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Donne e Uomini, femminicidio, Femminismo, jihad, questione maschile agosto 28, 2015

Perché noi donne occidentali non facciamo niente per fermare lo sterminio delle Yazide?

Donne in vendita al mercato di Mosul

Da molti mesi veniamo raggiunte da tremende notizie sulla sorte di donne e bambine yazide, stuprate e vendute come schiave sessuali ai guerrieri islamisti, per i quali violare le infedeli è un atto gradito a Dio.

Circola anche un tariffario nei mercati siriani e iracheni: per le donne tra i 40 e i 50 anni si chiedono 50 mila dinari. 75 mila dinari per quelle tra i 30 e i 40 anni. Per una donna tra i 20 e i 30 anni, il prezzo è di 100 mila dinari, 150 mila dinari se è una ragazza tra i 10 e i 20 anni e 200 mila se è una bambina dai 9 anni in giù.

Quelle donne e bambine vivono a tre ore d’aereo da qui, e personalmente non ci dormo la notte.

Eppure l’altro giorno ho preferito non sottoscrivere una petizione di Telefono Rosa dove si dice:

Chiediamo all’Alta rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza Federica Mogherini e ai ministri degli esteri di tutti i paesi membri di rivolgere al segretario generale delle Nazioni Unite Ban Ki Moon, al Consiglio per i diritti umani dell’ONU e al Consiglio di sicurezza dell’ONU un pubblico appello affinché intervengano a sostegno del popolo yazida contro quello che è un genocidio, un vero e proprio stupro di guerra, un crimine contro l’umanità. Un “Ci dispiace” non ci basta”.

So che alcune amiche di Telefono Rosa non sono state contente della mia non-firma, per quel poco che conta, ma: 1. non amo il business delle petizioni online.2. all’obiezione: meglio una petizione che niente, rispondo no, meglio niente. Bisogna che ci guardiamo bene dentro, a questo niente, che lo interroghiamo senza metterci l’anima in pace, senza allontanarlo da noi con una firma.

Quindi mi faccio la domanda, e la faccio a tutte: perché tanta indifferenza per la sorte di quelle donne? Non è così, qualcuna potrebbe obiettare: nel web ci sono petizioni, prese di posizione, etc. Ma è innegabile che si tratti di voci isolate, flebili e inefficaci.

Provo a ipotizzare qualche risposta:

• perché non crediamo che stia davvero capitando, è una bufala

• perché, se sta capitando, è troppo lontano da noi, e non riusciamo ad empatizzare con donne che ci sembrano tanto diverse da noi

• perché a noi una cosa del genere non potrebbe mai succedere

• perché preferiamo non pensarci, è troppo orribile

perché occuparcene sarebbe dis-empowering, significherebbe in qualche modo riprecipitare in quella miseria e indebolirci tutte

• perché qualunque cosa noi facciamo, non servirebbe a niente

• perché siamo già sufficientemente oppresse dai nostri problemi

• perché non riteniamo sia prioritariamente compito delle donne occuparsi del destino di quelle donne

• perché non pensiamo di poterci sostituire ad altre nel loro percorso di liberazione: tocca a loro trovare la strada

• perché Isis è frutto degli errori dell’Occidente, meno interveniamo e meglio è

• perché proprio non ci importa nulla, se la vedessero loro

 

Lascio aperta a voi la serie delle risposte.

(qui alcune informazioni essenziali sulla religione Yazida)

 

 

diritti, Donne e Uomini, femminicidio, questione maschile aprile 14, 2015

Parla Greta, ex-prostituta: “Ormai sono quasi tutte schiave. E in Germania la legalizzazione ha fallito”

Un bordello tedesco

Greta ha 56 anni, madre tedesca, padre italiano, due lauree. Sposata, vive a Karlsruhe dove lavora nell’amministrazione dopo un periodo passato in Italia. Per qualche anno, prima della caduta del Muro, ha esercitato la professione di prostituta in Germania. Oggi si dedica come volontaria ai programmi di recupero e riabilitazione delle “colleghe”.

“Ho cominciato per ragioni economiche. Lo fai sempre e solo per quello: soldi, necessità. Il mio compagno era morto in un incidente stradale e io mi sono trovata in difficoltà. Non alla fame, però nei guai. Ero giovane, mi pareva di poter avere un certo potere sugli uomini”.

Ricordi la prima volta?

“Oh, certo! Uno che soffriva di eiaculazione precoce. Una grande fortuna”.

 Dove lavoravi?

“In casa, o in hotel. Con il passaparola. Era come stare in un limbo. Staccavo l’interruttore per il tempo necessario, mi sconnettevo da me stessa. Uno sdoppiamento, uno stato di catalessi in cui lasci che la cosa succeda. Ce la facevo senza presidi chimici, ma la gran parte delle ragazze ha bisogno di alcol o droghe. E’ un problema grosso quando lavori per riabilitarle: sono quasi sempre tossiche di qualcosa, borderline, con gravi problemi di autolesionismo. Si tagliuzzano le braccia, o sono preda di una specie di euforia autodifensiva. Tante sono perdute per sempre”.

Pagavi le tasse?

“Nemmeno per sogno. Ma non le paga nessuna, nemmeno oggi che in Germania la prostituzione è legale (dal 2002). Dovresti iscriverti alle Camere di Commercio, pagare un forfait fiscale. Si valuta che le prostitute siano almeno 400 mila: ebbene, quelle che si sono registrate sono 44, di cui 4 uomini. Un fallimento assoluto”.

 Un fallimento anche contro la tratta?

“Soprattutto contro la tratta. Con l’ingresso in Europa di Romania, Bulgaria e stati baltici c’è stata un’ondata di ragazze che arrivavano da lì. Tedesche non ne trovi quasi più. Ragazzine in grande parte analfabete che arrivano da paesini sperduti nelle montagne e mantengono tutta la famiglia: sai che libertà! Tante rom, tante ragazze madri: le vedi anche per strada che battono con il bambino, poi quando arriva il cliente il pappone custodisce il piccolo. Una cosa straziante. Poi ci sono quelle che possono permettersi un posto nei bordelli per 140-160 euro al giorno. Sono enormi strutture private a più piani, un business colossale per i proprietari”.

