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AMARE GLI ALTRI

AMARE GLI ALTRI, Donne e Uomini, Politica Febbraio 9, 2012

Mancanza di cura

Ho in casa gradita ospite la mia vecchia mamma. Un po’ di febbre, niente di drammatico. Per la mia vecchia zia di Venezia, invece, messa maluccio, non posso fare granché, a meno di non portarmela qui. Ordinari problemi di gente della mia età, con la fortuna di avere ancora qualche qualche vecchio intorno, e anche di poter pagare qualcuno che la aiuti ad aiutarli.

Sul Corriere di oggi Gianantonio Stella si occupa del taglio ai fondi per il sostegno ai disabili. L’argomento dei falsi invalidi è debole: di disabili veri ce ne sono tanti. Tutti sperimentiamo la disabilità, in qualche momento della vita, la nostra e quella di chi amiamo. C’è gente a cui tocca sperimentarla vita natural durante.

Quando si dice che le famiglie devono farsene carico, economicamente e psicologicamente, fino al burn out, vorrei che si intendesse soprattutto le donne. Intendiamoci: conosco molti uomini che si occupano dei loro cari in difficoltà. Ma la disabilità ordinaria, chiamiamola così, quella di un bambino che ha bisogno di cure per crescere, quella di un vecchio o che da solo non può farcela, è affidata alle donne, che nel lavoro della cura sono molto brave.

Ora, a tutto questo il governo non sta prestando sufficiente attenzione. Di più: taglia. Io non credo affatto a un modello in cui la gestione della disabilità sia affidata alle istituzioni: per dirne una, nel nostro paese tendiamo a ricorrere agli ospizi come extrema ratio, e questo a mio parere è un bene assoluto. Credo però a un modello in cui il tema della cura sia posto al centro delle politiche, come sta al centro delle relazioni umane. Perché senza cura tutto appassisce.

Individuando tutti gli strumenti, massimamente flessibili, che possano consentire alle famiglie -leggi: donne- di tenere insieme il tessuto degli affetti senza sacrificare del tutto le loro vite: una quota di sacrificio tocca e va accettata.

Ecco, su questo fronte non vedo proprio niente di nuovo.

AMARE GLI ALTRI, Politica, TEMPI MODERNI Gennaio 31, 2012

Un Pd diverso

Mi pareva un po’ strano. Ci ero cascata anch’io, in questo manifesto del Pd. Che in realtà è stato un affettuoso “trappolone” teso da alcuni militanti e deputati omosessuali (Anna Paola Concia, Rosaria Iardino, Aurelio Mancuso e altri) al segretario Bersani. “Vieni che ci facciamo una foto”. Foto di cui poi è stato realizzato un manifesto per il tesseramento che oggi è un po’ surreale vedere in giro per Milano, con il manicomio in corso tra giunta e consiglio comunale sulle coppie di fatto.

Per esempio scrive su Fb il piddino Mattia Abdu: “… alcuni consiglieri del PD e non solo la capogruppo continuano a subordinare il tema del registro alla venuta del Papa, per rispetto alla sensibilità dei cattolici del PD. Se questa la concezione che si ha di rispetto dei cattolici nel gruppo consiliare direi che si sta facendo esattamente il contrario e non è questo il PD che in tanti in questi anni abbiamo contribuito a costruire. Che i due provvedimenti (fondo anticrisi e registro) siano collegati è un’altra forzatura politica di chi non capisce che il PD che vince a Milano nel maggio 2011 è una cosa diversa da quel carrozzone timido e impallato che ha perso elezioni su elezioni da quando è nato …  Ma con chi diavolo volete dialogare??? Con De Corato? Moioli? Masseroli? Morelli? Salvini? Mi dispiace sono molto deluso di come vanno le cose nel gruppo, ma non perderò mai le energie per denunciare che in tanti, la maggior parte direi, abbiamo votato e stiamo in un PD diverso “.

Il silenzio dei dirigenti del partito è fragoroso. Vuoto che viene di volta in volta riempito dalle esternazioni di questo o quell’amministratore, di questo o quel militante. Un dibattitone en plen air, che induce una domanda: ma chi è il Pd? E com’è possibile che la presidente cattolica Rosy Bindi parli di diritti delle coppie omoaffettive e l’atea capogruppo Carmela Rozza dica che per ora “il nostro impegno deve andare al Forum per le famiglie”? . Che cos’è, il mondo alla rovescia?

