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italia, Politica, questione maschile luglio 13, 2015

Lo “sgarro” di Emiliano alle donne di Puglia

Salvatore Negro, macho-assessore pugliese al Welfare. Le associazioni femminili chiedono che Emiliano gli revochi il mandato

Mi dicono che anche in Puglia si usa dire “sgarro”. Quindi uso questo termine per qualificare la scelta di Michele Emiliano, presidente di quella regione, che ha deciso di affidare l’assessorato al Welfare a un signore, tale Totò Negro, Popolari, molto noto per la sua strepitosa misoginia politica, vero campione della questione maschile che tiene paralizzato il nostro Paese. Il fatto è che l’assessorato al Welfare è quello che gestisce gli organismi di parità, il garante di genere e attua le politiche di conciliazione. Ora, si può anche discutere se tutto questo armamentario istituzionale sia effettivamente utile per migliorare la condizione delle donne pugliesi, ma non c’è alcun dubbio che l’eventuale speranza è vanificata dall’incarico al signor Negro.

Il quale, quando qualche tempo fa molte associazioni di donne raccolsero 30 mila firme in tre mesi perchè nella legge elettorale si introducessero meccanismi correttivi come la doppia preferenza di genere, le liste 50/50 e l’inammissibilità delle liste che derogassero a questi principi, fu tra i più attivi propugnatori del voto segreto (qui come andò) richiesto unicamente allo scopo di poter bocciare la proposta senza neanche metterci la faccia. E non pago di questo, disse: “Prima di pensare di risolvere il problema della partecipazione delle donne alla vita pubblica e alla politica imponendo per legge il 50 e 50 nessuno ha posto l’accento sulle condizioni reali.  Provo a immaginare una madre di famiglia, una donna della provincia di Lecce, del profondo Sud, di Leuca o di Foggia, che deve lasciare a casa i figli, oppure gli anziani che deve accudire, perché non siamo in grado di fornire servizi idonei… Dovete dimostrare di avere maturità per stare in questo Consiglio regionale“.

Le proposte di azioni positive ripasseranno successivamente in Consiglio in forma di emendamenti. Michele Emiliano, in qualità di segretario regionale del Pd, minaccerà i contrari di non-ricandidatura. Ma il voto segreto -un’altra volta- consentirà ai maschi cecchini una seconda bocciatura.

Con un’astuta operazione cosmetica, lo scorso 8 marzo Michele Emiliano annuncia che in tutte le circoscrizioni per le elezioni regionali ci sarà una donna capolista. Come ampiamente prevedibile l’operazione è fallimentare. Il centrosinistra non elegge una donna che sia una, passa una sola consigliera per il centrodestra e quattro per i 5 Stelle. Il solito immutato schifo, indegno di qualunque Paese civile. Non bastasse il disastro, ecco lo sgarro alle donne di Puglia: dopo aver nominato 2 assessore esterne e avere invano cercato di coinvolgere le 5Stelle, che opporranno uno sdegnoso rifiuto, Emiliano decide di assegnare il Welfare al suddetto Negro, che è come dire affidare la banca del sangue a un vampiro.

Le associazioni delle donne tornano a mobilitarsi, a raccogliere firme contro questa assurda decisione politicista, che rivela la sostanziale indifferenza di Emiliano alla questione. E lui assicura, solenne:

L’assessore Negro, come ogni altro assessore da me nominato, è tenuto a dare esecuzione al programma del centrosinistra nei minimi dettagli, rispettandone l’ispirazione sotto il diretto controllo dell’intera giunta e mio personale. Capisco l’ansia delle associazioni firmatarie del documento di vedere realizzati i loro obiettivi e la faccio mia. Dopo gli scempi del passato con riferimento alla parità di genere ed alla legge elettorale è chiaro che l’intera giunta, compreso l’assessore Negro, avverte la necessità di lasciarsi alle spalle quel passato che ha tradito le aspettative di tutti coloro che credono nel diritto a vivere avvalendosi di identiche opportunità di vita“.

