Quello che è capitato a Milano, spiegato soprattutto ai non-milanesi
Ok, Milano non è facile da capire. Ma bisogna proprio non capirla per niente se hai la faccia di presentarti alle 6 di pomeriggio di fronte a una piazza in festa, accaldata e arancione, per strillare “Abbiamo espugnato Milano”. “Espugnati questa m…a”, chiosa uno sotto il palco accanto a me. Qualcuno spieghi a Nichi Vendola –poi gliel’ha spiegato perfino Pisapia- che Milano non era una cittadella assediata.
Milano aveva scelto liberamente e con entusiasmo un’ipotesi politica, un modello, uno stile, un Cavaliere rampante figlio del suo grembo e intriso dei suoi umori, e aveva voluto anche la sua Cavalieressa, signora della migliore borghesia che migliore non ce n’è. Milan e Inter uniti nella lotta contro Roma statalista lontana mille miglia, i milanesi che si sentono più a casa a Columbus Circle o a Piccadilly Circus che a Via del Corso.
Milano tutta questa roba l’aveva fortemente voluta. E a un certo punto, con sobria determinazione, non l’ha voluta più. A farla breve, la storia è tutta qui.
La prima, forse la vera festa è stata la sera del 16 maggio, primo turno, al teatro Puccini, uno di quegli storici teatri milanesi scampato per un pelo alla riconversione in Zara o H&M, proprio in corso Buenos Aires, arteria commerciale tra le più importanti d’Europa. Lì si è visto che la gran parte dei sondaggisti dovrebbe cambiare mestiere. Contro ogni previsione –le più ottimistiche lo davano pari o un paio di posizioni sotto- l’avvocato Giuliano Pisapia aveva staccato di sette punti Letizia Moratti, sindaca uscente. Lì si è capito quasi tutto. E non tanto per l’ovvia folla di militanti che si accalcava festante nel teatro, nella galleria liberty d’ingresso e sul marciapiede antistante, e che esplodeva in ole a ogni nuova tornata di dati. Quello che stava capitando lo si capiva meglio da quelle auto strombazzanti, utilitarie e suv, professionisti con la ventiquattr’ore sul sedile di fianco, cravatta gioiosamente agitata fuori dal finestrino. Tecnicamente, esteticamente, berluscones. E lo spettacolo dei berluscones esultanti per lo schiaffo a Berlusconi diceva tutto quello che c’era da dire. Partite Iva, professionisti urbani, creativi, addetti finanziari che brindavano con un Ferrarino nei vagoni ristoranti delle Freccerosse di ritorno da Roma dopo aver appreso la notizia sul Blackberry e sull’iPhone, ecco quello che stava capitando.
Si può anche mettere in termini di moderati o non moderati, cattolici e terzopolisti, o addirittura destra e sinistra, ma quell’immagine lo spiega meglio di tutto.
Era così, del resto, che era cominciata, e così stava andando a finire. La borghesia e i ceti medi produttivi non ne potevano più e si agitavano da tempo in cerca di una soluzione. I profili dei 4 candidati alle primarie la dicevano lunga.
Giuliano Pisapia, il primo a scendere in campo, ibrido tra la politica e le professioni. Stefano Boeri, architetto blasonato ma figlio di gente fortissimamente engagé, Cini, nota designer, e Renato, comandante partigiano e grande medico sociale. Uno che la politica l’aveva fatto da ragazzo e poi, come tanti, l’aveva mollata tentando il travaso della passione civile nel mestiere. Valerio Onida, già presidente della Corte Costituzionale, scaricato dal Pd e capace di una rivincita di un certo successo. Il fisico ambientalista Michele Sacerdoti. Nemmeno una donna, peccato, in questo quartetto chiamato in campo da un fermento microfisico. Leggi: la città non va, non è amministrata, è sporca, inquinata, incocainata, infelice, lavorare e produrre diventa sempre più difficile, la burocrazia è soffocante, continuiamo a perdere colpi rispetto alle altre grandi metropoli europee, non c’è strategia, non c’è visione, i giovani sono costretti a fuggire.
Tutta gente che conosce il mondo, che va in giornata a Parigi, a Londra, a Berlino e a Barcellona –ma basterebbe anche Torino- poi torna la sera e mentre fa la fila di un chilometro ai tassì dell’aeroporto rimugina: “Perché loro sì e noi no?”. Come mai, per dirne una, questa città produce ed esporta bellezza nel mondo e non riesce a trattenerne neanche un po’? Perché i nostri bei palazzi ottocenteschi e Liberty deturpati da orribili recuperi di sottotetti geometra-style? Perché siamo costretti a scappare il venerdì sera a far respirare i bambini, sempre malati di bronchi? Decine di migliaia di macchine –provate a prendere la Milano laghi alle sette e mezzo del mattino-, una fiumana sgasante in ingresso con un solo passeggero a bordo non essendoci altro modo di venire a lavorare in città. Perché tanti luoghi cittadini, piazza XXV Aprile, porta di Brera, e la Darsena, sventrati da anni per farne parcheggi attira-auto? Perché tanta gente nata qui, soprattutto ragazzi e giovani coppie, costretta a sfollare nell’hinterland causa caro-affitti, con tutte le case vuote che ci sono? Perché la cultura muore? Perché le nostre scuole civiche, orgoglio municipale, sono state chiuse?
Se poi mentre sei lì e il tassì non arriva –essendo che la sindaca non smolla altre licenze per non irritare la lobby dei tassisti- ti torna in mente che per tutta la giornata hai dovuto dare spiegazioni sul bunga-bunga e sulle cazzate internazionali del premier ai tuoi colleghi parigini o berlinesi, se hai parlato a un convegno, come per esempio è capitato a me all’università di Barcellona, e per buona parte del tempo ti è toccato assicurare che le italiane non sono affatto tutte troie, che non tutte le ragazze vogliono diventare veline e favorite del sultano, che un conto è la rappresentazione che delle donne viene data da quella stramaledetta tv, un altro è la realtà, be’ non è difficile capire che il pieno è fatto.
