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Donne e Uomini, esperienze, Libri, Politica maggio 11, 2013

Autorità, antidoto al Potere

Nella circostanza della recente elezione-rielezione del Presidente della Repubblica, tanti “semplici” cittadini hanno ritenuto di dover dire e perfino strillare la loro, benché sapessero che la Costituzione delega interamente la faccenda ai Grandi Elettori.

Al di là del “chi” e delle questioni strettamente istituzionali –la possibile transizione verso una Repubblica presidenziale- la domanda era di un/una Presidente dotato di tutta la forza necessaria a guidare il Paese, eppure “lontano dal potere”. Come se nel senso comune sopravvivesse l’idea di un’autorità che non ha a che vedere con il potere, che non è affatto un suo sinonimo. E anzi, che è proprio il contravveleno per il potere e i suoi abusi.

Da dove viene, questa idea di autorità? Che storia ci racconta questa parola?

Il linguista francese Émile Benveniste la rintraccia nel significato arcaico del latino augere: “atto di produrre dal proprio seno; atto creatore che fa sorgere qualcosa da un ambiente nutritivo e che è il privilegio degli dei, non degli uomini” (ma anche un po’ delle donne, volendo, e della potenza materna, che viene ben prima e va ben oltre ogni grossolano potere).

Traggo la citazione da un piccolo e scandaloso (nel senso che fa proficuamente inciampare) libro di Luisa Muraro, “Autorità”, Rosemberg & Sellier. Che partendo dai “pregiudizi, timori, avversione, malintesi, ma anche appelli e nostalgie” intorno all’idea di autorità, giunge a concludere che “coltivare il senso dell’autorità è una scommessa in favore di qualcosa di meglio per l’umanità e la civiltà… consapevolmente alternativa al culto del dio potere”.

L’autorità “non ha un fondamento, essa è un fondamento”, e lo è misteriosamente, per come tutti ne facciamo esperienza.“Può agire senza i mezzi del potere e del dominio”. Ha bisogno della libera fiducia della relazione, e si rinnova così, di volta in volta. Mentre il potere, che si dà una volta per tutte, dalla messa alla prova della relazione è costantemente minacciato, e se ne tiene alla larga.

La buona novella è questa: che “la forza fisica… non può sconfiggere l’autorità, perché questa è di un altro ordine”. Ordine che si richiama alla “relazione materna, relazione di somma disparità (tra la madre e il figlio neonato, ndr), di molta vicinanza fisica e di nessuna gerarchia”.

Quando si parla di un mondo più femminile, conviene pensare a questo.

Donne e Uomini, Politica, questione maschile marzo 9, 2013

I nuovi desideri degli uomini

 

Non parlo di politica, oggi. Anzi parlo di politica, nel senso in cui io la intendo.

Il prossimo we, 16 e 17 marzo, a Roma c/o SCUP, via Nola 5 (San Giovanni) l’incontro “Mio fratello è figlio unico. Cosa cambia se cambiano i desideri degli uomini”, indetto dall’associazione Maschile Plurale, aperto a donne e uomini (tutte le info qui).

Ne parlo con Stefano Ciccone, tra i fondatori dell’associazione.

“Abbiamo molto ragionato sulla violenza nelle relazioni tra uomini e donne” spiega. “L’intento è quello di proseguire nella riflessione, a partire dai nuovi desideri che si manifestano tra gli uomini, per capire se sia possibile la costruzione di una politica che sappia metterli in gioco”.

Quali sono, questi desideri?

“Noi siamo convinti che sia in corso un grande cambiamento nel modo di essere uomini, che tuttavia resta molecolare, microfisico e politicamente invisibile: mi riferisco al nuovo modo di essere padri, ai mutamenti nei rapporti con il lavoro, con la politica… Tutto questo viene rubricato come “crisi maschile“, e decodificato come “femminilizzazione”, o come “rinuncia al potere”, comunque sempre sotto il segno della sconfitta. E’ molto più difficile cogliere le potenzialità positive di questi cambiamenti”.

E quali sono?

“Stanno nel fatto di ripensare a una soggettività maschile che sfugga sia al revanchismo sia al recupero nostalgico della virilità perduta. Operazione complicata: noi non possiamo partire dal “maschio è bello”, come è stato per le donne, o dal “pride” dei movimenti LGBT…”.

Perché l’incontro è aperto anche alle donne?

“L’appuntamento di sabato e domenica è frutto di un percorso separato, di una lunga riflessione tra uomini. Oggi ci interessa farne un tema politico, aprendo all’interlocuzione con le donne”.

Violenza, autorità, risentimento, desiderio/trasformazione, linguaggio/relazione: questi i temi principali su cui si svilupperà il confronto.

Ve ne daremo conto.

Donne e Uomini, leadershit, questione maschile febbraio 21, 2013

Il potere non fa più per loro

 

Mi scrive stamattina un amico lettore: “Il potere non fa più per noi (uomini): vogliamo imbarcarci e sparire nei mari del Sud come in un romanzo di Conrad“. Buon viaggio!

