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bambini

bambini Novembre 17, 2013

Un mondo che sbrana i suoi cuccioli

Ricevo e pubblico:

“Cara Marina Terragni

scriviamo a te (come particolarmente attenta a tutti i temi che riguardano le donne) una lettera che rivolgiamo idealmente a tutta l’informazione, in particolare nell’ambito delle riviste femminili.

Ti chiediamo di aiutarci a portare a galla il grave problema della sessualizzazione dei bambini attraverso un tema, quello dei concorsi per baby-miss, che è ancora molto lontano dalla percezione conscia della gente: impossibile che simili follie all’americana si trasferiscano da noi!

Pia illusione… temiamo anzi che diventeranno molto familiari; del resto è un déjà vu: quanto c’è di peggio viene sempre importato senza scrupoli. E infatti ora – nonostante gli allarmi di pediatri e psicologi, nonostante gli studi scientifici che danno conto delle conseguenze… questi concorsi stanno conquistando anche l’Italia. Crescono dal basso, con kermesse regionali che, all’insaputa del grande pubblico, dal 2009 si sono moltiplicate al punto di coinvolgere migliaia di piccoli.

Divenuti ben saldi eccoli pronti per l’assalto alle televisioni nazionali: un business che non solo sfrutta commercialmente i bambini, ma toglie loro l’infanzia, alimenta una cultura pedofila e incrementa l’immagine più degradante della figura femminile. Che fare? è giusto stare a guardare?

Negli Usa, o in Australia, la piaga di questo business è talmente vasta che è ormai inattaccabile. Non si riuscì a combatterne le abominevoli competizioni nemmeno dopo la tragica fine di JonBénet, la più famosa e adorata fra tutte le mini-miss, abusata e seviziata a morte a soli 6 anni. Ma da chi? più del criminale che l’ha distrutta fisicamente, l’hanno uccisa quello star system che ne aveva fatto un oggetto di morbosa attenzione per pedofili, e i politici complici, oltre a genitori irresponsabili e spietati.

In Europa, però, possiamo ancora respingerli: cosa che ha fatto la Francia, mettendoli fuori legge in settembre. Se ci sono riusciti i francesi, possiamo farlo anche noi. Per questo abbiamo lanciato anche una petizione al Garante per l’Infanzia:

https://avaaz.org/it/petition/Fermiamo_il_mercato_dei_bambini/

perché promuova una adeguata pressione politica per fare lo stesso anche in Italia (qui uno spot sul problema)

Ci dai una mano?

Grazie!

La Rete delle reti femminili“.

Pubblico e firmo. Aggiungo che anche Youtube è pieno di filmati di bambini sfruttati commercialmente. Un mondo in cui si sbranano i cuccioli è prossimo alla sua fine. E noi vogliamo che questo vecchio mondo duri ancora per un bel po’.

 

bambini, Donne e Uomini, questione maschile Novembre 12, 2013

Baby-prostitute: chi sono i colpevoli

Nessun dubbio: i veri colpevoli del giro di prostituzione minorile a Roma -ora si apre anche un filone milanese dell’operazione Ninfa: denominazione ambigua e ammiccante, pessima scelta- sono i maschi sfruttatori delle ragazzine: quelli che ci facevano soldi, e quelli che ci andavano a letto. La vera questione è la sessualità maschile.

Ma pur guardando alla cosa con tutta la pietà e l’umana compassione, anche immaginando che quando i fondamentali del legame materno-filiale si pervertono fino a questo punto a una madre deve essere capitato qualcosa di terribile, pure supponendo che la carnefice dev’essere stata a sua volta una vittima, diversamente non avrebbe saputo (ri)produrre una dinamica così violenta, continuo a credere che la responsabilità sia individuale.

Ci sono donne, direi quasi tutte le donne, che sia pure abbandonate, sfruttate e poverissime, non perdono la loro competenza materna né la capacità di amare i figli: basta guardare a tutte quelle, tantissime, che lasciano le loro case e i loro affetti per venire a lavorare qui come colf e badanti e assicurare un futuro migliore ai propri figli.

Sentirei di fare un torto alle donne pensando quelle madri che prostituiscono le figlie come meno responsabili e pertanto giustificabili, dotate di una strumentazione morale di serie B, “minorenni” dell’etica, per dirla in qualche modo. Anche perché normalmente il corpo-a-corpo madre figlio/a riesce, quel difficile percorso dall’indifferenziazione al riconoscersi come due va a buon fine.