E un’altra: che cosa diavolo c’entra la visita del Papa con il fatto di concedere qualche minima tutela alle coppie non sposate? E un’altra ancora: perché diavolo si deve continuare a discutere di un tema che è già stato dibattuto per anni e in tutte le salse, quando il registro delle coppie di fatto è un punto di programma della giunta?

E ancora: possiamo continuare a pensare ai cattolici di questo Paese come a un monoblocco di non-laici intenti a tenersi fette di salame sugli occhi, avulsi dalla realtà, illiberali, intolleranti e furenti, tutti ovviamente eterosessuali e omofobi, arcigni, giudicanti e spietati nei confronti dei peccatori non-coniugati? E come possono tollerare i cattolici di essere ritratti in questo modo grottesco, caricaturale e offensivo dal primo politicante da strapazzo, trasformista in carriera che predica male e razzola malissimo, e il cui unico scopo, altro che amor mundi, è raccattare quattro voti?

AMARE GLI ALTRI, esperienze, TEMPI MODERNI Gennaio 6, 2012

Non santificare il migrante

La santificazione del migrante fa il paio con l’intolleranza.

Lo dico perché la notte di Capodanno ho fatto un giro in piazza Duomo a Milano, dove c’era musica. Dopo 10 minuti di sparatoria furiosa a opera di giovani maschi testosteronici, prevalentemente maghrebini e sudamericani e strabevuti o altro -ma c’erano anche molti italiani- e senza essere riuscita a sentire una sola nota ho preso la via del ritorno a casa camminando radente ai muri per evitare un botto in faccia.

Non mi è piaciuto. E non mi piace che ci si nasconda dietro un dito, temendo di essere politicamente scorretti.

Ho visto varie piazze festanti per Capodanno, da Napoli a New York. La tentazione di approfittare della circostanza per dare sfogo alle proprie rabbie e magari liquidare qualche conto sospeso c’è sempre e dappertutto. La differenza, spiace dirlo, la fanno le forze dell’ordine.

A New York presidiano Times Square e intervengono durissimamente di fronte a ogni genere di intemperanza: ho visto una coppia di fidanzati che si pigliavano a schiaffi davanti a un ristorante messi istantaneamente faccia a terra dai poliziotti. Se vuoi gestire una piazza con centinaia di migliaia di persone, o anche milioni (la calata a Manhattan è impressionante, da Brooklyn, Bronx, Queens, oltre alle decine di migliaia di turisti) non c’è altra strada. E funziona: mai nessun incidente, niente risse, nè feriti o peggio.

Io dico: sì alla festa in piazza, ma con presidio adeguato. E nessuna paura a dire che molti giovani  di Milano, soprattutto “stranieri”, la notte di Capodanno si sono comportati davvero da schifo. “Niente botti”, aveva ordinato il sindaco. E invece a Milano non si è mai sparato tanto. Il senso è stato anche quello di una sfida, e si deve prenderne atto.

L’anno prossimo, per favore, tolleranza zero.

 

AMARE GLI ALTRI, Corpo-anima, esperienze Gennaio 4, 2012

Quel povero Bene

Tante e tanti, qui, su Facebook e in privato, a proposito di quello che scrivo qui sotto in”Arcobaleni dappertutto” mi ringraziano per la “positività”. La cosa mi stupisce, e allora ci penso un po’ su.

E’ andata così: che non ero di umore strepitoso, con i muscoli anche un po’ indolenziti -accidenti, questi abusi alimentari natalizi ci fanno veramente male!- e allora ho cominciato a cercare qualcosa che mi rallegrasse, e ho incontrato questo pensiero su quello che in quest’anno cruciale ci sarà da fare. E quest’idea di vigilia, di stato nascente -anche con tutta la fatica di quello che deve cambiare e morire- mi ha scaldato il cuore, mi ha sciolto i muscoli, essendo che siamo un unicum, corpoanima, e ho voluto offrirla e condividerla così come si condivide un sorso di buon vino davanti a un camino scoppiettante.

Penso che si dovrebbe sempre fare così, scovare il meglio, anche quando non è facile vederlo, e offrirselo reciprocamente, dare un’opportunità al bello e al buono, a quel povero bene che fa così fatica, una grotta a Gesù Bambino che deve nascere. Io non sempre ci riesco, anche perché nei blog -tutti, non solo questo- tanti vanno per rovesciarci il loro peggio, come in una discarica emotiva, per travasare negatività e rabbia, e devo dirvi che ogni aggressione virtuale fa un male reale. tanto che qualche volta mi sono chiesta se la vera funzione dei social network e delle community non sia quella del contenimento terapeutico.