Intanto contemplo gli imbrogli e i casini freschi di giornata: i pensionati in coda per ritirare l’Imu, quel povero narciso di Oscar Giannino che non è riuscito a fermare nemmeno il suo personale e ridicolo declino, le aziende del gas che hanno ciuffato alla Snam 430 milioni di euro progettando di farli ripagare a noi consumatori, Monti che dice che Merkel non vuole il Pd (in sostanza: la signora maestra ha detto che il capoclasse sono io), il Pd che non voleva neanche sentire parlare di Grillo ma dopo la piazza di Milano si mette finalmente “all’ascolto… perché il Movimento 5 Stelle ha portato dei temi che ci interrogano” (Bersani) e considera i grillini “interlocutori preziosi” (D’Alema: loro non ricambiano, temo). E poi il ciclone sesso-soldi-potere (lotte, faide, lobby gay, saune, bordelli) per che sta per abbattersi sulla Chiesa, con Papa in fuga per non ritrovarsi a gestirlo…

In effetti: il potere non fa più per loro. Io lo direi meglio: il potere non fa più per il mondo. Non appare più come il dispositivo adatto -ammesso che lo sia mai stato- a regolare la convivenza umana. Si decompone sotto i nostri occhi, si mostra per quello che è: egoismo, individualismo, avidità, lussuria, violenza, paura. Ci tocca vivere questo momento terribile, in cui tutto si disfa, e si salvi chi può, e scappi con i soldi chi può, e tutti gli altri aggrappati ai relitti della scialuppa.

Il timore che (la fine del) patriarcato trascini nella sua caduta istituzioni ancora indispensabili all’ordine sociale più elementare, provocando caos o risposte reazionarie o resistenze sbagliate, è dunque fondato”, scriveva 40 anni fa la filosofa Julia Kristeva. Lo scenario in effetti è proprio questo, e tanto vale tenerlo ben presente. La deriva maschile trascina tutt*.

Stringiamoci tra noi donne, e con gli uomini migliori, come quel Mr Lester Burnham, antieroe di “American Beauty”, che aveva scelto di andare a cuocere hamburger in cambio della minore responsabilità possibile. Solo insieme riusciremo a navigare a vista.

Donne e Uomini, questione maschile febbraio 11, 2013

Il patriarcato si dimette

La notizia delle dimissioni del Papa –dimissioni del Papa è il più straordinario degli ossimori!– in questa gelida giornata di fine inverno ha un carico simbolico straordinario.

Il massimo grado del potere maschile su questa terra –appena un gradino sotto Dio, segnaposto di Dio, colui che per definizione  ce la fa sempre- che invece dice “non ce la faccio”. Apripista e fondatore di una inaudita categoria, quella degli ex-pontefici (tolto Celestino V che nel 1294 lasciò il soglio sempre più turbato dagli inganni di una curia corrotta). Non è finito il mondo, come si profetizzava, ma certamente sta finendo un mondo, quello patriarcale, che in questo solenne “non ce la faccio” (“… le mie forze e l’età avanzata non sono più adatte per esercitare in modo adeguato il ministero petrino… benché consapevole della gravità di questo atto, con piena libertà dichiaro di rinunciare…”) trova a rappresentarlo le parole più alte. Il predecessore Giovanni Paolo II aveva deciso di farcela, fino allo stremo delle sue forze. Benedetto XVI invece non ce la fa. Tanti uomini oggi non ce la fanno.

Che le ragioni del passo indietro siano di salute, o–come molti ipotizzano- si tratti dell’insopportabilità delle pressioni interne, o della prossimità di un grande scandalo che starebbe per investire la Chiesa di Roma, questo “non ce la faccio” ha il suono inaudito di una resa definitiva.

Più che la profezia dei Maya si realizza, con una timida variazione, quella di Nanni Moretti con il suo “Habemus Papam”: se Benedetto XVI lascia prima della fine del suo mandato, papa Melville rinuncia a priori. Il baco della paura arriva a minacciare perfino la sommità del monumentale ordine simbolico maschile. La parata virile, qui al suo massimo sfarzo, non tiene più. «Venti o trent’anni fa non mi sarebbe venuto in mente un film del genere» ha ammesso Nanni Moretti. Nel film il portavoce vaticano, parlando della fuga del papa, usa le stesse parole: «Nessuno ha mai immaginato che potesse capitare una cosa del genere». Bene, sta capitando.

Lo spettacolo del patriarcato che non ce la fa è ben visibile anche in quella finanza tossica, in quel gioco d’azzardo con cui gli uomini ex-patriarcali, alla cui volontà di dominio le donne oppongono la loro soggettività, cercano consolazione, compensazione e conferma della loro illusoria onnipotenza.

(Etty Hillesum ce l’ha fatta a portare la croce fino in fondo. Ad Auschwitz, Perché Dio, come disse, ha bisogno di noi).

