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economics, Politica luglio 29, 2015

Se la crescita non cresce

Secondo il Fondo monetario internazionale c’è la possibilità che il tasso di disoccupazione in Italia torni ai livelli pre-crisi solo tra 20 anni. Il problema, dice Christine Lagarde, è sempre quello: un basso livello di crescita. Il Ministero dell’Economia replica che la stima del FMI per l’Italia non tiene conto delle riforme strutturali già introdotte (per esempio la riforma del mercato del lavoro e la riduzione della tassazione sul lavoro) né di quelle in corso (per esempio l’efficientamento della pubblica amministrazione). E ok.

Ma io credo che quasi nessuno di noi ormai capisca più bene che cosa si intenda quando si parla di crescita.

Certo: un po’ di lavoro in più, certo, e magari un po’ di tasse in meno comporterebbero un po’ di consumi in più. Fin qui ci si arriva: se ci danno un po’ di fiato forse finalmente cambieremo la lavatrice.

Ma basta osservare il comportamento dei nostri ragazzi, nati e cresciuti nell’iperconsumo, gelati dalla crisi e impegnati in una lotta individuale di liberazione dai bisogni indotti dall’impero delle merci –clandestini a bordo, li ho chiamati, come Leo Di Caprio-Jack Dawson in “Titanic”- per rendersi conto del fatto che i livelli di consumo e di crescita ritenuti ottimali dal Fmi non li raggiungeremo mai più.

Jeremy Rifkin dirige la Foundation on Economics Trends di Washington ed è consulente di molti governi europei. Che a quanto pare non gli danno troppo retta quando lui dice che siamo a una svolta epocale e che l’era dell’iperconsumo è proprio finita. La gente vuole stare leggera, liberarsi delle cose superflue e dei bisogni indotti perché ha capito che consumare costa molto e rende poco.

Il modello pre-crisi non è in stop tecnico: è proprio esploso. La crisi è questa esplosione.

Perché allora, mi chiedo, si continua a darsi come obiettivo quello di “tornare ai livelli pre-crisi”?

Perché, nel fare e rifare i conti, ci si ostina a non tenere conto di quello che è irreversibilmente cambiato –la produttività del lavoro, la propensione ai consumi, e anche i criteri di sostenibilità ambientale-, e tenendo insieme con realismo questi fattori, non si concepisce un modello più ragionevole, più equo e perfino più felice?

E perché Christine Lagarde non approfitta del fatto di essere donna, e non prova a metterci un po’ di sapienza femminile?

 

 

economics, Politica luglio 20, 2015

Renzi e le tasse: non mi toccate l’evasore!

Abolirò l’Imu: è la regina delle killer application in Italia, il colpo che classicamente ammazza l’avversario a fine campagna elettorale. Stavolta il colpo è arrivato in anticipo, dati i sondaggi. Una riduzione delle tasse mai vista nell’Italia repubblicana, dice Renzi, il quale ha fatto fare e rifare i conti ai suoi commercialisti, e assicura che ci sta. Tutto un pianto greco -in senso non figurato- sui bilanci, in particolare quelli dei Comuni, che si nutrono di Imu come i vampiri di sangue, ma a quanto pare senza Imu ci possono stare. A occhio andrà così: via l’Imu e vai con l’Ursi, la Trixi, la Lilli, quello che esce dalla porta rientrerà dalla finestra. Gioco delle tre tavolette a cui siamo abituati. Meglio ancora. L’Ursi, la Trixi, la Lilli ci costeranno più dell’Imu. Et voilà.

Noi lavoratori dipendenti, noi pensionati, noi che ogni mese verifichiamo sul cedolino, salvo conguaglio, l’insostenibilità della pressione fiscale, noi che paghiamo ospedali, scuole e pubblici servizi a gente con il posto barca a Montecarlo, in effetti siamo un po’ nervosetti. Perché tutta questa grande rivoluzione che ci prepariamo ad affrontare non prevede la lotta all’evasione. Renzi non ne ha parlato.

Un po’ di numeri, che traggo da un’efficace sintesi di Il Fatto Quotidiano:

evasione fiscale nel 2013 = 180 miliardi (pari a circa 350 miliardi di imponibile)
– 180 miliardi = più del 10% del Pil (1.600 miliardi)
– 180 miliardi = molto più di quanto l’Italia spende per tutto il Servizio Sanitario Nazionale (110/120 miliardi)
– 350 miliardi di imponibile non dichiarato = oltre la metà di quello che lo Stato paga per gli interessi sul debito pubblico (530 miliardi). Se i 180 miliardi di evasione si aggiungessero alle attuali entrate del Fisco sarebbe possibile, a gettito totale invariato, ridurre di almeno il 30% le tasse a tutti i contribuenti.