Ma le donne di Puglia non ci cascano più, e raddoppiano la mobilitazione, chiedendo la revoca del mandato a Negro.

p.s. Inevitabile riflessione, dopo molte delusioni: ma non varrebbe la pena di mollarli e lasciarli soli, nelle loro giunte e nei loro consigli vergognosamente monosex, ad avere la faccia che hanno, non solo in segreto ma anche in pubblico?

italia, Politica giugno 4, 2015

Celentano e Salvini: il senso di Adriano per il popolo

Su Celentano e Salvini: in ritardo, lo so, ma è perché ho la sensazione che quello che Adriano intendeva non sia stato capito.

Quella di Celentano -“Sto cominciando a pensare a Salvini“, qui tutto il suo postnon è affatto una dichiarazione di voto. Adriano sarà anche diventato ricchissimo, non vive più in città ma nella sua bella villa di campagna, ma gli è rimasto un robusto senso per la gente che vive nelle periferie dove anche lui è nato e ha vissuto, via Gluck eccetera. E se voi vi fate un giro in via Gluck, o in via Lorenteggio o in una qualunque strada della periferia milanese, “Sto cominciando a pensare a Salvini” lo sentirete a ogni pie’ sospinto, nei bar, nei negozi, nei capannelli davanti alle scuole. A quanto pare stanno cominciando a pensarlo, anzi ci hanno già pensato anche in Toscana, in Liguria, in Umbria e così via. E quanti miei amici insospettabili me lo dicono, facendomi spaventare.

Sarei curiosa di avere dei dati sull’esposizione mediatica record di Matteo Salvini: non passa giornata senza che sia in tv, fa audience e perciò i talk se lo contendono con le unghie e con i denti, martedì sera è stato contemporaneamente ospite, previo cambio maglia, dei due talk concorrenti, “Ballarò” e “Di martedì”. E se non c’è lui ci sono le sue dichiarazioni, i suoi tweet, i suoi post su Facebook che vengono prontamente rilanciati dai conduttori.

A causa di questa sovraesposizione il tema dei Rom, suo cavallo di battaglia, è sovrapercepito e criminalmente amplificato. La questione dei campi esiste, ma non fino a questo punto. E il centrosinistra insegue, “scoprendo” in ritardo il tema della sicurezza colpevolmente trascurato, e rischiando di affastellare soluzioni dell’ultimo minuto: ma la toppa può essere peggio del buco, perché fra Salvini e gli pseudo-Salvini la gente preferirà l’originale.

Tornando ad Adriano che parla della “paura di uscire di casa“, dei cittadini che “si sentono abbandonati” e della tentazione di votare Salvini, il suo post va letto come un allarme generale -attenti tutti, perché sta capitando questo- e non come propaganda alla Lega.

Da tempo lo dico anch’io, che abito non lontano da via Gluck: attenti, perchè sta capitando questo. E figuratevi se voterei mai la Lega. Ma conosco bene il mio popolo. L’ho detto personalmente anche a Diana Pavlovic, rappresentante delle comunità Rom e Sinti: alla criminalizzazione dei Rom non si può opporre la loro semi-santificazione.

I risultati della Lega alle regionali sono la prima conferma che un bel po’ di buoi sono ormai scappati dalla stalla. Le stalle potrebbero vuotarsi alle prossime amministrative milanesi.

Donne e Uomini, economics, italia, lavoro marzo 31, 2015

Gap salariale tra donne e uomini: una proposta di legge

 

Proprio oggi l’Istat diffonde nuovi disastrosi dati sulla disoccupazione, e in particolare sul calo costante dell’occupazione femminile. Nelle settimane scorse abbiamo appreso che uno dei pochi dati positivi che riguarda il lavoro delle donne nel nostro Paese, un gap salariale inferiore alla media europea (7.3 contro 16 per cento), si sta progressivamente ampliando, mentre negli altri Paesi la forbice tende a ridursi.

La trasparenza e la pubblicità delle retribuzioni nelle aziende (fatta salva la privacy: cioè omettendo l’identità dei singoli lavoratori e nominando solo  il genere di appartenenza) è il primo passo necessario per contrastare la disparità salariale: è questo il senso della proposta di legge depositata oggi da Pippo Civati del Pd, a inaugurare un pacchetto di leggi “dedicate” alla cittadinanza femminile (e dati i vantaggi che ne deriverebbero, a tutto il Paese).

Ecco il testo della proposta.