 

 

 

 

 

Donne e Uomini, Politica aprile 3, 2012

Il 50/50 non basta

luisa muraro (foto armando rotoletti)

La filosofa Luisa Muraro collabora con Metro, free press che vediamo nelle mani di tutti sul metrò o in tram. E fa bene, perché così raggiunge con pensieri complessi e in una lingua piana un pubblico che diversamente non vi avrebbe accesso. Nel suo corsivo del 28 marzo scrive:

Non m’interessa che si faccia una politica in favore delle donne. Quello che invece m’interessa, è che le donne che entrano in politica, sappiano farsi valere con tutta la loro esperienza e competenza. Perché lo dico? Perché troppe di loro, man mano che fanno carriera, rinunciano invece al nome di donna e si presentano come dei neutri. Mi riferisco a quelle che, parlando ai giornalisti, dicono: chiamatemi ministro, sindaco, segretario, professore… La trovo una cosa scandalosa e incomprensibile, tanto più che negli altri paesi europei non lo fanno. Angela Merkel era deputata ed è diventata cancelliera della Germania. Ma guardiamo anche da noi: la donna che lavora in fabbrica si chiama operaia; quella che lavora in campagna, contadina; quella che vende, commessa. È giusto, lo vuole la lingua che parliamo, lo insegnano i vocabolari. Nei vecchi vocabolari non troviamo il femminile di sindaco, di ministro, di deputato, ma solo perché erano vocabolari di una civiltà patriarcale che escludeva le donne dalla vita pubblica. Questo non succede più. Da qui viene per me lo scandalo: se quelle che entrano nei posti di comando vogliono chiamarsi al maschile, che messaggio danno? Che il femminile è buono per sgobbare ma non per dirigere? Buono per la scuola elementare ma non per l’università?
Che una donna ammiri un uomo, ammesso che abbia qualche merito, non ci sono obiezioni, l’ammirazione è un sentimento libero. Ma che lo prenda come una misura per sé, in generale, questa o è soggezione o trasformismo. E ha degli effetti deteriori, perché in un posto di responsabilità, grande o piccola, bisogna portare non solo le conoscenze ma anche le esperienze, non solo un titolo di studio ma anche il proprio essere”.

Aggiungo io: siamo precisamente a questo punto. Fioriscono un po’ ovunque esperienze 50/50: Milano, Bologna, Cagliari, Torino, e ora si prepara anche Genova. Ma la cosa più difficile è questa: una volta che si è lì, una volta che le pari opportunità sono state ottenute, si tratta di portare lì tutta la propria differenza, tutto “il proprio essere”, altrimenti che lì ci siano anche donne e non solo uomini servirà a ben poco.

E come si fa? Questo è il difficile.

Donne e Uomini, esperienze marzo 31, 2012

L'opposto del patriarcato è la fratellanza

Ake Dama e Najin Lacong, etnia matriarcale Moso

Ake Dama e Najin Lacong, statuarie signore Moso -etnia cinese dello Yunnan, alle pendici dell’Himalaya- non capiscono perché vestiamo di nero: «Sicure di essere felici?». Loro il colore lo mettono ovunque, inserti shocking negli abiti, cascate festose di collane.  È la prima volta che lasciano il villaggio, invitate al convegno torinese sulle Culture Indigene di Pace promosso da Laima. Ci guardano con curiosità.

L’altra cosa che non comprendono è la prepotenza dei nostri uomini. Perché ce lo lasciamo fare? A partire dal fatto che ti portino via da tua madre (il mito fondativo di Demetra e Kore you know?): «Si può costruire una famiglia su un sentimento fragile come l’amore?» chiede Ake. «Gli uomini passano, la mamma resta». 

Loro si regolano così: c’è la madre, e la madre di tua madre, e via risalendo in linea matrilineare. Quella è la tua famiglia. La donna più anziana è il riferimento per il clan, punto di contatto con la Natura sacra: la religione Moso è un buddismo “contaminato” di culto materno. A 13 anni hai una stanza tutta per te. La notte potrai portarci il ragazzo del cuore, che la mattina tornerà al suo clan: visiting husband. Puro amore, senza altri obblighi. Per qualche notte, o per sempre. 

Quando resti incinta il nuovo nato resta in famiglia. «I bambini sono del clan, non dei singoli» dice Najin. Lì trovano tutto il maternage – mamma, zie, nonna- e il paternage – zii e prozii – che gli serve. Il padre biologico non ha doveri. È un non-marito e un non-padre (fa invece da padre ai figli della sorella) anche se può avere affetto per i bambini che ha generato. Ake ne ha due, maschio e femmina: «Ottimo rapporto con il padre. Anche ora che il nostro amore è finito. Ma per loro non è cambiato niente. Non hanno sofferto». 

Stessa educazione per i due sessi: «Solidarietà, dono e cura sono i valori. Anche i maschi accudiscono bambini e anziani. E questo non fa male alla loro virilità» dice Francesca Rosati Freeman, studiosa dei Moso. Una società matrilineare in cui non esiste dominio maschile. Cioè dominio tout court. Spiega l’antropologa Peggy Reeves Sanday, «il matriarcato non è un sistema di governo delle donne, è un sistema sociale in equilibrio in cui entrambi i sessi giocano i propri ruoli». Non c’è potere, ma persuasione e mediazione.

I Moso sono una delle società che l’Onu ha definito “di pace”. La parola “guerra” non esiste. Niente violenza domestica, stupri, pedofilia. Niente gravidanze indesiderate, depressione post partum – le mamme non sono mai sole -, violenza sui bambini. «L’idea di picchiarli per noi è inconcepibile» dice Ake.

