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Donne e Uomini, economics, lavoro, Politica, questione maschile Dicembre 25, 2012

Caro Presidente Monti, noi donne…

Caro Presidente Monti,

Natale di lavoro per molti, questo. Anche per me, si parva licet. E poiché quest’anno sono esentata dal turno cucina -dietro ogni piccola donna c’è sempre una grande donna che l’aiuta in casa, con i bambini, con gli ammalati e tutto il resto- posso permettermi di stare qui all’alba del 25 dicembre a scriverle, non senza averle prima rivolto i miei auguri.

E’ consolante che nella sua Agenda lei abbia parlato di noi donne, e lo abbia fatto evitando l’ottocentesca locuzione “questione femminile”: perché in questo Paese, si sa, la questione è tutta e pervicacemente maschile. E che abbia riferito quel famoso dato espresso dalla Banca d’Italia, secondo la quale, come lei ha detto, “se raggiungessimo il traguardo fissato dal Trattato di Lisbona – un’occupazione femminile al 60 per cento – il nostro Prodotto interno lordo aumenterebbe del 7 per cento”. Molte di noi si sono chieste, in questi anni, perché questa grande opportunità non venisse colta senza esitazioni.

Anche dal suo governo in verità ci saremmo aspettate di più: speranza corroborata dal fatto che per la prima volta nella storia di questo Paese a discutere di riforma del lavoro c’erano tre donne -Fornero, Marcegaglia, Camusso- che a quel tavolo avrebbero finalmente potuto portare tutta la competenza delle donne in materia: perché da sempre e ovunque nel mondo sono le donne a lavorare di più, il lavoro è un’esperienza prevalentemente femminile, che sia una faccenda da uomini è solo un trompe-l’oeil ideologico. Ma è come se di quel fatto essenziale -essere donne, con tutto il loro grande sapere – le nostre protagoniste si fossero dimenticate, come se l’avessero messo tra parentesi: capita spesso alle poche donne che riescono a entrare nella politica degli uomini. La lingua delle donne non è entrata in quella trattativa.

Sono una delle 188 firmatarie dell’appello per il ripristino della legge 188 sulle dimissioni in bianco, norma abrogata dal governo Berlusconi: pratica violenta, discriminatoria e iniqua che rappresenta perfettamente la profonda misoginia del nostro pensiero politico sul lavoro. Invece del semplice ripristino, purtroppo, si è scelta una soluzione compromissoria e incerta, che nella sostanza non cambia la situazione.

Incertezza che purtroppo ha caratterizzato tutta l’azione del suo governo in materia di lavoro femminile: scarsi incentivi all’assunzione di donne, minicongedo-paternità di soli tre giorni, nessun correttivo al gap delle retribuzioni, nessuna iniziativa a sostegno di quella flessibilità “buona” -orari elastici, telelavoro, postazioni in remoto, un riavvicinamento del tempo di lavoro al tempo di vita-, ovvero di quella dis-organizzazione del lavoro che costituirebbe una spinta potente in direzione degli obiettivi di Lisbona, e anche oltre. Con tutto il bene che al raggiungimento di questi obiettivi conseguirebbe: quell’aumento di natalità da lei stesso auspicato -le donne fanno bambini quando hanno un lavoro e non, altro trompe-l’oeil, quando sono costrette a casa-, una domanda indotta di servizi, ovvero altri posti di lavoro, una maggiore autonomia femminile e una riduzione della violenza sessista -non c’è nulla che metta a rischio una donna come il dover dipendere da un uomo-, un’immediata modernizzazione del Paese, apportata dall’irruzione dello sguardo femminile sul bene comune.

Il taglio dei servizi è stato il colpo di grazia: vero welfare vivente, in prima linea sul fronte dell’assistenza e della cura nell’ultimo anno, quello del suo governo, siamo precipitate dal 74° all’80° posto nel Global Gender Gap Report stilato annualmente dal World Economic Forum. In assenza di servizi efficaci -servizi per la famiglia, non per le donne, che si trovano semmai costrette a surrogarli- l’innalzamento dell’età pensionabile è stata una vera mannaia. Quelli tra i 60 e i 65 rischiano di essere gli anni più faticosi in assoluto per la vita di una donna: che mentre lavora, se la fortuna di un lavoro ce l’ha, potrebbe ritrovarsi a dover accudire figli adulti ma ancora privi di reddito certo, e quindi costretti a restare nella famiglia d’origine, nipoti -i servizi per l’infanzia sono insufficienti e costosi- e dato l’allungamento della speranza di vita, uno o magari entrambi i genitori. Sempre che la salute l’assista.

