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economics

AMARE GLI ALTRI, economics, Politica Luglio 26, 2012

I tedeschi e noi

Leggo che anche la Germania non sta tanto bene, che i sindacati invitano Merkel a mettere in cima alla sua agenda il salvataggio dell’euro, che crolla l’indice di fiducia nelle aziende tedesche, che la politica isolazionista è alle corde, anche se presumibilmente la Cancelliera terrà durissimo finché i sondaggi elettorali (l’ultimo realizzato da “Stern”) la faranno sentire Uber Alles (sugli altri sfidanti Spd).

Comincia il valzer anche per voi, eh, amici? Fa caldo, i freni inibitori si allentano, e decido di lasciarmi andare al più scellerato umore antitedesco, quello che ci procura un plus di godimento ogni volta che li stendiamo a calcio. Mi faccio beffe interiori del loro rigore: prontissimi a contravvenire appena vengono qui, ho in mente un signore che ogni sera, per un mesetto buono, ha installato il suo barbecue teutonico nello stretto carrugio del mio paesello al mare, tutti quanti impestati da fumi di wurstel. Provate a farlo a Francoforte). Guardo con scetticismo alla loro potente macchina sistematica tritatutto, anche Hegel stamattina mi fa il solletico. Si spezzano ma non si piegano, ecco qua. Mancano totalmente di cortesia e di grazia. Penso al corazziere di Hitler ubriaco che pistola alla mano voleva prendersi mia madre, poco più che una bambina, fucilato dal plotone dei suoi commilitoni e ancora sepolto sotto a un cortile milanese. E a quella trattoria per cavatori di marmo sulle Apuane gestita da un vecchio anarchico dalla memoria lunga, lardo e vino rosso, credo uno dei pochissimi posti al mondo dove i tedeschi non sono ammessi, senza eccezioni. Eccetera. Me le concedo proprio tutte.

Mi depuro di questi inutili cattivi sentimenti, li lascio correre e andare via spero di incontrare tanti tedeschi, quest’estate, per stupirmi e apprendere la loro differenza, e a cui proporre la nostra, se gli va (ma gli va?).

economics, lavoro Luglio 25, 2012

Idea Perugina: metà posto al padre, metà al figlio

Il Gruppo Nestlé ha proposto alle maestranze dello stabilimento di Perugia di fare entrare a lavorare con contratto di apprendistato i figli di quegli operai che accetteranno un part-time di 30 ore al posto del full time di 40. L’azienda ha parlato di “patto generazionale per favorire l’occupazione giovanile». Cgil dice no, e per domani annuncia scioperi e presidi: si divide il posto di lavoro in due senza garantire uno stipendio decente a nessuno. I lavoratori chiedono il rilancio del marchio Perugina e l’internalizzazione di servizi oggi affidati all’esterno.

Una volta, in alcune categorie, se non ricordo male qualcosa del genere era previsto: dentro il figlio e fuori il padre. Contenta l’azienda, che pagava uno stipendio più basso  e si portava “in casa” uno non del tutto sconosciuto, contenta la famiglia, che metteva “a posto” il ragazzo.

Vicini all’età pensionabile, con l’aiuto di qualche “scivolo”, molti padri e molte madri ci penserebbero, ne sono sicura: un posto per un figlio, di questi tempi, è come vincere al lotto. Un* accetta anche il downshifting anticipato, pur di levarsi quest’ansia.

Del resto, nel Paese del familismo e delle raccomandazioni, la pratica ha normalmente corso, si lasciano in eredità ben altri posti: figli di primari ospedalieri che diventano rapidissimamente primari, intere famiglie di docenti nella stessa università. Di sicuro, un sacco di lavoratori Perugina sono figli e nipoti di lavoratori Perugina.

Come abbiamo detto, i lavoratori non accettano l’accordo. Ma se fosse stato congegnato diversamente? Se offrisse maggiori garanzie? Insomma, quello che si rifiuta è il principio -la trasmissibilità del posto di lavoro- o la sostanza di un accordo economicamente poco vantaggioso?

L’idea Perugina sarebbe da copiare?