Detenuti per reati fiscali: Italia 156; Germania 8.601; Stati Uniti 12.000.

Chi evade: – 10 o 11 milioni di contribuenti su un totale di 40. L’evasione è quasi inesistente per lavoratori dipendenti e pensionati (che sono oltre l’80% dei contribuenti) ma raggiunge livelli molto elevati per i redditi da attività professionali (30-40%) e da imprese individuali (50-60%).

Quindi se mi toccasse decidere, senza  stare a scomodare Gutgeld, Padoan e tutti i ragionieri in colonna, io partirei proprio di lì, da una lotta massiccia e senza quartiere, impegnando Guardia di Finanza, Esercito, ausiliari della sosta e volontari della Croce Rossa. Poi l’Imu, vedremo. I sistemi ci sono, è la volontà politica che manca del tutto: le verifiche fiscali, udite udite, negli ultimi mesi sono addirittura crollate, e si rischia un buco da 5 miliardi solo per questo.

O cretina, mi dico: ma non sai che chi parla di lotta all’evasione muore? I giornali perdono copie, su Facebook nemmeno un like, e alle urne la paghi cara. Una lobby enorme e variegata, di destra e di sinistra, amici e nemici, farabutti e brave persone, a essere ottimisti almeno 1/4 degli italiani  ha almeno uno scheletrino nell’armadietto, normale che il premier se li coccoli. Vuole i loro voti.

La riduzione delle imposte c’è già, ma solo per un pezzo del Paese. Perciò continua a pagare scuole, ospedali etc al tuo yachtman e taci.

Sì, lo so. Per oggi niente like.

 

 

 

http://www.ilfattoquotidiano.it/2015/04/04/evasione-fiscale-robin-hood-rovescia-rubano-poveri-per-dare-ricchi/1565690/

Donne e Uomini, economics, italia, lavoro marzo 31, 2015

Gap salariale tra donne e uomini: una proposta di legge

 

Proprio oggi l’Istat diffonde nuovi disastrosi dati sulla disoccupazione, e in particolare sul calo costante dell’occupazione femminile. Nelle settimane scorse abbiamo appreso che uno dei pochi dati positivi che riguarda il lavoro delle donne nel nostro Paese, un gap salariale inferiore alla media europea (7.3 contro 16 per cento), si sta progressivamente ampliando, mentre negli altri Paesi la forbice tende a ridursi.

La trasparenza e la pubblicità delle retribuzioni nelle aziende (fatta salva la privacy: cioè omettendo l’identità dei singoli lavoratori e nominando solo  il genere di appartenenza) è il primo passo necessario per contrastare la disparità salariale: è questo il senso della proposta di legge depositata oggi da Pippo Civati del Pd, a inaugurare un pacchetto di leggi “dedicate” alla cittadinanza femminile (e dati i vantaggi che ne deriverebbero, a tutto il Paese).

Ecco il testo della proposta.

“Onorevoli colleghi! Il divario retributivo di genere è un fenomeno complesso che
riguarda sia la cosiddetta “discriminazione diretta”, cioè a parità di lavoro, sia le
differenziazioni di mansioni e di settori. Si tratta di un divario troppo ampio, che, a
livello di Unione Europea, si attesta in media intorno al 16%.
Colmare questo divario è necessario anzitutto per motivi di giustizia e di uguaglianza.
Ricordiamo che l’articolo 37 della Costituzione afferma che «la donna lavoratrice ha gli
stessi diritti e, a parità di lavoro, le stesse retribuzioni che spettano al lavoratore». I
destinatari di questo imperativo sono tutti i soggetti, pubblici e privati, da cui dipenda il
rispetto dello stesso, compresi quindi i datori di lavoro, ai quali la presente proposta in
particolare si rivolge.
Peraltro, deve considerarsi come dal superamento del divario si trarrebbero vantaggi
anche per l’economia, un riconoscimento adeguato del lavoro delle donne essendo
generalmente riconosciuto come un importante fattore di crescita.
Al fine di assicurare la piena realizzazione della parità salariale molti sono gli interventi
da porre in essere, anche attraverso la revisione di alcune norme esistenti, intervenendo
su sanzioni e incentivazioni, ma il punto da cui partire in modo semplice e immediato
può essere quello della trasparenza.
Si tratta di un elemento su cui puntano oggi sia l’Unione europea sia Paesi
economicamente forti e sviluppati e che ci sembra il caso di riprendere e – per certi
versi – anticipare.
Infatti, il 7 marzo 2014 la Commissione europea ha adottato una raccomandazione «sul
potenziamento del principio della parità retributiva tra donne e uomini tramite la
trasparenza».
Per questo la Germania, che certamente presenta un divario retributivo molto più ampio
del nostro, si sta dotando di una legge per la parità salariale di grande significato, che
prevede la pubblicizzazione degli stipendi di un’azienda, senza indicare i nominativi dei
lavoratori, ma associando alle cifre il riferimento al gruppo di appartenenza e quindi al
genere.
Una soluzione che si combina perfettamente con la decisione del governo tedesco e
della sua maggioranza di introdurre un salario minimo stabilito per legge, come anche in
Italia sarebbe auspicabile che si facesse.
 