Ma insomma, ogni volta che ci riesco provo a dare un’opportunità alle cose buone, a fargli un po’ di propaganda, nella vita e anche qui. Fare un po’ di festa, si potrebbe anche dire in questo modo, e a questo proposito voglio condividere con voi una lettera che mi è arrivata, e che mi ripaga di tutto.

Buongiorno signora  Marina; se sono invadente, la prego di scusarmi.
Un caro amico di Milano mi ha recapitato un  articoletto di Marina Terragni (che lui definisce brava e famosa giornalista del Corriere) dal titolo: “BEATO CHI STA BENE…”, commentandolo con nobili ed ammirate parole nei miei riguardi.  Io sono in sedia a rotelle per un brutto incidente automobilistico e dichiaro sempre la mia grande serenità e  la gioia di vivere  nonostante la menomazione. Per colmo della casualità (le “Moire” dei Greci), l’incidente si è verificato al culmine della mia personale realizzazione lavorativa, spazzandola via di brutto.  Come dicevo, dichiaro a tutti il mio star bene cercando di trasmettere ottimismo. Ma non ho merito alcuno; io credo che subentrino forze e spinte insospettate quando tutto sembra crollare. Sentirsi circondato dall’ affetto di parenti ed amici è una grande consolazione, ma sentirsi amato e protetto  da una moglie meravigliosa è una cosa sublime che ti fa superare ostacoli insormontabili. Sono stato per sette ore in sala operatoria, mi sono svegliato con la consapevolezza che mai più avrei potuto camminare con le mie gambe: poteva sembrare la fine di tutto. Ma sentirmi dire <<se possibile ti vorrò ancor più bene>>,  ha, in un solo istante, fugato ogni  timore per il futuro.  Sono passati 5 anni,  passo le mie ore con ” le dita felici di picchiettare sui tasti”!.
La saluto, gentile signora, e la ringrazio per la sua testimonianza, perché non è da tutti, di questi tempi, riflettere sulla natura umana.
Ugo Brugnara, Montebelluna – TV

AMARE GLI ALTRI, Corpo-anima, esperienze Dicembre 25, 2011

L'uomo più felice del mondo

L’uomo più allegro del mondo lavora nella mia banca. Sta allo sportello. Canticchia e fischietta come un merlo, modulando trilli e gorgheggi secondo la pratica da espletare. Sembra che niente al mondo lo euforizzi più di un versamento o un bonifico.

Io lo guardo sbigottita. Solo il fatto di entrare lì dentro mi scaraventa in un’ansiosa infelicità.

Un giorno glielo chiedo: come fa? Io sono qui, mi dice lui, ma il mio pensiero vola (mi sembra di vederlo volteggiare lontano da tutto, maestoso come un’aquila su un canyon). “E poi: che problemi ho?”. Una piccola impercettibile ombra nello sguardo. “Sì, un bel guaio di salute. Ma non ci penso”.

Che Dio ti benedica e ti conservi, amico mio. Posso darmi tutte le arie libresche di questo mondo, ma tu mi sei maestro. Sai qualcosa che io non saprò mai, dannata da un’inquietudine che fa di me una homeless sempre in cerca, una bambina –alla mia età- persa nel bosco di notte.

Non so niente di te, se non una salute incerta e quello spirito alato e fischiettante, ma so che sei un uomo fortunato. Hai una fortuna che io non avrò mai. Sai stare dove sei, sei la tua casa. Trovi piccole occasioni di gioia nella routine più ordinaria.

Forse non è come sembra. Forse anche il mio amico avrà i suoi tormenti, come tutti. Ma ho bisogno di crederci, al mio Buddha Gautama dello sportello, alle sue dita felici di picchiettare tasti.

La fortuna per me è soltanto questo, chissà se mi sarà mai data. Il piccolo e quieto sorriso della pace interiore. Om.

E buon Natale.