 

 

economics, Politica Luglio 23, 2012

In cantina, sotto le bombe

Ti alzi la mattina e senti suonare l’allarme, e fai a malapena in tempo a scappare in cantina prima che le bombe ti cadano sulla testa: il differenziale tra Btp decennale italiano e Bund tedesco a 528 punti, lo spread tra i Bonos spagnoli e i Bund al record di 635 punti; Piazza Affari a -2,33 per cento. A Francoforte il Dax perde l’1,26 per cento e a Parigi il Cac 40 lascia sul terreno l’1,60 per cento, Madrid è a -3,25 per cento.

Guardo l’intervista a un commerciante spagnolo: “Il fatto” dice “è che noi non la capiamo, questa crisi. Non sappiamo che cosa si deve fare. Ci dicono: credete agli economisti. Ma come facciamo a crederci? Se gli economisti sapessero fare il loro lavoro avrebbero avvisato i governi per tempo. Sono loro ad averci portato in questo baratro. Come possiamo credere che saranno loro a tirarcene fuori?”.

Quello che ci chiediamo, mentre stiamo giù in cantina, è che cosa NOI possiamo e dobbiamo fare. Che cosa ciascun* di noi può e deve fare e che non sia una mera scarica motoria. Se ha senso affidarsi alle soluzioni di quell’economia che ha fallito, alle cure di quello stesso medico che ci ha fatto ammalare.

In che direzione dobbiamo spingere? Dove dobbiamo andare? Qual è la sponda alla quale approdare? Perché ci lasciano senza altro orizzonte se non quello di una “ripresa della crescita”? Che cosa dovrebbe riprendere a crescere?

Che cosa io, tu, noi, voi dovremmo e potremmo fare, in una giornata come questa?

AMARE GLI ALTRI, economics Luglio 14, 2012

Diventare più ricchi

Non ricordo chi l’ha detto: “L’Occidente è il Terzo Mondo delle relazioni”. Un teologo missionario, se non ricordo male. Ma mi batte in testa da anni, forse ve ne avevo anche già parlato.

E’ questo, la solitudine, la fragilità della famiglia, il dissolvimento della comunità, a costituire la nostra povertà più radicale. E’ la vera paura di ogni madre e di ogni padre, che il proprio figlio, così spesso unico, rimanga solo. Lo temiamo anche per noi stessi, di restare soli, circondati dal mare cupo dell’indifferenza. Della risorsa relazionale, invece, quello che chiamiamo Terzo o Quarto Mondo è ben più ricco di noi (con tutte le luci e le ombre).

Cosicché, come in un gioco di bambini –“celo”, “manca”, si dice dalle mie parti- si potrebbe immaginare uno scambio: noi vi diamo un po’ di risorse economiche e materiali, o anche ve ne rubiamo un po’ meno. Voi ci re-insegnate il bene della relazione. Voi imparate a rispettare di più persona all’interno del gruppo, noi disimpariamo un po’ di “individuo”. E così via. I giochi dei bambini sono cose serie. C’è sempre da imparare anche da loro. In questa logica di scambio forse si trova la chiave per prepararsi al giro di boa epocale che ancora in troppi pensano di poter evitare, o quanto meno rimandare.

La Terra non ce la fa più. Non ci sostiene più. Non è più in grado di sopportare lo squilibrio tra l’inumano egoismo di pochi e la disperazione dei moltissimi, dei sempre di più. E chiede a noi, parte di quei pochi –ancora per poco- di restituire risorse materiali, intellettuali e spirituali accumulate, per investirle nella ricerca di un nuovo punto di equilibrio. Ci chiede, questo è certo, di rinunciare a una parte considerevole dei nostri privilegi. Ma il desiderio di guadagno, di stare sempre meglio, è essenzialmente umano, e non va condannato.

Anche la rinuncia cristiana è praticata in cambio di un bene più grande, la benevolenza di Dio. Il bene più grande in nome del quale rinunciare, qui, non potrebbe che consistere in questa risorsa a costo zero, fonte rinnovabile di energia, che è l’amore per gli altri, che è la gioia delle relazioni e dei legami. E nella libertà di potersi sottrarre al dominio crudele del denaro. E insieme, forse, anche nel poter ancora sperare nella benevolenza di Dio.

