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fecondazione assistita

Donne e Uomini, questione maschile, TEMPI MODERNI settembre 13, 2017

Fecondazione assistita anche per le single, no all’utero in affitto: la Francia riconosce la differenza sessuale

La logica dispari riconosce asimmetria riproduttiva tra uomo e donna, al cuore della differenza sessuale. Sì alle tecnologie riproduttive per tutte le donne, anche single. No all’utero in affitto per tutti, anche per quegli uomini che vogliono cancellare la madre. Se un uomo vuole un figlio lo chieda a una donna, e non pretenda con i suoi soldi di farla scomparire.

bambini, salute novembre 12, 2015

Legge 40: la Consulta autorizza la preselezione degli embrioni. E’ eugenetica?

Una nuova sentenza della Corte Costituzionale sulla legge 40 sulla fecondazione assistita, smontata pezzo a pezzo: in quest’ultimo caso si è stabilito che una coppia portatrice di gravi malattie genetiche può chiedere di preselezionare gli embrioni sani destinati a essere impiantati.

La legge 40 lo vietava: secondo i giudici della Consulta in violazione  degli articoli 3 (uguaglianza) e 32 della Costituzione (diritto alla salute), oltre che del diritto al rispetto della vita privata e familiare. Le linee guida del Ministero per la Salute dovranno adeguarsi perché ogni ospedale pubblico o privato garantisca la diagnosi pre-impianto anche alle coppie fertili portatrici di patologie genetiche.

La legge 194 sull’aborto consente già l’interruzione terapeutica di gravidanza “quando siano accertati processi patologici, tra cui quelli relativi a rilevanti anomalie o malformazioni del nascituro, che determinino un grave pericolo per la salute fisica o psichica della donna”. Secondo la legge 194, quindi, l’aborto terapeutico può essere richiesto non per eliminare un feto malato –quindi non per ragioni eugenetiche- ma perché la prosecuzione della gravidanza pregiudicherebbe la salute della madre. La logica della nuova sentenza sulla legge 40 è la stessa: il principio tutelato è il diritto alla salute (dei genitori). E a parità di principio, in una logica di riduzione del danno non impiantare un embrione “malato” e senz’altro preferibile a un aborto terapeutico.

Resta aperto il problema della sorte degli embrioni “malati”, o più precisamente portatori di una patologia genetica. Secondo la sentenza della Consulta, infatti, “la malformazione dell’embrione non ne giustifica, solo per questo, un trattamento deteriore rispetto a quello degli embrioni sani”. Quindi al momento gli embrioni “malati” non potranno essere distrutti ma dovranno essere crioconservati, in attesa che la legge stabilisca quale dovrà essere il loro destino.

Si tratta, come alcuni sostengono, di un passo in direzione dell’eugenetica?

La risposta non può essere un secco “no”. Applicare le tecnologie riproduttive per far nascere figli sani realizza un’umanissima e comprensibilissima aspettativa della singola coppia (la santità non è prescrivibile per legge) attraverso l’eliminazione degli embrioni portatori di caratteri disgenici. Si tratta quindi di un caso di cosiddetta eugenetica negativa. Cosa ben diversa, però, dall’eugenismo, ovvero da politiche eugenetiche pubbliche

Decisiva sarà la dettagliata elencazione delle patologie genetiche per le quali è consentita la preselezione degli embrioni. Tenendo tuttavia conto di un fatto: nessuna coppia fertile (in particolare, nessuna donna) si sottoporrebbe a dolorose procedure di fecondazione assistita se la patologia di cui è portatrice non fosse davvero grave.

 

 

 

bambini, diritti ottobre 19, 2015

Il dilemma della Stepchild Adoption

Spieghiamolo bene perché forse non è chiaro a tutti.

Stepchild Adoption vuole dire questo: che se uno/a ha un figlio che non è anche figlio del suo/a partner, il/la partner può adottarlo. Questo in Italia è già consentito alle coppie sposate. Non possono farlo invece le coppie omosessuali, a cui non è consentito sposarsi.

Il ddl Cirinnà propone di allargare alle coppie omosessuali la Stepchild Adoption, mentre conferma che non potranno adottare un bambino che non sia già figlio di uno dei due (questo lo capisco poco, ma va be’).

E’ il punto nevralgico della proposta in discussione, su cui assistiamo a un continuo stop-and-go.