A quanto pare, caro Presidente Monti, porre con decisione le donne al centro della sua Agenda, o di qualunque altra agenda politica, farne il perno di un deciso programma di riforme -non è un caso che tutti i mali del Diciassettennio berlusconiano si lascino perfettamente rappresentare da un corpo di donna umiliato e degradato- costituirebbe la panacea per quasi ogni nostro male.

Con la fiducia nel fatto che da doveroso punto programmatico la condizione delle donne in questo Paese passi a essere la stella polare dell’azione del futuro governo, chiunque sarà chiamato a guidarlo -e con tante donne in squadra, speriamo- le rinnovo i miei più sinceri auguri di Buon Natale e felice anno nuovo.

ambiente, economics, esperienze, Politica Novembre 19, 2012

Siamo molto ma molto meglio dei nostri politici

Renato Guttuso, Contadini al lavoro

Prova del nove del fatto che il Paese reale è molto ma molto ma molto meglio della sua classe dirigente, il sondaggio pubblicato stamattina dal Corriere -e che, lo dico al direttore Ferruccio De Bortoli, io avrei sbattuto in prima, e non a pagina 21-: per 9 italiani su 10 arte, ambiente e agricoltura saranno il motore della nostra ripartenza, il cuore del modello italiano di sviluppo, la vera possibilità di crescere e creare occupazione.

Per più del 90 per cento degli intervistati questi settori “potrebbero rivelarsi fondamentali per la ripresa e invece sono ingiustamente trascurati“. Hanno ragione.

Questa mancanza di visione e di slancio costituisce il vero grande limite dell’esperienza Monti, troppo ripiegata sul qui e ora, su un iperrealismo finanziario senza prospettive, per salvaguardare interessi che non sono certo quelli della maggioranza dei cittadini, su un ragionierismo asfittico che non sta ci sta portando da nessuna parte.

Come diceva tanti anni fa Alexander Langer, il buon senso di un popolo vale ben più di qualunque espertocrazia: notazione perfetta per raccontare quello che capita oggi.

Sono anche commossa perché combatto per questa visione da tanto tempo, nel mio ultimo libro ne ho parlato diffusamente, e sono sicura che presto sarà il nostro mainstream.

A patto di mandare al governo una classe politica che sia non dico meglio, ma almeno all’altezza di noi cittadini, che sappia favorire processi già in atto: è questo il compito principale della politica.

Dobbiamo lottare tutt* per questo.

 

Donne e Uomini, economics, Politica Novembre 19, 2012

Donne: perfino il Burundi meglio di noi

Secondo il Global Gender Gap Report realizzato annualmente dal World Economic Forum, le italiane sono scivolate dal 74 esimo all’80 esimo posto in classifica. I primi posti sono del Grande Nord, il Burundi sta al 24 esimo.

Ok, non facciamoci raccontare chi siamo dai numeri e dalle statistiche, ma quest’ultimo anno, quello del governo Monti, ci è costato parecchio, e ne abbiamo tutte esperienza sensibile e quotidiana.

Ho legami personali con almeno 5 giovani donne che stanno perdendo il lavoro (precario). Il doppio sì resta un sogno.

Chi ha figlie e figli si vive in casa questa faccenda. Avere figlie e figli fa una grande differenza nella percezione delle cose, perché significa avere i poveri in casa.

Al Sud ci sarà anche tanto nero –condizione comunque non felice- ma ufficialmente siamo a 4 donne su 10 che lavorano. Questo significa per tante tornare alla mercé degli uomini, il massimo della miseria possibile per una donna.

Il rialzo dell’età pensionabile significa che gli anni tra i 60 e i 65 possono diventare tra i più duri di tutta quanta la nostra vita, con i figli dei figli da curare e i genitori ancora al mondo sulle nostre spalle mentre ancora si lavora.

I tagli alla sanità e ai posti letto in ospedale significano che i malati ce li curiamo noi, sempre di più. Alcune di noi hanno la fortuna di avere compagni che condividono, ma non si tratta di una condizione maggioritaria.

