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AMARE GLI ALTRI

AMARE GLI ALTRI, Corpo-anima, esperienze febbraio 6, 2015

Nascono in Toscana gli “assistenti sessuali” per disabili

Che l’iniziativa farà molto discutere è certo. Ma i corsi per i trenta aspiranti “assistenti sessuali” (love giver), una dozzina di week end teorico-pratici, dovrebbero partire a breve in Toscana, prima regione a riconoscere il diritto delle persone disabili a un soddisfacimento sessuale.

Gli argomenti di possibile discussione sono molti: dall’attenzione pubblica nei riguardi di un bisogno che alcuni potrebbero ritenere secondario rispetto ad altri; al fatto che il confine fra l’attività assistenziale e quella prostitutiva potrebbe apparire pericolosamente labile; fino all’ovvia domanda: gli assistenti sessuali sarebbero volontari o professionisti retribuiti?

Anche se probabilmente in cima ai problemi c’è la difficoltà di rompere il tabù che ci fa ritenere naturalmente “angelicate” e libere da impulsi sessuali donne e uomini portatori di disabilità.

Proviamo a parlarne con sincerità e con garbo.

p.s. io sto rimuginando qualche pensiero. La domanda che mi faccio: può essere questa la risposta a quella domanda?

Interverrò nella discussione. Intanto posto un documento che leggete come primo commento.

AMARE GLI ALTRI, Donne e Uomini, jihad, Politica gennaio 8, 2015

Fatelo per il poliziotto Ahmed (il silenzio del popolo musulmano)

 

Fatelo per Ahmed. Il poliziotto francese Ahmed era uno di “voi”, verosimilmente di fede musulmana, uno che in Francia aveva trovato il suo Paese, che forse ci era nato. Un parigino come da ieri tutti noi e per sempre. I suoi assassini probabilmente non hanno avuto il tempo, o forse la voglia di rendersene conto. L’hanno finito, con un gesto secco, tecnico, disumano, come quando schiacci in automatico un insetto molesto (oggi a Sud di Parigi altro sangue, una vigilessa a un posto di blocco: probabilmente una cristiana, stavolta, probabilmente ancora jihad).

Registro, ma mi interessano poco le dichiarazioni di condanna dei vari capi musulmani, sdegno, solidarietà eccetera. Avrei avuto bisogno di vedere folle di semplici muslim di Parigi, Londra, Roma, Milano, mobilitarsi spontaneamente. Avrei bisogno di seguire in silenzio, con regolamentare matita in mano, la “loro” manifestazione.  Il popolo musulmano con il quale conviviamo che ci dicesse: “noi” siamo con “voi”. Non proviamo alcun orgoglio, alcuna soddisfazione per il jihad, per la guerra portata nel cuore dell’Europa dove abbiamo messo radici, dove stanno crescendo i nostri figli. Nessuno di noi festeggerà con dolcetti o altro nel chiuso delle case. Quello che è successo ci fa schifo, e non abbiamo paura di dirlo.

Non ho visto, non ho sentito niente del genere. Tolti quei pochi amici e quelle poche amiche che abbiamo sempre al nostro fianco –intellettuali, politicizzati- il popolo muslim non ha dato segni di reazione. Gruppetti di uomini come sempre davanti ai bar, le donne velate e frettolose che come sempre andavano al super, dal dottore o a prendere i bambini.

Ecco, le donne, noi donne che ci parliamo nei negozi o davanti alle scuole: non potremmo dare corpo noi, essendo un solo corpo, a questo rifiuto, alla resistenza di fronte all’orrore? Non potremmo dire a questa gente: il nostro corpo, quel corpo di cui fate campo di battaglia, oggetto di scambio e di primo esercizio del dominio, è solo nostro, che siamo muslim o cristiane? Non potremmo strapparci il velo, reale o simbolico -quello del non-protagonismo politico, la parte che ci viene imposta di comprimarie della storia- e sottrarci? Non potremmo offrire insieme il modello di libertà a cui non intendiamo rinunciare?

E che somiglia -sì, lo si deve dire- più al nostro mondo, con tutti i suoi guai, con tutte le sue magagne, le sue misoginie e i suoi difetti, c’è tanto lavoro da fare, che al mondo a cui i jihadisti ci vorrebbero riportare?

p.s: inauguro oggi un nuovo tag, jihad. Sperando che serva il meno possibile

AMARE GLI ALTRI, Donne e Uomini, economics, Politica dicembre 23, 2014

Podemos (Spagna), Syriza (Grecia) e noi: farsi guidare dall’Angelo

Angelus Novus di Paul Klee

Podemos, organizzazione politica guidata dal professore universitario Pablo Iglesias e cresciuta tumultuosamente in pochi mesi, diretta filiazione degli Indignados, ai sondaggi risulta il primo partito in Spagna: se si votasse oggi si mangerebbe Pp e Psoe. “Sappiamo che sarà difficile, però non abbiamo paura. La paura ce l’ha JP Morgan”: questo per dire che tipetto è il professore con il codino. Intanto se si andrà alle urne in Grecia  Syriza di Alexis Tsipras potrebbe vincere e dare un forte impulso all’idea di un’Europa dei cittadini contro l’Europa della Finanza, per la fine delle poli­ti­che di auste­rità, l’abrogazione del fiscal com­pact, un piano euro­peo per il lavoro e la sal­va­guar­dia dell’ambiente.

Crisi, corruzione, disuguaglianze, disastri causati dalle politiche di austerità e dal neoliberismo hanno prodotto nei Paesi a rischio default un bacino politico a cui in Italia attinge principalmente il M5S. Con la differenza sostanziale che i grillini occhieggiano senza problemi alla destra populista di Farage e si sono incastrati in uno sterile “anticasta” e anti-Europa.