Il cambio, mi pare, sarebbe vantaggioso.

AMARE GLI ALTRI, ambiente, economics, Politica Luglio 11, 2012

Sempre più lontani da ciò che è giusto

Un mese fa, il 12 giugno, se n’è andata a 78 anni l’economista Elinor Ostrom, premio Nobel dell’Economia 2009 per i suoi studi sui commons, i cosiddetti beni comuni, risorse condivise materiali (acqua, pascoli, boschi, ecc) o immateriali (come la rete). Qui una tra le sue ultime lezioni magistrali.

Ostrom era stata premiata “per aver dimostrato come la proprietà pubblica possa essere gestita dalle associazioni di utenti». In poche parole, tra Stato e Mercato, tra proprietà pubblica e proprietà privata, Ostrom aveva indicato come più efficiente e sostenibile la gestione da parte delle comunità di utilizzatori, che hanno tutto l’interesse a preservare e sviluppare il bene che usano, sia esso un pascolo, una strada o un sito web. In altri termini, aveva dimostrato il valore politico ed economico delle comunità locali.

Ora, tanto per cambiare, nel nostro Paese le cose sembrano andare nella direzione opposta, come spiegano quasi all’unisono nei loro ultimi editoriali Giuseppe De Rita e Ilvo Diamanti. Da una parte il Leviatano invincibile del Mercato, dall’altro un Iperstato, che toglie sempre maggiori risorse e potere al locale, alla dimensione orizzontale, per accentrare e riorganizzare in modo verticale e verticistico.

D’altro canto, i cittadini sembrano dare ragione a Ostrom, praticando sempre più spesso una gestione diretta dei beni comuni.

Anche da questo punto di vista, la distanza tra la vita e la “politica” appare sempre più incolmabile.

 

economics, esperienze, Politica Luglio 9, 2012

Come prima, meno di prima (in fondo al tunnel)

Cerco di immaginarmi come saremo, all’uscita dal tunnel.

Ma ci sarà un’uscita? e si tratta esattamente di un tunnel? Temo che questa figura non ci aiuti affatto. Si tratta semplicemente di tenere duro e di stare un po’ in apnea, finché non saremo fuori di qui? O di abituarsi a vivere in questa semioscurità, con poco di tutto, in equilibrio su un surf, inventandosi la vita ogni giorno?

Avremo meno futuro e più presente? Che cosa si deve insegnare ai figli? Non stanno già vivendo esattamente in questo modo, attaccati al presente come a una zattera sempre più stretta, finché dura dura, senza nemmeno guardare se per caso si vede terra all’orizzonte?

E’ possibile essere non-infelici, in una situazione come questa? Oppure, al contrario, qui c’è un’occasione di minore infelicità?

Quanti di noi pensano che presto o tardi tutto tornerà esattamente come prima?

economics, Politica Luglio 6, 2012

Un programma politico

Fare di più con meno, Milano, 5 luglio

 

Un programma politico, per come la vedo io

 

• critica radicale allo sviluppismo

• limitazione dell’aggressività del mercato, riduzione dell’economia finanziaria

• conversione ecologica e solidale, in tutte le sue declinazioni, come atto di realismo politico e per vivere più felicemente

• rivisitazione della famosa austerità Berlingueriana, intesa non come stringere la cinghia e autopunizione, ma come vita meno infelice per tutti, come meno consumi, più relazioni appaganti, convivialità semplice, soddisfazioni non principalmente economiche in tutte le attività umane, intesa come il grande lusso di ridurre la propria dipendenza dai soldi e non essere chiusi nell’angustia del piccolo potere del consumatore, unica cittadinanza consentita.