 Quanto paga un cliente?

“Come saprai dipende dalle prestazioni. Di base, per una cosa normale, sui 40-50 euro. Ma quasi mai sono cose normali”.

 E quali cose sono?

“L’idea un po’ “romantica” e ingenua che gli uomini vadano a prostitute per farsi una s…a e via va dimenticata. Una s….a se la possono fare con chiunque. Mica è “Pretty Woman”: vengono da te per ben altro. Vedono il porno, ti chiedono di indossare falli artificiali, di travestirsi con parrucca o intimo femminile. Ci sono i feticisti, i coprofagi. Vanno molto i giochi con l’urina. Dall’anal sex alla zoofilia, un repertorio sterminato. Sono sporchi, maleodoranti, spesso ubriachi e strafatti. Pagano il diritto di scatenare quello che hanno dentro, e tu sei solo una latrina, né più né meno. Devi tacere, fare e lasciare fare, e saper fingere piacere. Ti pagano, e pretendono anche che tu sia soddisfatta delle loro prestazioni”.

Qual è il senso profondo dell’andare a prostitute?

Non si tratta di sesso. In questione c’è ben altro. E’ un mix tra il potere che ti dà il fatto di pagare e il piacere di umiliarti. Il tutto veicolato da una violenza di base. Hai a che fare con qualcosa di guasto”.

Una specie di camera di compensazione: mi svesto per un’ora o due dei ruoli che devo sostenere, mi concedo di manifestare una parte di me che normalmente devo tenere compressa e nascosta, un mio doppio impresentabile. La tua scelta di prostituirti la definiresti libera?

“Be’, allora ho scelto liberamente. Ma se non avessi avuto problemi di soldi, a questa “libertà” non avrei dovuto ricorrere. Fai quel mestiere perché sei in stato di bisogno. Punto. Quelli erano anche altri tempi. Negli anni ’70-’80 la quota delle “libere” professioniste era significativa. Ancora non c’era il fenomeno della tratta, che oggi copre il 95 per cento della prostituzione. Uno scenario drammaticamente diverso. Appena ho intravisto l’opportunità di uscire dalla prostituzione l’ho fatto. Ma io ho le mie risorse. Parlo 7 lingue, sono riuscita a trovare incarichi come traduttrice, interprete, davo qualche lezione… Poi nel ’92 sono stata assunta nella pubblica amministrazione. Mi sono sposata: mio marito conosce la mia storia. Ne sono uscita viva, ma non ho mai dimenticato. Per questo lavoro nei progetti di recupero”.

Si dice che con la legalizzazione la Germania è diventata il bordello d’Europa.

“Ci sono bordelli di uno squallore inimmaginabile. Le case “all you can fuck”, con un ingresso di 90 euro bevande comprese fai tutto quello che vuoi per il tempo che vuoi. Ci sono quelli dove puoi astenerti dal preservativo. E’ veramente dura, credimi. Ne sono uscita, ti dicevo, perché avevo risorse su cui puntare, ma c’è voluta una forza titanica. Anche lavorare nella riabilitazione non è semplice: ricordo il caso di un’ex-prostituta di Amburgo, Domenica Niehoff, che si è data molto da fare in progetti di recupero ma dopo un po’ ha mollato, non ce la faceva a reggere tutta quella miseria e quella disperazione”.

 Che cosa si dice in Germania di questa situazione?

La legalizzazione è unanimemente riconosciuta come un enorme fallimento. Ma è molto difficile uscirne. E’ un serio problema politico. Paradossalmente, proprio il fatto che c’è una legge ti dà pochi margini di manovra. Il business è floridissimo. A Saarbrücken, ai confini con la Francia, è stato da poco aperto un megabordello, una specie di filiale del famoso “Paradise” di Stoccarda. Lo hanno aperto per intercettare clienti francesi, visto che in quel Paese si stanno muovendo in senso restrittivo. E il proprietario di queste strutture è uno legato alla tratta. Del resto chi apre bordelli se non i malavitosi? Tra l’altro in questi bordelli le donne sono molto meno sicure che per strada! Ci sono state decine e decine di prostitute uccise in questi anni: altro che maggiore sicurezza! Al chiuso i rischi aumentano in modo esponenziale”.

 Tu sai che in Italia si sta discutendo di legalizzazione: l’esperienza tedesca dimostra che la strada è fallimentare. Che cosa si dovrebbe fare, allora?

“Bisognerebbe convincersi che la prostituzione oggi è essenzialmente schiavitù e non libera disponibilità del proprio corpo. Ci vorrebbe una forte azione delle forze dell’ordine congiunta alla volontà politica di affrontare la questione: non è difficile individuare le vittime di tratta. Quando vedi ragazze nigeriane, rumene, bielorusse per le strade di Milano che cosa pensi? Che sono libere professioniste? Se sono libere professioniste, bene: che emettano fattura, che si facciano pagare con carte di credito e denaro tracciabile. Si può scegliere la strada svedese o islandese della punibilità del cliente: lì andare a prostitute non è più considerata una faccenda normale. La popolazione andrebbe sensibilizzata: il tema non può essere il decoro urbano, il tema è che migliaia di schiave vivono in mezzo a noi. Ma il business è colossale, verosimilmente la partita è la stessa della droga, delle cooperative “sociali” che sfruttano i migranti. Ci saranno anche politici che difendono questi buoni affari”.