In concreto: Mario e Luigi sono una coppia che sta crescendo il figlio che Mario ha messo al mondo grazie a ovodonazione e maternità surrogata (o, che ha avuto da una precedente relazione eterosessuale, o che ha adottato con una ex-partner). Il bambino quindi ha un legame affettivo sia con il padre biologico sia con il suo partner, legame che la legge oggi non riconosce e non tutela. Se la coppia si separasse o se Mario morisse, il rapporto tra Luigi e il bambino non sarebbe tutelato in alcun modo. La Stepchild Adoption intenderebbe anzitutto tutelare il diritto del bambino alla continuità affettiva, e quindi il diritto a continuare a essere cresciuto da Luigi. Sarebbe una grande crudeltà strapparlo ai suoi affetti, e questo è evidente a tutti.

In Italia i bambini in questa situazione sarebbero almeno 100 mila: una platea cospicua.

Tra gli argomenti degli oppositori, il fatto che la Stepchild Adoption costituirebbe un passo importante in direzione della liceità dell’utero in affitto, pratica che nel nostro Paese resta vietata (mettiamo qui tra parentesi la questione dei bambini nati da donazione di seme maschile, che si declina diversamente).

Sull’utero in affitto mi sono già espressa più volte: che i committenti siano etero o omosessuali, salvo rarissime eccezioni si tratta di una pratica di sfruttamento di donne povere che conducono una gravidanza –e vendono i propri ovociti -unicamente per ragioni di bisogno economico. Soprattutto si tratta di una violazione del diritto del bambino a mantenere un legame con chi l’ha partorito, diritto che la prima generazione di nati da fecondazione assistita ha rivendicato a gran voce.

E’ vero, come sostengono gli oppositori della Stepchild Adoption, che ammetterla significherebbe “sdoganare” ovodonazione e utero in affitto, e quindi normalizzare sfruttamento delle donne e taglio del legame tra il bambino e la/le madre/i?

Probabilmente sì, trattandosi della rimozione di un ostacolo. Non è vero però il contrario: cioè che bocciare la Stepchild Adoption arginerebbe queste pratiche, il ricorso alle quali è sempre più ampio, che la legge consenta o non consenta.

Ma un fatto è certo: impedire la Stepchild Adoption danneggerebbe affettivamente, psicologicamente e non solo i bambini che stanno crescendo in queste famiglie.

Quindi, come vedete, il dilemma è reale.

 

bambini, diritti, Donne e Uomini giugno 29, 2015

I gay, le donne e l’utero in affitto

Travolta da piccola bufera di inizio estate. Qualcuno che mi accusa di essere contro i matrimoni gay e contro le adozioni gay, e quindi omofoba. Il fatto è che io sono a favore dei matrimoni gay e pure delle adozioni gay, più precisamente sono a favore della non-discriminazione in base all’orientamento sessuale. Quindi mi domando da dove nasca questa colossale cretinata.

So bene da dove nasce: da una mia posizione di grande cautela in tema di fecondazione assistita, e in particolare sulle pratiche di donazione –o acquisto- di gameti e sull’utero in affitto. La mia posizione non discrimina affatto fra etero e gay. Vero che quella dei gay è almeno in teoria la platea più interessata all’utero in affitto, quindi la mia posizione di cautela sembra voler interferire con quello che è ritenuto un proprio diritto (anche se il diritto a un figlio non esiste per nessuno, né etero, né gay). Ma il genere e l’orientamento sessuale di chi compra ovociti e affitta uteri per me è del tutto indifferente.

I principi a cui mi radico sono due: il superiore diritto del bambino e della bambina, che sta saldamente in cima alle priorità; e il diritto delle donne a non essere sfruttate per ragioni economiche.

Quanto ai bambini, norme e statuti nazionali e internazionali riconoscono loro il diritto a conoscere il più possibile delle proprie origini. Non sempre, nel caso degli adottandi, questo è realizzabile. Ma nel caso dei nati da provetta certamente sì. La battaglia della prima generazione dei figli della provetta è riuscita a spostare il più dei paesi dall’anonimato a non anonimato del donatore, in modo che i figli possano accedere, se lo vogliono, a informazioni sui loro genitori biologici. Il che naturalmente ha ridotto il numero di donatori e donatrici. In Italia, per esempio, sono pochissimi, e l’affitto di utero non è consentito se non in rari casi autorizzati da sentenze sull’ “utero solidale”, ovvero quando vi sia un comprovato legame affettivo tra chi chiede e chi offre. Ma come si sa non è difficile trovare altrove gameti da comprare e uteri da affittare.