• promuovere la desiderabilità sociale di nuovi stili di vita, di produzione e di consumo

• l’Italia come luogo del qualis contro il quantum, con tutto ciò che ne consegue: valorizzazione delle differenze contro ogni omologazione, bellezza come motore economico, la terra e il nostro scheletro contadino non come arcaismo ma come radice del futuro. Le imprese creative, la genialità. Abbiamo risorse uniche, che secondo alcuni osservatori internazionali basterebbero a fare di noi una tra le prime economie europee

• l’esperienza, la saggezza, la fantasia sociale del nostro popolo contro ogni espertocrazia sterilizzata e omologante

• restituzione di centralità politica alle comunità locali, noi siamo già il paese dei campanili, siamo facilitati in questo; centralità delle economie regionali (vedere il lavoro di Elinor Ostrom, premio nobel per l’Economia sul valore economico e politico delle comunità). Pensare globalmente e agire localmente.

• ascolto attivo dell’arte, e delle sue profezie, delle sue intuizioni sullo spirito del tempo: questa è la funzione sociale dell’arte

• meno maschile e più femminile

• meno Europa e più Mediterraneo: riconnettersi alla sponda sud del nostro mare per politiche comuni, tornare a valorizzare i legami naturali, culturali ed economici che ci legano alle altre popolazioni del bacino, rileggere in questo senso la nostra storia e la nostra vocazione di ponte tra Europa, Asia, e Africa, chiave decisiva della nostra identità nazionale e territoriale, per una politica comune e per una fratellanza euro mediterranea.

 

Donne e Uomini, economics, esperienze, lavoro, Politica, Senza categoria Giugno 26, 2012

Primum Vivere. Femministe a Paestum

 

frida kahlo le due frida

Una boccata d’aria, per tante di noi. Tornare nel luogo dell’origine. Coming back home.

Il manifesto di convocazione dell’incontro di Paestum

“Primum Vivere anche nella crisi: La rivoluzione necessaria. La sfida femminista nel cuore della politica” (5-6-7 ottobre)

parla la mia lingua, e quella di molte di noi.

La lingua che abbiamo parlato per molti anni quando, secondo alcun*, eravamo chiuse nel silenzio. Ma quel silenzio diceva solo l’ostinata sordità di chi non sapeva o non voleva sentire.

 Il testo integrale del manifesto lo allego qui sotto, comprese istruzioni per partecipare.

 

Con Giordana Masotto, Libreria delle Donne di Milano, una delle organizzatrici dell’incontro, ragiono sul significato di questo appuntamento.

 

“Esiste una rete di relazioni tra donne di molte città italiane” dice Masotto “rimasta viva in tutti questi anni, la rete del femminismo che dagli anni Settanta a oggi ha continuato a generare pensieri, gruppi, realtà, pratiche. Questa rete si è attivata nel comune desiderio, come si dice nel titolo dell’incontro, di portare la sfida del femminismo al cuore della politica, di mettere pensieri e pratiche di donne alla prova di questa crisi politica ed economica, e misurarne l’efficacia”.

Qual è il rapporto con il cosiddetto neofemminismo, quello del 13 febbraio e di Se Non Ora Quando, e con i suoi obiettivi?

“Ci interessa molto confrontarci con quelle che sono dentro la politica seconda e le istituzioni, e anche con quelle che desiderano entrarci. Vogliamo ragionare a fondo sulle pratiche. Discutere di che cosa può essere cambiato di quella politica e che cosa invece no. Intendiamo andare a verificare, e anche offrire una sponda a chi è già dentro. Leggiamo questo protagonismo come una molla, come qualcosa di interessante. Anzitutto come un desiderio che non può essere tabuizzato, né inteso come “non etico””.

ºººººººººººººººººººººººººººººººººººººººººººººººººººººººººººººººººººººººººººººººººººººººººººººººººººººººººººººººººººººººººººººººººººººººº

Ed ecco il manifesto di convocazione dell’incontro, con tutti i temi proposti alla discussione.

 

C’è una strada per guardare alla crisi della politica, dell’economia, del lavoro, della democrazia –tutte fondate sull’ordine maschile – con la forza e la consapevolezza del femminismo? Noi ne siamo convinte.

Davanti alla sfida della libertà femminile, la politica ufficiale e quella dei movimenti rispondono cercando di fare posto alle donne, un po’ di posto alle loro condizioni che sono sempre meno libere e meno significative. No. Tante cose sono cambiate ma le istanze radicali del femminismo sono vive e vegete. E sono da rimettere in gioco, soprattutto oggi, di fronte agli effetti di una crisi che sembra non avere una via d’uscita e a una politica sempre più subalterna all’economia.