#ListenToSurvivors

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Donne e Uomini, femminicidio, Femminismo, Politica marzo 12, 2015

Business antiviolenza: ce n’è per tutti. Tranne che per i centri gestiti dalle donne

Milano, Palazzo Lombardia: la manifestazione della rete lombarda delle Case delle Donne e dei Centri antiviolenza

Quando dico backlash, o contrattacco, o ritorno al passato remoto, mi riferisco a cose tipo il discorso di Maria Cristina Cantù, assessora leghista lombarda alla Famiglia, alla Solidarietà Sociale, al Volontariato e alle Pari Opportunità (un bel mucchietto di roba) per introdurre il convegno «Pari Opportunità e contrasto alla violenza di genere in Lombardia. Strumenti d’intervento e scenari di sviluppo per il 2015» in corso a Milano, Palazzo Lombardia. Dopo averci ammannito un improbabile “persuàdere” -probabilmente si intendeva “persuadère”- l’assessora si è avventurata in un ardito paragone tra la stupidità dei violentatori di donne e quella dei writer imbrattatori di treni della metropolitana. Ed è detto pressoché tutto.

Fuori da Palazzo Lombardia il presidio di protesta della rete lombarda delle Case delle donne e dei Centri antiviolenza, che nessuno ha invitato al convegno: mother of us all (un’esperienza trentennale, navigando controvento e con scarsissime risorse, in cui si è originato il metodo che da sempre viene adottato nei corsi di formazione) che la giunta Maroni non considera come interlocutrici. “Nonostante le continue riunioni di tavoli a cui veniamo chiamate a portare idee, contenuti ed esperienze” spiegano “ultima e pericolosa invenzione è quella di definire ospedali, consultori, sportelli e servizi come centri antiviolenza pubblici ingannando e creando confusione fra le donne».

A Marisa Guarneri, pioniera e presidente onoraria della Casa delle Donne Maltrattate di Milano, chiedo di chiarire i termini della querelle.

Marisa Guarneri, Presidente Onoraria della Casa delle Donne Maltrattate di Milano

“Il punto è la strategia politica della giunta Maroni, che sceglie l’istituzionalizzazione della lotta alla violenza” dice. “Quanto al governo Renzi, stessa musica: aspettiamo ancora di conoscere i contenuti del piano nazionale. Senza la nostra esperienza non ci sarebbe nemmeno stata lotta alla violenza, ma nonostante la convenzione di Istanbul riconosca un ruolo di primo piano ai centri gestiti dalle donne, i nostri centri vengono dimenticati, privilegiando l’intervento pubblico, ospedali compresi. Il che significa, per fare un esempio, obbligo di denuncia, quando invece è ampiamente dimostrato che segretezza e anonimato sono essenziali per accompagnare le donne che chiedono aiuto. Noi abbiamo sempre lavorato per la libertà femminile” conclude Guarneri “per fare uscire la forza che anche una donna maltrattata ha dentro di sé. Questo è l’unico modo per contrastare la violenza. Qui invece si parla di “mettere in sicurezza” le donne (copyright, Fabrizia Giuliani, deputata Pd), di tutelarle, di controllarle come eterne minori. Per non parlare dei finanziamenti: le istituzioni stanziano fondi per finanziare se stesse“.

In effetti, se prima erano in 4 a ballare l’hully-gully, ora che la lotta antiviolenza è diventata un business a tutti gli effetti (fondi pubblici, corsi di formazione, sportelli, progetti, libri e show) tutti quanti vogliono ballare, sempre sulla pelle nostra e, ovvio, con soldi nostri. Tagliando fuori quello che alcuni definiscono sprezzantemente “vecchio femminismo”, nel quale tuttavia si sono fondate e continuano a fondarsi le pratiche più efficaci nella lotta alla violenza, basate sul primato della relazione. E a cui sarebbe più giusto dare il nome di radicalità femminile. Radicalità di cui oggi, a fronte dell’esangue parità solo apparente, oggi c’è più che mai bisogno.

 

 

 

 

 

Donne e Uomini, femminicidio, Femminismo, Politica, questione maschile marzo 5, 2015

Violenza, oppressione, islamizzazione: l’8 marzo delle sorelle turche

Beren Saat, popolare attrice turca: ha raccontato le violenze subite

Dunque: “State a casa e fate figli, almeno tre, perché il destino che l’Islam riserva alle donne è quello di essere madri” (Recep Tayyip Erdogan, presidente turco). Se siete incinte, non andate per strada a esibire le pance (Akp, partito al governo). Non ridete in pubblico perché è peccaminoso (Bulent Arinc, vicepremier). “Gli studenti maschi seguano le ragazze che indossano minigonne e le facciano sentire a disagio, cosi dovranno vestirsi decentemente” (preside della Kepez Atatürk Anatolian High School di Antalya). E poi c’è il capitolo drammatico delle violenze, che, sintomaticamente, sarebbero aumentate del 400 per cento da quando è al potere il partito islamico Akp. La clamorosa protesta degli uomini in minigonna (#ozgecanicinminietekiy, una minigonna per Ozgecan) ha raccontato al mondo la rabbia per la morte di Ozgecan Aslan, 20 anni, studentessa di psicologia di Mersin picchiata, stuprata, uccisa e bruciata dall’autista di un minibus di cui era rimasta l’ultima passeggera.

Marta Ottaviani scrive di Turchia e Grecia per “La Stampa”, “Avvenire” e “East”. Le chiedo se condizione delle donne turche è davvero drammatica come appare.

“La violenza sulle donne è un fatto atavico e tribale, ma negli ultimi anni ha assunto rilevanza politica. Erdogan c’è entrato a gamba tesa, dando voce alla cultura più retriva. Per esempio, ha cercato di riscrivere la legge sull’aborto, che ha un impianto molto simile a quello della nostra 194, facendolo tornare reato”.

Mi pare che le turche reagiscano vivacemente e compattamente.