“Onorevoli colleghi! Il divario retributivo di genere è un fenomeno complesso che
riguarda sia la cosiddetta “discriminazione diretta”, cioè a parità di lavoro, sia le
differenziazioni di mansioni e di settori. Si tratta di un divario troppo ampio, che, a
livello di Unione Europea, si attesta in media intorno al 16%.
Colmare questo divario è necessario anzitutto per motivi di giustizia e di uguaglianza.
Ricordiamo che l’articolo 37 della Costituzione afferma che «la donna lavoratrice ha gli
stessi diritti e, a parità di lavoro, le stesse retribuzioni che spettano al lavoratore». I
destinatari di questo imperativo sono tutti i soggetti, pubblici e privati, da cui dipenda il
rispetto dello stesso, compresi quindi i datori di lavoro, ai quali la presente proposta in
particolare si rivolge.
Peraltro, deve considerarsi come dal superamento del divario si trarrebbero vantaggi
anche per l’economia, un riconoscimento adeguato del lavoro delle donne essendo
generalmente riconosciuto come un importante fattore di crescita.
Al fine di assicurare la piena realizzazione della parità salariale molti sono gli interventi
da porre in essere, anche attraverso la revisione di alcune norme esistenti, intervenendo
su sanzioni e incentivazioni, ma il punto da cui partire in modo semplice e immediato
può essere quello della trasparenza.
Si tratta di un elemento su cui puntano oggi sia l’Unione europea sia Paesi
economicamente forti e sviluppati e che ci sembra il caso di riprendere e – per certi
versi – anticipare.
Infatti, il 7 marzo 2014 la Commissione europea ha adottato una raccomandazione «sul
potenziamento del principio della parità retributiva tra donne e uomini tramite la
trasparenza».
Per questo la Germania, che certamente presenta un divario retributivo molto più ampio
del nostro, si sta dotando di una legge per la parità salariale di grande significato, che
prevede la pubblicizzazione degli stipendi di un’azienda, senza indicare i nominativi dei
lavoratori, ma associando alle cifre il riferimento al gruppo di appartenenza e quindi al
genere.
Una soluzione che si combina perfettamente con la decisione del governo tedesco e
della sua maggioranza di introdurre un salario minimo stabilito per legge, come anche in
Italia sarebbe auspicabile che si facesse.
 
Una soluzione avanzata dal governo di Grosse Koalition guidato da Angela Merkel, e in
particolare dalla ministra Manuela Schwesig, ministra federale alla famiglia.
I dati in Italia ci dicono che, per una volta, il nostro Paese è in testa alle classifiche
europee, perché il gap è solo del 7,3%. Il dato che allarma è però che la differenza
aumenta, mentre negli altri Paesi diminuisce.
Con un testo di legge chiaro e semplice, che rinvii all’intervento del Governo, entro
poche settimane, si può intervenire immediatamente, perché il nostro Paese sia alla pari
con i migliori standard di civiltà e riconosca quell’equilibrio tra uomini e donne che è
un fattore di qualità imprescindibile della nostra democrazia e della nostra Costituzione,
perché ogni ostacolo sia rimosso e superato nella nostra vita sociale.