All’incontro di Paestum aperto al confronto con gruppi, associazioni, anche istituzionali, e singole donne, vorremmo verificare, discutendo e vivendo insieme per tre giorni, se la politica femminile che fa leva sull’esperienza, la parola e le idee, può in un momento di crisi, smarrimento e confusione, restituire alla politica corrente un orientamento sensato.

 

1. Voglia di esserci e contare

La femminilizzazione dello spazio pubblico – comunque la si interpreti: opportunità, conquista delle donne o rischio di diventare solo “valore aggiunto”, “risorsa salvifica” di un sistema in crisi – ha reso per alcune (molte?) non più rinviabile il desiderio di “contare”, visto come presenza nei luoghi dove si decide, equa rappresentanza nelle istituzioni politiche, amministrative, partiti, sindacati, e nelle imprese.

Noi consideriamo il protagonismo in prima persona di ciascuna donna una molla dinamica importante. Quello che ci interessa è discutere con chi si impegna nei partiti, nelle istituzioni e nel governo delle aziende: che esperienza ne hanno, che cosa vogliono, che cosa riescono a fare e a cambiare. E valutiamo che oggi questo confronto possa avere esiti interessanti per tutte.

Il femminismo d’altra parte, criticato per non avere investito della sua spinta trasformativa le istituzioni della vita pubblica, può avvalersi oggi di una lunga elaborazione di autonomia per ripensare il senso di concetti come “genere”, “democrazia partecipata”, “soggetto politico”, “organizzazione”. Viene dalla pratica dell’autocoscienza, del “partire da sé”, la critica più radicale all’idea di un soggetto politico omogeneo (classe, genere, ecc.), di rappresentanza e di delega. Pensiamo che un collettivo si costruisca solo attraverso la relazione tra singole/i. E oggi vogliamo interrogare la connessione tra questa pratica politica e la modificazione visibile del lavoro, dell’economia, e più in generale del patto sociale.

In questo contesto, anche la scelta di Paestum come luogo dell’incontro non è casuale, ma vuole essere un richiamo alla necessità di articolare soggettività e racconti nei contesti in cui si vive e agisce. Vogliamo così far crescere una rete di rapporti tra donne e gruppi di donne già ricca e intensa. In particolare, sappiamo che alcune caratteristiche del Sud – sia i beni sia i mali – hanno un’invadenza sulla vita e sul pensiero di chi lì abita che non può essere ignorata, né da chi vive in altri luoghi, né soprattutto dalle meridionali stesse.

 

2. Economia lavoro cura

Molto è il pensiero delle donne sui temi del lavoro e dell’economia a partire dalla loro esperienza. Che ha questo di peculiare: hanno portato allo scoperto e messo in discussione la divisione sessuale del lavoro (quello per il mercato – pagato – e quello informale ed essenziale di cura e relazione – gratuito); in più, sanno che la cura non è riducibile solo al lavoro domestico e di accudimento, ma esprime una responsabilità nelle relazioni umane che riguarda tutti.

A partire da questo punto di vista, e sollecitate anche da una crisi che svela sempre di più l’insensatezza oltre che l’ingiustizia dei discorsi e delle politiche correnti, possiamo delineare una prospettiva inedita: quella di liberare tutto il lavoro di tutte e tutti, ridefinendone priorità, tempi, modi, oggetti, valore/reddito e rimettendo al centro le persone, nella loro vitale, necessaria variabile interdipendenza lungo tutto l’arco dell’esistenza, e avendo a cuore, con il pianeta, le persone che verranno.

Vorremmo articolare questo discorso valutando insieme le recenti esperienze di pratiche politiche e analizzando le contraddizioni che incontriamo (in primo luogo le conseguenze del rapido degrado del mercato del lavoro) in modo da rendere più efficace il nostro agire.