“Le più attive sono femministe di Amargi e le associazioni Kader e Mor Cati. All’assassinio di Ozgecan Aslan sono seguite proteste impressionanti, la popolazione ha sentito moltissimo la vicenda. Oltre agli uomini in minigonna, finiti su tutti i media occidentali, c’è stata la grande mobilitazione su Twitter: tantissime donne hanno raccontato le violenze subite. Beren Saat, attrice molto popolare, ha suscitato grande scalpore raccontando di essere stata palpeggiata dal produttore in occasione di uno show tv di grande audience”.

Perché a Erdogan conviene politicamente una fisionomia da anti-Ataturk, il grande modernizzatore della Turchia?

“Non dobbiamo pensare alla Turchia come se fosse solo Istanbul o Ankara. L’Anatolia resta molto arretrata e conservatrice, è lì che Erdogan pesca il più dei suoi consensi. Da quando è presidente ha tutto in mano, con sfumature di onnipotenza delirante: per esempio, le foto da neo-sultano con il presidente dell’Autorità Nazionale palestinese Abu Mazen tra due ali di soldati bardati come guerrieri ottomani”.

Non è “Il Trono di Spade”, ma il presidente turco Erdogan con Abu Mazen e i guerrieri ottomani

Negli anni Venti l’occidentalista Mustafa Kemal Ataturk abolì il califfato, laicizzò lo Stato, riconobbe la parità dei sessi, istituì il suffragio universale, proibì il velo in pubblico, abrogò ogni norma giuridica riconducibile alla legge islamica, legalizzò le bevande alcoliche e depenalizzò l’omosessualità. Una modernizzazione imposta e tumultuosa, ma forse solo apparente. La Turchia profonda non l’ha seguito?

“Anche per la sua posizione geografica la Turchia è sempre stata un Paese borderline, incerto tra le sirene occidentali e l’oriente islamico. Durante l’Impero Ottomano ci furono sultani occidentalizzati e altri più tradizionalisti. Erdogan si è presentato inizialmente come un modernizzatore, ma da tempo la sua politica sembra voler segnare la fine del kemalismo. Proprio ieri ha voluto ricevere il leader della Bosnia a bordo dello yacht che appartenne ad Ataturk, come a voler contrapporre simbolicamente la propria personalità quella di Mustafa Kemal. Da giugno è proibita la pubblicità degli alcolici, anche i claim della birra nazionale sono vietati. Il fatto di non portare il velo non è più una libera scelta, ma sta diventando un segno di opposizione politica. Le barbe e gli abiti islamici tradizionali, che erano fuorilegge, sono ricomparsi nei quartieri periferici di Istanbul. Nessuno osservava il Ramadan: oggi, anche opportunisticamente, se vuoi lavorare per certe aziende o ottenere certi incarichi non puoi esimerti. La condizione attuale delle donne turche si iscrive in questo quadro. Alle grottesche dichiarazioni di Erdogan o di Arinc corrispondono politiche precise. E l’islamizzazione aggrava la condizione femminile, specie nelle zone più arretrate e tribali del Paese “.

Bizzarro che la Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne porti il nome di Convenzione di Istanbul.

“Al governo turco non dispiace esibire una certa modernità di facciata”.

La non-ammissione della Turchia in Europa ha dato una mano ai tradizionalisti?

“A Erdogan non è mai importato davvero entrare in Europa: l’Ue semmai gli è servita per liquidare i conti con i militari e con certi giudici scomodi. Anche i cittadini e le cittadine non ci hanno mai del tutto creduto. Certo: ponendo paletti inaggirabili, l’Europa ha finito per sospingere la Turchia verso Oriente”.

A Erdogan sembra sembra importare poco anche della minaccia Isis: i veri nemici restano i curdi, molti foreign fighters passano indisturbati dalle frontiere turche.

“Un paio di settimane fa l’esercito turco si è inoltrato in Siria, a pochi chilometri da Kobane, per prelevare la tomba di uno storico leader ottomano e riportarla in Turchia. Isis non ha disturbato l’operazione. La sensazione è che vi siano canali aperti trale bandiere nere e il governo Erdogan“.

Che 8 marzo sarà, quello delle sorelle turche?

“Un 8 marzo di orgoglio e consapevolezza. Le turche non hanno intenzione di mollare, hanno un’incredibile grinta, senza distinzione tra velate e non velate. In primo piano c’è il tema della violenza, ma anche il lavoro e l’ingerenza della famiglia nelle scelte delle donne sono questioni molto sentite

 

 

 

 

 

 

Donne e Uomini, femminicidio, Femminismo, jihad, questione maschile gennaio 29, 2015

Marisa Guarneri, Casa delle donne maltrattate: violenza domestica e violenza jihadista sono la stessa cosa

Il sapere delle donne sulla violenza maschile può essere d’aiuto nell’elaborazione di un pensiero sulla violenza del terrorismo jihadista? Mi affido all’esperienza trentennale di Marisa Guarneri, presidente onorario della Casa delle donne maltrattate di Milano. Le parlo dell’emozione, della sensazione di impotenza che mi travolgono quando leggo delle donne cristiane e yazide vendute al mercato di Mosul, ammazzate a centinaia perché non vogliono fare da schiave sessuali ai guerrieri di Isis, delle bambine-bomba, delle migliaia di donne e uomini sterminati da Boko Haram. Emozione che chiede con urgenza di trasformarsi in un pensiero e in una pratica politica. Lei mi dice che l’emozione intuisce in un istante quello che c’è da sapere: “Lì dentro c’è già tutto. Poi devi tirare il filo, dipanare, capire, trovare la strada, le possibili soluzioni”.

Può servire quello che abbiamo pensato sulla violenza maschile e sul femminicidio?