Una soluzione avanzata dal governo di Grosse Koalition guidato da Angela Merkel, e in
particolare dalla ministra Manuela Schwesig, ministra federale alla famiglia.
I dati in Italia ci dicono che, per una volta, il nostro Paese è in testa alle classifiche
europee, perché il gap è solo del 7,3%. Il dato che allarma è però che la differenza
aumenta, mentre negli altri Paesi diminuisce.
Con un testo di legge chiaro e semplice, che rinvii all’intervento del Governo, entro
poche settimane, si può intervenire immediatamente, perché il nostro Paese sia alla pari
con i migliori standard di civiltà e riconosca quell’equilibrio tra uomini e donne che è
un fattore di qualità imprescindibile della nostra democrazia e della nostra Costituzione,
perché ogni ostacolo sia rimosso e superato nella nostra vita sociale.

Articolo 1
1. Al fine di colmare il divario retributivo tra i sessi, le imprese e le organizzazioni sono
tenute a garantire la trasparenza e la pubblicità della composizione e della struttura
salariale della remunerazione dei propri dipendenti, avendo cura di non indicare alcun
elemento identificativo personale, salva la appartenenza di genere, secondo quanto
previsto al successivo articolo 2.
Articolo 2
1. Il Governo, entro tre mesi dall’entrata in vigore della presente legge, adotta uno o più
decreti legislativi con cui definisce:
A) le modalità per assicurare la trasparenza e la pubblicità della composizione e della
struttura salariale della remunerazione dei dipendenti;
B) le sanzioni per la violazione degli obblighi di trasparenza e pubblicità di cui
all’articolo 1 e delle modalità per assicurarne il rispetto.
2. Nell’esercizio della delega di cui al comma 1, lettera A), il Governo si attiene ai
seguenti principi e criteri direttivi:
a) assicurare il rispetto della normativa sulla privacy, escludendo in ogni caso la
presenza di qualunque dato anagrafico diverso dalla appartenenza di genere;
b) prevedere la chiara identificazione della appartenenza di genere;
c) prevedere la chiara identificazione della composizione e della struttura salariale;
d) assicurare che ciascun lavoratore conosca, senza dovere presentare richiesta, la
retribuzione e ogni altra forma di remunerazione, compresi i bonus, di tutti i lavoratori
dipendenti della medesima impresa o organizzazione;
e) assicurare che ciascun lavoratore possa consultare, senza dovere presentare richiesta,
per un periodo di almeno sessanta mesi, la retribuzione e ogni altra forma di
remunerazione, compresi i bonus, di tutti i lavoratori dipendenti della medesima
impresa o organizzazione;
f) assicurare che le prerogative di cui alle lettere d) ed e) siano assicurate anche alle
associazioni sindacali;
g) assicurare che le imprese con almeno cinquanta dipendenti informino regolarmente i
dipendenti, i rappresentanti dei lavoratori e le parti sociali sulla retribuzione media per
categoria di dipendente o posizione, ripartita per genere;
h) assicurare che le imprese e le organizzazioni con almeno duecentocinquanta
dipendenti svolgano audit salariali da mettere a disposizione dei rappresentanti dei
lavoratori e delle parti sociali.
3. Nell’esercizio della delega di cui al comma 1, lettera B), il Governo si attiene ai
seguenti principi e criteri direttivi:
a) prevedere sanzioni amministrative adeguate e ragionevoli per il caso di mancato
adempimento all’obbligo di rendere pubbliche le retribuzioni e ogni altra forma di
remunerazione;
b) prevedere sanzioni amministrative adeguate e ragionevoli per i casi di mancato
rispetto delle modalità previste per assicurare le forme di trasparenza e di pubblicità di
cui alla presente legge e ai decreti delegati emanati in base alla stessa;
c) prevedere un progressivo aumento della sanzione per il caso in cui le violazioni di cui
alle lettere a) e b) del presente comma risultino gravi e reiterate.
Art. 3
La presente legge entra in vigore il giorno successivo alla sua pubblicazione nella
Gazzetta Ufficiale”.