C’è molto da dire sulla parte che le donne hanno avuto in questa storia. Ma prima voglio dire questo: com’è che Berlusconi e Bossi non hanno capito? Allora è proprio vero che quando uno da Milano va a Roma perde la trebisonda e si sconnette. Com’è che hanno perso totalmente il polso della città, e non hanno percepito che Moratti era una candidata non debole ma debolissima, detestata dalla Lega e anche da molta parte del Pdl, e che il malcontento montava in modo irresistibile ed esponenziale?
A un certo punto molti si erano fatti l’idea che al suo posto sarebbe stato candidato Roberto Maroni, tanto per dirne uno. Lo stupore è stato grande quando invece si è capito che la scelta sarebbe caduta nuovamente su di lei. Spiegano che non si poteva dire di no ai Moratti, con particolare riferimento al dovizioso supporto di Gianmarco alla candidatura della moglie. Una marea di milioni bruciati come in una tremenda sessione di borsa: anche questo ha infastidito, in un momento di sobrietà obbligatoria, ha ricordato le consulenze d’oro elargite dalla sindaca a personaggi improbabili e contestate dalla Corte dei Conti. Ecco: prendete tutto questo e shakeratelo con quella che in tutta tranquillità si potrebbe definire “questione morale”, le vicende di Arcore, la nipote di Mubarak, mesi di sconcezze e di balle spaziali che hanno paralizzato il dibattito politico e l’azione di un governo già in sé poco attivo. Una città poco propensa all’esibizione che si ritrova al centro di un megagossip internazionale con centinaia di troupe televisive piazzate in permanenza fuori da Palazzo di Giustizia. Prendete tutto questo, e il design della sconfitta si profila chiaramente.
Come hanno fatto Berlusconi e Bossi a dimenticare che la gente di questa città è sobria e misurata, capace di apprezzare l’estro e perfino una certa follia cabarettistica ma poco incline alle ostentazioni, gente che esce volentieri dalle righe ma ci rientra rapidamente: alle otto del 31 maggio, dopo una notte di festa, eravamo tutti calvinisticamente a laurà. Gente che ha in orrore la volgarità, capace di ingoiare molti rospi, come una moglie saggia e paziente che però a un certo punto ti presenta il conto e allora, come si dice qui, non ce n’è più per nessuno. Come hanno fatto a non sentire questo ardente desiderio di tornare a un minimo buon senso, ai fondamentali dell’esistenza: famiglia, lavoro, casa, salute, back to the basic, altro che tv, escort e Lele Mora. Ornella Vanoni per Letizia raccatta 38 voti, leggi: è meglio che canti, qui serve gente seria. Ascoltare Radio Padania avrebbe aiutato –detto tra parentesi, il Trota Bossi consigliere regionale non è stato mai mandato giù-. Ma bastava annusare nell’aria.
Incontro la sindaca per un dibattito tv poco prima del ballottaggio. E’ elegante, composta, spaesata. Sembra crederci ancora. Maschera perfettamente i suoi sentimenti. Dalla sua bocca escono cose inaudite: i campi rom “azzerati”, genere soluzione finale, gli zingari “liberi” in città –dovremmo imprigionarli?-, la moschea che va garantita da una specie di concordato con “uno stato islamico” –quale? l’Iran?-. Un’insipienza e un estremismo verbale che stonano con le fibbie argento delle sue Roger Vivier e che provocano la reazione della Chiesa ambrosiana e dei volontari dell’accoglienza.
Malgré moi l’empatia scatta, non posso farci niente: è una donna, sta sbagliando tutto, e l’hanno scaricata. Le telefonano che pure Gigi D’Alessio ha dato forfait e non canterà al concertone di chiusura campagna. Lei non si scompone. Sembra sedata. Vuole parlare di donne, mi dice. E’ stato uno dei suoi più colossali errori: una sola donna in giunta, Mariolina Moioli, pochissime ingaggiate per Expo –il Bureau parigino è costretto a richiamarla- nessun legame con la vitalissima e sempre più forte società femminile milanese. Signore che, tra le altre cose, hanno anche i dané.
Moratti è una di quelle donne a cui non piace affatto esserlo: si vede dalle sue tristi longuette, dal fatto che si sente potente e libera non perché è una donna, ma nonostante questo. Appare a tutte come un infelice ostaggio dei poteri forti e degli uomini. Promette meraviglie, adesso. Vuole imbarcare un bel po’ di compagne d’avventura, forse ha capito davvero. Troppo tardi. La sua lontananza dalle donne e dal loro linguaggio è il nucleo ghiacciato della sua algidity.
Di Michael Bloomberg, sindaco di NYC e 17mo nella classifica Forbes degli uomini più ricchi del mondo, si favoleggia che ogni mattina prenda il metrò dalla sua casa nell’Upper East Side fino al municipio per non perdere il polso della città. Forse è una balla, ma il metodo è buono.
Se Mrs Auto Blu Moratti l’avesse preso più di quella decina di volte in 5 anni, se non fosse andata in periferia come una sussiegosa signora che va far visita alla cameriera, avrebbe scoperto tra l’altro: a) che quella che per lei è la periferia per definizione, via Padova, da mortificare con i coprifuochi, sta a 3 fermate dal Quadrilatero; b) che gli “stranieri” magari mangiano un po’ troppo aglio, ma sono portatori di quella grande risorsa detta desiderio che secondo Giuseppe De Rita è proprio ciò che manca al Paese; c) che un’ordinaria mamma con passeggino, in mancanza di comunissimi scivoli, non può prendere il metrò e deve per forza muoversi in macchina: ne ho aiutata una giusto l’altro giorno, “tu tira su il carrozzino da dietro che io te lo sollevo davanti”.