Articolo 1
1. Al fine di colmare il divario retributivo tra i sessi, le imprese e le organizzazioni sono
tenute a garantire la trasparenza e la pubblicità della composizione e della struttura
salariale della remunerazione dei propri dipendenti, avendo cura di non indicare alcun
elemento identificativo personale, salva la appartenenza di genere, secondo quanto
previsto al successivo articolo 2.
Articolo 2
1. Il Governo, entro tre mesi dall’entrata in vigore della presente legge, adotta uno o più
decreti legislativi con cui definisce:
A) le modalità per assicurare la trasparenza e la pubblicità della composizione e della
struttura salariale della remunerazione dei dipendenti;
B) le sanzioni per la violazione degli obblighi di trasparenza e pubblicità di cui
all’articolo 1 e delle modalità per assicurarne il rispetto.
2. Nell’esercizio della delega di cui al comma 1, lettera A), il Governo si attiene ai
seguenti principi e criteri direttivi:
a) assicurare il rispetto della normativa sulla privacy, escludendo in ogni caso la
presenza di qualunque dato anagrafico diverso dalla appartenenza di genere;
b) prevedere la chiara identificazione della appartenenza di genere;
c) prevedere la chiara identificazione della composizione e della struttura salariale;
d) assicurare che ciascun lavoratore conosca, senza dovere presentare richiesta, la
retribuzione e ogni altra forma di remunerazione, compresi i bonus, di tutti i lavoratori
dipendenti della medesima impresa o organizzazione;
e) assicurare che ciascun lavoratore possa consultare, senza dovere presentare richiesta,
per un periodo di almeno sessanta mesi, la retribuzione e ogni altra forma di
remunerazione, compresi i bonus, di tutti i lavoratori dipendenti della medesima
impresa o organizzazione;
f) assicurare che le prerogative di cui alle lettere d) ed e) siano assicurate anche alle
associazioni sindacali;
g) assicurare che le imprese con almeno cinquanta dipendenti informino regolarmente i
dipendenti, i rappresentanti dei lavoratori e le parti sociali sulla retribuzione media per
categoria di dipendente o posizione, ripartita per genere;
h) assicurare che le imprese e le organizzazioni con almeno duecentocinquanta
dipendenti svolgano audit salariali da mettere a disposizione dei rappresentanti dei
lavoratori e delle parti sociali.
3. Nell’esercizio della delega di cui al comma 1, lettera B), il Governo si attiene ai
seguenti principi e criteri direttivi:
a) prevedere sanzioni amministrative adeguate e ragionevoli per il caso di mancato
adempimento all’obbligo di rendere pubbliche le retribuzioni e ogni altra forma di
remunerazione;
b) prevedere sanzioni amministrative adeguate e ragionevoli per i casi di mancato
rispetto delle modalità previste per assicurare le forme di trasparenza e di pubblicità di
cui alla presente legge e ai decreti delegati emanati in base alla stessa;
c) prevedere un progressivo aumento della sanzione per il caso in cui le violazioni di cui
alle lettere a) e b) del presente comma risultino gravi e reiterate.
Art. 3
La presente legge entra in vigore il giorno successivo alla sua pubblicazione nella
Gazzetta Ufficiale”.

italia, Politica, Senza categoria marzo 16, 2015

Venezia, effetto Casson: vince il candidato non renziano. E ora vediamo Milano

Felice Casson, candidato sindaco per il centrosinistra a Venezia

Molto molto bella la stravittoria di Felice Casson (55.6 per cento dei consensi) alle primarie del centrosinistra per il sindaco di Venezia, staccando nettamente gli altri due candidati. Persona schiva, ai limiti della timidezza, ma di straordinaria fermezza morale, Casson NON era sostenuto dalla gran parte del Partito Democratico veneziano. Il che non ha impedito questo grande risultato, in una città scioccata e umiliata dal tradimento dell’ex-sindaco Orsoni.

Perché poi c’è il voto, è la morale della favola: e quando dalla rappresentazione mediatica, dai talk show, dai trionfalismi bonapartistici si passa al libero voto, le sorprese possono essere davvero grandi. E quando, come nel caso dell’elezione dei sindaci, si può esprimere una chiara preferenza per un candidato e le stanze dei partiti devono ingoiare, capitano cose come questa: ecco perché le preferenze piacciono poco a chi governa.

Intanto tra poco sapremo se Giuliano Pisapia lascerà o si candiderà per il secondo mandato come sindaco di Milano. Molti chiaroscuri nella sua gestione, che sintetizzerei così: una retorica della partecipazione, con i consigli comunali su megascreen come le partite, che ha ceduto rapidamente il passo a una propensione dirigistica; bene il piano del traffico, benissimo la tenuta sui diritti civili, Pisapia è sempre stato stra-garantista; male le periferie, sostanzialmente abbandonate, in una visione un po’ provinciale, borghese e “centrostoricistica” della città. Difetto di visione: sguardo puntato solo su Expo, evento che non sta scaldando i milanesi, e già incagliato nel subito-dopo Expo. Ancora non è chiaro che cosa sarà di quel sito.