diritti, Donne e Uomini, economics, Politica gennaio 26, 2015

Il moderato Tsipras. E Simone Weil

Il ragazzo Alexis Tsipras, futuro premier greco

Solo una piccola nota nel gran fiume di parole che oggi troverete a commento del trionfo politico di Alexis Tsipras.

Un piccolo rovesciamento di prospettiva, se si può. Per dire che estremista, forse, è il profitto immateriale finanziario che continua a credere di poter prescindere dall’economia reale e dalle necessità dei viventi, dal fatto che nel nostro continente un numero di cittadini che equivale alla popolazione di un paio di nazioni medie messe insieme sta vivendo sotto la soglia di povertà, mentre pochissimi se la godono -o almeno, così credono- accumulando ricchezze oltre la portata umana.

Non poteva continuare così, era nelle cose che qualcosa capitasse a invertire la rotta, e questo qualcosa potrebbe essere capitato in Grecia: del resto Paul Valery diceva che il Mediterraneo è un dispositivo che fabbrica civiltà, e forse andrà così anche questa volta.

Cosicché questo signore borghese, ingegnere, già giovane no-global con codino, che come primissima dichiarazione d’intenti invoca giustizia sociale e si dichiara “pronto a negoziare con le istituzioni europee”, mi appare un vero moderato, nel senso di considerare l’inaggirabilità e la convenienza dei limiti, con l’intento di provare a rimettere le cose nel loro giusto ordine: l’umanità e i suoi bisogni, prima di tutto.

In “La prima radice. Preludio alla dichiarazione dei doveri verso la creatura umana”, lunga riflessione su come uscire dalle rovine della guerra, Simone Weil indica come punto di partenza della politica le esigenze umane persistenti, esigenze ad un tempo materiali e spirituali.

Chissà se a Tsipras è mai capitato tra le mani quel libro di sapienza femminile -difficile, per un maschio ingegnere…- che qualcuno ha definito “un testo di sopravvivenza e insieme un manuale di cittadinanza per l’alba di una nuova umanità”. Leggiamolo o rileggiamolo noi per capire come lasciarci alle spalle “il cumulo delle rovine che sale… al cielo” (e questo è Walter Benjamin).

Buona giornata, Grecia.

AMARE GLI ALTRI, Donne e Uomini, economics, Politica dicembre 23, 2014

Podemos (Spagna), Syriza (Grecia) e noi: farsi guidare dall’Angelo

Angelus Novus di Paul Klee

Podemos, organizzazione politica guidata dal professore universitario Pablo Iglesias e cresciuta tumultuosamente in pochi mesi, diretta filiazione degli Indignados, ai sondaggi risulta il primo partito in Spagna: se si votasse oggi si mangerebbe Pp e Psoe. “Sappiamo che sarà difficile, però non abbiamo paura. La paura ce l’ha JP Morgan”: questo per dire che tipetto è il professore con il codino. Intanto se si andrà alle urne in Grecia  Syriza di Alexis Tsipras potrebbe vincere e dare un forte impulso all’idea di un’Europa dei cittadini contro l’Europa della Finanza, per la fine delle poli­ti­che di auste­rità, l’abrogazione del fiscal com­pact, un piano euro­peo per il lavoro e la sal­va­guar­dia dell’ambiente.

Crisi, corruzione, disuguaglianze, disastri causati dalle politiche di austerità e dal neoliberismo hanno prodotto nei Paesi a rischio default un bacino politico a cui in Italia attinge principalmente il M5S. Con la differenza sostanziale che i grillini occhieggiano senza problemi alla destra populista di Farage e si sono incastrati in uno sterile “anticasta” e anti-Europa.

