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Archivio Luglio 24, 2008

UN ESSERE UMANO

Mi scrive R. Rebeschini:

“Cara Marina, le confessero’ che, un po’ di tempo fa volevo scriverle, con un certo intento polemico, a proposito di infradito ed islamici, perché la cosa mi aveva un po’
infastidito ed avrei voluto farglielo presente.

Le avrei detto  che  si sarebbe certamente  dimenticata le   piccolezze di
una signora musulmana in metro’   se    si fosse dedicata alla lettura di Etty
Hillesum, che , in quel momento, riempiva le mie  ore libere.
Lo so , lo so che sarei stato insolente ma non glielo avevo scritto !

Ora vedo che lei cita la stessa Hillesum e, in verità, mi confonde un po’ le
idee, tuttavia, nel mio piccolo, ho già la soluzione che aggiusta tutto.
Di questi tempi tira una brutta aria e probabilmente, quel giorno, lei aveva
improvvidamente lasciato aperta una finestra. O sbaglio?”

Caro R., è che sono semplicemente un essere umano. Nè Gesù, nè la cara Etty, che è sovrumana, ma un essere umano.

Archivio Luglio 24, 2008

NON SONO D’ACCORDO

Noto questo: che nei blog e nei dibattiti in generale, spesso le persone sprecano un sacco di tempo, di spazio e di energie per dire che non sono d’accordo. Tizio che non è d’accordo con Caio, il quale non era d’accordo con Sempronio, in una catena infinita di disaccordi.

Credo che sarebbe più proficuo occupare lo spazio -meno spazio possibile- e investire le proprie energie in modo pro-positivo. Dire semplicemente la propria sulla questione che si sta discutendo, aggiungendo argomenti, e non cercando di distruggere quelli degli altri. O semplicemente provare a raccontare qualcosa di interessante che è capitato, meglio se bello e luminoso.

Per esempio ieri sera, nel piccolo borgo ligure dove mi trovo, ho assistito a una commovente rappresentazione di “Antigone”. Gli attori non erano professionisti -tranne un paio, forse-, la tecnica non era perfetta, la dizione neppure, e di tanto in tanto un gatto si faceva una passeggiata sul palcoscenico. Ma tutti, pubblico e attori, erano talmente dispiaciuti per la sorte che ingiustamente toccava a quella povera ragazza, e indignati per la ferocia di Creonte, e commossi per la disperazione di Emone -un ragazzone in gonnella, con un forte accento ligure-, che Antigone era lì con noi, il suo spirito era vivo, la rappresentazione un’esperienza davvero catartica. Le prime rappresentazioni del testo di Sofocle non dovevano essere molto diverse.

E poi voglio offrirvi, stamattina, una pensiero di Etty Hillesum, su cui meditare:

“Quanto faccio è hineinhorchen (prestare ascolto: mi sembra che questa parola sia intraducibile). Presto ascolto a me stessa, agli altri, al mondo. Ascolto molto intensamente, con tutto il mio essere, e tento di immaginare il significato delle cose. Sono sempre molto tesa e molto attenta, cerco qualcosa, ma non so che cosa”.

Buona giornata a tutti.

Archivio Luglio 19, 2008

BASTA LAGNE

Credo che sia l’onda lunga del primo femminismo, quello dell’autocoscienza e del self help. Non si fa che sentire di gruppi, associazioni e club di donne che nascono in ogni luogo, aggregandosi sui temi più svariati: il lavoro, la menopausa, la beneficenza, le noiosissime pari opportunità. Di tutto. Vedersi fra donne in modo separato e con qualche cosa da fare è diventata una pratica di massa. Tre, quattro, dieci o più signore che provano a fare insieme, e si sentono finalmente politiche. E hanno ragione: sono di sicuro molto più politiche loro di gran parte della politica. Questa è società femminile, e non può che essere un bene, per le donne e per tutti.
In questi gruppi però si manifesta anche una diffusa tendenza alla recriminazione, al lamento, alla contemplazione delle proprie miserie. Donne che poi, dico, presa una a una sono abituali spostatrici di montagne. Ma una volta messe insieme, ecco che si risentono oppresse, cedono all’oscuro richiamo del vittimismo. E piangono.
Di certo pesa il fatto che per millenni le donne si sono radunate “politicamente” quasi soltanto in caso di disgrazia. Che hanno stretto legami tra loro quasi solo per darsi una mano e per sostenersi nei guai: la famosa solidarietà femminile, sapete? All’altro estremo, quello dell’“empowerment”, le emancipate che provano a mettere in piedi improbabili lobby, sul modello di quelle maschili, trascurando di essere donne. Proprio per questo l’operazione non gli riesce. E non smettono di farsi ferocemente guerra.
Se mai dovessi fondare un’associazione o un club di donne, le regole sarebbero molto chiare: 1. Asciugati gli occhi e soffiati il naso prima di entrare 2. Scordati di venirci in tuta da ginnastica 3. Parcheggia fuori il rimorchio dei tuoi problemi 4. Porta il meglio di te: la tua fiducia, le tue buone idee, il tuo garbo, e un po’ di sense of humour, se ne hai 5. Non provarci nemmeno, con il derelittismo.
Nei posti di donne deve andare in scena quella che qualcuna ha voluto chiamare “signoria” femminile: un training protetto, per poter poi esportare quell’autorità fuori di lì. Comportati da signora del mondo, e finirai per esserlo.
(pubblicato su “Io Donna” – “Corriere della Sera” il 19.07.08)