Se Giuliano Pisapia non dovesse ricandidarsi per le amministrative del 2016, i rischi per il centrosinistra sarebbero piuttosto elevati: il centrodestra giocherà la sua partita alla grande perché sa molto bene che da Milano -da sempre oggetto misterioso per la politica romana: ignorare o maneggiare con cautela- parte quasi tutto: senza la battaglia del 2011 per il cambio di giunta oggi probabilmente non ci sarebbe un governo Pd. Proprio per questa ragione Matteo Renzi sarebbe fortemente tentato dalla proposta di un candidato-unico destrorso-pigliatutto, scelta che però avrebbe per lui non poche controindicazioni, aprendo spazi a una sinistra che sappia intercettare le sofferenze di una città che non ama esibire i patimenti ma cionondimeno li prova. Con possibili effetti a sorpresa: vedi Casson, quando il Pd vince grazie ai non-renziani.

Partita interessante, insomma, e serio banco di prova per il renzismo, che su Venezia dovrebbe riflettere attentamente: sul tema Renzi, destra e sinistra e Terza società in sofferenza, consiglio caldamente la lucida analisi di Luca Ricolfi (significativamente, non la pubblica Il Fatto Quotidiano, ma il giornale di Confindustria, Il Sole 24 ore). Buona lettura.

 

 

AMARE GLI ALTRI, italia, Politica febbraio 11, 2015

Migranti, soluzione finale: lasciarli morire in mare

Difficile da credere: ma il traffico di carne migrante è il più colossale business d’Occidente. E se non credete a me credete a Buzzi e a Carminati, che di soldi ce ne hanno fatti parecchi. Leggete il libro di Andrea Di Nicola e Giampaolo Musumeci “Confessioni di un trafficante di uomini” (Chiarelettere). Stroncare il business, che nutre la criminalità organizzata di entrambe le rive del Mediterraneo, e salvare vite umane sono un tutt’uno. Per questo la proposta scandalosa della sindaca di Lampedusa Giusi Nicolini (andiamo a prenderli là, istituiamo campi profughi e corridoi umanitari con una governance internazionale tanto, come lei dice, “comun­que loro arri­ve­ranno, vivi, morti, anne­gati, morti di freddo, morti di fame, loro ven­gono”) è l’unica proposta sensata.

Almeno 330 i morti di oggi, siamo tornati esattamente al punto di prima, quando dopo la strage del 3 otto­bre 2013, 366 migranti morti, le banchine dell’isola ricoperte di salme, si decise di istituire la missione Mare Nostrum. Se il oggi il Mediterraneo non è una fossa comune –ma siamo sempre in tempo perché lo diventi- è solo grazie alla missione della nostra Marina Militare.

Oggi si replica quel terribile giorno di ottobre, centinaia di corpi allineati sul molo e a cui trovare sepoltura, tutti i lampedusani mobilitati per questo strazio. La scelta di chiudere Mare Nostrum e di arretrare la linea di intervento con Triton è fallimentare. A meno che non si consideri un successo che migliaia e migliaia di esseri umani in fuga dalla guerra e dalla fame crepino in mare, così risolviamo tutti i problemi. A meno che non si ritenga preferibile questa “soluzione finale” (Endlösung), l’acqua invece che i forni, che ricorda quelle perseguite in altri momenti storici.

#notinmyname

 

 

 

economics, italia, lavoro, Politica dicembre 5, 2014

Censis, Italia: la paura mangia l’anima. E chiama il fascismo

L’ultimo rapporto Censis fotografa un Paese divorato dall’incertezza e dalla paura.

Una-cento-mille Tor Sapienza, dove la disperazione spinge i poveri a prendersela con gli ancora-più-poveri: la coesione sociale, la nostra capacità di accoglienza e integrazione sono preziose risorse in via di esaurimento. Gli immigrati semmai sono carne umana con cui la criminalità può fare soldi, come in Libia: ce l’hanno spiegato nelle intercettazioni del “cupolone”, “rendono più della droga”.

Povertà e paura della povertà sono la chiave: più del 60 per cento ritiene che gli possa capitare di finirci, con picchi del 67 per cento tra gli operai. Il dato della natalità continua significativamente a decrescere: il Paese, già il più vecchio d’Europa, lo diventa sempre più. Quanto ai giovani, capitale umano «inutilizzato» e «dissipato», 2,4 milioni tra quelli che vivono soli ricevono un aiuto economico dai propri genitori… un flusso di risorse pari a oltre 5 miliardi di euro annui», altrimenti non ce la farebbero.