La forza di Syriza e Podemos è l’inevitabilità del progetto politico che rappresentano. L’opportunità è quella di poter significare il vero nuovo, il famoso “cambio di paradigma”, a patto di cambiare anche il paradigma della sinistra, di non lasciarsi frenare e trascinare indietro da slogan consunti, da antiche soluzioni, dall’ambizione di vecchi politici, prevalentemente maschi, ansiosi di ricollocarsi. Lo diceva perfettamente Alex Langer trent’anni fa: “né di destra, né di sinistra, ma avanti”, problematizzando i concetti di conservazione di progresso, e dirlo allora suonava scandaloso e perfino un po’ pericoloso. Il suo pensiero oggi è in buona parte rappresentato dai programmi politici di Iglesias e Tsipras.

Per quanto riguarda l’Italia, l’alternativa “terza” è ancora tutta da costruire, e i principali ma non unici interlocutori potrebbero essere una parte del M5S e una parte del Pd. Aiuterebbe rimettersi a studiare Langer, che diceva cose così:  che una delle “urgenti ragioni per ripensare a fondo la questione dello sviluppo… è la perdita di qualità di vita e di autonomia delle persone e delle comunità, anche nelle fortezze dello sviluppo”.

Che “Il piccolo potere è il potere del “consumatore… Qualcuno dovrà pur cominciare, e indicare e vivere un privilegio diverso da quello della ricchezza e dei consumi: il privilegio di non dipendere troppo dalla dotazione materiale e finanziaria”.

Che parlava della necessità di una “traversata da una civiltà impregnata della gara per superare i limiti a una civiltà dell’autolimitazione”, invitando a crescere in umanità. Che profetizzava l’inevitabilità del “perdersi per ritrovarsi…”. Ebbene, per perdersi ci siamo persi. Si tratta ora di ritrovarsi.

Qualcuno definì Alex come Angelus Novus: e allora lasciatemi citare anche Walter Benjamin, secondo il quale Angelus Novus è un angelo che “non può resistere alla tempesta che lo spinge irresistibilmente nel futuro, mentre il cumulo delle rovine sale davanti a lui al cielo. Quello che chiamiamo progresso è questa tempesta”.

Si tratta di lasciarsi guidare da questo angelo, che non è uomo né donna, ma annuncia l’umanità possibile. Di abbandonare le rovine, anche le proprie: un’idea pavloviana si sinistra, con le sue parole d’ordine inutilizzabili, i suoi rituali consumati, le sue logiche inservibili, i suoi manierismi estremistici, la volgarità dei suoi laicismi, le sue barbe e le sue maschere. Si tratta di mettere al centro la “natura” sacrificata, il femminile del mondo, la mitezza, la pace e la cura di tutto ciò che è piccolo e dipende da noi, e di garantire a ciascuno ciò di cui ha bisogno per una buona vita, che è molto più dell’uguaglianza.

Si tratta, come qualcuno disse di Alex, di provare a “piantare la carità nella politica”.

E Buon Natale.

 

 

economics, lavoro dicembre 17, 2014

Non ti pago-non ti pago: l’amaro destino del lavoro intellettuale in Italia

Una volta mi chiama l’Ordine dei Commercialisti (ricca categoria) di una città ricchissima. Mi chiedono di coordinargli un convegno: la mia passione per la commercialistica è nota, ma due euri fanno sempre comodo. Faccio presente che la coordinazione di un convegno significa una certa quantità di lavoro preliminare -studio della materia, riunioni e quant’altro- oltre all’impegno per la giornata. Gli dico: a quanto ammonterebbe la mia spettanza? Gelo dall’altra parte del filo: “Ma… veramente… scusi… in che senso”. “Il mio gettone. Il mio cachet”. “Ah! Capisco. Non avevamo pensato che… insomma credevamo…”. Credevano che io, onoratissima per l’incarico, e non avendo nient’altro da fare, mi sarei fiondata pagandomi anche il viaggio. (più sentiti).

Un’altra volta, invece, in cui sono cascata. Università Bocconi, anche qui ente notoriamente poverissimo, gente a cui dei soldi non importa nulla. Convegno sul tema: paternità e top manager, una cosa così. Anche lì: telefonate, riunioni in loco, preparazione delle interviste. € 0,00. Faccio garbatamente presente, mi guardano come un ultracorpo venusiano. Ormai era fatta. Non mi beccano più.

Per cose “militanti”, politiche, femministiche e umanitarie chiedo solo viaggio e alloggio, e spesso nemmeno quello: sono le mie passioni, sono il mio impegno, il mio volontariato, e anche il mio piacere, ci mancherebbe altro. Presento anche libri e film, non sempre volentieri, i più gentili ricambiano con un mazzo di gladioli. E va be’. Ma non mi è chiaro per quale ragione dovrei erogare tempo e lavoro gratuito per ordini professionali con le casse pienissime -l’ho fatto tante volte, sob-, case editrici e cinematografiche, istituzioni, enti locali etc etc.