Il 13 febbraio femminista Letizia Moratti l’ha proprio ignorato. Ora, una poteva essere d’accordo o non d’accordo, ma tutte quelle donne furibonde sono le tue cittadine, tu devi ascoltarle, metterti in qualche relazione con loro, parlarci. Quel moto di dignidad, sentimento sia pure ambiguo che sta traversando l’Europa, onda lunga delle rivolte che hanno scosso il Mediterraneo sud e che arriva indebolita a lambire le coste nord, nel nostro paese si è espresso anzitutto in queste piazze di donne, esacerbate dal machismo della politica italiana in generale, e da quello del premier Berlusconi in particolare.
L’avrai gradito o no, ma non puoi non tenerne conto. Molti milanesi, anche maschi, dicono di aver trovato in quel 13 febbraio la motivazione, l’energia e il mood che hanno alimentato il ribaltone del 30 maggio. Quel che è certo, non si poteva fingere che non fosse capitato. Non ci si poteva crogiolare nell’illusione dell’invincibilità. Non si poteva continuare a trattare le donne come minori da blandire.
In piena campagna, quando la debacle è ancora lontana, lo staff della sindaca mette in piedi una cena per mille donne all’hotel Marriott, impiegate e commesse precettate ed eccitate dall’invito al seratone vip: sembra quasi di essere in tv. Telefonata regolamentare del premier barzellettiere a metà cena, il coordinatore lombardo del Pdl Mario Mantovani che torna sul topos delle belle tope di destra, altro che le cesse di sinistra, reiterato poche ore dopo dal ministro Ignazio La Russa. Letizia Moratti non fa un plissé e mimimizza: “Battute”. Che però nel living del suo superattico non sarebbero certamente ammesse. E’ campagna elettorale anche questa: se sei veramente gnocca stai per forza a destra. E invece le donne, le gnocche e le meno gnocche, hanno portato il loro peso a sinistra. Decisive nella vittoria di Pisapia, attivissime nella campagna per le primarie e per l’elezione del sindaco, pazienti e determinate nel contrattare e strappare quel 50/50 che tutte le nuove giunte del centrosinistra hanno garantito, rebound inevitabile della politica supermacha –qualcuno davvero credeva che si sarebbe potuto continuare così?- e delle amichette piazzate nelle istituzioni rappresentative.
Ma la debacle assoluta è tra i giovani: tra i 18 e i 24 è un plebiscito per Pisapia. Guardatevi online l’incredibile show di una premiazione sportiva all’Arena, pochi giorni prima del voto. Ragazzini delle medie, 12-13 anni, che spontaneamente, come se fosse scontato, il massimo dell’up to date, di fronte alla sindaca cominciano a scandire “Pi-sa-pia! Pi-sa-pia!”. I prof imbarazzatissimi e il sorriso pietrificato di Moratti. La stanno condannando a morte. Le stanno dicendo: tu e i tuoi e la vostra tv siete il vecchio, roba da buttare, non siete smart, non capite niente. Pisapia probabilmente non l’hanno mai visto, ma è un dettaglio. Il fatto non è che lui vinca, ma che la Moratti perda. L’analisi del voto conferma: per la sindaca votano i più vecchi e i meno scolarizzati. La cosa vibra nell’aria, le antenne dei ragazzini captano e restituiscono.
I giovani hanno anche lavorato sodo per la vittoria del centrosinistra. Come per Zedda a Cagliari e per De Magistris a Napoli, anche per lo staff di Pisapia si è trattato di un contributo decisivo. Hanno lavorato gratis, portando in dote tutto il loro know how di nativi digitali –senza la rete questa svolta sarebbe stata impensabile-, la loro velocità, i flash mob, la naturalezza nel fare squadra: l’individuo per loro non esiste, la rete non è solo il medium, è il messaggio. L’altro pezzo della dote è stato la non-violenza, il non-odio. Questa dei figli dei baby boomer è una generazione innocente e quieta, che ha avuto la fortuna di non conoscere il male. L’etica e l’estetica resistenziale, che hanno nutrito l’immaginario militante della nostra generazione, si è esaurito. Noi occhiuti, sempre all’erta, alla ricerca di nemici, e questi che non lottano neanche contro i loro genitori. Non capivamo che cosa fossero, e qui si è visto: post-antagonismo, non-violenza, non-individualismo e rete, è questo a comporre la cifra. Oltre a un forte europeismo. Risposte virali e interstiziali, il nuovo che prende forma in micro-pratiche quotidiane, infinitesime, reticolari, subliminali. Un linguaggio più femminile che maschile. Yin, si potrebbe dire. E finché lo dico io, niente di nuovo. Fa tutt’altro effetto se a dirlo è Piero Bassetti: classe 1928, imprenditore, ex-olimpionico (staffetta 4X100) ed ex-politico Dc, primo governatore della Regione Lombardia, fondatore di quel Gruppo 51 (per cento) che nella contesa elettorale ha rappresentato il supporto a Pisapia da parte della cosiddetta “borghesia illuminata” milanese, e che oggi rivendica un ruolo decisivo in questa svolta. “La forza di Pisapia è una forza yin”.
Ecco. Se non si capisce tutto questo, non si capisce che cosa sta capitando a Milano.
Mentre aspettiamo di sapere di che morte dovremo morire – di che vita vivere- vi segnalo dalla Spagna questa interessante intervista realizzata dalla nostra amica Giusi Garigali, a cui in questi giorni sto “delegando” le vicende di Spagna, con Luis Ángel Fernández Hermana, uno dei maggiori esperti di reti sociali virtuali in Spagna.
Luis Ángel Fernández Hermana ha un CV sterminato, ovviamente leggibile in rete. È stato uno dei primi a studiare gli elementi concettuali per comprendere la “gestione della conoscenza in rete”. È divulgatore scientifico, giornalista (è stato corrispondente scientifico del Periodico de Catalunya ed ha lavorato anche per la BBC a Londra), consigliere editoriale per varie ha case editrici ed impartisce anche corsi e conferenze nelle maggiori università spagnole e dell’America Latina.