Tra disoccupati e inattivi, sono quasi 8 milioni i cittadini “non utilizzati”. Il Sud è l’epicentro della crisi: il tasso di occupazione dei 25-34enni oscilla tra il 34,2 per cento di Napoli e il 79,3 di Bologna, a Bari solo 2,8 bambini su 100 vanni al nido contro i 36,7 di Bologna, il 25 per cento delle scuole medie la banda larga non sa nemmeno cos’è (contro il 5 per cento europeo medio).

Eccetera.

La paura mangia l’anima, chiama risposte immediate, sommarie, adrenaliniche, fight or flight, lotta o fuggi. Non dà il tempo per riflettere, analizzare, concepire strategie. E’ il “negro” che mi porta via il lavoro, anche se non va così, è l’immigrato che stupra le “nostre” donne, e hai voglia a esibire statistiche in cui si vede che le violenze sono una cosa di famiglia: non c’è più tempo per queste “cazzate”, è venuto il momento di agire.

Quando la pazienza, la temperanza, la resilienza, la capacità di assorbire i colpi, di mediare, di accomodare e di arrangiarsi degli italiani vengono meno, noi “brava gente” diventiamo cattiva, cattivissima gente, e gli ultimi saranno i primi. A lasciarci le penne. Poi toccherà ai penultimi, e via via, a salire.

Ci sono tutti gli ingredienti per la replica di una Storia che abbiamo già visto: paura, rabbia, povertà, disuguaglianza, corruzione, ruberie, privilegi, inefficacia di una politica asserragliata nei centri storici. La destra vola in Europa e sbatte trucemente le ali anche da noi.

Attente e attenti, c’è il fascismo appena dietro l’angolo. Non è il momento per distrarsi.

Fai la cosa giusta.

 

ambiente, economics, italia, Politica novembre 11, 2014

Con l’acqua alla gola: i “veri uomini” non si occupano di ambiente

Chiavari stanotte

Penso con angoscia all’amica parrucchiera di Ameglia, e al ferramenta, e a tutti i cittadini della foce del Magra a cui è stato detto di salire ai piani alti delle case perché l’onda di piena è attesa a ore: l’ultima volta si portò via il ponte che collega alla Versilia. Guardo le immagini notturne di Chiavari sott’acqua, due dispersi nell’entroterra, la loro casa è stata travolta da una frana. Penso a tutta la Liguria che si sgretola, diamo l’allarme da anni ma il partito del cemento non si arrende, il famoso progetto Marinella (un megaporto turistico da 1000 posti barca, ecomostro escavato nell’estuario del fiume, progetto “rosso”, protagonista Monte dei Paschi) non è ancora stato ritirato. Penso alla rabbia dei carrarini, gente di carattere che non si lascia mettere sotto i piedi. Penso al decreto Sblocca Italia, che garantisce la continuità di queste logiche di “sviluppo” distruttivo, mangi oggi e domani crepi.

Penso al ministro dell’Ambiente (qualcuno ricorda il suo nome?): il dottor Gianluca Galletti, già commercialista, zero competenze in materia, comme il faut. Ministero di nessun conto, buono giusto per le spartizioni cencelliche, come tutte le istituzioni ambientali in questo Paese, che invece dovrebbero stare al centro delle nostre politiche. Penso alla resistente incultura, continuare “virilmente” a considerare marginali le questioni ambientali, quando l’ONU dà l’allarme definitivo, ultima chiamata sui gas serra e sui mutamenti climatici: il profetico rapporto del club di Roma, “I limiti dello sviluppo”, è del 1972.

Guardo con orrore il mio rosmarino fiorito, le zagare sul terrazzo a metà novembre, il basilico che non smette di “buttare” sotto una pioggia battente alla “Blade Runner”. Vedo i negozi di Milano con le porte spalancate per favorire lo shopping nonostante i divieti, riscaldamenti a palla, assurda dispersione di calore mentre siamo sotto il monsone permanente, sudi con maglietta e impermeabilino, le calze danno fastidio, di notte ci sono 13 gradi.