Anzi, mi è chiarissimo: si pretende, in Italia, che il lavoro intellettuale (o immateriale, o della conoscenza) sia gratuito. Un fatto dello spirito, mai della carne: benché anche certe prestazioni dei sacerdoti, mi pare, abbiano i loro bei tariffari. Se chiami un idraulico gli paghi anche il semplice sguardo alla tubatura. Ma se per esempio ti invitano in tv, a meno che tu non sia un’opinionista di altissimo livello tipo Valeria Marini, puoi dover colluttare perché ti rimborsino almeno il taxi. Con onorevoli eccezioni: superstar borderline tra giornalismo e showbitz, ma anche formatori-formati all’uopo e last minute (vanno fortissimo le formatrici sulla violenza sessista e sulla parità di genere: un business niente male). Ma normalmente il lavoro intellettuale in questo Paese non si paga, o si paga pochissimo. La remunerazione è inversamente proporzionale alla quantità di idee. Quando basta che tu vada in Spagna, come mi è capitato -la Spagna della grande crisi, dico, che mi ha chiamato qualche volta per parlare nelle Università- e per quanto a fatica il tuo impegno viene remunerato.

Insomma, il lavoro intellettuale è come il lavoro di cura: invisibile, gratuito e scontato. Ma senza l’uno come senza l’altro in questo Paese crollerebbe anche quel poco che sta ancora in piedi. Nelle idee di oggi -materia prima del lavoro intellettuale- c’è l’embrione della grande parte del lavoro di domani.

Lavoratori dell’intelletto e casalinghe, unitevi!

p.s: ricordo qui l’insuperata campagna #coglioneno

 

economics, italia, lavoro, Politica dicembre 5, 2014

Censis, Italia: la paura mangia l’anima. E chiama il fascismo

L’ultimo rapporto Censis fotografa un Paese divorato dall’incertezza e dalla paura.

Una-cento-mille Tor Sapienza, dove la disperazione spinge i poveri a prendersela con gli ancora-più-poveri: la coesione sociale, la nostra capacità di accoglienza e integrazione sono preziose risorse in via di esaurimento. Gli immigrati semmai sono carne umana con cui la criminalità può fare soldi, come in Libia: ce l’hanno spiegato nelle intercettazioni del “cupolone”, “rendono più della droga”.

Povertà e paura della povertà sono la chiave: più del 60 per cento ritiene che gli possa capitare di finirci, con picchi del 67 per cento tra gli operai. Il dato della natalità continua significativamente a decrescere: il Paese, già il più vecchio d’Europa, lo diventa sempre più. Quanto ai giovani, capitale umano «inutilizzato» e «dissipato», 2,4 milioni tra quelli che vivono soli ricevono un aiuto economico dai propri genitori… un flusso di risorse pari a oltre 5 miliardi di euro annui», altrimenti non ce la farebbero.

Tra disoccupati e inattivi, sono quasi 8 milioni i cittadini “non utilizzati”. Il Sud è l’epicentro della crisi: il tasso di occupazione dei 25-34enni oscilla tra il 34,2 per cento di Napoli e il 79,3 di Bologna, a Bari solo 2,8 bambini su 100 vanni al nido contro i 36,7 di Bologna, il 25 per cento delle scuole medie la banda larga non sa nemmeno cos’è (contro il 5 per cento europeo medio).

Eccetera.

La paura mangia l’anima, chiama risposte immediate, sommarie, adrenaliniche, fight or flight, lotta o fuggi. Non dà il tempo per riflettere, analizzare, concepire strategie. E’ il “negro” che mi porta via il lavoro, anche se non va così, è l’immigrato che stupra le “nostre” donne, e hai voglia a esibire statistiche in cui si vede che le violenze sono una cosa di famiglia: non c’è più tempo per queste “cazzate”, è venuto il momento di agire.

Quando la pazienza, la temperanza, la resilienza, la capacità di assorbire i colpi, di mediare, di accomodare e di arrangiarsi degli italiani vengono meno, noi “brava gente” diventiamo cattiva, cattivissima gente, e gli ultimi saranno i primi. A lasciarci le penne. Poi toccherà ai penultimi, e via via, a salire.