 

3. Auto–rappresentazione/rappresentanza

Nella strettoia della crisi i cittadini non hanno più libertà politica; la politica è ridotta a niente; decidono tutto l’economia e la finanza. In una situazione dove tutto sembra prescritto a livello economico finanziario, la pratica e il pensiero delle donne hanno una carta in più per trovare nuove strade.

La nostra democrazia è minacciata da pulsioni, spinte estremistiche; le sue istituzioni elettive depotenziate o addirittura esautorate. La rappresentanza è messa in crisi e oggi ne vediamo i limiti.

Perché una persona possa orientarsi, deve avere un’immagine di sé, di quello che desidera e di quello che le capita. Il femminismo che conosciamo ha sempre lavorato perché ciascuna, nello scambio con le altre, si potesse fare un’idea di sé: una autorappresentazione che è la condizione minima per la libertà. Invece la democrazia corrente ha finora sovrapposto la rappresentanza a gruppi sociali visti come un tutto omogeneo.

La strada che abbiamo aperta nella ricerca di libertà femminile, con le sue pratiche, può diventare generale: nelle scuole, nelle periferie, nel lavoro, nei luoghi dove si decide, ecc.

Che la gente si ritrovi e parli di sé nello scambio con altre/i fino a trovare la propria singolarità, è la condizione necessaria per ripensare oggi la democrazia.

Vorremmo declinare questi pensieri nei nostri contesti, confrontandoci sia sulle pratiche soggetto/collettivo, sia sui modi per dare valore al desiderio di protagonismo delle donne. E quindi ci chiediamo: come evitare che in alcune la consapevolezza basti a sé stessa e si arrenda di fronte all’esigenza di imporre segni di cambiamento e alla fatica del conflitto? E in altre la spinta a contare le allontani dalle pratiche di relazione?

 

4. Corpo sessualità violenza potere

“è già politica” (sottinteso: l’esperienza personale): il femminismo ha incominciato lì il suo percorso. Ha scoperto la politicità del corpo e della sessualità, della maternità, del potere patriarcale in casa, del lavoro domestico. Ha affermato che la violenza maschile contro le donne in tutte le sue forme, invisibili e manifeste, è un fatto politico. Radicale è stato prendere il controllo sul proprio corpo e insieme ribellarsi a un femminile identificato con il corpo: ruolo materno, obbligo procreativo e sessualità al servizio dell’uomo.

Oggi la sfida è più complessa: si esibisce lo scambio sesso/denaro/carriera/potere/successo occultando il nesso sessualità/politica; si esalta il sesso mentre muore il desiderio; si idolatra il corpo ma lo si sottrae alle persone consegnandolo nelle mani degli specialisti e dei business; si erotizza tutto, dal lavoro ai consumi, ma si cancella la necessità e il piacere dei corpi in relazione.

Sintomi estremi di questa fase sono il rancore maschile verso l’autonomia e la forza femminile e il riacutizzarsi della violenza, dell’uso della brutalità.

Ma qualcosa si muove. Non solo i gruppi (Maschile/Plurale) e i singoli uomini che ormai da anni si impegnano nella ricerca di una nuova identità maschile, spesso in relazione con le femministe. Ma anche le moltissime blogger femministe (e blogger “disertori del patriarcato”) che ragionano su desiderio e sessualità e si impegnano contro la cultura sessista e autoritaria.

Soprattutto le relazioni tra donne e uomini sono cambiate. Ma non abbastanza. Sulla scena pubblica questo cambiamento non appare perché il rapporto uomo-donna non viene assunto come questione politica di primo piano. Eppure, solo in questo modo, possono sorgere pratiche politiche radicalmente diverse, produzioni simboliche e proposte per una nuova organizzazione del vivere.

 

Di tutto questo vogliamo parlare a Paestum.