Vedo le prime pagine sul patto del Nazareno, e pure le seconde, le terze e le quarte. E il mantra della “crescita” con cui continuiamo a ipnotizzarci. Ma sai anche che se provassi ancora una volta ad andare off topic, se invitassi a distrarre lo sguardo dal prossimo incontro tra Renzi e Berlusconi, dalle insofferenze di Raffaele Fitto, dalle manovre per il Quirinale, per richiamare alla necessità di una rivoluzione non più rinviabile -“rivoluzione sostenibile”, la chiamò il club di Roma: fine dello sviluppismo*, ambiente al centro, nuovi paradigmi-, ti guarderebbero ancora una volta come una noiosa rimbambita.

Cassandra continua a sgolarsi, ma non la ascolta nessuno.

* Secondo il rapporto “I limiti dello sviluppo” (1972) è possibile modificare i tassi di sviluppo e giungere ad una condizione di stabilità ecologica ed economica, sostenibile anche nel lontano futuro. Lo stato di equilibrio globale dovrebbe essere progettato in modo che le necessità di ciascuna persona sulla terra siano soddisfatte, e ciascuno abbia uguali opportunità di realizzare il proprio potenziale umano.

italia, Politica novembre 4, 2014

Matteo #cambiaverso. #Cambiaidea. E #cambiafaccia

Silenzio sulle cariche -a freddo- della polizia contro gli operai Thyssen. Silenzio su quanto riferito al riguardo dal ministro Alfano, che a quanto si vede benissimo dai filmati di Gazebo non corrisponde al vero (domani la Camera voterà sulla mozione di sfiducia presentata da Sel, Lega e M5S). Silenzio sul silenzio del prefetto di Roma, sempre riguardo alle cariche. Silenzio sul caso Cucchi, che come abbiamo visto si è menato a morte da solo. Silenzio sull’amico e mediatore del Nazareno Denis Verdini, rinviato a giudizio per corruzione.

A quanto pare, quando non c’è qualche rutilante buona novella da dare, Matteo #cambiaverso. Il Grande Comunicatore si inceppa, le notizie sgradevoli rovinano l’immagine, meglio glissare.

Non solo #cambiaverso, ma pure #cambiaidea: su Mare Nostrum, che fino a un paio di settimane fa era il nostro orgoglio -vero-, uno dei migliori prodotti made in Italy, e adesso si può smantellare senza spiegazioni. Sulla Fiom: dal culo-e-camicia con Maurizio (Landini) alla promessa di incontrare una delegazione Fiom, ieri a Brescia, clamorosamente bidonata. Sul jobsact e sull’art.18, una cosina da tre tavolette: dopo aver proposto lui stesso e fatto approvare, in direzione nazionale Pd del 29 settembre, un ordine del giorno che suonava “il diritto al reintegro viene mantenuto per i licenziamenti discriminatori e per quelli ingiustificati di natura disciplinare“, quell’odg l’ha fatto sparire, non l’ha mai inserito nella legge delega, su cui minaccia, dopo quello al Senato, il voto di fiducia anche alla Camera. Il solito caro vecchio OCOP (o così o pomì).

Matteo #cambiafaccia. Visibilmente meno slim, decisamente meno smart, piuttosto incarognito dal cospicuo calo di fiducia (dal 61 al 54 per cento) gli resta la supersonica velocità. Con cui al momento, più che il Paese, sta cambiando -o rivelando- se stesso.

economics, italia, lavoro, Politica ottobre 30, 2014

Non possiamo permetterci Alfano

Io non ci credo. Non credo al fatto che agenti di polizia possano aver deciso autonomamente di caricare a freddo e brutalmente una manifestazione di lavoratori disperati -mirando in particolare ai sindacalisti- senza che qualcuno gli abbia ordinato: “andate giù duri”. (secondo la testimonanza di un lavoratore, “ai primi caduti, un poliziotto, un omone, si è tolto il casco e allargando le braccia ha detto ai suoi: basta, basta”). Da qualche parte l’ordine dev’essere arrivato.

Quanto meno credo che un ministro dell’Interno, tenuto a essere massimamente consapevole della situazione sociale del Paese -160 vertenze drammatiche, disoccupazione a livelli mai visti, metà dei giovani a casa, il Sud che si va desertificando-, abbia il dovere di non fare capitare giornate come quelle di ieri, e debba saper governare una situazione potenzialmente esplosiva, chiamando le forze dell’ordine al massimo di responsabilità.