La forza di Syriza e Podemos è l’inevitabilità del progetto politico che rappresentano. L’opportunità è quella di poter significare il vero nuovo, il famoso “cambio di paradigma”, a patto di cambiare anche il paradigma della sinistra, di non lasciarsi frenare e trascinare indietro da slogan consunti, da antiche soluzioni, dall’ambizione di vecchi politici, prevalentemente maschi, ansiosi di ricollocarsi. Lo diceva perfettamente Alex Langer trent’anni fa: “né di destra, né di sinistra, ma avanti”, problematizzando i concetti di conservazione di progresso, e dirlo allora suonava scandaloso e perfino un po’ pericoloso. Il suo pensiero oggi è in buona parte rappresentato dai programmi politici di Iglesias e Tsipras.

Per quanto riguarda l’Italia, l’alternativa “terza” è ancora tutta da costruire, e i principali ma non unici interlocutori potrebbero essere una parte del M5S e una parte del Pd. Aiuterebbe rimettersi a studiare Langer, che diceva cose così:  che una delle “urgenti ragioni per ripensare a fondo la questione dello sviluppo… è la perdita di qualità di vita e di autonomia delle persone e delle comunità, anche nelle fortezze dello sviluppo”.

Che “Il piccolo potere è il potere del “consumatore… Qualcuno dovrà pur cominciare, e indicare e vivere un privilegio diverso da quello della ricchezza e dei consumi: il privilegio di non dipendere troppo dalla dotazione materiale e finanziaria”.

Che parlava della necessità di una “traversata da una civiltà impregnata della gara per superare i limiti a una civiltà dell’autolimitazione”, invitando a crescere in umanità. Che profetizzava l’inevitabilità del “perdersi per ritrovarsi…”. Ebbene, per perdersi ci siamo persi. Si tratta ora di ritrovarsi.

Qualcuno definì Alex come Angelus Novus: e allora lasciatemi citare anche Walter Benjamin, secondo il quale Angelus Novus è un angelo che “non può resistere alla tempesta che lo spinge irresistibilmente nel futuro, mentre il cumulo delle rovine sale davanti a lui al cielo. Quello che chiamiamo progresso è questa tempesta”.

Si tratta di lasciarsi guidare da questo angelo, che non è uomo né donna, ma annuncia l’umanità possibile. Di abbandonare le rovine, anche le proprie: un’idea pavloviana si sinistra, con le sue parole d’ordine inutilizzabili, i suoi rituali consumati, le sue logiche inservibili, i suoi manierismi estremistici, la volgarità dei suoi laicismi, le sue barbe e le sue maschere. Si tratta di mettere al centro la “natura” sacrificata, il femminile del mondo, la mitezza, la pace e la cura di tutto ciò che è piccolo e dipende da noi, e di garantire a ciascuno ciò di cui ha bisogno per una buona vita, che è molto più dell’uguaglianza.

Si tratta, come qualcuno disse di Alex, di provare a “piantare la carità nella politica”.

E Buon Natale.

 

 

AMARE GLI ALTRI, bambini, Politica dicembre 17, 2014

Mosè nato in mezzo al mare. Su nave Etna, Canale di Sicilia

Mosè, nato in mezzo al mare

Ieri notte a bordo di nave Etna nel Canale di Sicilia è nato Mosè. La mamma è una giovane eritrea di 20 anni, sola, assistita nel parto dalla ginecologa torinese volontaria della Fondazione Francesca Rava NPH Italia Onlus (la Fondazione Rava è da oltre un anno a bordo delle navi MM con oltre 60 medici e infermieri che hanno prestato assistenza a  60.000 persone).

 

La stessa Maita nei giorni scorsi aveva inviato una testimonianza straziante su una storia che invece è finita male.

“Con la luna piena e il mare relativamente calmo gli sbarchi sono assicurati.
Negli ultimi due giorni abbiamo raccolto circa 350 persone che confrontati con i numeri dell’estate sono poca cosa. Questi però sono i più poveri. Un interprete ci ha detto che un viaggio di questi tempi costa circa 1000 euro perchè è su gommoni. In estate costa il doppio perchè è su barconi. In genere d’estate viaggiano i Siriani che adesso non vediamo. Questi profughi sono tutti ragazzi tra i 20 e 25 anni più docili e collaborativi con noi e fra loro. Le donne sono poche e giovani anche loro. I casi più frequenti che vediamo sono di scabbia e ustioni di secondo grado, a volte molto diffuse soprattutto ai glutei e in zona genitale, per la reazione fra acqua di mare e carburante.
In questo gruppo c’è una mamma che ha perso nel viaggio il suo bambino di circa 5 mesi che stava ancora allattando. E’ arrivata sconvolta,in stato confusionale, con un importante ingorgo mammario. 
L’ho accudita facendole una fasciatura contenitiva del seno alla vecchia maniera. Fra qualche ora verrà sbarcata.
Nel piccolo ospedale da campo allestito sul ponte sono accolti un giovane papà di un bimbo di circa due anni. La mamma è partita con loro ma nel viaggio durante la notte ci sono stati dei tafferugli sul loro barcone, si è fatta male. Il marito dice che la moglie è già in ospedale a Lampedusa.
In realtà non ci sono notizie e tutti temiamo il peggio.
Il bimbo è buono e sorridente. Ha riconosciuto i pannollini sul tavolino dove viene cambiato, mangia e beve da solo. Un infermiere gli ha fatto una pallina di cotone e nastro adesivo con cui adesso gioca in infermeria”.
dal Canale di Sicilia, pochi giorni prima di Natale

 

AMARE GLI ALTRI, Donne e Uomini, Femminismo, questione maschile, Senza categoria dicembre 3, 2014

Noi e loro: le donne dell’Islam, Isis, Allah. Conversazione con Luisa Muraro

Aïcha El Hajjami

Il numero di dicembre del periodico Via Dogana (l’ultimo, almeno per ora), edito dalla Libreria delle Donne di Milano, pubblicherà un articolo dal titolo “A proposito del sedicente Stato islamico (o Isis)” a firma di Aïcha El Hajjami.