L’intervista offre strumenti utili anche per leggere lo scenario italiano (e le cose che stanno capitando a Milano).
G. Partendo da quanto è accaduto oggi, e cioè dalla sensazione che tutto avrebbe potuto concludersi con lo sgombero della piazza (e invece i manifestanti sono ancora lì) vorrei sapere da te: il futuro di questo movimento risiede di più nella capacità di mantenere la piazza o nella capacità reale di strutturarsi in rete, in un modo tale che si riesca a veicolare l’informazione che si crea e mantenere così in vita il movimento?
LA: Ci sono un paio di concetti che devono essere chiariti a mio giudizio.
1) L’acampada (occupazione) e il movimento non sono la stessa cosa. L’acampada risponde ad una logica propria, il movimento è invece costituito da un flusso di idee che possono sopravvivere alla stessa acampada o a qualsiasi altra cosa.
2) Il problema della strutturazione si pone solo per noi che ragioniamo ancora secondo criteri antichi, gente di una certa età che sa quanto sia importante “strutturare”. Ma l’impressione che ho, invece, è che stiamo attraversando un periodo storico caratterizzato da “movimenti destrutturati”. Otterranno qualcosa? Non si sa, perché nessuno sa esattamente cosa sia un movimento “destrutturato”, ma a ben vedere tutti quei movimenti destrutturati che hanno cominciato in rete e che sono poi arrivati a produrre puntuali azioni dimostrative, in realtà hanno già ottenuto delle cose, anche se evidentemente non hanno raggiunto il potere, non hanno governato nel senso classico in cui noi tutti pensiamo. Ma hanno modificato moltissime cose, in tutto il mondo. La teoria politica questo non lo riconosce ancora, non lo considera, semplicemente perché pensa secondo dei parametri che qui non si danno.
Per esempio, già nell’anno 1999, in un modo assolutamente inaspettato, apparvero a Seattle 60.000 persone che circondarono il luogo in cui si sarebbe svolta la prima riunione dell’Organizzazione Mondiale del Commercio ed impedirono che questa si svolgesse. Ci furono delle battaglie campali tremende. Le persone che partecipavano a questa protesta non superavano i 30 anni d’età e dicevano di stare lì per fermare l’Organizzazione Mondiale del Commercio, il FMI e la Banca Mondiale. Nell’anno ’99, a parte coloro che ci lavoravano, nessuno sapeva nulla di queste organizzazioni. Queste persone avevano invece conoscenze profonde su questi temi, non trattati comunemente dai mezzi di informazione. Chi aveva dato loro questa informazione? In realtà era già dal 1992 (cioè da 7 anni) che in rete si stava discutendo proprio di questo, a partire dalla Conferenza sull’ambiente di Rio de Janeiro del 1992. Da qui nascerà, poi, il movimento antiglobalizzazione (che è in realtà una parola sbagliata perché si tratta di un movimento globalizzatore), che crea gli eventi del Foro Mondiale Sociale e che cambia molte cose in vari paesi, pur non prendendo il potere. Infatti, ha cambiato il modo di fare politica in molte città. Ecco, qui ci troviamo davanti a uno scenario in cui le forme passate di fare politica già non esistono più, non esistono più forme strutturate organizzate che vogliono arrivare a gestire il potere come i partiti.
G. Sì ma anche nel passato avevamo assistito alla nascita di movimenti con caratteristiche simili, con la differenza che prima non esisteva la rete. A me sembra che determinate rivendicazioni un po’ fumose, generiche, utopiche – ma assolutamente condivisibili – siano già state presenti nei movimenti del passato e quindi mi risulta difficile capire dove è la novità, se c’è novità…
LA. La novità è che questo movimento in realtà, malgrado le apparenze, è iper organizzato, si organizza costantemente, ma in maniera differente rispetto a quella che noi consideriamo l’organizzazione tradizionale. Si organizza e si “disorganizza” permanentemente. Noi non lo capiamo perché ancora ragioniamo con i vecchi parametri, e pensiamo che ogni forma di organizzazione debba puntare a un solo obiettivo preciso. Invece, questo movimento ha molteplici obbiettivi e la massa degli attivisti si sposta in pochi minuti da uno all’altro… Questa è ovviamente una caratteristica favorita da Internet, ma il movimento non è così solo per Internet, perché al giorno d’oggi la gente fa cose di questo tipo anche nella propria vita quotidiana. La trasversalità è una caratteristica altrettanto importante che andare dritti verso l’obiettivo, ed è la negazione della logica dei partiti politici. Non c’è più un abbozzo di cosa vogliamo fare per vivere meglio, ma sappiamo cosa ci fa stare male e che un sacco di cose devono cambiare perché producono solo infelicità…
G. A me comunque risulta difficile capire dove sta il passo più in là…
LA. È che al momento attuale non c’è un passo in più, in questo momento si tratta di capire cosa succederà, come ci si strutturerà… Questo movimento non ha un solo centro ha più centri e per questo è difficile da comprendere. Le idee che vengono alla luce escono direttamente dalla pancia di Internet e da fuori non si riescono a comprendere. Per esempio: non si comprendono i criteri secondo i quali certe azioni vengono poi considerate veritiere, e quindi producono consenso e partecipazione, e altre no. Quale sia la logica che governa tutto questo e come si possano mettere d’accordo migliaia di persone in Internet sulla validità di un’azione piuttosto che di un’altra rimane un mistero. Si tratta di fenomeni oscuri ancora non studiati.