“Parliamo della sottomissione: una costante nelle relazioni violente. Ed è sempre il risultato di un processo. Arrivi gradualmente a sottometterti, un passo alla volta. Lui comincia con il chiederti di non lavorare, e tu rinunci. Poi si lamenta perché vai troppo spesso a trovare tua madre, e tu riduci le visite. Non gli piacciono le tue amiche, ti chiede di non vederle più, e tu tagli i ponti. Comincia a controllarti gli orari, le espressioni del viso. Via via ti pieghi. Restringi i tuoi spazi vitali. Aderisci completamente alla sua volontà. Pensi che sia una buona strategia per tenere calmo il tuo oppressore, per evitare che la violenza esploda. E invece non lo è, perché lui non si accontenta mai. La violenza esploderà perché la minestra è salata, o perché non si trova il telecomando. Lui ha necessità di essere violento perché questa violenza ce l’ha dentro e chiede di uscire. Qualunque occasione sarà buona”.

Parliamo di quelle donne, adesso.

“Ricordi “Leggere Lolita a Teheran”? Lì si vedono bene i passaggi verso la sottomissione, un po’ alla volta, fino all’oppressione totale imposta dal regime teocratico. Le ragazze che si incontrano clandestinamente con la professoressa per poter parlare di letteratura: lì con lei si possono liberare del velo, tornare soggetti. E’ lo stesso processo che descrivevamo prima: il progressivo cedimento al dominio maschile. Fino al completo isolamento, che è una tappa decisiva in queste situazioni. C’è anche il controllo totale del corpo, che non è più libero di esprimersi, di muoversi liberamente nel suo spazio vitale. Ricordo il caso di una donna che viveva con le telecamere piazzate in ogni stanza della casa: lui voleva sorvegliare ogni movimento, ogni pensiero. C’è qualche differenza con quelle donne costrette a soffocare sotto i burqa o i niqab, corpi nascosti e pensieri silenziati? Quelle donne, le iraniane, le afghane, vivevano come noi, vestivano come noi. Un passo dopo l’altro hanno ceduto alla violenza. La partenza è il foulard obbligatorio, l’arrivo sono gli stupri e le uccisioni”.

Perché se lo sono lasciato fare?

“In seguito alla sottomissione e all’isolamento subentrano tensione e paura. Non sai mai quando e perché si scatenerà la violenza. Vivi in uno stato di attesa ansiosa, dominata dal terrore. Nella nostra Casa ho visto donne ospiti saltare  sulla sedia appena sentivano sbattere una porta. Ci si chiede perché le donne maltrattate non se ne vadano: perché il terrore le paralizza, le energie sono bloccate dall’ansia, la forza che servirebbe per difendersi è perduta. Il terrorismo è una moltiplicazione esponenziale di questo terrore. Quando ci furono gli stupri etnici in Bosnia gli effetti simbolici furono devastanti anche per il nostro lavoro. Lì era saltato ogni limite, il tuo buon vicino di casa era diventato il tuo stupratore. Il concetto di inviolabilità del corpo, centrale per le nostre pratiche, non aveva più alcuna efficacia. Quello che capitava lì ci faceva tornare indietro, toglieva forza anche a noi. La parola d’ordine dell’inviolabilità del corpo femminile non teneva più. Quando in una coppia saltano i limiti, quando dalla violenza psicologica si passa a quella verbale e poi quella fisica, noi parliamo di superamento della soglia: oltre quella soglia può capitare di tutto, la donna corre il massimo pericolo e va allontanata. Ecco, quello che stiamo vedendo ora, le donne uccise perché non vogliono fare da schiave sessuali, le bambine-bomba in quell’età cruciale di passaggio tra l’infanzia e l’adolescenza, indicano precisamente questo: il superamento della soglia. D’ora in avanti non ci saranno più limiti, può capitare di tutto. La logica violenta dei terroristi di Isis che uccidono le yazide è la stessa che osserviamo nei casi di femminicidio: tu non mi riconosci, e io ti ammazzo. Identica”.

Che cosa si deve fare?

Rompere il silenzio. Esprimere le proprie emozioni di fronte a questi crimini, e da lì tirare il filo del pensiero. Rendere visibile ciò che sta accadendo. Capire che non c’è soluzione di continuità tra la violenza dei femminicidi e quella dei terroristi. E’ la stessa violenza, è lo stesso corpo femminile. Il paradigma della violenza domestica è applicabile a quello che capita alle donne in guerra: la differenza è che nella guerra la violenza sessista è più grande, confusa, mascherata. La violenza sulle donne non è un prodotto collaterale o un incidente di percorso: è tra gli obiettivi”.

Un obiettivo perché?

“Perché un uomo assapora pienamente il potere quando sente di avere un controllo assoluto del corpo e del pensiero femminile”.

Perché ne parliamo così poco?

“Perché non c’è pensiero, non si sa bene che cosa dire. Si tratta invece di voler vedere, e per vedere devi avere una chiave che funzioni, gli occhiali giusti. La mia chiave è questa, ciò che so sulla violenza domestica. Tu mi sta costringendo a vedere: io ho questi occhiali per vedere. Dobbiamo produrre un simbolico a partire dal pensiero di cui già disponiamo”.

A volte mi pare che ci comportiamo come quei bravi cittadini tedeschi che abitavano a cento metri dai campi di Auschwitz o Dachau ma non si accorgevano di nulla.

“Viviamo a poche ore d’aereo da quelle donne, ma siamo intrappolate nella nostra afasia. E’ la stessa afasia di certe che arrivano da noi e non riescono nemmeno a dire quello che hanno subìto. E allora si esprimono disegnando, trovano un altro modo, un altro simbolico. Mi ricordo una ragazzina che davanti a sua madre ci fece capire che cosa le capitava quando lei usciva a fare la spesa. Non posso dimenticare la faccia di quella madre, quando si è resa conto”.

 

 

 

Donne e Uomini, femminicidio, questione maschile dicembre 1, 2014

La ammazza e lo scrive su Facebook: “Sei morta troia”. Centinaia i “mi piace”

Il post è ancora lì, dal tardo pomeriggio di ieri, sulla pagina Facebook di Cosimo Pagnani, ultimissimo femminicida: “Sei morta troia”. Sarebbe andata così: la lite con l’ex moglie, Maria D’Antonio, le coltellate a morte. Poi l’annuncio su Facebook -o forse poco prima di uccidere?-e  il ricovero in ospedale perché si era ferito con il coltello. A Postiglione, nel Salernitano.