Poi c’è il resto del bollettino della sex war: 194 inapplicata, violenza in crescita, etc. etc.

Direi quindi che non ho bisogno del Global Gender Gap Report per sapere come siamo messe.

Faccio la giornalista, mi chiamano colleghi stranieri per chiedermi perché ce lo lasciamo fare. Io cincischio qualche spiegazione, ma non so perché ce lo lasciamo fare.

Con molta semplicità penso che, se non intendiamo più lasciarcelo fare, le possibilità sono due: la rivolta, o la partecipazione attiva all’amministrazione del condominio, nel maggior numero possibile, con l’intento e la forza di ribaltare le agende della politica seconda.

Non penso che la nostra differenza sia tanto fragile da dissolversi all’interno delle istituzioni. Ho molta fiducia nella differenza femminile.

Se questo è capitato a quelle poche in passato, ho fiducia nel fatto che capiterà sempre meno alle molte -io spero- che troveranno la forza di andare là a prendere decisioni per il bene comune, tenendosi in legame strettissimo con i luoghi dell’origine.

Vediamo già dei segni interessanti in questa direzione -a Milano, a Torino-, chi sta dentro si sporge per chiedere aiuto alle altre fuori -postura ben diversa da quelle fuori che vanno a contrattare qualcosa con le poche che stanno dentro-.

Esperienze che vanno osservate, valorizzate e moltiplicate. Il momento per farlo è adesso.

(post pubblicato anche nel blog di Paestum)

economics, esperienze, Politica Novembre 11, 2012

Fine del Nord

Fata Morgana, Reggio Calabria

Mio marito mi guarda sorridente mentre giro sconsolata per casa e mi chiede se ho il “mal d’Africa”…

La notte scorsa a Reggio Calabria ho dormito con le finestre semiaperte, il vento caldo che agitava le palme del lungomare. Ora sono qui un po’ intirizzita, una ventina di gradi in meno. Con Melania Mazzucco, Vito Mancuso, Giulio Giorello, Rosario Villari sono stata onorata del premio letterario Rhegium Julii per il mio ultimo libro. Sul palcoscenico dell’Odeon di Reggio ho detto che se la straordinaria bellezza del Mediterraneo è stata così potente da dare impulso alla civiltà umana, non è escluso che lo faccia di nuovo, il Sud come baricentro e centro propulsore del Paese nuovo. Dello sviluppo, come si dice malamente.

I calabresi -come i potentini, i pugliesi, i campani, i siciliani: capita ogni volta che esterno la mia fiducia- hanno accolto con gratitudine le mie parole. E di fiducia ce ne vuole molta, perché a pochi metri dal teatro c’era un enorme mucchio di spazzatura -il comune di Reggio è stato sciolto per infiltrazioni mafiose ed è commissariato- e a meno di un chilometro i Bronzi giacciono sdraiati da tre anni -TRE ANNI- in attesa di un luogo che possa ospitare il loro splendore.

Eppure io questa fiducia ce l’ho. Al Sud c’è tanto da fare -il che mi accende tantissima voglia di fare-, c’è un’enorme ricchezza fatta di natura, di cultura e di capacità di relazione che attende di essere messa a frutto. Come dicevo ieri a una mia giovanissima amica e lettrice, io lì ormai mi sento a casa. Ogni volta sbarco dall’aereo in quella luce abbagliante e qualcosa dentro di me dice: “Rieccomi a casa”.

Il Nord mi sembra tanto stanco ed esausto. Uno dei miei nonni arrivò qui, quasi un secolo fa. Forse è arrivato il momento che io ritorni. I giovani meridionali percepiscono qualcosa di nuovo, e resistono lì dove sono, almeno ci provano, lottano, si aggrappano: si chiama “restanza”.

Io non so bene perché vedo questo. E’ una specie di miraggio, come fata Morgana, quel prodigio che da Reggio ti fa vedere Messina in mezzo allo Stretto, o fluttuante nel cielo.

Eppure ci credo, ci credo e desidero.