Negli Stati Uniti tempo fa, proprio per provare l’esistenza di questo principio, si era messo in moto quello che si chiamava la capacità di convocare le “moltitudini intelligenti”. Ci si davano degli appuntamenti apparentemente assurdi, via Internet, cui effettivamente la gente andava. Per esempio ci si dava appuntamento, in mutande, in un certo luogo e la gente ci andava, e dopo 10 minuti tornava alle proprie occupazioni (stiamo parlando di 150.000 persone mobilitate). Come potevano sapere che si trattava di una convocazione veritiera e non falsa? Non lo sappiamo, perché ancora non sono state studiate le strutture interne alle organizzazioni in Internet. Sappiamo perfettamente come funzionano i partiti politici, le imprese, i sindacati eccetera. Tutte queste entità hanno una struttura verticale che ci è facile da comprendere. Ma il potere delle organizzazioni in Internet è ancora un mistero. Democracia real ya (la piattaforma che ha originato il movimento 15M) aveva una semplice pagina Fb, ma il giorno in cui si decise di scendere in piazza si presentarono 15.000 persone… E al giorno d’oggi non c’è modo che i sociologi, politologi, filosofi comprendano cosa è successo. Questo perché non si sono spogliati del loro abito mentale e continuano a ragionare secondo degli schemi ormai superati. Perché questi fenomeni sono altamente destrutturati, però hanno una propria dinamica interna che gli permette di coordinarsi, di puntare per esempio ad occupare nella vita presenziale delle zone di prestigio che gli consentono di avere visibilità e di dare visibilità alle proprie idee…
G. Scusa ma non è che, allora, possiamo dire che in questo caso Internet consente di amplificare un malessere, una frustrazione presenti all’interno della massa? Questi sentimenti sono sempre esistiti, ma prima era difficile esprimerli in maniera così evidente e rapida per una mancanza di mezzi che invece adesso permettono di ottenere proprio questo risultato, o no?
R. Sì, certamente, tutto quello che dici è vero, ma la Rete non amplifica soltanto il malcontento etc., lo organizza e, ripeto, questa organizzazione non è l’organizzazione tradizionale che conosciamo… Purtroppo negli ambienti accademici non c’è sensibilità, non c’è interesse rispetto a questi temi… Adesso quello che si sta studiando è l’aspetto presenziale di questo movimento, quello che si vede in piazza, mentre il grosso che dovrebbe essere studiato è tutto quello che si muove e circola in rete. Ed è qui che ci sbagliamo, perché stiamo ignorando la parte più nuova del processo. E soprattutto perché altre cose simili di pari importanza stanno già avvenendo in Internet, succedono costantemente…
G. In buona sostanza possiamo dire che è molto più facile parlare di quello che accade in piazza – e infatti le televisioni, le radio, i corrispondenti dei giornali si trovano lì – ma in realtà le cose più importanti e cariche di novità sono quelle che accadono in rete e sono pochi coloro che cercano di capire o almeno di sviluppare una certa sensibilità al riguardo…
LA Non sappiamo in realtà come si usa la rete per ottenere certi risultati… E questo è l’aspetto che si dovrebbe studiare.. Non abbiamo idea di dove sta la capacità di organizzazione di tutto quello che poi accade anche nella piazza e poiché vediamo Internet come qualcosa di piatto e non abbiamo gli strumenti per “qualificare” un tweet o un mail diciamo: “Twitter” è stato importantissimo. E sbagliamo. Infatti non è stato importantissimo Twitter, ma l’uso che se ne è fatto. Ma chi sono questi che usano T? Non lo sappiamo. Potrebbero essere qualsiasi cosa… Sicuramente l’impulso che nasce in rete poi si ripercuote sul resto delle persone che partecipano…
Lo ribadisco: l’elemento più importante di Internet è l’organizzazione. La capacità di organizzare, senza dover investire quasi nulla a livello di energie tanto economiche come mentali. Oggigiorno si possono organizzare cose incredibili a costo zero.
Ed è questa capacità che si dovrebbe studiare a fondo… Parliamo senz’altro di un’organizzazione fondata sul testo, sulla parola… E quello che bisognerebbe studiare è come circola la parola, come circola il testo. In un partito politico, in un movimento rivoluzionario, in un’impresa, in un sindacato, non è necessario studiare. Fai una radiografia dell’organigramma di queste entità e saprai perfettamente come funziona questa organizzazione. Ma qui devi analizzare la parola e noi non siamo preparati ad analizzare la parola e ancor meno a capire come la parola possa avere questo peso in tutto il processo dell’organizzazione. Per questo Internet cambia completamente le regole del gioco. Internet ti dice: se tu parli bene, se sai con chi parli, organizzi. Ritorniamo dunque all’esempio dell’inizio, di quando parlavamo di Seattle. Tutto quel movimento è evoluto nel Foro Sociale Mondiale, che si è dato appuntamento in Kenya, New Delhi, Porto Alegre, eventi cui hanno partecipato 200.000 persone, inclusi intellettuali di tutto il mondo… Questo, prima di Internet, sarebbe stato impensabile… E questo lo hanno organizzato persone “qualsiasi” che non hanno un’identità precisa. Abbiamo saputo sempre chi c’era all’inizio di ogni movimento o partito politico. Bene questo è scomparso per sempre.
G. Ma non pensi che anche all’origine di altri movimenti nel passato ci siano stati elementi anonimi?
LA No, perché secondo me anche i movimenti più apparentemente spontanei del passato hanno avuto sempre degli ideologi chiari di riferimento. Qui non c’è nessuno. Nel ’99 a Seattle non c’era nessuno. Nelle elezioni che il PP perde nel 2004 non c’è nessuno. Perché mancano anche di ideologia strutturata, infatti c’è solo l’idea di andare “contro”, non c’è una proposta ideologica…
G. E dunque tornando alla piazza, quando sarà abbandonata, e in mancanza di referenti chiari e importanti, cosa resterà?
LA. Rimane il fatto che, entrando nella piazza virtuale, si potranno continuare a creare nuovi referenti, costantemente. Negli altri movimenti, invece, i referenti c’erano già dall’inizio, potevi semplicemente limitarti a seguirli entrando a far parte del movimento. Qui no: non sei solo parte del movimento sei parte del tutto, anche dei referenti…
G. Si tratta cioè di processi molto più democratici…
LA. Tu stesso puoi dare vita all’ideologia, puoi fare le tue riflessioni e la gente le appoggerà se considererà che sono valide e le rinvierà a 200.000 persone. Questo prima era impensabile…
G. Tutto questo mi sembra fantastico e mi sembra inoltre che questa circolazione di idee che si organizzano e si selezionano spontaneamente incentivi, in un certo senso, la presa di coscienza individuale e una embrionale assunzione di responsabilità di tutti i soggetti coinvolti, ma quando torniamo alla realtà presenziale e la gente si scontra con i gravi problemi non risolti della vita di tutti giorni, che succede?