I vecchi sono accuditi e onorati. Tocca a loro mediare i conflitti, facendo in modo che nessuno ne esca del tutto scontento. «La prevenzione del conflitto è la chiave. C’è consenso decisionale a tutti i livelli» dice Francesca Rosati Freeman. Una “democrazia partecipata”, come diremmo noi. In cui le risorse vengono equamente distribuite e non accumulate: il nostro “99 a 1” non sanno neanche cosa sia. 

«È lo stesso modello che ritroviamo tra i Minangkabau di Sumatra, tra i Khoe San dell’Africa e in tutte le enclaves matrilineari sopravvissute nel mondo» spiega Luciana Percovich, studiosa di spiritualità femminile. «Un modello che fino all’età del Ferro era diffuso in tutto il pianeta. Finché queste popolazioni imbelli non furono sconfitte dai guerrieri indoeuropei, calati da nord verso l’India e il Mediterraneo, con le loro armi e il loro pantheon maschile. Ciò dimostra che il patriarcato non è “naturale”. Dispositivi come potere, dominio, proprietà, guerra, non sono universali ineliminabili». 

Per tutta la notte Ake ha discusso con Najin degli uomini occidentali violenti. «Forse» dice «dipende dal fatto che stare sempre insieme con lo stesso uomo non è naturale. Ci si sente soffocare, si diventa insofferenti. Ma se così non va, perché non provate a cambiare?». (ottima domanda).

Loro hanno imparato da noi, ma noi potremmo imparare da loro: «Non c’è un meglio o un peggio. Siamo diversi. Ognuno dà ciò che ha». 

Noi, per esempio, abbiamo dato la tv – da una quindicina d’anni – e Internet. Con qualche rischio, perché «ora i bambini dicono: non voglio fare come dici tu. Voglio fare come ho visto in tv». Il pericolo sta soprattutto in quell’idea: «Io sono più di te». Nel tarlo del dominio. Ma alla possibilità che la loro enclave sia espugnata dai guerrieri digitali, oppongono una ferrea fiducia. “Più facile che oggi siate voi a dovervi ispirare al nostro modello».

 

Donne e Uomini, economics, lavoro, leadershit, Libri, Politica, Senza categoria, TEMPI MODERNI marzo 6, 2012

Forza ragazze! (Colpo di bacino)

Questa meravigliosa bambina l’ho amata a prima vista. L’ho incontrata googlando, e ho detto all’editore: “Voglio lei. Nessun’altra che lei”. Quella mossa apotropaica del bacino, che dice forza femminile. La caparbietà del broncio. Una vera dura, una tosta. Una che sa quello che vuole.

Non è stato facile averla. E’ una piccola americana, fotografata dal suo papà. L’ho supplicato con una lettera struggente, e lui ha ceduto. Me la guardo e me la riguardo. Quella piccola mi dà coraggio. E’ empowering. E dice precisamente quello che avevo da dire. Che questo è un gran momento per le donne di questo Paese. E che non va sprecato nemmeno un attimo. Senza di noi non andranno da nessuna parte. Senza di noi non combineranno niente di buono. Si tratta di saperlo, e di dare quello stesso colpo di reni.

In questo libro parlo di donne e di uomini, di rappresentanza, di potere, di economia e di crescita, di fatica e di bellezza. L’auspicio è di poter accompagnare, per quello che so e che posso, una svolta storica per il nostro Paese: quella che vedrà finalmente anche noi donne, accanto a uomini di buona volontà, dire la nostra sulla nuova agenda politica, stabilire le priorità, riportare la vita, i bisogni, le relazioni al primo posto. Primum vivere.

Quest’anno è cruciale, non dobbiamo distrarci!

Con l’augurio che possiate leggere quello che ho scritto e pensato-e discuterne con me, donne e uomini: si parla anche di loro- vi anticipo qui parte dell’introduzione.

Buona lettura.

 