Marocchina, Aïcha El Hajjami ha insegnato giurisprudenza a Fès e Marrakech, è ricercatrice e studiosa dell’Islam e si occupa in particolare dello studio e dell’applicazione del nuovo diritto di famiglia e della posizione giuridica e politica delle donne nell’Islam. È anche consulente per vari organismi nazionali e internazionali. È nota per aver tenuto una lezione al re del Marocco Mohamed VI durante il Ramadan del 2004 (vedi VD 75, Il re e la maestra).

L’intervento di Aïcha mi offre lo spunto per una (lunga) conversazione con la filosofa Luisa Muraro, che con lei è in relazione politica da anni, sui temi affrontati nell’articolo: Isis, Occidente, condizione delle donne. Partiamo dall’inumanità e dalla ferocia dei jihadisti, che secondo Aïcha sono “il prodotto di un’accumulazione storica di ignoranza e di frustrazioni… conseguenze di una lunga serie di aggressioni e umiliazioni subite dal mondo arabomusulmano fin dai tempi della colonizzazione; del sostegno occidentale ai regimi corrotti e tirannici nella nostra area (Saddam Hussein, Gheddafi, fintanto che servivano i loro interessi!); della rapina delle ricchezze di questi paesi da parte delle multinazionali;del perdurare dell’occupazione israeliana e del massacro della popolazione palestinese; della guerra in Afghanistan, di quella in Iraq, di quella in Libia… Senza dimenticare che l’islamismo radicale è anche una creatura degli Stati Uniti ai tempi della guerra fredda contro l’ex-URSS: Bin Laden era stato armato da loro”.

La chiave, dunque, per Aïcha è l’umiliazione. Analisi sulla quale si può facilmente concordare. Ma la diagnosi non costituisce una terapia: che cosa si deve fare per fermare Isis e le sofferenze che provoca?

“Il lavoro di Aïcha è provare a contenere e impedire il contagio del fanatismo tra i giovani maschi del mondo arabo musulmano, sia tra quelli che vivono in quei paesi sia tra i figli di immigrati nei nostri paesi. Lei lotta insieme a molte altre donne e uomini perché valga un’interpretazione più giusta dell’Islam e delle parole del profeta Maometto, contro la lettura  fanatica e la rabbia vendicativa, peraltro già esplicitamente condannate da svariate autorità religiose”.

E con quali mezzi fa questo lavoro? Ci sono altre donne impegnate a farlo?

“Il 12-14 novembre ho preso parte a un convegno internazionale a Rabat al quale state erano invitate donne delle tre grandi religioni monoteiste, e anche, come nel mio caso, donne che portavano un contributo filosofico. L’Islam è l’ultima delle tre grandi religioni, e ha raccolto molto del messaggio sia del Vecchio sia del Nuovo Testamento. Per fare un esempio: riconosce Maria di Nazareth come profeta. Maometto non è che l’ultimo di una serie di profeti che comincia con Mosè, e in questa serie c’è anche Maria”.

Che per noi non è una profeta…

“Nella Chiesa delle origini la figura di Maria era tenuta in grande conto. C’è lei a pregare con gli apostoli, quando arriva lo Spirito Santo. E’ lei a capo di questa assemblea di uomini spaventati”.

Che cosa hai visto a Rabat a testimonianza dell’impegno antifondamentalista?

“Ho visto molte donne ben presenti nel vivo delle società di religione islamica: maestre, professoresse, teologhe, consigliere di entità politiche e religiose. Sono anche predicatrici: Aïcha, che è sunnita, è titolata a predicare nelle moschee, in più c’è il suo lavoro di consigliera. Altre invece sono teoriche pure, impegnate a dimostrare come lo spirito dell’Islam sia gravemente tradito dai guerrieri jihadisti. Secondo loro è un lavoro efficace, sia nei loro sia nei nostri paesi. D’altro canto le minoranze musulmane d’Occidente si sono spesso pronunciate contro Isis, benché anche da noi vi siano giovani malconsigliati che si uniscono al jihad”.

Colpisce che sia il medesimo libro, il Corano, a fondare sia il femminismo islamico che le atrocità di Isis. Si parte dalla stessa fonte, con esiti tanto diversi.

E’ successo anche da noi. Nella civiltà europea premoderna, imbevuta di fervore cristiano, la fede è stata fonte di atti eroici, di grande devozione, della cura degli infermi in nome di Gesù… Ma nello stesso nome di Gesù altri andavano in giro a sgozzare il prossimo. Ho letto la bellissima lettera degli Ulema Sauditi al “califfo” Al-Baghdadi: gli dicono che sta sbagliando, e testo alla mano gli mostrano dove. Gli dicono: tu metti la spada allo stesso posto della misericordia, ma il Profeta ha sempre detto che la spada si usa limitatamente a certe situazioni, mentre la misericordia di Dio è assoluta, e trionfa, è scritta sul suo trono. Tu e i tuoi seguaci, gli scrivono, siete una ferita terribile per l’Islam, per i popoli musulmani e per l’umanità intera. Sul numero di via Dogana che ospita l’intervento di Aïcha è riportata la parola del Profeta, che spiega: Jihad piccolo è usare il coraggio e la spada, quello grande è tenere a bada i propri impulsi e istinti“.