Nel caso dei donatori, basta l’emissione di un po’ di seme, pratica a rischio zero. Nel caso delle donatrici la cosa è decisamente più complessa: stimolazioni ormonali, prelievo di ovociti in anestesia o in sedazione con qualche rischio per la salute. Quindi creazione degli embrioni, impianto in utero –normalmente di un’altra donna-, rischi connessi alla gestazione e al parto, rischi psicologici legati all’esperienza e al distacco dalla creatura (che anch’essa patisce il distacco). Come si vede, la cosa è innegabilmente più complicata. Qui si fonda la naturale asimmetria tra una donna che intenda procreare “da sola” o in un progetto con la propria compagna, e un uomo che intenda procreare da solo o in un progetto con il proprio compagno. La differenza sessuale vale per tutti, etero e gay. Il corpo esiste. Perfino Judith Butler, caposcuola delle contestatissime “gender theory”, poco tempo dopo ha ammesso l’esistenza incontrovertibile di un fondamento materiale, arrivando a dire cose tipo “il corpo è mio e non è mio”. Ma qui non l’ha ascoltata più nessuno.

Quanto alle donatrici e alle madri surrogate: solo in un numero decisamente minore di casi si tratta di una libera scelta. Scelta difficilmente comprensibile per il più delle donne, ma possibile. Nella grande maggioranza dei casi, invece, si tratta di mettere a disposizione parti del proprio corpo –e della propria psiche- per ragioni di bisogno economico. Da questa “cessione” può certamente derivare molta felicità al “richiedente”, ma se  le donne in questione, spesso cittadine di Paesi poveri, potessero evitare l’esperienza, non è azzardato ipotizzare che la eviterebbero volentieri. Dobbiamo restare indifferenti di fronte a questo sfruttamento?

Essere consapevoli di queste criticità non equivale a essere pro-life, integralisti cattolici o militanti del Family Day . Voler considerare in primis i diritti dei minori, e insieme la condizione di queste donne, rese minori dalla povertà e dal bisogno, non può essere letto come omofobia. La filosofa Sylviane Agacinski è super-laica, e così l’eurodeputato dei Verdi José Bové, il saggista anticristiano Michel Onfray, e tutte le militanti femministe europee, americane, australiane, indiane, africane che in Francia hanno sottoscritto un duro appello contro l’utero in affitto  recentemente pubblicato dal quotidiano Libération, che non è certo Avvenire.

Segue furioso dibattito. Cerchiamo di darci tutti una calmata, e proviamo a ragionare in una logica di riduzione del danno per il maggior numero. A cominciare dai più piccoli e indifesi: principio non negoziabile. E sempre diffidando di conformismi, neoconformismi e pensieri unici.

Il corpo esiste. Ed esistono anche la testa e il cuore.

p.s: sarebbe bello poter fuoruscire dalla logica dei diritti contrapposti, l’un contro l’altro armato.

 

 

 

bambini, diritti, Donne e Uomini marzo 17, 2015

In difesa di Dolce & Gabbana

Difficile, in questo bailamme, capire che cosa abbiano effettivamente detto D&G -entrambi, o l’uno, o l’altro-, scatenando l’ira di Elton John.

Sto ai virgolettati che vedo: “Tu nasci e hai un padre e una madre”. “Non mi convincono quelli che io chiamo i figli della chimica, i bambini sintetici” qui a parlare è Domenico Dolce. “Uteri in affitto, semi scelti da un catalogo. E poi vai a spiegare a questi bambini chi è la madre. Procreare deve essere un atto d’amore, oggi neanche gli psichiatri sono pronti ad affrontare gli effetti di queste sperimentazioni”.

E ancora, qui dovrebbe essere Stefano Gabbana: “Un figlio? Sì, lo farei subito. Ma sono gay, e non posso avere un figlio. Credo che non si possa avere tutto dalla vita, se non c’è vuol dire che non ci deve essere. È anche bello privarsi di qualcosa. La vita ha un suo percorso naturale, ci sono cose che non vanno modificate. Una di queste è la famiglia”.

Sono sicura che Elton John e il suo compagno -e Ricky Martin, e Miguel Bosè- amino immensamente i loro bambini. Ma che si nasca da un padre e da una madre (anche se in questi casi la madre è criptata) è un fatto indiscutibile. “Figli della chimica, bambini sintetici” suona un po’ duretto, ma la femminista Mary Daly ci andava anche più dura, parlando di “madri maschili” e di “tecnorapina delle uova”. Perché poi, romanticismi a parte, nel 99,9999 per cento dei casi le donne che cedono i loro ovociti e affittano i loro uteri lo fanno perché hanno bisogno di soldi.