LA. Be’, nel passato l’incomprensione di questo ha portato anche a derive totalitarie. In questo momento, e rispetto alle rivendicazioni di questo movimento in concreto, cosa possiamo dire? Conosciamo solo la loro protesta, non sappiamo (e non lo sanno neanche loro) se vogliono davvero distruggere il potere. Ma quello che sanno è che hanno 3 o 4 rivendicazioni che si scontrano frontalmente con l’attuale organizzazione del potere. Se non saranno capaci di metterla in gioco sul serio non otterranno mai nulla, ma se son capaci di farlo ci sarà un passo in avanti…
G. Dunque, in conclusione, secondo quello che dicevi, la mancanza di leadership è una novità assoluta, ma in un mondo strutturato in questo modo come si potranno canalizzare in maniera proficua le rivendicazioni di cui si parlava prima?
LA. Già sappiamo cosa significa andare contro il potere con organizzazioni strutturate in forma piramidale e sappiamo già a cosa può portare. L’altro, il nuovo che si dà è tutto da giocare. Quello che tu dicevi prima sulla responsabilità individuale… Nella logica della vecchia politica di questo si parla poco e, invece, è quello che la gente fa sempre di più. La gente pretende dall’altro una coerenza e responsabilità “sociale” che ha a che vedere con la propria. Per questo l’organizzazione piramidale non è più attuale.
G. Potremmo dire che questo movimento ci sta dicendo chiaramente che il potere, così come lo conosciamo in tutte le sue manifestazioni (politica, imprenditoriale, sindacale etc.) deve capire che la sua relazione con le persone non può più essere a senso unico (cioè dalla base della piramide verso la parte più alta che dirige), ma deve trasformarsi, cominciando a fare proprie le richieste che vengono dalla base? Che le relazioni devono diventare biunivoche, che bisogna tener conto di ciò che dice e chiede la gente, che si organizza ed esprime chiaramente, attraverso Internet, e può palesarsi, puntualmente, in azioni concrete? Potrebbe essere questa la sintesi? Una capacità di trasformazione delle strutture del potere a partire dal riconoscimento di cittadinanza dei desideri delle persone? Potrebbe essere questo un buon punto d’arrivo?
LA. Sì, sono d’accordo al 100 per cento, ma credo che coloro che stanno in cima alla piramide non sapranno fare questa operazione, malgrado in Internet questo sia già realtà. In Internet la gente si relaziona orizzontalmente, in base ai propri interessi. Lì le gerarchie sono già state annullate da tempo.
Domani a Milano si vota per il nuovo sindaco. Siamo in par condicio e io mi attengo scrupolosamente, anche se sono attivamente schierata. Ma devo anche dirvi che –per quanto io tifi e mi sbatta per il “mio” sindaco- penso che comunque andranno le cose niente e nessuno potrà fermare le formidabili energie che si sono messe in moto dopo la lunga fase di disorientamento e di stasi seguita alla chiusura delle grandi fabbriche.
Finalmente riconosco la mia città, anche se è molto diversa da com’era. Ha cambiato pelle, deve ricostituirsi intorno a un nuovo scheletro, si è provvidenzialmente riempita di nuovi milanesi che in cambio del pane hanno portato al mercato i loro desideri, si sono integrati e hanno fatto amicizia con noi: non c’è demagogia più disgustosa dell’allarme sull’“invasore”.
Una città insonne e con i nervi scoperti, che però se dorme troppo si ammala, perde la sua vitalità stralunata dalla mancanza di sonno, si irrigidisce sul calvinismo e sui dané, si incocaina per farcela, si frantuma nelle solitudini. Una città che fa soffrire, ma che sa anche essere segretamente intima e soccorrevole, come le sue belle corti e i suoi giardini nascosti.
Ecco, se il sindaco fossi io – ma almeno per il prossimo quinquennio non c’è pericolo- il mio programma sarebbe “Milano da sballare”: rompere le righe, far cadere i muri invisibili che ci tengono separati, trasgredire il diktat della droga e dei farmaci, sostituire lo sballo chimico con l’ebbrezza dell’altro, ma proprio l’altro più altro, fuori dalla sterile colleganza. De-professionalizzare la vita: ormai anche l’aperitivo è diventato un lavoro, e ingrassa pure, e poi la tristezza del tapis roulant per smaltire. Scartare dai ruoli. Fare irrompere vita nel lavoro, credere nella produttività della gioia: c’è sempre tempo per venire a sintesi, e in questo si sa che siamo bravi. Darsi lo spazio e il tempo che servono per fantasticare, per l’immaginazione creatrice. Liberarsi dei pesi inutili e tenersi quelli utili, come i vecchi, i bambini, gli animali e chiunque abbia bisogno di noi…
Parlo per i milanesi, oggi. Ma quello che capiterà qui conta per tutto il Paese. Fra le croci che ci tocca portare c’è da sempre anche questa: fare da apripista politici, nel bene e anche nel male. Speriamo nel bene, stavolta. Sarebbe ora.
E allora, buon voto a tutti.
Amiche e amici, vi tengo compagnia come posso, ogni giorno siamo qui a discutere insieme, anche la sera, il sabato, la domenica, le feste comandate e in piena estate. Potreste ricambiarmi con un favore personale?
Andate a votare. A Milano, Torino, Bologna, Napoli, Cosenza, ecc.: andateci.