Si può parlare di un movimento delle donne nei paesi islamici? Abbiamo menzionato personalità femminili eminenti, che fanno un grande lavoro: ma c’è qualcosa che somigli a un movimento delle donne come noi lo conosciamo?

“Ci sono paesi più vicini al nostro modo di concepire la politica, come la Tunisia: lì c’è una base di movimento femminista, con associazioni e gruppi, ispirato al femminismo francese. Ma c’è anche un femminismo che vuole salvaguardare e custodire i valori religiosi, un femminismo che passa attraverso la parola. Aïcha appartiene a questo tipo di femminismo. Io l’ho conosciuta a Parigi, lei ha spiegato la strada che stava intraprendendo con altre e ci sono state critiche di femministe marocchine che avevano una formazione laica, e che chiedevano la separazione tra Stato e Chiesa, tra religione e politica. Io invece mi sono convinta della bontà degli argomenti di Aïcha”.

Quel legame tra la libertà femminile e Dio, tu come lo pensi? Come un limite di quel femminismo o come una risorsa? Te lo chiedo in particolare per il fatto che hai dedicato gran parte del tuo lavoro degli ultimi anni al pensiero delle mistiche.

“La borghesia occidentale ha voluto la separazione non solo tra Stato e Chiesa, separazione che è benefica, ma anche tra religione e la politica. E’ un’operazione finta. Di tutto si può fare politica, anche della fede. E la borghesia ce ne ha dato più volte dimostrazione. Queste realtà che riguardano gli esseri umani non sono separabili. Sono anche sicura che una religione meno costruita della nostra, in cui c’entra molto il potere degli uomini e il prestigio del sesso maschile, una religione più libera, più fluida, come quella che si vive nella tradizione mistica, per le donne sia la possibilità straordinaria  di dialogo interiore con l’Assoluto, con il divino, con l’Amore. Quelle che io ho incontrato ne hanno guadagnato forza per sé”.

Che cosa sta sfuggendo di essenziale nella percezione comune, quando parliamo di Islam? E in particolare quando parliamo delle donne di quei paesi, di cui in questo momento non sentiamo la voce?

“Ci sfugge  la dimensione spirituale. Il senso della giustizia, della pietà, della misericordia. La puntura dell’interiorità, che non va intesa come la intendiamo noi. Si tratta di una dimensione interiore costantemente curata insieme al comportamento esteriore. Noi vediamo una interpretazione molto maschile dell’Islam, ma l’Islam non è quello. Nell’Islam c’è anche una cultura di separazione fra i due sessi. Noi la intendiamo solo come segregazione femminile. Ma in una società dove gli spazi sono più grandi dei nostri piccoli appartamenti, le donne hanno grandi spazi per vivere tra loro, e per vivere bene, con agio, una vita civile. Il nostro immaginario è deformato perché l’immigrazione mette queste donne e questi uomini in situazioni pesanti, difficili da sopportare, e quindi questo agio femminile qui non lo vediamo. Però non si può negare che nelle campagne povere l’Islam sia una forma di patriarcato, com’è stato il Cristianesimo nelle nostre campagne povere fino a non molti decenni fa, quando gli uomini comandavano totalmente sulle donne, e questo veniva rivestito di Cristianesimo”.

Aisha scrive: “Abbiamo bisogno di un pensiero critico sul nostro patrimonio religioso e culturale, così come sulle sfide che ci vengono dalle ricadute della modernità e dalla globalizzazione. Dobbiamo occuparci di risolvere la problematica del rapporto tra religione e politica, la problematica dei diritti umani e soprattutto dei diritti delle donne. Bisognerebbe anche agire sugli aspetti economici dello sviluppo e aver cura di assicurare una suddivisione equa delle risorse nazionali. Il jihâd di cui abbiamo bisogno è quella del pensiero. Ha un nome nella nostra cultura: l’ijtihâd”. Non dovremmo, a tuo parere, contribuire da occidentali a questa lettura critica? Dire esplicitamente, per esempio, che per una donna e per la sua libertà quella cultura è meno ospitale della nostra?

“No, non sarebbe giusto. Le differenze culturali sono così profonde che rendono incommensurabili le situazioni. Il nostro compito è far conoscere la nostra cultura e la nostra civiltà senza complessi, ma anche conoscere meglio, più profondamente e dare più ascolto alla loro civiltà”.

E quali sono le occasioni di ascolto, qui in Occidente?

“Ormai nelle periferie è possibile intrecciare relazioni reali con questa gente. Nella scuola dei miei nipotini ci sono brave maestre che stanno facendo un grande lavoro di integrazione rispettosa. Davanti a scuola vedi madri di bambine e bambini italiani e stranieri. In attesa della campanella ascoltavo i discorsi, e devo dire che talvolta le cose andavano bene, talvolta no. Molte madri milanesi erano esposte all’influsso di discorsi xenofobi, ripetevano luoghi comuni, magari anche con argomenti non infondati: bisogna sapere ascoltare le popolazioni delle periferie che sono messe in difficoltà da questa immigrazione povera. Il problema è questa povertà. L’Islam che queste mamme milanesi vedono è povertà e difficoltà”.

Ma se non ammettiamo l’inevitabilità di un quid di xenofobia, rischiamo che siano i razzisti e gli xenofobi veri a dare parole estreme a questi sentimenti di disagio…

“Sono d’accordo. Occorre generosità sia nei riguardi degli immigrati sia nei riguardi di quelli che fanno fatica in questa convivenza. Prima avevano una vita tradizionale in cui i loro modi di pensare e di essere erano pacifici e universali, e all’improvviso si trovano davanti a presenze che li mettono in discussione. In più c’è il problema della lingua, del capirsi. Le maestre fanno grande opera di civiltà. Non fanno prediche a nessuno, mostrano affetto per i bambini degli immigrati e quindi sono amati dalle loro madri e dai loro padri, e poi hanno buoni rapporti con le madri locali, fanno feste a fine anno dove tutti contribuiscono con il loro cibo. Questo lo fanno anche tante associazioni, le parrocchie, sempre all’insegna del buon esempio e senza fare prediche. Bisogna essere severi con chi per tirare su voti semina odio: con questi no, non si deve essere indulgenti”.