“… Questa che stiamo attraversando non è una semplice «crisi», non c’è backlash che tenga. Questa è proprio l’apocalisse, nel suo senso preciso di «rivelazione». E ciò che viene rivelato ci dà ragione. Le cose non possono più andare in questo modo. L’economia non può più essere questa. La politica non può più essere questa. Il lavoro, la vita non possono più essere questi. Vale per le donne e anche per gli uomini.
La narrazione del patriarcato non sta funzionando più. Doesn’t work. Non si trova una sola donna, ma non ci sono più nemmeno troppi uomini disposti a credere che il mondo gira soltanto se uno dei due sessi si mette al centro, nella parte dell’Assoluto, tenendo l’altro fuori e sotto il tallone. Questa, semmai, è la malattia da cui il mondo chiede di guarire. Dovrebbe ormai essere chiaro che «the opposite to patriarchy is not matriarchy, but fraternity», come canta Sinéad O’Connor. Fraternità nella differenza, ecco il tempo che ci aspetta.
Questo libro lo scrivo per convincervi a confidare insieme a me, a non sentire il freddo, a non lasciarvi impressionare dai backlash e dai colpi di coda. Siamo nel bel mezzo di un rivolgimento grandioso, a paragone del quale quelle che la storia ha chiamato rivoluzioni sono solo timide increspature del mare. Servono pazienza e nervi saldi. Non sarà un giro di valzer. Ma potrebbe essere molto divertente. Un privilegio, poter vivere questo momento. Capire bene quello che sta capitando tra le donne e gli uomini, che è la grande parte di quello che sta capitando, significa dargli una grossa mano a capitare: il più del lavoro è qui. Poi ci sono alcune cose che vanno semplicemente fatte, senza dargli tutta questa importanza.
Mi è sempre piaciuto molto il modo spiccio in cui lo dice la mistica beghina Hadewijch di Anversa,rimbrottando una discepola esagitata: «Non trascurare opera alcuna, ma non fare nulla in particolare». Quello che deve capitare capiterà: il lavoro più grande è stare in questa fiducia, che per Hadewijch era fede in Dio o Amore. È prendere confidenza con i grandi orizzonti che ci si aprono davanti, abituare losguardo, adattare il passo. Poi, certo, ci sono due o tre cosette da sistemare.
Bene: è venuto il momento di sistemarle. Non possiamo aspettare ancora.
Una delle cose da sistemare riguarda la rappresentanza politica. Ci sono troppi uomini, lì. Un eccesso che sta creando molti problemi. Ci sono troppi uomini deboli, narcisie attaccati al potere nei luoghi in cui si decide – o non si decide – su tante cose della vita di tutti.
Bisogna mandarne via un bel po’: una delle opere da «non trascurare» è questa. E a quanto pare il modo più semplice per mandare via un bel po’ di uomini è che un numero corrispettivo di donne vada al loro posto.
Fuori dalla Camera, che dobbiamo fare ordine.
Poi ci sarà ben altro, da fare. Ma nessuna paura. Ne abbiamo passate di peggio”.

esperienze, Politica, TEMPI MODERNI maggio 30, 2011

IN PIAZZA E IN RETE

Mentre aspettiamo di sapere di che morte dovremo morire – di che vita vivere- vi segnalo dalla Spagna questa interessante intervista realizzata dalla nostra amica Giusi Garigali, a cui in questi giorni sto “delegando” le vicende di Spagna, con Luis Ángel Fernández Hermana, uno dei maggiori esperti di reti sociali virtuali in Spagna.

Luis Ángel Fernández Hermana ha un CV sterminato, ovviamente leggibile in rete. È stato uno dei primi a studiare gli elementi concettuali per comprendere la “gestione della conoscenza in rete”. È divulgatore scientifico, giornalista (è stato corrispondente scientifico del Periodico de Catalunya ed ha lavorato anche per la BBC a Londra), consigliere editoriale per varie ha case editrici ed impartisce anche corsi e conferenze nelle maggiori università spagnole e dell’America Latina.

L’intervista offre strumenti utili anche per leggere lo scenario italiano (e le cose che stanno capitando a Milano).

G. Partendo da quanto è accaduto oggi, e cioè dalla sensazione che tutto avrebbe potuto concludersi con lo sgombero della piazza (e invece i manifestanti sono ancora lì) vorrei sapere da te: il futuro di questo movimento risiede di più nella capacità di mantenere la piazza o nella capacità reale di strutturarsi in rete, in un modo tale che si riesca a veicolare l’informazione che si crea e mantenere così in vita il movimento?

LA: Ci sono un paio di concetti che devono essere chiariti a mio giudizio.
1) L’acampada (occupazione) e il movimento non sono la stessa cosa. L’acampada risponde ad una logica propria, il movimento è invece costituito da un flusso di idee che possono sopravvivere alla stessa acampada o a qualsiasi altra cosa.
2) Il problema della strutturazione si pone solo per noi che ragioniamo ancora secondo criteri antichi, gente di una certa età che sa quanto sia importante “strutturare”. Ma l’impressione che ho, invece, è che stiamo attraversando un periodo storico caratterizzato da “movimenti destrutturati”. Otterranno qualcosa? Non si sa, perché nessuno sa esattamente cosa sia un movimento “destrutturato”, ma a ben vedere tutti quei movimenti destrutturati che hanno cominciato in rete e che sono poi arrivati a produrre puntuali azioni dimostrative, in realtà hanno già ottenuto delle cose, anche se evidentemente non hanno raggiunto il potere, non hanno governato nel senso classico in cui noi tutti pensiamo. Ma hanno modificato moltissime cose, in tutto il mondo. La teoria politica questo non lo riconosce ancora, non lo considera, semplicemente perché pensa secondo dei parametri che qui non si danno.
Per esempio, già nell’anno 1999, in un modo assolutamente inaspettato, apparvero a Seattle 60.000 persone che circondarono il luogo in cui si sarebbe svolta la prima riunione dell’Organizzazione Mondiale del Commercio ed impedirono che questa si svolgesse. Ci furono delle battaglie campali tremende. Le persone che partecipavano a questa protesta non superavano i 30 anni d’età e dicevano di stare lì per fermare l’Organizzazione Mondiale del Commercio, il FMI e la Banca Mondiale. Nell’anno ’99, a parte coloro che ci lavoravano, nessuno sapeva nulla di queste organizzazioni. Queste persone avevano invece conoscenze profonde su questi temi, non trattati comunemente dai mezzi di informazione. Chi aveva dato loro questa informazione? In realtà era già dal 1992 (cioè da 7 anni) che in rete si stava discutendo proprio di questo, a partire dalla Conferenza sull’ambiente di Rio de Janeiro del 1992. Da qui nascerà, poi, il movimento antiglobalizzazione (che è in realtà una parola sbagliata perché si tratta di un movimento globalizzatore), che crea gli eventi del Foro Mondiale Sociale e che cambia molte cose in vari paesi, pur non prendendo il potere. Infatti, ha cambiato il modo di fare politica in molte città. Ecco, qui ci troviamo davanti a uno scenario in cui le forme passate di fare politica già non esistono più, non esistono più forme strutturate organizzate che vogliono arrivare a gestire il potere come i partiti.

