ora hanno lasciato posto, in modo incontrollato, a negozi multietnici e a una sconsiderata immigrazione che, essendo eccessiva, in alcuni momenti disturba.
La quotidianità non è sgradevole perché almeno la parte dove vivo io, è costituita da  un substrato di abitanti che si conoscono da molti anni e che vivono la via come si fa nei paesi….. e poi dove si trova a Milano una via lunga lunga che finisce con la punta di una grossa montagna?
All’improvviso è successo un fatto di sangue di quelli che leggiamo ogni giorno sui giornali e di lì è partita una campagna di stampa inesorabile accompagnata da servizi quotidiani sulla invivibilità di via Padova.
Le devo dire che sono rimasta sconvolta dall’accanimento con cui la stampa ed i media hanno quotidianamente e per mesi denigrato questa strada.
Mi domandavo perché tutti i giorni e con questa cadenza?
In realtà il fatto accaduto pur essendo grave non è così infrequente in una grande città.
Perché questo accanimento? Cosa c’è sotto?
Nel suo bel servizio pubblicato su “Io donna ” in cui lei ha descritto con obiettività le caratteristiche di questa via ho trovato la risposta. Lei infatti ha ventilato l’ipotesi che sotto questa agguerrita campagna di stampa ci potessero essere degli interessi.
Il dilemma si è sciolto ieri quando sul cruscotto della mia macchina e di tutte le altre parcheggiate sulla via è comparso un volantino  nel quale un’agenzia cinese si offre di  acquistare
URGENTEMENTE PER CLIENTELA CINESE appartamenti, negozi ,capannoni, sia in affitto che in vendita con ritiro diretto (?!), POSSIBILITA’ DI RITIRO IMMEDIATO.
Mi chiedo a cosa servono i provvedimenti del Comune, polizia, carabinieri quotidianamente in sosta sulla via, chiusura anticipata dei negozi, e se non sarebbe opportuna un’indagine dei magistrati sulle persone che hanno organizzato tutto questo.
Agenzia Cinese immobiliare


Politica, TEMPI MODERNI Marzo 29, 2010

SCHIAVE DI ALLAH

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Almeno due donne tra i kamikaze di Mosca. Testimoni hanno detto di aver visto un gruppo di tre donne con il capo coperto dal foulard islamico fuori dalla stazione prima dell’esplosione. Una si è inginocchiata a pregare. Poi è scesa nella metropolitana e le altre due si sono allontanate. Una delle due donne avrebbe intorno ai 25 anni, slava, vestita con una sciarpa blu, gonna e giacca viola. L’altra avrebbe intorno ai 40 anni, scialle lavanda, giacca nera e gonna bianca, una grossa borsa.

Si pensa alle cosiddette “fidanzate di Allah”, usate per compiere attentati suicidi. Presso la stazione della metropolitana Park Kultury sono stati rinvenuti la testa e gli arti di una delle due kamikaze: una giovane donna di età compresa tra 18-20 anni, tipo caucasico, viso e occhi castani.

Non è la prima volta che terroriste suicide si fanno esplodere in nome dei jihadisti del Caucaso. Spesso sono vedove di combattenti ceceni uccisi dai russi durante le due guerre di Mosca contro la repubblica indipendentista. Il Jihad si prende carico della loro sopravvivenza, le sobilla, le plagia, le schiavizza, le costringe a immolarsi.

Fra i precedenti più tragici che hanno visto kamikaze donne: l’irruzione nel teatro Dubrovka di Mosca, il 23 ottobre 2002, mentre e’ in corso lo spettacolo ‘Nord-Ost’. Tra i 41 ribelli ceceni, che prendono in ostaggio circa 900 persone, ci sono tre donne. I ribelli vengono tutti uccisi, ma 129 ostaggi muoiono. Tre delle sei donne erano incinte.

l’1-3 settembre 2004 un commando dà l’assalto alla scuola di Beslan, nell’Ossezia del nord. Anche qui tre donne. Muoiono 331 persone, di cui 186 bambini.

strage di beslan

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