AMARE GLI ALTRI, Corpo-anima, economics, esperienze, lavoro Dicembre 17, 2011

Lavoro a km zero: la soluzione quasi di tutto

coworking

Ieri a Milano sciopero dei mezzi e traffico impazzito. C’è vento di neve, per fortuna, che diminuisce gli inquinanti. Mentre litigavo con un tassista sulle liberalizzazioni, mezz’ora di viaggio a caro prezzo e sempre discutendo, ho pensato che il telelavoro, o lavoro a km zero sarebbe la soluzione di un sacco di problemi. Pensiamoci.

Oggi una parte notevole del lavoro può essere svolta “in remoto”, ovvero da casa o da dove si vuole, grazie alle nuove tecnologie di comunicazione, internet, skype e via dicendo, tutte a basso costo e pulite. Questo significa non esigere di detenere fisicamente i dipendenti, ma pretendere prestazioni valutabili quantitativamente e qualitativamente. Da questo discende un notevolissimo alleggerimento del traffico urbano nelle ore di punta, la spaventosa transumanza inquinante delle 8 del mattino e delle sei di sera, a cui possono esere aggiunte misure di limitazione del traffico, di potenziamento dei mezzi pubblici, oltre a piste ciclabili, car sharing eccetera, misure che da sole sono solo palliativi.

A ciò va aggiunto il risparmio di carburanti e in generale il risparmio energetico che si produce smantellando quegli enormi e costosissimi luoghi di detenzione che sono le aziende, che vanno riscaldate, refrigerate, illuminate, etc., oltre a una maggiore produttività: un sacco di gente passa molto tempo negli uffici a smanettare online in attesa di svolgere qualsivoglia compito, mentre si dovrebbe organizzare il lavoro sulla effettiva produttività e sulla qualità dei prodotti.

Un altro effetto virtuoso sarebbe un miglioramento della qualità della vita familiare e una rivitalizzazione dei quartieri, che non sarebbero più dormitori ma luoghi di vita. I bambini piccoli non dovrebbero più essere depositati nei nidi alle sette del mattino -altre auto sgasanti-, ci si potrebbe organizzare con servizi flessibili e modulari per il baby sitting e anche per la spesa e altre necessità, magari all’interno dello stesso condominio. Chi non può lavorare in casa potrebbe raggiungere a piedi o in bicicletta un “ufficio condiviso” o postazione di coworking, organizzando liberamente i suoi tempi. La comunità locale diventerebbe il baricentro di tutto, lavoro e vita non sarebbero più separati, le relazioni non si limiterebbero alla sterile colleganza, la condivisione sarebbe ben più estesa e feconda. Le città diventerebbero più belle, perché più curate e vissute. E si potrebbe continuare molto a lungo. Io lavoro da anni in questo modo e benissimo, ma siamo ancora troppo pochi.

Durante la campagna elettorale avevo proposto che la grande macchina amministrativa comunale diventasse laboratorio trasparente di questa utopia concreta, modello sperimentale virtuoso ed epicentro di una vera rivoluzione urbana e metropolitana.

Siamo sempre in tempo.

AMARE GLI ALTRI, Corpo-anima, Donne e Uomini, esperienze Dicembre 15, 2011

Non punire quella mamma

Ieri all’ospedale San Paolo di Milano una giovane rumena ha lasciato l’ospedale, è lì il suo bambino, poche ore dopo aver partorito. Ora è ricercata per abbandono di minore, anche se non ci sono certezze sulle sue generalità.

Mi sembra una vera follia. Se una donna partorisce e lascia il suo bambino al sicuro, in ospedale, con la certezza che sarà dato un adozione e troverà una famiglia, è assurdo che venga perseguita. La legge dispone che una partoriente possa non riconoscere il neonato: la ragazza probabilmente non lo sapeva, e si è arrangiata così.

Leggo nell’articolo del Corriere che ogni anno nei nostri ospedali circa 400 bambini vengono lasciati dalle madri subito dopo il parto: 7 volte su 10 si tratta di straniere, nei restanti casi di italiane giovanissime. E si osserva che queste donne probabilmente ignorano che nel nostro paese l’aborto è legale. Non mi pare una lettura corretta del fenomeno.

Va detto, intanto, che accedere all’interruzione di gravidanza in ospedale oggi è diventato difficilissimo, che l’applicazione della legge 194 è a rischio da anni. Ma va detto soprattutto che, legge o non legge, se una donna vuole abortire trova sempre il modo per farlo. Se queste donne non abortiscono, portano a termine la gravidanza e poi lasciano il bambino in ospedale, è perché hanno scelto quest’altra strada, è perché vogliono mettere al mondo quel bambino anche se non se ne prenderanno cura. E se hanno scelto quest’altra strada è per un insindacabile complesso di istinto e motivazioni razionali che è molto difficile  districare.