Al di là di queste relazioni quotidiane, con queste donne si può costruire un legame più propriamente “politico”?  Un lavoro di coordinamento, di riflessione comune?

“Io ci riesco solo a livello di scambio colto con studiose di quei paesi. Ma il livello “politico” come lo intendiamo noi, che con la Rivoluzione Francese, e via via con i partiti di sinistra, con il movimento operaio e così via, ci siamo abituati a un agire che coinvolge anche i ceti medi, anche le persone meno attrezzate e più semplici, in altre situazioni non esiste. Per esempio sono stata in Africa, nel Burkina Faso, e ho provato a spiegare alle donne di lì questa forma di agire politico, ma non sono riuscita a fare loro capire che cos’è. Loro concepiscono provvedimenti calati dall’alto che aiutino i poveri. L’idea dei movimenti, della mobilitazione sfugge”.

Recentemente a Padova c’è stato il caso di alcuni profughi che hanno rifiutato di essere visitati da mediche, e l’Asl ha dovuto richiamare tre medici maschi pensionati per accontentarli.

“Dicevamo prima che loro sono abituati a una forte separazione tra i sessi. Vedersi toccare intimamente da una persona dell’altro sesso contravviene a un forte pudore che è anche maschile. Anche a Rabat c’erano uomini, partecipanti al convegno o servizio d’ordine o camerieri. Loro evitavano il contatto fisico in ogni modo. Quella Asl ha fatto molto bene, è stato un atto diplomatico e di grande civiltà”.

Tu non vedi il rischio di assecondare sentimenti misogini?

“Le emozioni che una persona ci mette dentro possono essere le più varie. Ma le interpretazioni –è misoginia, è disprezzo eccetera- ci portano già nel terreno scivoloso della mancanza di rispetto per l’altro”.

Ma dopo questo primo impatto in cui vengono dimostrati rispetto e pazienza, non si può cercare di spiegare: qui le cose vanno diversamente, dovete adeguarvi?

“Il tema è quanta capacità di adattamento abbiano questi immigrati. Io credo che la capacità sia diminuita dalla rabbia per quello che hanno vissuto nei loro paesi. Lì si è accumulato risentimento verso l’Occidente che li ha colonizzati, sopraffatti. Non è stato dato loro il tempo di recuperare il ritardo in cui sono finiti perché lo sappiamo com’è il capitalismo, che ha la terribile fretta del profitto. I cinesi si difendono bene e si adattano velocissimamente, e in fatto di capitalismo abbiamo solo da imparare da loro. I latinoamericani si inseriscono facilmente, favoriti dalla lingua e dalla comunanza di religione. Per i musulmani è più difficile. Sono popolazioni orgogliose e irrigidite nelle loro posizioni. In città meno grandi di Milano ho fatto esperienza di donne mussulmane ospitali e rilassate. Ricordo che anche tra gli emigrati italiani nella zona miniera del Belgio, che ho visitato da giovanissima, le donne davano prova di maggiore elasticità degli uomini, specialmente dei padri di famiglia”.

AMARE GLI ALTRI, bambini, Corpo-anima, esperienze ottobre 9, 2014

Perché ho dato il mio seme: parla un donatore

Anna ci ha raccontato la sua esperienza di ovodonatrice. Parliamo ora con Paolo, donatore di seme.

38 anni, Paolo è avvocato e vive a Catania. Sposato con una quarantenne, è in attesa della prima figlia che nascerà a novembre.

“Concepita con fecondazione assistita omologa” racconta. “Sei cicli, tre anni di tentativi, e infine mia moglie è rimasta incinta. Al centro restava una parte del mio seme congelato. Anziché distruggerlo ho pensato di donarlo“.

Anche se distruggere del seme non è come distruggere ovociti: produrne di nuovo è semplicissimo, e non richiede alcun intervento medico…

“Capisco che possa sembrare strano. Ma chi non vive queste situazioni non può comprendere fino in fondo. C’è troppa disinformazione, c’è paura, c’è l’idea che sia qualcosa di oscuro e di magico. Il 95 per cento della gente con cui parli non sa nulla di queste faccende. Il centro ci ha comunicato la possibilità di donare il seme residuo. E io mi sono detto: perché buttarlo?“.

Quindi ha deciso di donare.

“Prima della sentenza della Consulta che ha autorizzato l’eterologa in Italia mia moglie e io avevamo pensato anche a tentare un’eterologa all’estero, con donazione di ovociti. Nel nostro caso il problema era una scarsa qualità ovocitaria…”.

Forse perché la signora non era più giovanissima.

“L’età ha la sua importanza, certo. Ma questa condizione si può verificare anche in donne più giovani. In ogni modo, come dicevo: poco prima che lei rimanesse incinta anche noi stavamo considerando di ricorrere a eterologa, o in alternativa di adottare. Quindi avremmo potuto avere necessità di una donazione: quel bisogno l’ho conosciuto da vicino. Ecco perché ho deciso di donare“.

Ne ha parlato con sua moglie?

“Sì. E non è stato difficile decidere. Per me è come una qualunque altra donazione in vita: come donare sangue, o midollo... Certo, ha agevolato il fatto che quel seme era già lì, disponibile. Se avessi dovuto produrre del seme a questo scopo, non so… Forse avrei donato, forse no. Non saprei dire”.