Archivio Luglio 18, 2008

ELUANA DEVE MORIRE!

Sì, è vero, c’era un po’ di rabbia, che non è mai una buona compagna di viaggio, e che mi ha indotto, più che alla sintesi, alla sincope.

Si tratta di questo: troppa gente, sul caso di Eluana, la fa molto facile, non ha dubbi, parteggia rumorosamente, ha fretta di vedere le spine staccate.  Al silenzio di quella giovane donna corrisponde il fragore dei nostri argomenti, strillati sulle spiagge e nei bar. Io non sento di potermi esprimere con tanta disinvolta certezza, né a voce tanto alta.

La sola cosa che mi sento di dire è che, in materia di inizio e fine della vita, cioè quando si tratta di questioni di biopolitica, è meglio chiamare a esprimersi i legislatori, nostri rappresentanti eletti, che affidarsi ai giudici e alle sentenze. Noto inoltre che non sapendo più bene che vosa voglia dire essere laici, si pensa che basti gridare il proprio anticlericalismo e muovere guerra a chi chiede che non si stacchi la spina: “Eluana deve morire!”. Come se la sua morte aiutasse i laici a capire meglio che cosa sono.

Archivio Luglio 17, 2008

RIDATECI BIG BROTHER

Il vero laico non si sa precisamente cosa sia, ma certo è un tipo pratico che non ci pensa su due volte: dona seme, presta ovuli, affitta uteri, non mette in imbarazzo il mondo generando bambini anche  minimamente difettosi, gira per le corsie a staccare spine, non si perde in sottigliezze inutili, tipo distinguere tra giudici e lesgislatori, dice che la Chiesa “deve tacere”, non vuole più sentire chiacchiere. Facciamo in fretta, che ho da fare.

Le spine da staccare sono un corroborante per l’incerta identità del vero laico.

Ridateci Big Brother.

Archivio Luglio 16, 2008

UN RINGRAZIAMENTO

Volevo davvero ringraziare chi partecipa a questo blog -proprio nel senso di augurargli ogni genere di grazia- perché lo apro ogni mattina come uno scrigno, ci trovo tesori nascosti, mi rammarico che siano nascosti. Le persone sono ricche, voglio dire questo, e vivono come se fossero povere, come se fossero disabituate a dare e mostrare il loro meglio, visto che nessuno glielo chiede.

Mi chiedo come andrebbero le cose se invece a tutti fosse chiesto il loro meglio, se tutti fossimo interessati al meglio degli altri.

Vi pregherei anche, se possibile, di farci capire, quando scrivete, di che sesso siete. Da certi nickname non trapela. Essere donne o uomini non sono condizioni interscambiabili.

Archivio Luglio 15, 2008

LA TERRA PIATTA

Mi scrive Marcos: “Buone e cattive notizie; penso a come il racconto della nostra esistenza non esca granchè azzeccato dai giornali e dalla letteratura e neanche dalle riprese televisive; è come quando s’immaginava la terra piatta… Vale la pena di raccontare il presente?”.

E’ bella questa cosa della terra piatta. La domanda che mi faccio è: dove è nascosto il racconto vero della nostra vita? O pensate che sia possibile per un essere umano, creatura simbolica, vivere senza raccontare e raccontare senza vivere?

Ho pensato anche che quando questo blog sarà un vero ricchissimo blog -anche con le figure- mi piacerebbe una rubrica “preghiere esaudite” (è Truman Capote, se non ricordo male) o qualcosa del genere, in cui si racconta della possibile bellezza della vita.

Archivio Luglio 15, 2008

BUONE NOTIZIE

Ho scritto un libro, l’anno scorso, e mi pare la cosa sia abbastanza riuscita. Un libro riesce, mi sembra, quando arriva a formulare almeno una buona domanda. Una buona domanda è sempre qualcosa di vivo, che urge, chiede di essere ascoltato, e ti lavora silenziosamente dentro. La domanda qui alla fine è stata: che cos’è una donna? “Come si fa a diventarlo?”: a un dibattito una ragazza l’ha messa in questo modo.