Ma la frase che mi interessa maggiormente è questa: “Un figlio? Sì, lo farei subito. Ma sono gay, e non posso avere un figlio“. Bene, dico a Stefano Gabbana: la questione non è affatto l’essere gay o etero. La questione è l’essere uomini. Ci vuole sempre una donna, per mettere al mondo un figlio. Per una donna non è difficile reperire del seme maschile. Per un uomo trovare ovociti e uteri è decisamente più complicato, e comporta la mediazione di una scienza al servizio del mercato, e di leggi che regolino la materia. Non c’è simmetria.

Uno può mettere al mondo un figlio con una donna, in una relazione affettuosa, anche se è gay: il punto non è questo. Il punto è pretendere di far sparire la madre: perchè se a te non piacciono sessualmente le donne, questo non comporta che a tuo figlio non piaccia avere accanto sua madre, o quanto meno sapere chi diavolo sia.

La nostra legge non permette l’utero in affitto, nel rispetto della Costituzione che vieta atti dispositivi del corpo o di parti del corpo. Sì, la nostra bella Costituzione -lo segnalo a chi strilla di libertà priva di limiti, libertà obbligatoria– dice anche questo. E che lo sfruttatore sia gay o etero, verde, giallo o blu, non cambia nulla. Io difenderò usque ad sanguinis effusionem questo sacro principio. Come difenderò il diritto di tutti di esprimere liberamente le proprie opinioni, senza sentirsi obbligato in quanto omosessuale a intrupparsi nel mainstream gay, o viceversa.

Boykott the intolerance!

Aggiornamento sabato 21 marzo: qui un’intervista di Cnn a D&G. Sui social network li stanno linciando. Io non capisco che cosa stiano dicendo di sbagliato.

 

 

Donne e Uomini maggio 19, 2010

NOI E IL “LORO” CORPO

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Però, pensavo stamattina : la pillola Ru486, quella contraccettiva, quella del giorno dopo, la terapia ormonale sostitutiva perché invecchiare naturalmente non si può (belle bombardate di ormoni, giù, come un bicchier d’acqua); l’allattamento al seno che non è chic; e neanche il seno piccolo o un po’ moscio è chic (e dagli con protesi, mastoplastiche, bocche da fellatio, se no che bocche sono?). Essere cicciottelle nemmeno se ne parla (diete, anoressizzanti, correre come delle idiote sui tapis roulant, dittatura della taglia 42, fianchi maschili e seni da trans). Corpo da esibire, se no che corpo è? Niente cellulite, rughe o altre schifezze del genere. Botox, che va al cervello. Tacchi 12, 13, 18, lordosi, caviglie a rischio-storta per le zeppe. Figli da concordarsi con l’azienda, e poi non vengono, e allora via con la fecondazione assistita, altre bombardate di ormoni. Ovuli in vendita, uteri in affitto, uteri da asportare, tanto a che cosa servono? Parti cesarei come se piovesse. E non essere depressa, beccati un po’ di benzodiazepine, un po’ di serotoninergici, fai qualcosa. E poi (……….)

Pensavo, stamattina: niente burqa, dalle nostre parti. Ma anche qui, modestamente, il corpo femminile resta un bel campo di battaglia. Il corpo è mio, ma zitti-zitti se lo gestiscono loro. C’è qualcosa che non torna.

Donne e Uomini, TEMPI MODERNI marzo 21, 2009

PAPA' E PAPA'

Leggo ieri su Repubblica che le famiglie gay italiane -con bambini- sono in aumento. Per le coppie lesbiche è più facile, i maschi invece devono andare a procurarsi i bambini lontano, dove certe pratiche sono legali. Qualche goccia del proprio seme, una donatrice di ovuli, una madre portatrice -che a volte coincidono- e il bambino, una volta venuto al mondo si potrà portare via con sé.

Come ho già detto qui, su questo argomento non ho certezze, e se tutto questo non fosse tecnicamente possibile, d’istinto mi sentirei più tranquilla. Ma invece lo è, molta gente lo fa, è una realtà che conosco personalmente, e saranno sempre di più quelli e quelle che lo fanno. Quindi si deve guardare la realtà, da qualunque parte vada, che ci piaccia o meno, prenderne atto e provare a porre alcuni punti fermi.