Ci sono tutti gli ingredienti per la replica di una Storia che abbiamo già visto: paura, rabbia, povertà, disuguaglianza, corruzione, ruberie, privilegi, inefficacia di una politica asserragliata nei centri storici. La destra vola in Europa e sbatte trucemente le ali anche da noi.

Attente e attenti, c’è il fascismo appena dietro l’angolo. Non è il momento per distrarsi.

Fai la cosa giusta.

 

ambiente, Donne e Uomini, economics, femminicidio, Femminismo, Politica, questione maschile novembre 22, 2014

25 novembre: la stessa violenza sulle donne e sulla Terra

 

Quella sulle donne e quella sulla Terra sono manifestazioni della stessa violenza: come dice Winnie Byanyma bacchettando il #G20: i potenti della terra non possono permettersi di ignorare che le due maggiori sfide del nostro tempo sono la disparità di genere e il cambio climatico. 

La proposta è che il prossimo 25 novembre, Giornata internazionale contro la violenza sulle donne, si tenga conto della connessione diretta fra violenza contro le donne e violenza contro il Pianeta, e si raccolga la sfida nella sua complessità, coinvolgendo il massimo numero di altre e altri.

All’assunzione del tema nella data fortemente simbolica del 25 novembre potranno seguire altre iniziative. Un’importante occasione potrebbe essere il prossimo il 14 febbraio, in occasione di One Billion Rising: il tema quest’anno è “rivoluzione”, perfettamente in sintonia con lo sforzo per un cambio di paradigma.

Lo spirito dell’iniziativa è bene illustrato da Vandana Shiva:

“Ho più volte sostenuto che lo stupro della Terra e lo stupro delle donna sono intimamente connessi – sia metaforicamente, nel modo di cui si costruisce la visione del mondo, sia materialmente: nel modo in cui si costruiscono le vite quotidiane delle donne. (esiste una stretta) connessione tra lo sviluppo di politiche economiche violente ed inique, e l’aumento di crimini contro le donne. (…) L’idea di una crescita illimitata in un mondo limitato può mantenersi solo attraverso il furto delle risorse del debole da parte del potente. E il furto di risorse, essenziale per la crescita, crea una cultura dello stupro: lo stupro della terra, delle economie locali autosostenibili, lo stupro delle donne. (…) Dobbiamo cambiare il paradigma dominante: porre fine alla violenza contro le donne significa anche superare l’economia violenta a favore di economie pacifiche e non violente, capaci di rispettare le donne e il Pianeta”.

 Chi promuove questa azione? Non c’è una precisa maternità dell’idea: chiediamo di riconoscere l’iniziativa come nata spontaneamente da confronti diretti e sui social network. Chi approva i contenuti li raccolga, trattandoli come preferisce e facendo il possibile per diffondere e rilanciare (sui blog, social network, via email ecc)

Ecco gli hashtag da rilanciare:

#25novDonnePianeta      #25novWomenforPlanet 

#NoPlanetB          #NonesistePianetaB

Una chiamata delle donne ad azioni urgenti per il clima anche in questa dichiarazione approvata un anno fa dall’IWECI (International Women’s Earth and Climate Summit), c integralmente recitata in italiano  in questo video.

Il 25 novembre mobilitiamoci contro la violenza sulle donne e sulla Terra.

 

 

 

 

 

 

 

ambiente, economics, italia, Politica novembre 11, 2014

Con l’acqua alla gola: i “veri uomini” non si occupano di ambiente

Chiavari stanotte

Penso con angoscia all’amica parrucchiera di Ameglia, e al ferramenta, e a tutti i cittadini della foce del Magra a cui è stato detto di salire ai piani alti delle case perché l’onda di piena è attesa a ore: l’ultima volta si portò via il ponte che collega alla Versilia. Guardo le immagini notturne di Chiavari sott’acqua, due dispersi nell’entroterra, la loro casa è stata travolta da una frana. Penso a tutta la Liguria che si sgretola, diamo l’allarme da anni ma il partito del cemento non si arrende, il famoso progetto Marinella (un megaporto turistico da 1000 posti barca, ecomostro escavato nell’estuario del fiume, progetto “rosso”, protagonista Monte dei Paschi) non è ancora stato ritirato. Penso alla rabbia dei carrarini, gente di carattere che non si lascia mettere sotto i piedi. Penso al decreto Sblocca Italia, che garantisce la continuità di queste logiche di “sviluppo” distruttivo, mangi oggi e domani crepi.