Ci spiegheranno, speriamo, com’è andata. Quel che è certo, e nella migliore delle ipotesi, la performance del ministro Alfano è stata pessima, ci sono lavoratori e sindacalisti con la testa spaccata, e che qualcuno oggi parli di Renzi-Scelba dovrebbe essere motivo sufficiente perché gli si chieda di andare a casa, o dove preferisce.

Che miracolosamente la corda non si sia ancora spezzata non significa che non possa spezzarsi a breve, e nella posizione di chi governa l’ordine pubblico serve qualcuno all’altezza del dramma sociale in corso. Un governo guidato dal Partito Democratico non può permettersi una giornata come quella di ieri e un ministro come Alfano.

Servirebbero anche –a mio parere servivano subito, io me le aspettavo già ieri sera- parole nette del premier Renzi, in possesso della sferza verbale necessaria a stigmatizzare quello che è capitato. Appare preoccupante, questo silenzio, in un uomo in genere così pronto.

Il silenzio di Pina Picierno sarebbe invece un sollievo per tutti.

Aggiornamento: qui il video di Gazebo che testimonia l’ordine a caricare, dato a freddo. Il resoconto di Alfano non corrisponde al vero.

italia, lavoro, Politica settembre 30, 2014

#Jobsact: perché il lavoro sporco sul lavoro tocca al Pd?

Almeno 3 i topics della fluviale direzione Pd di ieri

• il segretario Matteo Renzi che nell’orazione d’apertura, dicendo “abbiamo sconfitto la politica” (anziché, come da copione, “l’antipolitica”) inciampa in un lapsus da ola. Forse il jet lag depotenzia le capacità di controllo del Super Io.

••  sempre il segretario Matteo Renzi, che in un passaggio dell’orazione finale ha affermato che “gli imprenditori sono lavoratori, come i lavoratori tradizionali”. Insomma: qua di padroni non ce ne sono più. Ci sono solo lavoratori fichi (gli imprenditori) e poi lavoratori d’antan, gente vecchia, muffosa e piena di pretese. Strano, perché io dal mio angolo visuale vedo quasi più padroni che lavoratori, e onestamente li vedo feroci come non mi è mai capitato di vederli prima, e con mani liberissime nella gestione dei traditional e pure dei new. Non mi pare pertanto una buona idea quella di liberargliele ulteriormente, consentendogli di licenziare (senza rischi di reintegra), di demansionare, di mobilizzare, di sfruttare, di terrorizzare, di sottopagare, di umiliare, di ledere la dignità, pratiche che già hanno corso e che, senza l’argine costituito da quel diritto già fortemente depotenziato a cui diamo il nome di art. 18, potranno dilagare fino alla semi-schiavitù. Credo peraltro non sembri una buona idea nemmeno alla grande parte degli elettori del Pd. Non è una buona idea che il lavoro sporco sul lavoro tocchi a quello che dovrebbe essere il partito dei lavoratori (perché se il Pd non è il partito dei lavoratori, allora che cos’è?) mentre la destra se ne esce tutto sommato pulita. Che poi l’idea piaccia all’80 per cento dei membri della direzione è un fatto del tutto occasionale, contingente, in discreta quota opportunistico, oltre che antistorico.

••• top of the topics, quell’impressionante passaggio dell’ordine del giorno conclusivo –stavolta tocca al responsabile economico e del lavoro Filippo Taddei- in cui si propone “una disciplina per i licenziamenti economici che SOSTITUISCA L’INCERTEZZA E LA DISCREZIONALITA’ DI UN PROCEDIMENTO GIUDIZIARIO con la chiarezza di un indennizzo economico certo e crescente con l’anzianità, abolendo la possibilità del reintegro”. Ergo: se dico che ti licenzio adducendo ragioni economiche, inutile che vai dal giudice, a cui abbiamo tolto la possibilità di reintegrarti. Beccati un po’ di soldi, vai a casa e stai contento, perché pecunia semper certa est, iustitia numquam. Con quei giudici che ci ritroviamo, poi… Come mi scrive un’amica sbigottita, “la rivoluzione francese liquidata in un tweet”.

Non toccava al Pd, questa spallata a ciò che resta in piedi dei diritti dei lavoratori.

Giornata nerissima, quella di ieri.