La colpa è degli uomini, certo. E del resto ci sono molti uomini nel mondo che sposano bambine di 8 anni. Ma questa conversazione tra una madre e la figlia sedicenne costretta a prostituirsi è una delle cose più insopportabilmente violente in cui mi sia mai imbattuta.

 

M: «…mi ha chiamato la tua professoressa di latino… voleva sapere perché non stai andando… gli ho detto che non si sente bene … mi ha detto: pensa che domani verrà a scuola? Allora tu che cosa hai intenzione di fare? Dimmelo perché se no… ci prendiamo in giro… andiamo dagli insegnanti e glielo diciamo…».

F: «Ma io voglio andarci a scuola… è solo che non c’ho tempo per fare i compiti…».

M: «E va bè, il tempo si trova per fare i compiti…».

F: «Ma quando mamma?».

M: «Quando esci da scuola torni a casa… due tre ore studi… e…».

F: «Dopo non ce la faccio ad andare da Mimmi (Ieni, uno dei presunti sfruttatori che metteva a disposizione l’appartamento, la ragazza dunque lo nominava alla madre, ndr ) non ce la faccio se studio perché dopo sono stanca...».

M: «Allora devi fare una scelta… puoi alternare i giorni… qui una soluzione bisogna trovarla… rifletti bene su questo aspetto della scuola… se no… ti ritiro…».

F: «Non mi puoi ritirare mamma non c’ho 16 anni... ci voglio andare… però non voglio andarci senza aver fatto i compiti…».

M: «E allora fai una cosa scusami… allora c’è la possibilità di stare a scuola, studiare due ore così stai già là…».

 

bambini, Donne e Uomini, economics, giovani, lavoro Agosto 28, 2013

Il successo non è obbligatorio: primum vivere

Una delle convinzioni da eradicare, a questo giro di boa, insieme a quella che ci sia una “generazione perduta” (vedi qui), è quella che tutte e tutti debbano perseguire il successo, e ovviamente esibirlo.

Ieri leggo un titolo malcelatamente trionfale su Repubblica: “Contrordine ragazze. E’ meglio la famiglia”. Dove si racconta che le giovani millennials britanniche, ovvero le ragazze nate tra l’85 e il 94, lavorano meno delle loro sorelle maggiori dieci anni fa, e se possono fanno i figli presto e se li curano personalmente. Non solo crisi, ma anche il crescente convincimento, rilevato dai sondaggi, che è meglio che un figlio te lo tiri su, anziché mollarlo al nido o a una sequela di baby sitter.

Il fatto è 1. che queste ragazze sono state bambine cresciute nei nidi e con le nanny, e nessuno ha maggiore competenza in materia: vogliono dare ai figli quello che loro non hanno avuto. 2. la pena e la fatica delle loro madri, sbattute tra sogni di carriera e sensi di colpa nei riguardi della famiglia l’hanno vista da vicino, e non hanno alcuna intenzione di ridursi pure loro come stracci. 3. la loro identità, come del resto quella dei loro coetanei maschi, non è più affidata in via esclusiva al lavoro, che viene fortemente smitizzato -e del resto non è facile mitizzare un lavoro precario e volatile- torna a essere, molto semplicemente, un modo per campare, possibilmente con qualche significato. La vita è altrove e il successo -più su, sempre più su- non è un obbligo. E per fare i figli è meglio non aspettare i 45 anni.

Queste piccole e dispettose post-emancipate non stanno dicendo affatto che “è meglio la famiglia” (e il maritino da baciare sulla porta alle 8 del mattino, e il twin-set con le perle, e tutti felici per il ritorno ai bei vecchi tempi). Stanno dicendo: primum vivere (deinde laborare). Stanno cioè indicando non un rassicurante coming back home, ma il pericoloso desiderio di un lavoro più prossimo e più simile alla vita: quindi la necessità di disorganizzarlo e riorganizzarlo secondo tempi e modi più femminili.

Il movimento storico è stato questo: accesso delle donne al lavoro retribuito (di quello non retribuito siamo campionesse da sempre); sogni di gloria, di carriera e di successo secondo i modi degli uomini (e teste sfondate sui glass ceiling, e vite sfracellate); desiderio di un lavoro finalmente bio-compatibile, che comprenda anche il fatto di non dover sbattere fordisticamente il tuo mocciosetto urlante di pochi mesi in mezzo ad altre decine di mocciosetti urlanti di pochi mesi in un’aula con i pupazzoni disegnati sui muri dalle sette del mattino alle sei del pomeriggio.

Tenerne conto quando -e se mai- si ripenseranno i servizi per le giovani madri: la vecchia e usurata idea di conciliazione è da buttare alle ortiche. Va messo in piedi qualcosa di meglio.