Penso al ministro dell’Ambiente (qualcuno ricorda il suo nome?): il dottor Gianluca Galletti, già commercialista, zero competenze in materia, comme il faut. Ministero di nessun conto, buono giusto per le spartizioni cencelliche, come tutte le istituzioni ambientali in questo Paese, che invece dovrebbero stare al centro delle nostre politiche. Penso alla resistente incultura, continuare “virilmente” a considerare marginali le questioni ambientali, quando l’ONU dà l’allarme definitivo, ultima chiamata sui gas serra e sui mutamenti climatici: il profetico rapporto del club di Roma, “I limiti dello sviluppo”, è del 1972.

Guardo con orrore il mio rosmarino fiorito, le zagare sul terrazzo a metà novembre, il basilico che non smette di “buttare” sotto una pioggia battente alla “Blade Runner”. Vedo i negozi di Milano con le porte spalancate per favorire lo shopping nonostante i divieti, riscaldamenti a palla, assurda dispersione di calore mentre siamo sotto il monsone permanente, sudi con maglietta e impermeabilino, le calze danno fastidio, di notte ci sono 13 gradi.

Vedo le prime pagine sul patto del Nazareno, e pure le seconde, le terze e le quarte. E il mantra della “crescita” con cui continuiamo a ipnotizzarci. Ma sai anche che se provassi ancora una volta ad andare off topic, se invitassi a distrarre lo sguardo dal prossimo incontro tra Renzi e Berlusconi, dalle insofferenze di Raffaele Fitto, dalle manovre per il Quirinale, per richiamare alla necessità di una rivoluzione non più rinviabile -“rivoluzione sostenibile”, la chiamò il club di Roma: fine dello sviluppismo*, ambiente al centro, nuovi paradigmi-, ti guarderebbero ancora una volta come una noiosa rimbambita.

Cassandra continua a sgolarsi, ma non la ascolta nessuno.

* Secondo il rapporto “I limiti dello sviluppo” (1972) è possibile modificare i tassi di sviluppo e giungere ad una condizione di stabilità ecologica ed economica, sostenibile anche nel lontano futuro. Lo stato di equilibrio globale dovrebbe essere progettato in modo che le necessità di ciascuna persona sulla terra siano soddisfatte, e ciascuno abbia uguali opportunità di realizzare il proprio potenziale umano.

economics, italia, lavoro, Politica ottobre 30, 2014

Non possiamo permetterci Alfano

Io non ci credo. Non credo al fatto che agenti di polizia possano aver deciso autonomamente di caricare a freddo e brutalmente una manifestazione di lavoratori disperati -mirando in particolare ai sindacalisti- senza che qualcuno gli abbia ordinato: “andate giù duri”. (secondo la testimonanza di un lavoratore, “ai primi caduti, un poliziotto, un omone, si è tolto il casco e allargando le braccia ha detto ai suoi: basta, basta”). Da qualche parte l’ordine dev’essere arrivato.

Quanto meno credo che un ministro dell’Interno, tenuto a essere massimamente consapevole della situazione sociale del Paese -160 vertenze drammatiche, disoccupazione a livelli mai visti, metà dei giovani a casa, il Sud che si va desertificando-, abbia il dovere di non fare capitare giornate come quelle di ieri, e debba saper governare una situazione potenzialmente esplosiva, chiamando le forze dell’ordine al massimo di responsabilità.

Ci spiegheranno, speriamo, com’è andata. Quel che è certo, e nella migliore delle ipotesi, la performance del ministro Alfano è stata pessima, ci sono lavoratori e sindacalisti con la testa spaccata, e che qualcuno oggi parli di Renzi-Scelba dovrebbe essere motivo sufficiente perché gli si chieda di andare a casa, o dove preferisce.

Che miracolosamente la corda non si sia ancora spezzata non significa che non possa spezzarsi a breve, e nella posizione di chi governa l’ordine pubblico serve qualcuno all’altezza del dramma sociale in corso. Un governo guidato dal Partito Democratico non può permettersi una giornata come quella di ieri e un ministro come Alfano.

Servirebbero anche –a mio parere servivano subito, io me le aspettavo già ieri sera- parole nette del premier Renzi, in possesso della sferza verbale necessaria a stigmatizzare quello che è capitato. Appare preoccupante, questo silenzio, in un uomo in genere così pronto.

Il silenzio di Pina Picierno sarebbe invece un sollievo per tutti.

Aggiornamento: qui il video di Gazebo che testimonia l’ordine a caricare, dato a freddo. Il resoconto di Alfano non corrisponde al vero.