Massimo rispetto per l’astensione, ci sono circostanze in cui è la cosa giusta. Ma questa volta non lo sarebbe. Frugate nel cassetto del comodino -io lo tengo nella credenza-, tirate fuori il certificato elettorale, verificate la scadenza della carta di identità, e andateci, domenica o lunedì mattina. E vi dirò di più: fate in modo che il vostro voto sia un supervoto, indicate anche una candidata o un candidatoscrivendo il suo nome in corrispondenza della lista che scegliete. Voi sapete che alle politiche non si può scegliere, le liste sono bloccate, non perdiamo l’abitudine a farlo anche quando si può. La persona giusta conta forse più del partito giusto.
Non ne potete più della politica, vediamo tutti cose stomachevoli, ma ne vedremo anche di più se riununciamo alla piccola ed enorme prerogativa di scegliere. La vostra passione politica è sfibrata, appannata, infiacchita, sopita. Ma c’è: una delle nostre pregevoli caratteristiche di italiani è una grande attenzione a quello che capita politicamente, forse con una discutibile propensione alla rissosità. ma siamo animali a sangue politicamente caldo.
Andate a votare, perciò. E anzi, vi chiedo di più: datevi in questi due giorni l’obiettivo di convincerne almeno un altro, oltre a voi stessi. E farete il capolavoro se riuscirete a convincerlo a votare dalla parte giusta (se no lasciate stare, grazie).
E qual è la parte giusta? Io non lo dirò oltre, l’ho detto in abbondanza, e quel minimo di par condicio la devo pur rispettare. Se proprio non vi sovviene e vi interessa saperlo, fatevi un giretto in questo blog. Io so dove ci sono persone oneste, generose, capaci, in spirito di servizio, che non vogliono trarre un profitto personale dalla loro elezione, che non avrebbero nessuna ragione di prendersi questa rogna, perché la loro vita è già piena, la loro professione è già avviata… eppure lo fanno. Ne indicherò una.
Andate a votare, amiche e amici. Facciamo insieme questa parte significativa del nostro mestiere di cittadini,
Ne vale quasi sempre la pena. Ma stavolta di più.
E’ un periodaccio. Agenda piena ogni minuto della giornata, tutto scandito in chiave di impegno. ne parlavo con Lorella Zanardo stamattina, anche lei messa come me: che fine ha fatto il principio di piacere? Anche le cose che normalmente ti piacciono, messe in questo modo non ti piacciono più. Ti lasci trascinare dalla tua agenda, con quella sensazione perenne di pianto in gola.
Poi un giorno uno degli impegni salta, ti ritrovi mezz’ora inaspettatamente vuota, fai due passi, e in quella mezz’ora ti pare di combinare molto di più che nel resto delle ventitre e mezzo efficientisticamente scandite.
Non so più che cosa sarebbe la vita, fuori da questa trappola, e ho la sensazione di sbagliare tutto.
“Il discorso del re”, 4 Oscar, è un grande film. Più che la biografia di un re l’ho visto come la storia di una grande amicizia tra uomini: Bertie, destinato al trono d’Inghilterra, e Lionel, praticone australiano “zero tituli”, però capace di una grande empatia. E soprattutto la rara e sensibile rappresentazione della fragilità maschile, un’autorizzazione simbolica a fare i conti con le proprie paure e a vincerle senza ricorrere (come il coevo Hitler, il più pauroso di tutti) alla soluzione della violenza.
Bertie e Lionel stanno nudi l’uno di fronte all’altro: il futuro sovrano, uomo e padre molto dolce, bello, balbuziente, insicuro e irascibile, costretto dal terapeuta a spogliarsi della propria regalità e a regredire alla propria infanzia infelice, alla durezza del padre, alla carenza di cure materne, al mancinismo brutalmente represso; e Lionel costretto a rivelare di non essere un medico ma solo un vecchio attore fallito, niente grammatica ma molta pratica, unita alla capacità di sentire l’altro e di guarirlo con l’intensa verità della relazione che cura.
Niente gradi sulla manica, né l’uno né l’altro. Nessun facile espediente da parata virile. “Non voglio essere re” riesce a singhiozzare Bertie, costretto al trono dall’abdicazione del fratello David (Edoardo VIII), totalmente dipendente dall’androgina Wallis Simpson. E ancora (vado a memoria): “Io sono il re, io ho tutto, ma non la parola”.
La balbuzie e l’afasia come condizione di ogni uomo che non voglia cedere alla costrizione del potere e del dominio (nel caso di Bertie anche il dominio coloniale), e che intenda significare liberamente la propria esistenza fuori dai codici dell’ordine simbolico maschile. Una rappresentazione buona per tutti quegli uomini, oggi sempre di più, intenzionati a fare “un passo indietro”. E non tanto e non solo per lasciare spazio alle donne, quanto per fare spazio al proprio sé autentico, libero da costruzioni e costrizioni patriarcali.
Se poi alla fine Bertie fu un buon re, se divenne quel Giorgio VI capace di parlare “fluently” e di guidare il suo popolo attraverso le temperie del Secondo conflitto mondiale contro il nazifascismo -e se Lionel si decise a chiamarlo Vostra Maestà- forse fu anche perché seppe integrare fragilità e responsabilità, paura e fiducia, senza che la sua umanità scomparisse sotto la divisa rilucente di medaglie e mostrine.
Vorrei essere stata solo per un attimo nei panni di uno di quelli o quelle che ieri a Maglie, subito dopocena, invece di starsene tranquilli in poltrona a guardarsi quel capolavoro di “Montalbano” hanno avuto il cuore di infilarsi cappotto e cappello firmato Dolce&Gabbana per presentarsi di fronte al locale “Tempo Zero” ad aspettare la ragazzina Karima El Mahroug detta Ruby Rubacuori, assediando l’auto da cui doveva scendere, i cellulari pronti a scattare come sassi da tirare, una lapidazione morale a cui è mancato appena un soffio per diventare una sassaiola reale. Vorrei percepire la qualità dell’energia che li ha mossi.