Le cose da fare sono molto chiare: garantire un’effettiva e capillare applicazione della legge 194; aiutare e sostenere le donne che vogliono tenersi il loro bambino ma non ne hanno i mezzi; dare la massima pubblicità al fatto che la legge consente loro di non riconoscerlo e di “darlo” in adozione, e non perseguire quelle che, non sapendolo, hanno “abbandonato” il piccolo in ospedale.

O c’è il rischio di soluzioni ben più tragiche: bambini partoriti di nascosto e in solitudine, e lasciati morire in qualche cassonetto.

 

AMARE GLI ALTRI, Corpo-anima, esperienze Dicembre 11, 2011

"Donare" e non sparire

Il Comitato di Bioetica del Governo ha recentemente espresso un parere sul tema dei bambini nati da fecondazione eterologa, cioè con ovodonazione, o con donazione di seme, o di entrambi. Sono molti in Italia, figli del cosiddetto turismo procreativo, perché da noi l’eterologa è proibita.

Secondo la Consulta, a questi bambini va detta la verità sulle loro origini. Giusto, e almeno per due ragioni. Prima ragione: qualcuno prima o poi glielo farebbe sapere. Sconda, più sottile: intorno al buco del segreto e del non detto, che i bambini percepiscono perfettamente, proliferano i fantasmi.

Il Comitato si è invece diviso sul diritto del figlio di conoscere l’identità del donatore o della donatrice, diritto sancito in quasi tutto il Nordeuropa.

Per due genitori che abbiano fatto questa esperienza, spesso un vero calvario, può essere molto angoscioso il fatto di dover dire, di dover mettere a rischio la relazione esclusiva con il loro precious baby. Possiamo raccontarcela come vogliamo, ma quell’angoscia non è immotivata.

Quando si toccano i fondamentali della vita si produce sempre uno squilibrio difficile da sanare. Non possiamo escludere –io, anzi, lo includerei- che il figlio viva la “sparizione” del donatore o della donatrice come un abbandono, che si produca una ferita con cui dover fare i conti a vita.

Io più che alla bioetica, che si presenta sottile ma spesso deve accontentarsi di conclusioni generalissime, maggioritarie e grossolane, credo alla relazione. Nel caso in questione credo nel fatto che quel donatore -o quella donatrice- non soltanto non sia anonimo, ma non sparisca affatto. Che entri a fare parte del tessuto della famiglia, con una sua parte affettiva, fin dal principio. Che occupi un ruolo inedito, tutto da disegnare, nella compagine familiare: sono inedite anche queste pratiche procreative, del resto. Una volta i bambini si legavano per sempre alla balia che li aveva tenuti al seno, e ai figli di lei, “fratelli di latte”. Potrebbe essere un modello.

Certo, sarà più difficile trovare qualcuno o qualcuna disponibile a donare, se non lo si autorizza a sparire. Ma così sparirebbero d’un colpo molti problemi –dire, non dire, quanto, quando, fino a che punto- che pesano sulla vita di questi bambini. Sarebbe chiaro da subito com’è andata. E che loro sono i figli fortunati di un plus d’amore.

AMARE GLI ALTRI, Donne e Uomini, esperienze Dicembre 7, 2011

Il Natale delle Amanti

A Babbo Natale  voglio lasciare un dolore, quella brutta storia dell’altra sempre “zoccola”, dell’uomo che ama l’altra e prende da te tutto l’amore che sai e l’altra sempre beata e pulita. Banale!

Non ho mai avuto un cane, da piccolina i cani mi spaventavano e mi rincorrevano. Una vicina mi rivelò che il cane mi rincorreva perché sentiva la mia paura, dovevo imparare ad amarli. Mio padre,un giorno, porta a casa Dick, un bastardino bianco e marrone, e comincia l’amore. Dick  non è mai morto, io non l’ ho sepolto. Quell’uomo invia un sms: “Mi sono spento… Alla fine non si piange più . Scusatemi tutti”. E perdo Argo.