G. Sì ma anche nel passato avevamo assistito alla nascita di movimenti con caratteristiche simili, con la differenza che prima non esisteva la rete. A me sembra che determinate rivendicazioni un po’ fumose, generiche, utopiche – ma assolutamente condivisibili – siano già state presenti nei movimenti del passato e quindi mi risulta difficile capire dove è la novità, se c’è novità…

LA. La novità è che questo movimento in realtà, malgrado le apparenze, è iper organizzato, si organizza costantemente, ma in maniera differente rispetto a quella che noi consideriamo l’organizzazione tradizionale. Si organizza e si “disorganizza” permanentemente. Noi non lo capiamo perché ancora ragioniamo con i vecchi parametri, e pensiamo che ogni forma di organizzazione debba puntare a un solo obiettivo preciso. Invece, questo movimento ha molteplici obbiettivi e la massa degli attivisti si sposta in pochi minuti da uno all’altro… Questa è ovviamente una caratteristica favorita da Internet, ma il movimento non è così solo per Internet, perché al giorno d’oggi la gente fa cose di questo tipo anche nella propria vita quotidiana. La trasversalità è una caratteristica altrettanto importante che andare dritti verso l’obiettivo, ed è la negazione della logica dei partiti politici. Non c’è più un abbozzo di cosa vogliamo fare per vivere meglio, ma sappiamo cosa ci fa stare male e che un sacco di cose devono cambiare perché producono solo infelicità…

G. A me comunque risulta difficile capire dove sta il passo più in là…

LA. È che al momento attuale non c’è un passo in più, in questo momento si tratta di capire cosa succederà, come ci si strutturerà… Questo movimento non ha un solo centro ha più centri e per questo è difficile da comprendere. Le idee che vengono alla luce escono direttamente dalla pancia di Internet e da fuori non si riescono a comprendere. Per esempio: non si comprendono i criteri secondo i quali certe azioni vengono poi considerate veritiere, e quindi producono consenso e partecipazione, e altre no. Quale sia la logica che governa tutto questo e come si possano mettere d’accordo migliaia di persone in Internet sulla validità di un’azione piuttosto che di un’altra rimane un mistero. Si tratta di fenomeni oscuri ancora non studiati.
Negli Stati Uniti tempo fa, proprio per provare l’esistenza di questo principio, si era messo in moto quello che si chiamava la capacità di convocare le “moltitudini intelligenti”. Ci si davano degli appuntamenti apparentemente assurdi, via Internet, cui effettivamente la gente andava. Per esempio ci si dava appuntamento, in mutande, in un certo luogo e la gente ci andava, e dopo 10 minuti tornava alle proprie occupazioni (stiamo parlando di 150.000 persone mobilitate). Come potevano sapere che si trattava di una convocazione veritiera e non falsa? Non lo sappiamo, perché ancora non sono state studiate le strutture interne alle organizzazioni in Internet. Sappiamo perfettamente come funzionano i partiti politici, le imprese, i sindacati eccetera. Tutte queste entità hanno una struttura verticale che ci è facile da comprendere. Ma il potere delle organizzazioni in Internet è ancora un mistero. Democracia real ya (la piattaforma che ha originato il movimento 15M) aveva una semplice pagina Fb, ma il giorno in cui si decise di scendere in piazza si presentarono 15.000 persone… E al giorno d’oggi non c’è modo che i sociologi, politologi, filosofi comprendano cosa è successo. Questo perché non si sono spogliati del loro abito mentale e continuano a ragionare secondo degli schemi ormai superati. Perché questi fenomeni sono altamente destrutturati, però hanno una propria dinamica interna che gli permette di coordinarsi, di puntare per esempio ad occupare nella vita presenziale delle zone di prestigio che gli consentono di avere visibilità e di dare visibilità alle proprie idee…

G. Scusa ma non è che, allora, possiamo dire che in questo caso Internet consente di amplificare un malessere, una frustrazione presenti all’interno della massa? Questi sentimenti sono sempre esistiti, ma prima era difficile esprimerli in maniera così evidente e rapida per una mancanza di mezzi che invece adesso permettono di ottenere proprio questo risultato, o no?