Vorrei essere non dico Gesù Cristo che salva l’adultera dalle pietre, mi accontenterei di molto meno, di essere la madre di quella ragazzina, e anzi lo sono, per strappare gli occhi con le unghie uno a uno ai barbari di quell’orda eccitata che gridava “Vergogna!” e “Non ti vogliamo”, quando la verità sarebbe suonata: “Ti vogliamo”, “Vogliamo sbranarti”, “Datela a noi che le facciamo la festa”.
Uno stupro virtuale, un omicidio simbolico, tutta la rabbia e la violenza accumulate in corpo scaricate contro una bambina messa alla gogna. Sono millenni che gli uomini lo fanno contro le donne, bersaglio della loro impotenza, della loro frustrazione, della loro invidia. C’è voluto Gesù, infatti. E a quanto pare nemmeno lui è bastato.
Ho paura di vivere in un paese così, nel paese delle dignitose contro le indegne, dell’ipocrisia elevata a sistema, del gioioso sputtanamento internazionale, della violenza travestita da morale, dell’assoluta mancanza di pietà e di carità.
Si comincia con le raccolta di firme per chiedere le dimissioni di Nicole Minetti, si finisce con il linciaggio di Ruby, e il seguito potrebbe essere anche peggio.
Mi manca tanto Roberta Tatafiore, che su tutto questo avrebbe saputo bene che cosa dire e come dirlo, ma purtroppo non l’abbiamo più. E devo accontentarmi del mio orrore.
Uno dei nuovi tormentoni della politica è che “non c’è alternativa”.
Vale soprattutto quando si parla di Berlusconi, ma la formula è adattabile a qualunque situazione, nazionale o locale. Il governo non funziona, ma ce lo dobbiamo tenere, non c’è alternativa. Quel sindaco è una schifezza, ma non c’è alternativa. Ogni volta che sento questo ragionamento resto stupefatta. Non c’è alternativa a un uomo? Non c’è alternativa a qualcosa che non funziona? Che cosa rende fatale un fatto eventuale e talora perfno casuale come una decisione o un’alleanza politica?
Un’alternativa c’è sempre, sta nelle necessarie probabilità. Ogni momento, ogni aspetto della nostra vita presenta una quantità di alternative. E’ il nostro sguardo impigrito che non la sa vedere. E’ nel raggio corto della nostra miopia che l’alternativa non esiste. E chi sa che noi non sappiamo, non vogliamo, non ci sforziamo in alcun modo vedere, ne approfitta alla grande. Tenetevi questa roba scadente, rassegnatevi, tanto non c’è alternativa.
Troviamo noi le alternative, è più semplice di quanto possa sembrare. Costruiamole, nominiamole e facciamole esistere. Non lasciamoci infiacchire e ipnotizzare da questo fatalismo teleguidato.
Non è strano che gli uomini si aspettino da noi donne una presa di parola forte su una questione che è maschile? Ovvero la loro sessualità estenuata e violenta, l’intrico sesso-soldi-potere –di cui talune approfittano-, l’incapacità di fare a meno del dominio delle donne, come di un esoscheletro che li tiene in piedi. C’è oggi una “questione maschile”, altro che “questione femminile”, che coincide almeno in parte con quella che Benedetto XVI ha definito “perversione del rapporto tra i sessi” a causa degli uomini. Sono gli uomini a dovere affrontare la loro questione, a doversi fare qualche domanda nel profondo del cuore. Lo dice perfino Famiglia Cristiana: “Dovrebbero essere gli uomini a organizzare manifestazioni contro la pubblica umiliazione delle donne, il mercimonio del corpo di giovani ragazze, dovrebbero essere i maschi per primi a ribellarsi a questa nausea e disgusto”. Una manifestazione è anche troppo: basterebbe un pensiero pubblico e condiviso su se stessi.
Non è per caso -e anzi, si potrebbe perfino leggere come un disegno provvidenziale- che la bellezza femminile, la vera bellezza dell’essere donna che è soprattutto nel suo genio e nella sua sapienza, tenuta fuori dalla porta, cacciata con violenza dallo spazio pubblico della polis, si ripresenti dalla finestra corrotta e mercificata: quel perverso ritorno del rimosso che sono le prostitute nelle nostre istituzioni rappresentative. E’ la maschera estrema della donna totalmente a disposizione, che rinuncia alla sua autorità e alla potenza materna per diventare figlia compiacente, disponibile nella testa e nel corpo. In un paese misogino com’è il nostro la crisi non poteva che passare di qui, dal corpo femminile, epicentro peraltro di molta parte della storia recente e oggetto-simbolo del civilization clash. E del resto il nostro paese, per la sua posizione geografica e culturale, non è forse ponte tra le due civiltà?
Le fantasie sessuali del premier, a cui ci tocca assistere malgrado noi –lui si lamenta di essere invaso nel suo privato, in realtà è il suo privato che ha invaso lo spazio pubblico, amplificato dalle sue tv- alludono sempre masochisticamente a una donna punitiva: infermiere, dottoresse, poliziotte dotate di un potere al quale rinunciano docilmente, nude sotto i camici e le divise, soggiogate da lui, piegate dalla sua forza, dal suo fascino, dal suo potere. Ogni volta la messa in scena è la stessa: lui che ha la meglio sulla forza femminile: una scena-madre, in un duplice senso. E’ la forza femminile, la sua nemica assoluta. Il suo terrore.
L’uscita di qui non può essere dunque che il protagonismo politico femminile. Riportarci come donne dalla posizione di figlie sottomesse a quella di madri autorevoli. L’irruzione massiccia delle donne, con la loro differenza, nei luoghi di governo del Paese, obiettivo da perseguire con ogni mezzo e senza perdere altro tempo.
E’ un momento di grandi opportunità.