 

 

Le promotrici:

Pinuccia Barbieri, Maria Bellelli, Maria Luisa Boccia, Ornella Bolzani, Paola Bottoni, Maria Grazia Campari, Luisa Cavaliere, Patrizia Celotto, Lia Cigarini, Laura Cima, Silvia Curcio, Mariarosa Cutrufelli, Elettra Deiana, Donatella Franchi, Sabina Izzo, Raffaella Lamberti, Giordana Masotto, Lea Melandri, Jacinthe Michaud, Clelia Mori, Letizia Paolozzi, Gabriella Paolucci, Antonella Picchio, Biancamaria Pomeranzi, Carla Quaglino, Floriana Raggi, Bia Sarasini, Rosalba Sorrentino, Mariolina Tentoni

 

 Programma dell’incontro

 

L’incontro di Paestum non sarà un Convegno. Quindi niente relazioni introduttive, generali o sui singoli punti. Non ci sarà una struttura preordinata di interventi. Tutte sono libere di parlare. Abbiamo solo previsto un’alternanza di momenti in cui siamo tutte insieme a momenti di confronto più ristretti per approfondire i temi proposti (cui potranno eventualmente aggiungersi altri).

 

Venerdì 5 ottobre

Pomeriggio/sera: arrivo, sistemazione, cena

 

Sabato 6 ottobre             

Mattino: tutte insieme

Pomeriggio: divise in gruppi sui temi

• Voglia di esserci e contare –

•Auto–rappresentazione/rappresentanza

•Economia lavoro cura

• Corpo sessualità violenza potere

Sera: cena e spettacolo

 

Domenica 7 ottobre       Mattino: tutte insieme

 

 

Informazioni pratiche

Ospitalità e ristorazione

Paestum offre una scelta estremamente varia di strutture ricettive: da agriturismi e b&b a hotel a 5 stelle.

L’Associazione Artemide ha promosso, in occasione del nostro incontro, delle convenzioni con alcune strutture, alberghiere e non, per assicurare prezzi convenienti. In particolare, presso le strutture convenzionate si potrà avere pernottamento e prima colazione a 20 euro (in camera multipla), a 30 euro (in camera doppia) e a 50 euro (in camera singola).

Per queste prenotazioni è possibile rivolgersi a Maria Bellelli: mariabellelli@tiscali.it cell. 3288324032.

Per quanto riguarda i pasti, ulteriori convenzioni sono state attivate e sono ancora in corso di attivazione con ristoranti che assicureranno un menu fisso a 15 euro a persona. A ridosso della data dell’evento forniremo l’elenco dettagliato degli esercizi presso i quali si potrà godere di questo trattamento.

 

Trasporti

Paestum è raggiungibile in auto, treno, aereo.

Auto: autostrada Salerno Reggio-Calabria, uscita Battipaglia, strada statale 18 fino alla zona archeologica di Paestum.

Treno: stazioni di Paestum, Agropoli o Salerno; info www.trenitalia.com.

Aereo: aeroporto Costa d’Amalfi a Salerno per voli da Milano Malpensa, Verona, Olbia e Catania.

Per ogni ulteriore informazione relativa a trasporti e spostamenti è possibile rivolgersi a Ecady Travel, Via Magna Grecia, 85 – Capaccio. Tel. 0828 19622540, fax 0828 725485, e-mail info@ecadytravel.com.

 

AMARE GLI ALTRI, economics, esperienze Giugno 16, 2012

99 a 1: all’osso, solo egoismo

Leggo sul “Sole 24ore” un articolo di Alfonso Berardinelli che comincia così: “Di tutte le parole che possiamo scrivere con la maiuscola sarebbe bene diffidare: contengono quasi sempre un pericolo di retorica e pretendono un rispetto che la loro astrattezza illusionistica non merita. Essere, Stato, Mercato, Rivoluzione, Patria, Partito eccetera: in ognuno di questi temi è nascosta qualche trappola”.

Lui dedica la sua digressione alla Poesia. Io invece, tra le parole maiuscole che lui indica, prenderei per esempio Partito e Mercato. Di una certa attualità, mi pare. Per provare fare, intorno a questi due muri che non si lasciano scalfire, un ragionamento che chiamerei “riduzione all’atomo”.

I partiti non cambiano, non si innovano, frenano il cambiamento. Come ogni istituzione di potere (cosa ben diversa dalla politica), non hanno alcun interesse a muovere e a cambiare. Il potere è un trattenimento, un ingorgo di energia. Ogni minima variazione può comportare smottamenti e perdite.