La impressiona l’idea di bambini nati dal suo seme?

“No, affatto. Sarebbe come sapere che qualcuno vive grazie a un tuo rene“.

Ha chiesto di sapere se il suo seme verrà utilizzato e se si avvieranno delle gravidanze?

“No. Non voglio sapere nulla. Ho donato, e fine. Sono assolutamente sereno”.

E se un giorno volessero sapere loro? I bambini nati dal suo seme, intendo.

Se l’anonimato non fosse garantito non avrei mai donato. Non voglio essere rintracciabile. La cosa potrebbe turbare la mia serenità familiare“.

Anche la serenità di quei bambini potrebbe essere turbata dal fatto di non poter conoscere le proprie origini biologiche.

Non è un obbligo dirgli come sono venuti al mondo“.

Però la gran parte delle linee guida consiglia la strada della verità.

“I figli sono di chi li cresce. Se qualcuno di questi bambini volesse sapere chi è il padre biologico, purtroppo non potrà saperlo. Tutto qui”.

Lei sarà a conoscenza dei ricorsi presentati da molti figli di eterologa che hanno rivendicato il diritto di sapere.

“Questo non ha ostacolato la mia decisione. Ribadisco: impossibile capire se non ci si è passati”.

Dal fatto di non riuscire ad avere figli, intende?

“Sì. Per noi era un grosso problema. Una pesante privazione. Certo, se non ci fossimo riusciti alla fine ce ne saremmo fatta una ragione…”.

Una domanda delicata: posso?

“Prego”.

Non c’è anche un piccolo sogno di onnipotenza, dietro la scelta di donare il proprio seme? La volontà inconscia di massimizzare le occasioni per i propri geni?

“Ma no, mi creda. Si tratta di semplicissimo altruismo. Nessuna esaltazione. Insisto: chi non sa sulla propria pelle non può capire”.

 

(grazie a Aidagg, Associazione dei donatori di gameti, per il contatto con Paolo)

 

 

AMARE GLI ALTRI, bambini, Corpo-anima, diritti ottobre 7, 2014

Perché ho dato i miei ovociti: parla una donatrice

Anna ha 32 anni, vive in Sicilia, è laureata in Scienze Politiche e lavora in una società finanziaria. Soffre di policistosi ovarica, e ha messo al mondo due gemellini con fecondazione assistita. Dalla stimolazione ovarica a cui si è sottoposta sono “avanzati” 11 ovociti congelati. Dopo averne parlato con suo marito, Anna ha deciso di donare i suoi ovociti: 6  a coppie con problemi di infertilità, 5 alla ricerca.

La interrogo sulla sua esperienza. Il tono di Anna è piuttosto infervorato:

 

“E’ stata una scelta di civiltà. L’ho fatto per il mio Paese, non sopporto che si debba andare all’estero per una donazione di ovociti o di seme. Un giorno potrebbe capitare anche ai miei figli. Bisogna passarci per capire che cos’è”.

Come è arrivata alla decisione?

“Avevo questi ovociti congelati, ne ho discusso con mio marito. Abbiamo deciso di donarli e mi sono rivolta a un centro per la fecondazione assistita”.

Gli ovociti sono già stati utilizzati?

“Ancora no”.

Come la sta vivendo?

“In modo del tutto sereno. Solo chi conosce il problema può comprendere. Gli altri magari lo capiscono di testa, ma è un’altra cosa, mi creda”.

Il resto della famiglia è a conoscenza del suo dono?

“I miei sì, e sono d’accordo. Poi magari ci sono zie e cugini che restano perplessi”.

Non è semplice come donare il sangue…

“Ovvio che ci sia qualche difficoltà, ma è solo questione di mentalità. Se posso aiutare una coppia perché non dovrei farlo? Avendo una policistosi ovarica la stimolazione mi ha fatto produrre molti ovociti. Non ho dimenticato nulla del mio percorso. Lì sì che è stata dura, non la donazione”.

Ha sofferto molto?

“15 giorni ricoverata con flebo di albumina. Non potevo camminare. Avevo liquido nell’addome che arrivava fino ai polmoni. Un calvario. Non capita sempre così con le stimolazioni ovariche. A me è successo per la mia patologia. Non voglio che altre soffrano come ho sofferto io”.

Secondo lei è possibile che qualcuna decida di sottoporsi a stimolazione ovarica all’unico scopo di donare i suoi ovociti?

“Molto difficile, credo. Ci saranno anche donne che lo fanno, ma ci vuole una grande motivazione, una grande consapevolezza. Più facile che le donazioni avvengano quando ci sono ovociti in più, come nel mio caso”.

Che effetto le fa l’idea di avere al mondo figli genetici che non incontrerà mai?

“Nessun effetto. Non ci penso affatto. L’unica speranza è che chi utilizzerà i miei ovociti lo faccia in piena consapevolezza, e voglia bene a quel bambino. La genetica non ha niente a che vedere con i sentimenti“.

Mi pare un’affermazione categorica. Per altri non è così.

Non penso a quei bambini come a miei figli e come a fratelli dei miei gemellini. Sono figli di chi li chiamerà al mondo”.

La sua donazione è anonima, la legge italiana dispone così. Ma se un giorno uno di quei bambini manifestasse il desiderio di conoscerla?

“Non so. Da un lato potrei essere incuriosita. Ma dall’altro non vedo la necessità di questo incontro”.

A quanto pare la vedono molti nati da eterologa. Proprio in seguito ai loro ricorsi le legislazioni di molti paesi sono passate dall’anonimato al non anonimato.

“Sinceramente non mi sono posta il problema. Ho pensato ai bisogni della coppia, non ai bambini“.