R. Sì, certamente, tutto quello che dici è vero, ma la Rete non amplifica soltanto il malcontento etc., lo organizza e, ripeto, questa organizzazione non è l’organizzazione tradizionale che conosciamo…  Purtroppo negli ambienti accademici non c’è sensibilità, non c’è interesse rispetto a questi temi… Adesso quello che si sta studiando è l’aspetto presenziale di questo movimento, quello che si vede in piazza, mentre il grosso che dovrebbe essere studiato è tutto quello che si muove e circola in rete. Ed è qui che ci sbagliamo, perché stiamo ignorando la parte più nuova del processo. E soprattutto perché altre cose simili di pari importanza stanno già avvenendo in Internet, succedono costantemente…

G.  In buona sostanza possiamo dire che è molto più facile parlare di quello che accade in piazza – e infatti le televisioni, le radio, i corrispondenti dei giornali si trovano lì – ma in realtà le cose più importanti e cariche di novità sono quelle che accadono in rete e sono pochi coloro che cercano di capire o almeno di sviluppare una certa sensibilità al riguardo…

LA  Non sappiamo in realtà come si usa la rete per ottenere certi risultati… E questo è l’aspetto che si dovrebbe studiare.. Non abbiamo idea di dove sta la capacità di organizzazione di tutto quello che poi accade anche nella piazza e poiché vediamo Internet come qualcosa di piatto e non abbiamo gli strumenti per “qualificare” un tweet o un mail diciamo: “Twitter” è stato importantissimo. E sbagliamo. Infatti non è stato importantissimo Twitter, ma l’uso che se ne è fatto. Ma chi sono questi che usano T? Non lo sappiamo. Potrebbero essere qualsiasi cosa… Sicuramente l’impulso che nasce in rete poi si ripercuote sul resto delle persone che partecipano…
Lo ribadisco: l’elemento più importante di Internet è l’organizzazione. La capacità di organizzare, senza dover investire quasi nulla a livello di energie tanto economiche come mentali. Oggigiorno si possono organizzare cose incredibili a costo zero.
Ed è questa capacità che si dovrebbe studiare a fondo… Parliamo senz’altro di un’organizzazione fondata sul testo, sulla parola… E quello che bisognerebbe studiare è come circola la parola, come circola il testo. In un partito politico, in un movimento rivoluzionario, in un’impresa, in un sindacato, non è necessario studiare. Fai una radiografia dell’organigramma di queste entità e saprai perfettamente come funziona questa organizzazione. Ma qui devi analizzare la parola e noi non siamo preparati ad analizzare la parola e ancor meno a capire come la parola possa avere questo peso in tutto il processo dell’organizzazione. Per questo Internet cambia completamente le regole del gioco. Internet ti dice: se tu parli bene, se sai con chi parli, organizzi. Ritorniamo dunque all’esempio dell’inizio, di quando parlavamo di Seattle. Tutto quel movimento è evoluto nel Foro Sociale Mondiale, che si è dato appuntamento in Kenya, New Delhi, Porto Alegre, eventi cui hanno partecipato 200.000 persone, inclusi intellettuali di tutto il mondo… Questo, prima di Internet, sarebbe stato impensabile… E questo lo hanno organizzato persone “qualsiasi” che non hanno un’identità precisa. Abbiamo saputo sempre chi c’era all’inizio di ogni movimento o partito politico. Bene questo è scomparso per sempre.

G. Ma non pensi che anche all’origine di altri movimenti nel passato ci siano stati elementi anonimi?

LA No, perché secondo me anche i movimenti più apparentemente spontanei del passato hanno avuto sempre degli ideologi chiari di riferimento. Qui non c’è nessuno. Nel ’99 a Seattle non c’era nessuno. Nelle elezioni che il PP perde nel 2004 non c’è nessuno. Perché mancano anche di ideologia strutturata, infatti c’è solo l’idea di andare “contro”, non c’è una proposta ideologica…

G. E dunque tornando alla piazza, quando sarà abbandonata, e in mancanza di referenti chiari e importanti, cosa resterà?

LA. Rimane il fatto che, entrando nella piazza virtuale, si potranno continuare a creare nuovi referenti, costantemente. Negli altri movimenti, invece, i referenti c’erano già dall’inizio, potevi semplicemente limitarti a seguirli entrando a far parte del movimento. Qui no: non sei solo parte del movimento sei parte del tutto, anche dei referenti…

G. Si tratta cioè di processi molto più democratici…

LA. Tu stesso puoi dare vita all’ideologia, puoi fare le tue riflessioni e la gente le appoggerà se considererà che sono valide e le rinvierà a 200.000 persone. Questo prima era impensabile…

G. Tutto questo mi sembra fantastico e mi sembra inoltre che questa circolazione di idee che si organizzano e si selezionano spontaneamente incentivi, in un certo senso, la presa di coscienza individuale e una embrionale assunzione di responsabilità di tutti i soggetti coinvolti, ma quando torniamo alla realtà presenziale e la gente si scontra con i gravi problemi non risolti della vita di tutti giorni, che succede?

LA. Be’, nel passato l’incomprensione di questo ha portato anche a derive totalitarie. In questo momento, e rispetto alle rivendicazioni di questo movimento in concreto, cosa possiamo dire? Conosciamo solo la loro protesta, non sappiamo (e non lo sanno neanche loro) se vogliono davvero distruggere il potere. Ma quello che sanno è che hanno 3 o 4 rivendicazioni che si scontrano frontalmente con l’attuale organizzazione del potere. Se non saranno capaci di metterla in gioco sul serio non otterranno mai nulla, ma se son capaci di farlo ci sarà un passo in avanti…

G. Dunque, in conclusione, secondo quello che dicevi, la mancanza di leadership è una novità assoluta, ma in un mondo strutturato in questo modo come si potranno canalizzare in maniera proficua le rivendicazioni di cui si parlava prima?