Questi partiti sono fatti di uomini che in gran parte dei casi, come si vede bene, pur di salvare se stessi mettono a repentaglio la vita del partito. E di conseguenza la vita della nostra democrazia, che sulla dialettica tra partiti si è sempre basata. Può essere che impareremo a farne a meno, ma al momento l’alternativa è ben poco chiara.

Questi uomini sono i veri antipolitici. Ridotto all’atomo, il problema dei partiti è solo egoismo personale.

Si può ragionare allo stesso modo sul Mercato, sull’Economia, sulla Finanza. Su quel Moloch invisibile e invincibile che sta sbranando le nostre vite. All’atomo, nient’altro che questo: l’egoismo di alcune migliaia di persone del pianeta. Straricchi che diventano sempre più ricchi, al soldo del Denaro, divorando e distruggendo risorse e affamando il resto del mondo.

Secondo l’ultimo Global Wealth Report, mentre alcuni stati sono sull’orlo del default, il patrimonio degli investitori privati è salito quest’anno a 122,8 bilioni di dollari. Più o meno il doppio del Pil dell’ultimo anno di tutte quante le nazioni della Terra messe insieme.

Nient’altro che egoismo, quindi. Nient’altro che miseria spirituale produttrice di infelicità. Poche migliaia di persone che ne affamano miliardi.

A me pare che, messe in questo modo, le cose assumano un altro aspetto. E che ciò aiuti a sentirsi molto meno impotenti.

economics, lavoro, Politica Giugno 4, 2012

Lo strano Pd di Finocchiaro

 

Dunque, mentre si apprendeva che suo marito Melchiorre Fidelbo è indagato in quanto titolare della Solsamb s.r.l., a cui senza regolare gara d’appalto sarebbero stati affidati lavori per l’informatizzazione del Pta di Giarre, 1.7 milioni di euro (appalto ora revocato dalla Regione Sicilia), la capogruppo Pd al Senato Anna Finocchiaro festeggiava  con un elogio e autoelogio l’approvazione della riforma del lavoro:

‘‘Penso che oggi noi abbiamo raggiunto una sintesi razionale, laica, direi costituzionale e riformista del mercato del lavoro e penso che questo sarà utile per davvero all’Italia’‘, ringraziando quindi personalmente la ministra Elsa Fornero ”per il coraggio e la determinazione”. Nel frattempo sui social network i militanti piddini -già disturbati, come tutti noi contribuenti, dalla spesa all’Ikea con regolamentare scorta spingicarrello- la ricoprivano di improperi.

Ora, si può anche essere perfettamente convinte di aver raggiunto un buon punto di mediazione, e che di più proprio non si poteva, senza far cadere il governo. Si può perfino e sinceramente ammirare il carattere e la tigna di Fornero. Ma che la capogruppo del Pd, a nome del suo partito, esprima un simile entusiasmo di fronte a una riforma che non può essere certo intesa come un successone per i lavoratori, dà effettivamente da pensare.

“Ofelé fa’ el tò mesté”, si dice dalle mie parti. E sul fatto che il mestiere del Pd sia quello di far festa per una riforma come questa avrei qualche dubbio. Che la si votasse, se proprio la si doveva votare, con la massima sobrietà e senza simili manifestazioni di entusiasmo e autocompiacimento. Il compito che gli elettori hanno affidato al Pd sarebbe un altro, ma forse Finocchiaro se l’e dimenticato.

Vedi una scena come questa, dai un’occhiata agli ultimissimi sondaggi che indicano il partito dell’astensione in aumento vertiginoso, guardi il cielo novembrino e il lampadario che balla e  ti viene da pensare che se tutti questi -ma proprio tutti-tutti-, se l’intera classe dirigente di questi partiti alla deriva si presentasse facendo ciao-ciao, se tutte le facce che abbiamo visto ogni giorno sulle prime tre-quattro-cinque pagine dei quotidiani di punto in bianco non si vedessero più, se facessero un’uscita collettiva e alla grande, come in un musical di Broadway, permettendo il ricambio che ostinatamente impediscono, be’, forse la mattina ti alzeresti un po’ più di buonumore.