Il fatto è proprio qui. Le leggi e le convenzioni internazionali convergono sul superiore diritto del minore. Al centro dovrebbero stare i suoi bisogni, non quelli della coppia.

“Bisogna passarci per sapere cos’è, non riuscire ad avere un figlio”.

Immagino sia una grande frustrazione e un grande dolore. Ma i diritti di chi viene chiamato al mondo vengono prima di tutto.

“Ma se si può fare qualcosa per aiutare queste coppie perché non si dovrebbe?”.

Glielo diranno, quando utilizzeranno i suoi ovociti?

“Sì. Ho chiesto anche di essere informata sul decorso dell’eventuale gravidanza, e di sapere quando il bambino nasce“.

Perché?

“Per curiosità. Mi interesserebbe saperlo”.

Pensa che proverà qualche emozione?

“Felicità per la donna, per il fatto di essere riuscita ad aiutarla”.

E per il bambino?

“No, non credo. L’unica cosa che conta è che sia amato“.

 

(grazie ad Aidagg, associazione di donatori di gameti, per il contatto con Anna)

 

 

AMARE GLI ALTRI, Corpo-anima, esperienze luglio 10, 2014

Una pazzesca voglia di ridere (onore agli idraulici milanesi)

Alla mia amica Nadia non l’ho ancora detto, ma con lei, grande eccentrica, e un altro paio di amiche intendo presto eseguire l’osceno brano milanese (I Gufi) “Se gh’an de di’” e poi piazzarlo su Youtube. O anche no, solo a uso privato, pubblico scelto di una decina di persone.

Penso a come e quanto ridevano mio padre e mia madre, adolescenti sotto le bombe (mia nonna ci è pure rimasta, l’amato cugino Benedetto disperso in mare, e via e via): hanno cominciato a ridere il 25 aprile del 45 e sono andati avanti, loro e i loro amici, per una buona ventina-venticinquina d’anni.

Qua se non ricominciamo a ridere, dopo questa guerra economica che ha fatto morti e feriti, be’, amiche e amici, non ci libereremo più, le energie non si rimetteranno mai in moto.

E non mi riferisco a quelle risate stitiche da satira politica: le televendite di Renzi, la tappaggine di Brunetta, la plastica di Santanché, roba da sorrisi amari che finisce per rialimentare la depressione. Parlo di quell’assurdo, di quel surreale, di quella divina sofisticata e stralunata stupidera di cui per esempio noi milanesi, vessati da ritmi produttivi insostenibili, siamo sempre stati maestri con il nostro cabaret (oggi divorato dalla politica). Parlo della grassa risata romanesca, dei denti stretti liguri, della follia napoletana, del puparismo palermitano.

Parlo del fou rire, di quella risata irrefrenabile che smuove i sedimenti dello spirito, purifica le sinapsi, scioglie i blocchi, risana i chakra, riattiva le energie, scaccia apotropaicamente le paure. Tutta roba che oltretutto, se proprio uno tiene al punto, infastidisce più il potere di qualunque imitazione di Gasparri -che peraltro sembra un’imitazione già di suo-.

Onore a questi valorosi idraulici che beffardamente finiti sott’acqua causa esondazione del Seveso, prima di mettersi a spalare il fango, da milanesi perfetti hanno celebrato il momento con un fantastico balletto.

Godetevelo!

AMARE GLI ALTRI, bambini luglio 1, 2014

Embrioni scambiati: di chi sono figli i figli

Avrei potuto intitolare questo post anche “Il potere risanante della relazione“. Oppure: “La fecondazione assistita non è uno scherzo“.

Il caso degli embrioni scambiati all’ospedale Pertini di Roma è destinato a rimanere negli annali della cosiddetta bioetica. A causa di un errore umano – e la scienza è costellata di errori umani-  c’è una donna che sta per dare alla luce i figli biologici di un’altra, un maschio e una femmina, impiantati per sbaglio nel suo utero. Per la legge -e anche per la donna che sta portando avanti la gravidanza- la madre è chi partorisce. Ma i genitori biologici di quei bambini si sentono, a dispetto della legge, la loro “vera famiglia“.

L’identità di entrambe le coppie è coperta dal segreto. I genitori biologici, donatori involontari, hanno tentato di mettersi in contatto con i genitori “surrogati”, che hanno fermamente rifiutato. Ora i primi si sono rivolti al Tar del Lazio per chiedere di poter conoscere il nome della donna che sta per mettere al mondo i “loro” bambini. “Siamo convinti” hanno dichiarato a Margherita De Bac del Corriere della Sera “che se ci incontrassimo, noi quattro e basta, senza gli avvocati, potremmo trovare una soluzione, chissà. Il dialogo è importante“.

Un bimbo a voi, uno a noi: se fosse una fiaba, la soluzione potrebbe essere questa. Forse i genitori biologici hanno in mente qualcosa del genere. La madre surrogata, oltre al dettato della legge, potrebbe opporre il fatto che gli embrioni hanno attecchito nel suo utero, cosa che magari nell’utero della madre biologica non si sarebbe verificata. E che in nove mesi di gestazione si instaura un fitto dialogo biochimico e psicologico tra la gestante e le creature (ditelo a chi pensa all’utero in affitto come mero contenitore).

Insomma, le questioni sono molte, e nessuna può essere rimossa.

Sbagliano i genitori surrogati a ritenere che sia sufficiente darsi alla fuga per cancellare ogni traccia di ciò che è avvenuto nella vita dei “loro” figli: la cosa c’è e ci sarà sempre, anche nel caso non venisse mai nominata (anzi, forse di più). E hanno ragione i genitori biologici a confidare nel dialogo: non tanto per congegnare soluzioni più o meno salomoniche e spartitorie, quanto per il fatto che in un caso come questo la relazione è davvero l’unica strada, ed è la soluzione in sé. Una relazione non solo per il qui e ora, non per trovare una via d’uscita, ma per trovare la porta d’entrata. Una relazione per sempre, con tutti i rischi, le complicazioni ma anche le gioie e il guadagno che ogni relazione comporta.