 

AMARE GLI ALTRI, bambini, Corpo-anima, Donne e Uomini, Politica, questione maschile Luglio 24, 2013

Omofobia: caro Ivan Scalfarotto…

Caro Ivan Scalfarotto,

qualcun* provi a darmi dell’omofobica, e l* querelo.

Ho amici e amiche gay, e pure trans, e voglio per tutte e tutti una vita più semplice e più giusta. Parto così, mettendo le mani avanti, perché vorrei porti qualche questione sul tema della legge contro l’omo e transfobia. Ed è già sintomatico che io parta così, giustificandomi a priori, perché non ho ben capito se secondo la nuova legge io sarei, almeno in linea teorica, perseguibile per quello che intendo dire, e per la storia che intendo raccontarti.

Un mio amico gay, qualche tempo fa, ha “comprato” un ovocita da una donna, l’ha fatto fecondare con il suo seme, quindi impiantare nell’utero di una seconda donna (“spezzando” quindi la madre in due: ovodonatrice e portatrice). Il tutto il un Paese che consente queste pratiche. Impianto andato a buon fine, gravidanza giunta a termine -bambino in braccio, come si dice- bambino tolto alla/e madre/i (anzi: madre/i tolta/e al bambino) e portato in Italia, dove il piccolo ha trovato i suoi surrogati materni in una serie di tate che vanno e vengono.

Caro Ivan, io avevo pregato il mio amico di non farlo, lui l’ha fatto, il nostro rapporto è andato in pezzi. Gli avevo detto: dal fatto che tu ami sessualmente gli uomini non deriva che quel bambino non debba avere una madre. Sono ancora convinta di quello che gli avevo detto. E quello che gli avevo detto, in sintesi, è questo: un uomo, di qualunque oreintamento sessuale, etero o gay, non ha il diritto di portare via un bambino alla madre, di recidere quel legame (anche se la madre è d’accordo: ma il bambino no).

Non sto parlando di genitorialità gay: sto parlando di uomini che si fanno fare bambini dalle donne e glieli portano via (non è il caso, come ti sarà chiaro, di una lesbica che mette al mondo un bambino, perché lì il legame è preservato, tra le due pratiche non c’è simmetria). Qui c’è misoginia, qui c’è odio per le donne. Qui c’è questione maschile.

Naturalmente quello che dico è opinabile, ma io ci credo fermamente, così come credo fermamente nell’esistenza di una differenza sessuale. Confortata dal fatto che perfino chi, come Judith Butler, maestra della “performatività di genere”, ha teorizzato al massimo livello il fatto che il corpo con cui si nasce conta poco o niente, e invece quello che conta è il genere a cui si sceglie di appartenere, è tornata sui suoi passi, dovendo ammettere l’esistenza “di un residuo materiale incontrovertibile“. Cioè il corpo sessuato.

Ora, la mia domanda è questa: potrò ancora sostenere questo mio pensiero -l’intangibilità del legame madre-figlio e l’esistenza della differenza sessuale- che non sta dentro nel mainstream “tutto è lecito” senza essere sospettata o addirittura incriminata per omofobia?

Lo dico perché ogni volta che una legge, con la mannaia sommaria della logica dei “diritti”, interviene “salomonicamente” a tagliare la carne viva della vita e dei suoi fondamentali, il risultato è sempre molto scadente.

Con affetto   M.

AMARE GLI ALTRI, bambini, salute Luglio 4, 2013

Divieto di morbillo per i piccoli immigrati

Dunque: a Milano un bambino di 5 anni, figlio di immigrati irregolari (ovvero senza permesso di soggiorno), è febbricitante e pieno di bollicine. Verosimilmente una malattia esantematica. In genere è un pediatra a fare diagnosi e indicare una terapia. Ma il nostro piccoletto un pediatra non ce l’ha: per i figli di irregolari il servizio pediatrico è garantito solo fino ai 6 mesi. Dopo i 6 mesi in caso di malattia c’è solo il pronto soccorso, che oltre a non garantire la continuità di cure, necessaria in particolare per la salute di una creatura in crescita, comporta per la nostra sanità un esborso assai maggiore. Quindi anche dal punto di vista della spesa pubblica si tratta di una scelta fallimentare. La salute è un bene collettivo, e non tutelarlo costa.