LA. Già sappiamo cosa significa andare contro il potere con organizzazioni strutturate in forma piramidale e sappiamo già a cosa può portare. L’altro, il nuovo che si dà è tutto da giocare. Quello che tu dicevi prima sulla responsabilità individuale… Nella logica della vecchia politica di questo si parla poco e, invece, è quello che la gente fa sempre di più. La gente pretende dall’altro una coerenza e responsabilità “sociale” che ha a che vedere con la propria. Per questo l’organizzazione piramidale non è più attuale.

G. Potremmo dire che questo movimento ci sta dicendo chiaramente che il potere, così come lo conosciamo in tutte le sue manifestazioni (politica, imprenditoriale, sindacale etc.) deve capire che la sua relazione con le persone non può più essere a senso unico (cioè dalla base della piramide verso la parte più alta che dirige), ma deve trasformarsi, cominciando a fare proprie le richieste che vengono dalla base? Che le relazioni devono diventare biunivoche, che bisogna tener conto di ciò che dice e chiede la gente, che si organizza ed esprime chiaramente, attraverso Internet, e può palesarsi, puntualmente, in azioni concrete? Potrebbe essere questa la sintesi? Una capacità di trasformazione delle strutture del potere a partire dal riconoscimento di cittadinanza dei desideri delle persone? Potrebbe essere questo un buon punto d’arrivo?

LA. Sì, sono d’accordo al 100 per cento, ma credo che coloro che stanno in cima alla piramide non sapranno fare questa operazione, malgrado in Internet questo sia già realtà. In Internet la gente si relaziona orizzontalmente, in base ai propri interessi. Lì le gerarchie sono già state annullate da tempo.


Donne e Uomini, Politica, TEMPI MODERNI gennaio 27, 2011

DEAD MAN WALKING (politicamente, s'intende)

Non è strano che gli uomini si aspettino da noi donne una presa di parola forte su una questione che è maschile? Ovvero la loro sessualità estenuata e violenta, l’intrico sesso-soldi-potere –di cui talune approfittano-, l’incapacità di fare a meno del dominio delle donne, come di un esoscheletro che li tiene in piedi. C’è oggi una “questione maschile”, altro che “questione femminile”, che coincide almeno in parte con quella che Benedetto XVI ha definito “perversione del rapporto tra i sessi” a causa degli uomini. Sono gli uomini a dovere affrontare la loro questione, a doversi fare qualche domanda nel profondo del cuore. Lo dice perfino Famiglia Cristiana: Dovrebbero essere gli uomini a organizzare manifestazioni contro la pubblica umiliazione delle donne, il mercimonio del corpo di giovani ragazze, dovrebbero essere i maschi per primi a ribellarsi a questa nausea e disgusto”. Una manifestazione è anche troppo: basterebbe un pensiero pubblico e condiviso su se stessi.

Non è per caso -e anzi, si potrebbe perfino leggere come un disegno provvidenziale- che la bellezza femminile, la vera bellezza dell’essere donna che è soprattutto nel suo genio e nella sua sapienza, tenuta fuori dalla porta, cacciata con violenza dallo spazio pubblico della polis, si ripresenti dalla finestra corrotta e mercificata: quel perverso ritorno del rimosso che sono le prostitute nelle nostre istituzioni rappresentative. E’ la maschera estrema della donna totalmente a disposizione, che rinuncia alla sua autorità e alla potenza materna per diventare figlia compiacente, disponibile nella testa e nel corpo. In un paese misogino com’è il nostro la crisi non poteva che passare di qui, dal corpo femminile, epicentro peraltro di molta parte della storia recente e oggetto-simbolo del civilization clash. E del resto il nostro paese, per la sua posizione geografica e culturale, non è forse ponte tra le due civiltà?

Le fantasie sessuali del premier,  a cui ci tocca assistere malgrado noi –lui si lamenta di essere invaso nel suo privato, in realtà è il suo privato che ha invaso lo spazio pubblico, amplificato dalle sue tv- alludono sempre masochisticamente a una donna punitiva: infermiere, dottoresse, poliziotte dotate di un potere al quale rinunciano docilmente, nude sotto i camici e le divise, soggiogate da lui, piegate dalla sua forza, dal suo fascino, dal suo potere. Ogni volta la messa in scena è la stessa: lui che ha la meglio sulla forza femminile: una scena-madre, in un duplice senso. E’ la forza femminile, la sua nemica assoluta. Il suo terrore.

L’uscita di qui non può essere dunque che il protagonismo politico femminile. Riportarci come donne dalla posizione di figlie sottomesse a quella di madri autorevoli. L’irruzione massiccia delle donne, con la loro differenza, nei luoghi di governo del Paese, obiettivo da perseguire con ogni mezzo e senza perdere altro tempo.

E’ un momento di grandi opportunità.