Ci sono loro quattro, ci sono anzitutto quei due bambini (il cui bene è la priorità assoluta): una relazione a sei, venuta al mondo per caso, che c’è già, e la cui esistenza non può essere negata.

Non sempre la strada più facile è quella giusta.

 

Aggiornamento domenica 27 luglio:

secondo la Consulta di bioetica “nessuna delle due coppie deve essere esclusa dalla vita dei figli”. E’ quello che ho detto qui. Intanto i genitori biologici fanno ricorso.

 

AMARE GLI ALTRI, diritti, economics, Politica aprile 27, 2014

Trafficare in carne umana

Pozzallo (Rg), processione del Venerdì Santo: giovani migranti africani portano la statua della Madonna

Che fosse un enorme business l’avevo chiaro. Non però, come leggo in un libro di Andrea Di Nicola e Giampaolo Musumeci, “Confessioni di un trafficante di uomini” (Chiarelettere) che il business delle migrazioni ormai fosse secondo solo a quello della droga: guardatevi qui un po’ di numeri.

Nell’indifferenza generale si sta realizzando un nuovo capitolo della tratta degli schiavi. Carne umana su cui si specula, che fornisce manodopera a basso prezzo, e nel caso particolare dei minori non accompagnati (più o meno il 15-20 per cento dei migranti che sbarcano sulle coste siciliane), ottima manovalanza per la grande criminalità organizzata. I ragazzini stanno per qualche tempo nei centri di prima accoglienza, se vogliamo chiamarli così (ad Augusta, per esempio, una scuola fatiscente, due docce per quasi 200 ragazzi) e poi scappano per finire chissà dove. Save the Children ha lanciato l’allarme: ormai un migliaio i giovanissimi, soprattutto eritrei e nigeriani, di cui si sono perse le tracce.

Sempre consapevole del fatto che di tutto questo non frega quasi niente a nessuno, segnalo che una parte del business è nostro, di noi italiani brava gente. Ammesso che non ci siano anche italiani a partecipare direttamente alla spartizione della torta in Libia (parlo di campi dove i migranti vengono concentrati in attesa di salpare, parlo di botte e di colpi di machete, parlo di ragazzine tenute in cella a disposizione degli stupratori, e che spesso arrivano gravide in Italia), basta vedere tanti piccoli centri siciliani abbandonati da Dio e dagli uomini che “rifioriscono”. Alberghi, ristoranti, bar che fanno affari con le forze dell’ordine, i giornalisti e i vari osservatori.

C’è dell’altro, come mi racconta Silvia Di Grande, avvocata di Augusta e membro della costituente Rete Civica Nazionale: “Augusta ha moltissimi problemi: il comune è commissariato, la giunta è stata sciolta per infiltrazioni mafiose, abbiamo un buco di bilancio di 60 milioni oltre a gravissimi problemi di inquinamento. A tutto questo ora si aggiunge il fatto che da quando Lampedusa è chiusa agli accessi grande parte dei migranti sbarcano qui. Serve urgentemente un centro di prima accoglienza nella zona del porto. Ma si devono fare i conti con gli interessi di alcuni privati che vorrebbero fare affari affittando proprietà dismesse per l’ospitalità ai migranti: un vecchio albergo fallito, un ex-resort, o un convento sconsacrato”.

Le cose da fare sono tantissime: una di queste è stroncare il business. Forse ha ragione Giusi Nicolini, sindaca di Lampedusa, quando parla di tagliare le gambe agli sfruttatori -ed evitare ai migranti il dramma assurdo della traversata dopo quello delle torture nei campi libici- andando a fare l’accoglienza direttamente nei porti di partenza. Questo consentirebbe anche un migliore governo dei flussi in entrata. E poi aprire un canale umanitario con la Siria, da dove proviene una buona parte dei migranti, intere famiglie in fuga dalla guerra.

Un’altra cosa da fare è pretendere il coinvolgimento di Onu, Unione europea e Unione africana nella gestione della catastrofe umanitaria: il presidio dei confini sud del continente non può più essere una faccenda solo italiana, per quanto generosamente ed efficientemente gestita dalla missione Mare Nostrum (efficienza che, una volta sbarcati a terra, si dissolve).

Infine: spostare nel Mediterraneo la sede di Frontex, attualmente a Varsavia, o almeno aprirvi una seconda sede. Frontex (Agenzia europea per la gestione della cooperazione internazionale alle frontiere esterne degli Stati membri dell’Unione europea), istituita da un decennio, rischia di diventare un baraccone burocratico da molti milioni di euro. Lo scorso ottobre a Frontex è stato affiancato Eurosur, sistema di sorveglianza delle frontiere terrestri e marittime. Secondo il relatore di Eurosur, il liberaldemocratico olandese Jan Mulder «solo con un sistema pan-europeo di sorveglianza delle frontiere saremo in grado di evitare che il Mediterraneo diventi un cimitero per i rifugiati che cercano di attraversarlo su carrette del mare, in cerca di una vita migliore in Europa. Per evitare che una tragedia come quella di Lampedusa accada di nuovo è necessario un rapido intervento». Ma al momento, niente di concreto.

Sempre tenendo ben presente che le vere cose da fare si chiamano pace, e giustizia, e sviluppo sostenibile, solidarietà, diritto all’esistenza, pari opportunità per le donne e gli uomini di questo pianeta.

Proprio domani il nostro governo affronterà la questione.