“Sei morta troia”: ovvero “giustizia è fatta”, “l’onore è riparato”.

L’annuncio ad amici e parenti, a tutti quelli che sapevano quanto lo soffriva dopo la separazione. Forse scrivendolo su Facebook gli pare più vero e più giusto. “Non rispondo più alle provocazioni” scriveva Pagnani qualche tempo fa “ne tanto meno ho paura delle minacce. Ora sono una nuova persona, sono sereno e felice e niente e nessuno distruggerà la mia serenità!!!!!!!!!!!”. E ancora: “Mi sento una nuova persona lontano da tutto ciò che mi a fatto tanto male, sono felice di non pensare più alle cose passate ma alle cose future. Ma mi mancano le persone che amo di più al mondo (la mia splendida famiglia) voglio bene a tutti, senza distinzione”. L’homepage piena di tenere immagini con la figlia, “la mia principessina”, affidata alla mamma.”Non c’è nulla da fare”, commenta un’amica: “Quando vede te è diversa”. La amava moltissimo, secondo lui. Ma non abbastanza da resistere all’impulso di lasciarla orfana. Ferita a morte anche lei, per sempre.

Seguono centinaia di “mi piace”: al momento 258 in aumento costante, uomini e donne. Una ola collettiva, un coro di approvazione. A dire tante cose: che la logica del delitto d’onore è ancora viva e radicata. Che molti, altro che avvocati e tribunali, le faccende le risolverebbero volentieri così, “da uomini”. O anche: qui c’è una succulenta storia di cronaca, riflettori accesi, ne parleranno i tg e “Pomeriggio 5”, voglio starci anch’io nel fascio di luce. 2 secondi e mezzo di celebrità.

Il lavoro da fare è immane.

p.s: il tempo di scrivere il post, e i “mi piace sono quasi 350.

p.p.s: la pagina è stata bloccata.

 

 

 

 

Donne e Uomini, femminicidio, Politica, questione maschile novembre 25, 2014

25 novembre, Sagra della Violenza. E Case delle Donne a rischio chiusura

Una nota azienda di cereali per la prima colazione “festeggia” il 25 novembre. In giro per l’Italia ci sono Festival della Violenza (sic!), sagre e perfino dinner party “Scarpette Rosse”. Insomma, mancano i cioccolatini e i bouquet “antiviolenti” da regalare all’amorosa e abbiamo businessizzato, marketinghizzato, mediatizzato, televisionizzato, spettacolarizzato pure la lotta contro violenza e femminicidio, che si arricchisce di giorno in giorno di pericolosissimi esperte/i improvvisati, di nuovi sportelli e centri last minute affidati alle clientele politiche e alle amiche degli amici, nati unicamente per intercettare fondi dedicati.

Intanto le persone serie che sulla faccenda lavorano in silenzio da decenni e molto spesso senza aiuti pubblici, penso per esempio alla Casa delle Donne Maltrattate di Milano e a molte altre realtà, rischiano di chiudere bottega per cedere il passo a questo mix tra istituzionalizzazione, burocratizzazione, business e showbitz. Qui diamo l’allarme da tempo, ma le cose vanno peggio di come si era temuto.

Il 27 novembre, dopodomani, la Conferenza Stato-Regioni presenterà le linee guida per i centri, elaborate dal Dipartimento Pari Opportunità della Presidenza del Consiglio (una ministra autonoma Matteo Renzi non l’ha voluta). Linee guida obbligatorie per accedere ai finanziamenti pubblici, che contravvengono ai metodi di intervento maturati in anni e anni di esperienza sul campo: la logica è “mettere in sicurezza le donne”, come disse qualcuna (Fabrizia Giuliani, parlamentare Pd) ai tempi del decreto omnibus contro il femminicidio. E’ trattarle come minori “malate” da tutelare e non come soggetti che, in relazione con altre donne, ricostruiscono passo dopo passo la propria vita libera e autonoma, ciascuna in modi e con tempi propri e non standardizzati.

Neutralizzando la differenza e “depurando” l’approccio da ogni sospetto di femminismo e di politica delle donne, le linee guida “sanitarizzano” l’intervento, prevedono la presenza obbligatoria di psicologi e assistenti sociali (anche uomini: errore capitale), un servizio H24, 5 giorni su 7 di apertura, centralino sempre attivo (e chi paga?), separano l’attività dei centri dalle case-rifugio: impostazione stigmatizzata dalle storiche Case, associate in D.i.RE, che parlano di “criteri che schiacciano la connotazione politico-culturale dei centri antiviolenza, volti a produrre cambiamento sociale, sulla logica del mero servizio” (il comunicato qui).

Il rischio è che le Case delle Donne, a meno di stravolgere i propri criteri di intervento, non possano accedere ai fondi governativi.

La speranza è che Giovanna Martelli, nuova consigliera alle PPOO del governo Renzi, possa porsi in ascolto per trarre importanti spunti da un’esperienza quasi trentennale, senza la quale oggi la lotta contro la violenza maschile non esisterebbe.

 

ambiente, Donne e Uomini, economics, femminicidio, Femminismo, Politica, questione maschile novembre 22, 2014

25 novembre: la stessa violenza sulle donne e sulla Terra

 

Quella sulle donne e quella sulla Terra sono manifestazioni della stessa violenza: come dice Winnie Byanyma bacchettando il #G20: i potenti della terra non possono permettersi di ignorare che le due maggiori sfide del nostro tempo sono la disparità di genere e il cambio climatico. 

La proposta è che il prossimo 25 novembre, Giornata internazionale contro la violenza sulle donne, si tenga conto della connessione diretta fra violenza contro le donne e violenza contro il Pianeta, e si raccolga la sfida nella sua complessità, coinvolgendo il massimo numero di altre e altri.