AMARE GLI ALTRI, economics, giovani, Politica Novembre 6, 2012

La generazione perduta: noi

Tante volte dico: dovrei fare causa all’università. Dove, facoltà di Filosofia, mi hanno fatto studiare Marx, Engels, Lenin, Rosa Luxemburg, il rinnegato Kautsky, Agnes Heller e la scuola di Budapest, perfino Toni Negri. La rivoluzione era alle porte e ci si doveva tenere pronti e attrezzati. E poi -scusate, avevamo scherzato- è arrivato l’edonismo reaganiano, il liberismo senza freni, Wall Street al centro del mondo, il godimento consumistico illimitato, e tutto quello che oggi si sta sgonfiando come un soufflé venuto male.

I ragazzi che oggi hanno sui vent’anni sono cresciuti in questo sconfinato Bengodi, barche, Coste Smeralde, Briatori, sesso compulsivo, Porsche Cayenne, calciatori e veline, labbroni, senoni, fiumi di denaro, Paese dei Balocchi in cui tutto è a portata di mano, basta allungarla senza spostarsi dal triclinio. E poi -scusate, avevamo scherzato- eccoli qua, piegati dai debiti, senza lavoro, senza casa, senza soldi, senza prospettive: e, insomma, come siete bamboccioni, quanto siete choosy, ma che generazione perduta, potreste sempre andare a Rosarno a raccogliere i pomodori anche se vi siete laureati e masterizzati, ma che volete?

Non dovrebbero farci causa, dovrebbero ammazzarci.

La generazione perduta è la mia, la nostra, ma perduta irrimediabilmente, c’è un girone dell’inferno bell’e pronto che ci sta aspettando, se non faremo da subito qualcosa per redimerci, se di qui alle fine dei nostri giorni non metteremo i giovani al centro di ogni nostro pensiero e di ogni nostro gesto politico.

Lorella Zanardo ha scritto un libro pensando ai giovani, a cui ormai dedica la gran parte del suo tempo. Si intitola Senza chiedere il permesso (Feltrinelli), ne parleremo più diffusamente, intanto guardate questo video.

 

economics, esperienze Settembre 18, 2012

La gioia del low cost

Forse oggi dovrei scrivere di Polverini, del suo discorso -che alcuni hanno definito addirittura “shakespeariano” – al consiglio regionale del Lazio. Il senso è: “La festa è finita” (e come gabbiamo la Santa? si saranno chiesti molti dei presenti). Ma dato che per la stragrande maggioranza di noi la festa è finita da un bel po’, ammesso e non concesso che sia mai cominciata, vi parlerò, amic*, della gioia del low cost.

Ho comprato un interessante librino, ieri sera, scritto da Bruna Gherner e Luca Giorcelli, già cogestori del blog Survive Milano: “Milano low cost- Guida anticrisi alla città più cara d’Italia” (Bur Rizzoli), me ne sono letta una buona metà stanotte, avidamente, come se fosse un romanzo, ho preso sonno al capitolo “trattorie”. Peccato, devo dire, che la sezione artigiani non sia così cospicua, devi chiamare l’idraulico e ti vengono i sudori freddi, la tiri in lungo facendo la doccia con l’innaffiatoio. Incoraggio i due autori ad approfondire la tematica.

La gioia del low cost non è solo andare a cena fuori senza sbancare, o scovare le arance a 0.50 al chilo. E’ anche e soprattutto la leggerezza di potere almeno in parte vivere a prescindere dalla mediazione ossessiva del denaro, ridurlo per quello che è possibile a una relativa insignificanza, sganciare la qualità della vita dalla quantità di reddito, non sentirsi stranieri nella città in cui si è nati e dove si lotta per poter restare, sospinti sempre più ai margini. E’ poter sperare che perseguire lo stile di vita calibrato sul potenziale di spesa del calciatore medio o del mafioso russo non sia più un sogno per nessuno. Che low cost diventi il contrario di low profile.

Così, invece di vomitare guardando la faccia e la panza di Franco Fiorito, stamattina penso alla bottega che vende vino bio sfuso a max 2.60 al litro, e mi rallegro.

economics, Politica Settembre 13, 2012

Tornate a bordo, cazzo!

Novità tecnologiche a parte, a quanto pare l’iPhone 5 aiuterà la crescita americana, spingendo il pil Usa fra lo 0,25 e lo 0,50 per cento nel quarto trimestre 2012. In soldoni, l’economia Usa dovrebbe cavarne 3,2 miliardi di dollari.

Tradotto: il genio di un uomo che non c’è più, Steve Jobs, e del suo staff, farà un gran bene all’economia del suo Paese. In un certo senso, gli americani saranno destinatari di una quota della sua eredità.