Un pediatra volontario visita il piccolo, e diagnostica una varicella. La diagnosi rapida e certa di una malattia infettiva, com’è il caso delle malattie esantematiche, è il solo efficace presidio contro la diffusione dell’epidemia, che oltre ai molti disagi comporta, anch’essa, un aumento della spesa pubblica. Ma se non fosse stato per il buon cuore di quel pediatra, per il bimbo non ci sarebbe stato che il pronto soccorso.

A raccontarmi la storia esemplare è Lucia Castellano, capogruppo in Regione Lombardia per Patto Civico Ambrosoli, poche ore dopo che la Regione ha ribadito l’intenzione di non garantire cure pediatriche oltre i 6 mesi per i bimbi figli di irregolari.

C’è un accordo Stato-Regioni per garantire a tutti i bambini, compresi i figli di irregolari, continuità di cure. Ma a differenza di altre regioni, la Lombardia dell’eccellenza sanitaria non lo ha recepito.

Insieme al Pd, il Patto Civico per Ambrosoli ha presentato una mozione per aderire all’accordo, ma l’ipotesi è stata respinta all’unanimità da i rappresentanti del Pdl, della Lega, dei Fratelli d’Italia e della Lista Maroni. Tra gli argomenti, il fatto che garantire cure pediatriche ai figli di irregolari costituirebbe una “breccia” strumentale per superare la legge Bossi-Fini sull’immigrazione; che in caso di malattia, come già detto, ci sono eventualmente i Pronti Soccorsi; e che anzi i pediatri, in quanto pubblici ufficiali, sarebbero tenuti a denunciare i “clandestini” grandi e piccoli.

Anche i ciellini e tutti i cattolici di Lega e Pdl hanno votato contro.

Lucia mi prega di mettervi al corrente di questa vicenda, e io lo faccio volentieri.

 

Qui il testo della mozione, primo firmatario Umberto Ambrosoli:

 

IL CONSIGLIO REGIONALE DELLA LOMBARDIA

PREMESSO CHE
secondo i dati fomiti dall’ORIM (Osservatorio Regionale per l’integrazione e la
multietnicità) il numero dei cittadini stranieri extracomunitari che risiedono in
Lombardia è aumentato sensibilmente negli ultimi anni;
che i figli di stranieri senza permesso di soggiorno possono accedere alle strutture
sanitarie solo per prestazioni urgenti ed essenziali, come le vaccinazioni o per
patologie che, se non curate, provocano danni permanenti;
che i figli di cittadini stranieri senza permesso di soggiorno hanno diritto
all’assistenza del pediatra di famiglia solo fino ai 6 mesi di vita, il che significa che
manca la continuità delle cure e la prevenzione, determinando evidenti rischi anche
per la salute pubblica;
CONSTATATO CHE
il DPR n. 394/99, ha delegato alle regioni italiane l’organizzazione dei servizi
sanitari, ovvero la definizione dei destinatari e dei luoghi dove fornire l’assistenza
sanitaria:
“le regioni individuano le modalità più opportune per garantire le cure essenziali e
continuative, che possono essere erogate nell’ambito delle strutture della medicina
del territorio o nei presidi sanitari accreditati, strutture in forma poliambulatoriale od
ospedaliera, eventualmente in collaborazione con organismi di volontariato aventi
esperienza specifica;
CONSTATATO INOLTRE CHE
le regioni come Friuli Venezia Giulia, Umbria, Toscana, e P.A. di Trento prevedono
l’accesso dei minori irregolari anche all’assistenza pediatrica fornita dai PLS;
CONSIDERATO CHE
i figli degli stranieri senza permesso di soggiorno non hanno diritto al pediatra di
famiglia cioè alla continuità delle cure e che questo determina una limitazione del
diritto alla salute del minore che si trova chiaramente in contrasto con la
Convenzione sui diritti del fanciullo, che stabilisce che tutti i minori, senza
discriminazioni, devono avere accesso ali’ assistenza sanitaria;
CONSIDERATO INOLTRE CHE
– il Parlamento Europeo ha invitato gli Stati membri, con la Risoluzione A7-0032/2011
dell’S febbraio 2011, “ad assicurare che i gruppi più vulnerabili, compresi i migranti
sprovvisti di documenti, abbiano diritto e possano di fatto beneficiare della parità di
accesso al sistema sanitario” e “a garantire che tutte le donne in gravidanza e i
bambini, indipendentemente dal loro status, abbiano diritto alla protezione sociale
quale definita nella loro legislazione nazionale, e di fatto la ricevano”;
– che molti medici in diverse strutture, ottemperando al giuramento di Ippocrate,
prestano comunque l’assistenza in una condizione di indeterminatezza che rischia di
risultare in contrasto con le normative;
VISTO CHE
gli artt. 2 comma 2 e il 24 della Convenzione di New Y ork disciplinano la tutela del
diritto alla salute di tutti i minori non solo di quelli che hanno la cittadinanza;
l’art. 32 comma 2 della Costituzione recita: “La Repubblica tutela la salute come
fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure
gratuite agli indigenti”;
INVITA IL PRESIDENTE E LA GIUNTA REGIONALE:
a riconoscere l’assistenza sanitaria di base anche per i minori non regolari tramite
l’attribuzione del Pediatra di libera scelta e l’erogazione di determinate prestazioni
sanitarie per i figli di immigrati extracomunitari senza permesso di soggiorno.