All’assunzione del tema nella data fortemente simbolica del 25 novembre potranno seguire altre iniziative. Un’importante occasione potrebbe essere il prossimo il 14 febbraio, in occasione di One Billion Rising: il tema quest’anno è “rivoluzione”, perfettamente in sintonia con lo sforzo per un cambio di paradigma.

Lo spirito dell’iniziativa è bene illustrato da Vandana Shiva:

“Ho più volte sostenuto che lo stupro della Terra e lo stupro delle donna sono intimamente connessi – sia metaforicamente, nel modo di cui si costruisce la visione del mondo, sia materialmente: nel modo in cui si costruiscono le vite quotidiane delle donne. (esiste una stretta) connessione tra lo sviluppo di politiche economiche violente ed inique, e l’aumento di crimini contro le donne. (…) L’idea di una crescita illimitata in un mondo limitato può mantenersi solo attraverso il furto delle risorse del debole da parte del potente. E il furto di risorse, essenziale per la crescita, crea una cultura dello stupro: lo stupro della terra, delle economie locali autosostenibili, lo stupro delle donne. (…) Dobbiamo cambiare il paradigma dominante: porre fine alla violenza contro le donne significa anche superare l’economia violenta a favore di economie pacifiche e non violente, capaci di rispettare le donne e il Pianeta”.

 Chi promuove questa azione? Non c’è una precisa maternità dell’idea: chiediamo di riconoscere l’iniziativa come nata spontaneamente da confronti diretti e sui social network. Chi approva i contenuti li raccolga, trattandoli come preferisce e facendo il possibile per diffondere e rilanciare (sui blog, social network, via email ecc)

Ecco gli hashtag da rilanciare:

#25novDonnePianeta      #25novWomenforPlanet 

#NoPlanetB          #NonesistePianetaB

Una chiamata delle donne ad azioni urgenti per il clima anche in questa dichiarazione approvata un anno fa dall’IWECI (International Women’s Earth and Climate Summit), c integralmente recitata in italiano  in questo video.

Il 25 novembre mobilitiamoci contro la violenza sulle donne e sulla Terra.

 

 

 

 

 

 

 

Donne e Uomini, femminicidio, media, questione maschile novembre 6, 2014

Violenza e media: quello che dirò domani a Bologna

Domani 7 novembre a Bologna parteciperò al convegno “Le parole della violenza-Centri antiviolenza e media si confrontano su come raccontare la violenza contro le donne” (ore 10-16.30, Palazzo d’Accursio – Sala Farnese, Piazza Maggiore, 6: il programma qui).

Anticipo una parte del mio intervento:

“… Vediamo il caso recente di Sonia Trimboli, 42 anni, ammazzata dal compagno in pieno centro a Milano. Intanto i media sottolineano molto questo “pieno centro”, nonostante le statistiche abbiano pienamente dimostrato che non ci sono zone geografiche né classi sociali estranee al fenomeno della violenza sessista, e anzi abbiano evidenziato che l’autonomia della donna, l’alta scolarità, la realizzazione professionale costituiscano dei fattori di rischio. Abbiamo bisogno di continuare a raffigurare il violento come brutto, sporco, cattivo, ignorante, miserabile e preferibilmente straniero e di pelle scura, o almeno del Sud. Questo immaginario resiste.

Traggo da un quotidiano: “è voce diffusa, erano frequenti i litigi. E i litigi, che cominciavano con urla e con insulti, spesso terminavano nello scontro fisico, nel lancio di oggetti, come ad esempio — la scena è rimasta ben impressa nei ricordi di quel conoscente del palazzo di fronte — il lancio di bottiglie di vino. I due fidanzati cercavano di coprire le risse tenendo la musica dello stereo ad altissimo volume”.

Quindi lui la picchia e lei corre ad alzare lo stereo perché il problema è non farsi sentire dai vicini. Qui si vede il tentativo di distribuire la responsabilità della violenza tra i due partner. Non si può escludere a priori che le cose andassero effettivamente in questo modo, cioè che entrambi usassero violenza uno nei riguardi dell’altra, anche se è raro che le cose vadano così. In ogni caso, nel momento in cui scrive il giornalista -subito dopo il fatto-non ci sono ancora elementi per sapere se anche lei era violenta nei riguardi di lui, e tuttavia decide di dire che entrambi andavano ad alzare il volume dello stereo.

Più avanti nel testo si dice: “secondo i primi riscontri, il delitto sarebbe stato d’impeto”.

e questo dopo le testimonianze dei vicini e dei familiari che convergono nel dire che c’erano già stati molti problemi, che lui era violento, il 28 agosto aveva già tentato di ucciderla e lei l’aveva denunciato. Insomma il quadro era chiarissimo, si trattava di una situazione ad altissimo rischio, c’erano tutti gli elementi che normalmente anticipano un femminicidio, viene da dire che sarebbe stato un miracolo se la cosa prima o poi non fosse avvenuta.

Eppure il giornalista parla di delitto d’impeto, come se si fosse trattato di un uomo mite, amoroso e gentile che a freddo mette le mani al collo, anzi un elastico al collo della compagna. Mentre chi lavora sulla violenza sa benissimo che le cose non vanno mai così, c’è il test Sara per valutare il rischio, ci sono sempre segnali molto precisi da leggere e valutare.

Anche qui un immaginario che resiste: quello dell’assassino che improvvisamente si sconnette da se stesso, viene posseduto da un demone, non è più lui, e uccide.

La cosa interessante è che dopo tante lotte che abbiamo fatto perché i media rinunciassero al termine “raptus”, che dà appunto l’idea di questo impossessamento da parte di un demone, ora si parla di impeto, che sostanzialmente indica la stessa dinamica: uno calmo e tranquillo che a freddo, come un pitbull, parte all’assalto.