E noi? Che cosa fa un genio italiano -e ne produciamo molti, a quanto pare- quando scopre di essere un genio, o anche molto meno, un* di talento quando scopre di avere una buona idea? Semplice. Se ne va. E perché se ne va? Perché sa che i mediocri si coalizzeranno per tagliargli le gambe, che i raccomandati non gli lasceranno mai spazio, che la burocrazia lo farà stramazzare, che le tasse lo faranno asfissiare.

Tutto quello che abbiamo di buono -talento, idee, risorse intellettuali e materiali- se ne va. Oggi perfino la casa al figlio cerchi di comprarla a Berlino o a Dubai (anche perché ti costa meno).Via di qui.

Non c’è solo la fuga dei cervelli. C’è anche quella dei mezzi-cervelli. Ormai se ne vogliono andare tutti. In Gran Bretagna, in Australia. La fuga è generalizzata. Si scappa dall’Italia come da una nave che affonda. Una specie di diserzione di massa. Dovremmo stare qui tutti a remare insieme, e invece rimarranno i più vecchi, i più poveri, i più stanchi.

E io dico: “Tornate a bordo, cazzo!”. Ma capirai, finché lo dico io… Dovrebbe essere qualcun altro a dirlo: “Tornate a bordo, cazzo!”, perché sulla nave c’è bisogno di voi, e c’è pane per voi, e ai migliori fra voi sarà dato il timone, perché siano loro a decidere la rotta. E dare subito dimostrazione di questo, del fatto che non sono solo chiacchiere, e trovare le risorse che servono, invece di sperperarle orribilmente per foraggiare l’oligarchia politica.

Tornate a bordo, ragazzi. Non lasciateci.

 

 

economics, lavoro, Politica Settembre 12, 2012

Crescita. Delle tasse

 

Dunque il premier Mario Monti, discutendo con le parti sociali, ha parlato di rilancio della produttività come chiave per la crescita e l’occupazione.

Bene. Anche se continua a non essere chiarissimo che cosa debba crescere: quell’osceno Bengodi dei consumi non lo rivedremo più. E’ chiaro  invece che per rilanciare la produttività la pressione fiscale -le nostre aliquote sono le più alte del mondo- deve diminuire. Sulle imprese e sui lavoratori. E per diminuirla, la lotta all’evasione dev’essere feroce: ci sono nazioni che ci riescono, non sarà impossibile. E sulla spesa pubblica si deve intervenire: sarà demagogia, sarà populismo, ma il numero dei parlamentari non è diminuito, gli emolumenti neppure, le Province sono lì, i vitalizi pure, spese assurde che levitano costantemente.

Per carità, chi sono io per dire la mia? Solo una che tira avanti come tante una casa e una famiglia. Forse proprio per questo le dimensioni della coperta le ho ben presenti. Con questo carico fiscale spaventoso sulle spalle non potremo che fare due passetti, e poi fermarci, sfiniti. Quel poco ossigeno che resta non ci permetterà mai di respirare a pieni polmoni.

In effetti Monti ha aggiunto che lavorerà per ridurre il divario fra salario lordo e netto in busta paga. E Susanna Camusso ha proposto di detassare le tredicesime con le risorse della lotta all’evasione “per ridare fiducia alle persone”. Sempre meglio che niente, per carità, anche se con la “crescita” c’entra poco o nulla. Quei soldi in più serviranno alle famiglie per i debiti accumulati, o come riserva per un futuro che resta incertissimo.

Incontrando gli imprenditori, il governo ha sollecitato Confindustria e le altre associazioni ad avviare un confronto con i sindacati per ridefinire l’architettura contrattuale, al fine di aumentare la produttività. Tremano i polsi, sapete? Nel gergo aziendale fare aumentare la produttività, ottimizzare le risorse, da molti anni vuole dire tagliare, torchiare la gente e ridurne i diritti.

Apro i giornali, la mattina, e non vedo in prima, ogni giorno, la lotta all’evasione e la riduzione degli sprechi. Sono circondata di evasori e di spreconi, continuo a incontrarne dappertutto e ogni giorno. Il boccone è sempre più amaro da mandare giù.

La corda si potrebbe spezzare.