Una donna, per esempio, è una che ogni mattina fa ordine, rimette a posto il mondo, lo fa risplendere di nuovo. Asseconda l’armonia, partecipa al suo disegno. Fa molta più fatica a farlo, sommersa com’è dalle cattive notizie: sapete, secondo un modo molto vecchio di vedere le cose, le uniche news sono le bad news. Una donna invece è una che cerca buone notizie, notizie in cui si annuncia qualche nascita, notizie che ti fanno sorridere e respirare.

Non si tratta di selezionare solo cose buone. Non ci sono mai cose assolutamente buone e cose assolutamente cattive. Si tratta di prendere quello che capita e scovare il suo buono, il suo punto di nascita. E di lì cominciare a ritessere, a fare ordine, con allegria.

Quando si parla di giornalismo, ci si concentra troppo su cose tipo: su carta o online? dove sta il futuro della notizia? Il futuro della notizia, io credo, sta nel torcerla ogni volta in direzione del bene. Di cercare sempre il bandolo che ti consente di farlo. Di resistere al fascino del male.

Archivio Luglio 12, 2008

OGGETTI DI RECUPERO

Mi scrive Deborah: “Ci dici che il tuo labrador non è specializzato in bambini. e che recupera palloni, preferibilmente sgonfi, e cuscini.Visto un tuo post di alcuni giorni fa perché non lo addestri a recuperare ragazzi sui 30-35 anni? Hai visto mai?

P.S. Poi, se tu sei “schizzinosa” e non ti piacciono, girali a me, io sono di bocca buona…”.

Gentile Deborah, non addestro il mio labrador per due ragioni:

1) preferisco non forzare la sua natura; se gli piacciono tanto i palloni -gioca anche molto bene a football, preferibilmente in porta- qualche motivo ci sarà.

2) i trenta-trentacinquenni li lascio alle trenta-trentacinquenni, o anche alle quaranta-cinquantenni che apprezzano il genere. Non è il mio caso, purtroppo o per fortuna. Temo che tu abbia equivocato il mio post.

Buon fine settimana

Archivio Luglio 12, 2008

LA SOSTANZA DEI SOGNI

“Siamo fatti della stessa sostanza dei sogni”: detto questo (Shakespeare, “La tempesta”), e in modo così sublime, sulla vita cos’altro ti resta da pensare, se non meditarci sopra all’infinito? Per esempio si può dire che quando scompare qualcuno che ami, è allora che diventa il sogno che è sempre stato, la reverie di qualcuno che per qualche oscuro motivo sta giocando a sognarci fin dalla notte dei tempi. E a sognarci uno per uno, poi, così come siamo, fin nei nostri minimi dettagli. Un sogno che è stato talmente vivido, e che è durato un istante tanto lungo da averci fatto credere che non si sarebbe mai dissolto, anche se la dissoluzione è la sola evidenza che ci è data. Mentre l’altra evidenza, che tutta questa sostanza sognante non può conoscere fine, che è destinata a incresparsi in sempre nuovi flutti; ecco, quest’altra evidenza non è affatto garantita, ce la dobbiamo conquistare sul campo, e al prezzo di dure lotte.
Secondo alcuni Shakespeare fu un mago, un alchimista, un visionario, capace di dare vita con la forza della sua poiesis a cose che altri, per esempio Albert Einstein, avrebbero intuito molto tempo dopo e per altre strade. Dicono anche che sia Shakespeare sia Einstein, insieme ad Aristotele, a Platone, a Budda, a Gesù figurerebbero tra i detentori del “segreto” che può cambiarti la vita, una volta che lo possiedi.
Io qui vorrei dire altro: che se davvero siamo fatti della stessa sostanza dei sogni, allora abbiamo un bisogno infinito di questa sostanza per poter vivere le nostre vite. Quanto più ce ne alimentiamo tanto più siamo veri e vivi, quanto  più sogniamo tanto più i nostri piedi di radicano nell’essenza della vita. E più potremo beffarci della nostra impermanenza, giocando alla pari con chi sogna di noi e a un certo punto, senza possibilità di appello, smette di sognarci. Bisogna fare di tutto, per avere qualcosa da sognare. Trovare lo spazio. Non lasciarsi intontire dalla “realtà”: le cose, i soldi, eccetera.
Io ho imparato a riconoscerli, quelli che sognano. I borborigmi di un cuore che macina sogni li sento a mille miglia. E allora mi dico: ecco, questo è vivo.

(pubblicato su “Io donna”-“Corriere della Sera” il 12.07.08)