Il primo, dal mio punto di vista irrinunciabile, è il superiore interesse del bambino. Non so se corrisponda al suo interesse essere messo al mondo con queste tecniche, e su questo sospendo il giudizio. Ma una volta che è nato, il suo interesse va posto assolutamente al centro. Occorre quindi che la sua famiglia “particolare” e la comunità si facciano carico del suo essere al mondo, ponendo in atto tutte le forme di accoglienza possibili, che vanno dalla più elementare non-discriminazione a un’attenta riflessione sulle problematiche psicologiche che un bambino nato in questo modo si troverà ad affrontare, prima tra le quali il non sapere da quale madre o da quale padre è nato. Ogni essere umano ha diritto a essere informato sulle sue origini, questo è il secondo punto fermo, e questa informazione in nessun caso le-gli può essere negata. Io credo che si dovrebbe garantire al bambino il mantenimento di qualche forma di relazione con chi l’ha generato, ma come si sa donatore e madre surrogata pretendono quasi sempre di restare anonimi. E questo è un problema.

Terzo punto fermo, dal mio punto di vista, è questo: non vi è simmetria tra due uomini che procreano (con l’assistenza di una o più madri surrogate) e due donne che lo fanno (con l’aiuto di un padre donatore), semplicemente perché non vi è simmetria tra il padre e la madre. L’assenza di una madre fin dai primissimi giorni di vita apre ben altre problematiche rispetto all’assenza di un padre: è con lei che il neonato si sente tutt’uno, e da lei che dovrà gradatamente staccarsi per individuarsi. Detto malamente, la creatura è della madre, come per la stragrande maggioranza delle specie viventi. Di qui faccio discendere la seguente “eresia”: che la filiazione da parte di una coppia lesbica è meno problematica della filiazione da parte di una coppia di omosessuali maschi, e quindi che le due situazioni non possono essere valutate nello stesso modo.

TEMPI MODERNI febbraio 14, 2009

SPERMATOZOI IN COMA

Da ragazzina mi ero molto appassionata alla bioetica. In Italia era un’assoluta novità. Andavo a seminari con Maurizio Mori e Salvatore Veca. Mi affascinava di poter trovare soluzioni morali e ad un tempo logiche ai dilemmi che si aprivano quando si mettevano le mani nella pasta della vita, “giocando alla divinità”.

Oggi vedo la bioetica come un moltiplicatore -e non un semplificatore- di problemi. La sua fiducia in una meccanica morale rigorosa, nell’orologeria perfetta dei diritti contrapposti, nella possibilità di rimontare in una sorta di vita ipertestuale quello che viene smontato nella vita di carne, finisce paradossalmente per autorizzarci a spingerci sempre più in là, bypassando i limiti naturali: quello che viene disfatto in natura può essere ricostruito in un iperuranio logico. Ma la perfezione della natura è tale da poter contenere in sé anche l’imperfezione e l’errore, mentre la bioetica non se lo può permettere: tutto deve filare via liscio, ogni nodo va pazientemente sciolto.

Voglio vedere adesso che cosa ne sarà del caso di quella donna di Pavia che chiede di essere fecondata con il seme del marito in coma, incosciente e in fin di vita. I medici stanno valutando. Per il prelievo del seme sarebbe necessaria la volontà esplicita dell’interessato, il quale non è in grado di esprimerla (ma, dico io, in qualche modo non sarebbe stato “in grado” neppure in vita: nessuno lascia mai volontà esplicite in questo senso). Il padre dell’uomo, che è stato nominato suo tutore, appoggia la richiesta della nuora, “garantendo” che il figlio così avrebbe voluto: nell’ambito delle relazioni familiari, non “bioetiche”, ma nella logica dell’amore, il caso sarebbe già risolto. Il rischio infine che l’uomo muoia prima che i medici abbiano deciso è molto alto: e in questo caso la legge parla chiaro, vietando il prelievo di liquido seminale da persona deceduta.

Se i medici confermeranno il loro no, il paradosso è che la donna potrebbe avere il figlio che desidera da qualunque sconosciuto (o rivolgendosi, all’estero, a una banca del seme) ma non dall’uomo che ama. Cosa che la legge giudicherebbe “giusta” -o quantomeno non ingiusta- ma che la ragione del cuore non comprende.

Ci toccherà dunque pensare a un testamento biologico ben più minuzioso, che non regoli solo la questione del “sondino” e delle terapie, ma anche quella della procreazione (perché non immaginare un marito che chieda di fecondare la moglie in coma…) e tutte le altre funzioni corporali? Ovviamente da riaggiornare ogni tot, come si fa il tagliando alla macchina. E’ questa la strada che intendiamo imboccare? O ce n’è un’altra? E quale?