 

 

 

 

Donne e Uomini, economics, Politica, WOMENOMICS Settembre 4, 2012

Tutte al Mercato con Angela

angela merkel al supermarket

Magari l’ha detto perché si trovava in Baviera, aveva bevuto un paio di birre, e un po’ di populismo ci stava. O perché in fondo lo pensa pure lei, e non ce l’ha più fatta a tacere. O perché è una donna, e si è ricordata di esserlo, e non sono state certo le donne a inventarsi il neoliberismo e la speculazione finanziaria ammazzapopoli.

Certo che sentire Angela Merkel, non Naomi Klein, non una di Occupy Wall Street, dire che “i mercati sono contro la gente”, che hanno autorizzato pochi ad arricchirsi a spese di quasi tutti (99 a 1, insomma), che bisogna portare anche lì “lo spirito dell’economia solidale“, che i paesi deboli meritano la nostra solidarietà, che è per liberarci tutti dal potere dei mercati che “la Germania deve premere per le riforme, anche se a volte siamo severi”, be’, sentirle dire tutto questo fa una certa impressione.

In verità qualcosa del genere le era già scappato, lo scorso ottobre al congresso della Csu a Norimberga (bisogna porre un limite ai mercati, «affinché non possano rovinare le persone») e a novembre a quello della Cdu a Lipsia («l’economia e la finanza devono essere al servizio delle persone e non il contrario»), ma a quanto pare questa non è una settimana come le altre, e le conseguenze potrebbero essere di un certo rilievo.

Forse Merkel pensa che sia il momento giusto per fare intravedere dell’altro, per introdurre omeopaticamente nelle logiche dei governi una quota di no-globalism, forse è solo che la Germania andrà al voto, forse è che anche lei non crede più del tutto alla Necroeconomia.

Io comunque sono contenta di quello che ha detto, mi pare una novità promettente, mi aspetto azioni politiche conseguenti, e spero che l’amica teologa e casalinga svizzera Ina Praetorius -ma nata in Germania, a Karlsruhe- sappia cogliere l’attimo, le invii una copia del suo “Penelope a Davos”, che vada personalmente a trovarla per dirle che «un ordine che sia stato costruito […] è logicamente anche modificabile», e vale anche per il neoliberismo.

Se ci va la accompagno.

economics, lavoro Agosto 4, 2012

Dare la terra ai giovani

I greci sono un po’ viziati, come noi.

Su 5 mila persone che hanno risposto a un annuncio rivolto ai disoccupati per la raccolta di pesche nelle regioni di Imathia e di Pella, solo 19 erano greci. Gli altri tutti albanesi. Eppure l’agricoltura è l’unico settore in ripresa. Tra il 2008 e il 2010 ha creato 32 mila nuovi posti di lavoro. Ma si resiste all’idea di tornare alla terra. Anche la Grecia, come noi, ha conservato il suo robusto “scheletro contadino” (Giuseppe De Rita). Ma scommettere sulla terra e sentirsi pre-moderni è tutt’uno.

In Toscana il 40 per cento degli agricoltori è ultrasessantenne. Il PIL dell’agroalimentare è di 3 miliardi di euro, con una posizione forte di vini ed oli sui mercati stranieri. Ma questa ricchezza rischia di andare perduta perché i giovani non ne vogliono sapere. Enrico Rossi, governatore della Toscana, ha pensato  di avviare una campagna di rivalutazione della figura dell’agricoltore partendo dalle scuole.

Ma qualche segnale in controtendenza si comincia a intravedere. Gruppi di giovani greci hanno messo in piedi comuni agricole e hanno occupato terre incolte, dando un forte segnale simbolico. In un recente discorso ai giovani italiani, Vandana Shiva ha indicato la strada: “Non abbiamo molto altro da darvi: abbiamo perso la capacità di darvi lavoro, sicurezza sociale e garantirvi un decente tenore di vita. Ma la terra ha ancora questa capacità, noi consegniamo le terre pubbliche agli agricoltori del futuro: provvedete a voi stessi. Mettere la terra nelle mani delle generazioni future è il primo passo, e se non lo faranno, seguendo la strada giusta, invito i giovani a occupare la terra così come stanno occupando le piazze”.

Il Decreto Cresci Italia prevede la vendita di terre pubbliche, le associazioni degli agricoltori chiedono canoni agevolati per i giovani.

Pensiamoci tutti.