Argo è un randagio tolto al canile, che abita la cuccia di Billo.  Ho comprato la cuccia un San Valentino  per il suo cane: Billo. Billo è scappato tante volte prima di accettare la lunga catena, ho riportato Billo a casa due volte e l’ho incontrato sempre al bivio della strada che porta alla sua campagna, mi ha riconosciuta, mi è bastato chiamarlo perché si accomodasse nella mia Panda. Ho amato Billo… Billo era il suo cane, l’altra cucinava per lui, lo chiamava e giocava quando passavano le feste in campagna, lo fotografavano i loro figli.

Per Patrizia, una mia amica, era il cane di Luigi. Billo è stato avvelenato. Non ho visto il suo corpo senza vita ma ho pianto la sua morte. Il suo padrone ha pianto, l’ho sentito. Ho amato Billo, ho amato il suo padrone come solo i cani sanno amare. I cani non mentono sull’amore. Ha mentito il suo padrone e mi ha uccisa.

Poi arriva Argo, tutto nero con macchie marroni sulle zampe e sul muso: bellissimo! Argo è anche un po’ il mio cane, vado a conoscerlo sulla collinetta che abita, lo bacio, lo accarezzo, lo amo. L’uomo della collinetta quando va in campagna mi informa della sua crescita e io ho il cane. Ho comprato la cuccia per avere un posto, non è bastato. Il padrone di Argo mi lascia e di Argo nessuna notizia. Ricorda, Argo, le mie carezze?

Caro Babbo Natale, dammi il fiuto di un cane e la fedeltà all’amore…portati via questi tre sms che chiudono un amore infedele durato tredici anni. Sabato 19 Novembre ore 18.15: “Mi sono spento…alla fine non si piange più. Scusatemi tutti”.  Provo a chiamare,rifiuta la telefonata e allora come Erinni invio disperati sms dove prometto di  cancellarlo con un altro… Ne ricevo ancora due. Sabato, 19 Novembre ore 21.00: “Parti… L’ho sempre saputo”. Ignobile finzione. Parafulmine di una tempesta altrove. Sorpresa non programmata! Dillo tu quello che sei. Non a me. Sabato ,19 Novembre ore 21.15: “Bisogna spegnersi. Per essere”. Per esserci sopportandosi. Le tue consolazioni. Elogio dell’immediatezza. Basta.

Ho bruciato la memoria… ho spento il dolore senza capire il perché di tanta crudeltà. Ho comprato la cuccia e non ho mai messo la catena e mi sono salvata. A Natale c’è la moglie . Auguri alle donne che amano senza voler essere “ la moglie di”. A volte bisogna fare qualcosa di imperdonabile come il mio ultimo sms verso il suo cellulare. Mercoledì, 30 Novembre ore 7.00: “Riposa, infine, con consorte poverissima nel tuo habitat naturale: la fogna”. Chi è l’uomo che ho sepolto nella fogna e cosa resta di Argo. Non il padre che cercavo, mio padre anche da morto è il mio portento. Non è l’uomo che era voluto essere. La moglie l’ha reso padre senza farlo uomo. Un uomo impotente, dal potere triste. 

Babbo Natale ,stramaledica tutte le belle addormentate che fingono di non sapere di essere loro coloro che non permettono agli uomini di essere donna .

Diversamente Natale! 

(Ricevo questa lettera-racconto. Mi piace. E la pubblico).

AMARE GLI ALTRI, ANIMALI Novembre 25, 2011

Sentono più di noi

“Sono convinto che i cani provino emozioni, e che le loro capacità vadano al di là di quelle degli esseri umani… I cani sentono più di quanto noi facciamo. Effettivamente, basandomi sulle mia limitata esperienza, direi che sentono più di qualsiasi altro essere vivente sulla faccia della Terra… Quando ci appoggia la testa in grembo, guardandoci dal basso con adorazione, tra noi e lui si trasmette qualcosa che va al di là della comprensione”.

Dedico queste belle parole di Jeffrey M. Masson, tratte da Dizionario bilingue – 40 animali e le loro emozioni (Sonda) ai 2500 cuccioli di beagle detenuti in condizioni atroci a Greenhill (che nome dolce per un lager), Montichiari (Brescia), senza cure e privati di relazioni affettive con esseri umani (per un cane è la più atroce delle sevizie) in attesa di essere spediti in laboratori di tutto il mondo dove verranno sottoposti all’ulteriore tortura della vivisezione.

Il lager di Greenhill deve chiudere subito.