Sarebbe forse il caso di analizzare il perché di questa resistenza nel linguaggio giornalistico maschile a rinunciare all’idea della cosa improvvisa. Mi chiedo, cioè, se questo non sia un percepito maschile da indagare: ovvero se questo non indichi una difficoltà maschile generale ad accettare e a venire a patti con i propri vissuti violenti, rimuovendoli, mentre quelli sono lì e continuano a lavorare sottotraccia. Se non ci sia la paura permanente di perdere il controllo su questi vissuti negati.

Il raptus o impeto è allora il momento in cui questi vissuti violenti nei confronti della donna non riesci più a controllarli, il rimosso ritorna, crollano le barriere e gli argini e la violenza travolge tutto. E’ quando per esempio molti assassini e violenti dicono: mi aveva esasperato. Leggi: è colpa sua che non aveva affatto collaborato a tenere in piedi il muro che arginava la mia violenza. L’idea che ne consegue è che quanto più tu sei consapevole dei tuoi vissuti violenti nei confronti delle donne, quanto più adultamente te ne fai carico e accetti di averne, tanto meno ti farai sorprendere da questi vissuti, tanto più saprai gestirli, accompagnarli ed elaborarli.

Noi possiamo anche fare la lotta perché il linguaggio mediatico sulla violenza cambi, ed è una lotta giusta. Ma questo linguaggio va anzitutto guardato attentamente perché ci dà molti elementi sullo stato delle cose, sulla reale percezione maschile della questione, al di là di ogni presa di posizione politicamente corretta: io credo che anche molti violenti ci direbbero che la violenza sulle donne è una cosa sbagliata, esitando a riconoscere se stessi come violenti. Sapete che ci vuole un grande lavoro preliminare perché accettino di riconoscersi come violenti.

Non è glassando tutto di amicizia tra i sessi che faremo passi avanti, e quindi nemmeno depurando ed emendando il linguaggio giornalistico dei suoi lapsus rivelatori. Freud diceva che nell’inconscio passeggiano i dinosauri: intendeva dire che i tempi dell’inconscio sono lentissimi, e nell’inconscio maschile i modi e le leggi del patriarcato sono ancora vivissimi, anche se il patriarcato è morente.

Quello che sta accadendo in Siria, in Iraq, in Arabia Saudita, in Iran, dovremmo vederlo come l’atroce teatro in cui l’animale morente sta offrendo al meglio il suo ignobile spettacolo agli occhi del mondo“.

p.s: diversamente da quanto riportato in locandina, il mio intervento sarà in mattinata, poi parteciperò anche al dibattito del pomeriggio.

 

Donne e Uomini, femminicidio, Femminismo, questione maschile settembre 9, 2014

Vorrei un 13 febbraio contro i maschi malati di Isis. Ma il femminismo tace

Forse mi è sfuggito qualcosa, ma non ho sentito voci eminenti del femminismo italiano levarsi con decisione contro gli orrori perpetrati dai criminali di Isis. C’è uno specifico sessista di questi orrori: quei criminali sono tutti uomini (salvo le poche vestali autosessiste patologiche arruolate nella Brigata al Khansaa per vessare le proprie simili), e le donne vengono trattate come prede, stuprate, uccise, vendute come schiave.

In una bellissima riflessione pubblicata sul New York Times il filosofo e psicoanalista sloveno Slavoj Zizek, menzionando le “orge grottesche” delle gang di Isis “a base di rapine, stupri di gruppo, tortura e uccisione degli infedeli“, parla di un “fanatismo razzista, religioso e sessista“.

Il sessismo è una componente decisiva di di questo pseudo-fondamentalismo (i veri fondamentalisti, come chiarisce Zizek, dai buddisti agli Amish, non sono violenti né risentiti). Abbiamo letto le strazianti storie di donne yazide suicide dopo essere state violentate. Il corpo della donna è ad un tempo territorio e oggetto simbolico della contesa (l’oggetto reale è sempre e solo uno: i soldi, merce delle merci). La libertà femminile è tra i principali  fattori in campo.

Eppure si esita: alle immagini delle schiave del sesso vendute al mercato di Mossul si oppone scetticismo, si parla di bufale. Sempre pronte a enumerare e stigmatizzare gli errori della politica estera americana in quei territori -errori certi, ammessi anche da Hillary Clinton-, si resta mute di fronte alla catastrofe umanitaria, al genocidio e al “generocidio”. Un malinteso multiculturalismo che ammette perfino il rispetto del jihad e della sharia, come se si trattasse di ordinari usi e costumi locali.

Propense a dare ragione alle intellettuali dell’Islam che indicano aggressivamente i problemi di noi donne occidentali, tipo “la dittatura della taglia 42” (Fatema Mernissi), non ci permettiamo mai di opporre il fatto che, pur con i problemi che sappiamo, tutto sommato dalle nostre parti la vita delle donne è molto meno dura. La cosa ha una sua oggettività: perché non possiamo dirla? Non intendiamo in alcun modo difendere il nostro mondo: anzi, rifiutiamo di parlare di “nostro” e di “loro” mondo, e in ciò c’è senz’altro del buono. Ma in questa sororità che rifiuta la logica maschile del conflitto si radicano un’ignavia di cui ci potremmo pentire amaramente -vedi foto sopra, leggi Marjane Satrapi-, l’incapacità di leggere quello che sta capitando e di reagire opportunamente, la nostra paradossale indifferenza verso la condizione tragica di quelle sorelle.

Io spero ardentemente che i criminali di Isis, mossi, come dice Zizek, dall’invidia “verso lo stile di vita dei non credenti”, “profondamente infastiditi, incuriositi ed affascinati” dalla nostra peccaminosa civiltà, vengano al più presto distrutti. E se dipendendesse da me, vorrei un altro 13 febbraio, un milione di donne in piazza contro la ferocia di quei maschi malati, femminicidi, generocidi.

Qualcuna mi convinca del fatto che sto sbagliando.