Umberto Ambrosoli

Lucia Castellano
Fabio Pizzul
Laura Barzaghi
Roberto Bruni
Carlo Borghetti
Michele Busi
Marco Carra
Paolo Micheli

Gianantonio Girelli

Sara Valmaggi

AMARE GLI ALTRI, bambini, TEMPI MODERNI Gennaio 29, 2013

Piccoli milanesi ad honorem

 

Metropolitana milanese. Mamma e figlio cinesi, lui sui dieci anni con borsone da calcio, lei di una pallosità materna senza confini: “Allola mi laccomando, poi asciuga bene capelli se no plendi laffleddole, e sotto metti la maglia (giuro, parlava così, ndr) e poi dimmi a che ola tolni, no come l’altla volta che hai detto sette e sei allivato a otto…”. “E basta ma’! E mollami!” la stoppa lui. “E che strèss! Se ti ho detto le sètte  vuole dire le sètte”, con una “e” che più aperta non si può. Una “e” della Bovisa, del Giambellino, di Quarto Oggiaro (vorrei farvela sentire: un’autentica meraviglia!). Una “e” del Ticinese, di Lambrate, di Gorla, in bocca a quel piccoletto con gli occhi monopalpebra.

L’essenza della milanesità –da sempre- è il meticciato. Il vero milanese è una creatura stralunata e scissa, le radici che pescano a centinaia di chilometri –quasi sempre più a Sud: terroni-, una creatura aggrappata alla città come una patella, attaccamento che si esprime in un fantastico e innamorato slang incapace di dieresi, di “ö”e figuriamoci di “ü” (che diventa “ju”). Il pugliastro dei baby boomers, avete presente? Un’intera generazione di figli di barlettesi, tranesi, baresi e brindisini che ha dato volto e voce a vari decenni di Milano: Celentano, Mazzarella, Jannacci, Abatantuono, Teocoli. Più milanesi del panettone.

Tocca a questi altri, adesso, pazzi di Milano: ragazze filippine (“…ma sei fuoori?”), “pinella” peruviani, piscinine del Senegal che ci riempiono di allegria e vitalità. Seconda generazione, ma è già in arrivo una terza. Più o meno un neonato milanese su tre è figlio di gente che viene da lontano. Il 20-30 per cento degli alunni è di etnia extra e di lingua madre italiana. Ma questi ragazzi hanno un problema in più. In base allo ius sanguinis (italiano chi è figlio di italiani) e alla pessima legge Bossi-Fini sull’immigrazione, solo a 18 anni potranno fare domanda per accedere alla cittadinanza, e con una procedura piuttosto complicata. Un’ingiustizia profonda che potrà essere sanata solo cambiando la norma nazionale. Ma l’amica consigliera comunale del Pd Paola Bocci ha proposto di anticipare gli effetti della riforma con un conferimento di cittadinanza onoraria.

E ce l’ha fatta! Ieri il Consiglio Comunale milanese si è impegnato a conferire con una cerimonia pubblica un attestato di riconoscimento simbolico di cittadinanza italiana ai bambini nati a Milano da genitori stranieri. Dice Paola: “Anche se questo non cambia lo status giuridico, afferma con forza la volontà di vedere i bambini e i ragazzi come tutti uguali, riconoscendoli come risorsa preziosa e insostituibile della Milano di adesso e di quella che verrà. C’è urgenza di cambiare una legge anacronistica… questi bambini si sentono italiani, frequentano o hanno frequentato le nostre scuole, conoscono bene la nostra lingua e sentono come loro questa città… Mi auguro che l’impegno preso oggi sia un monito per chi andà a governare il Paese, perché si impegni da subito a cambiare la legislazione vigente”.

Mi metterò un cappellino, andrò alla cerimonia, piangerò come una fontana.

 

p.s. Altre città: copiateci!

 

 

 

AMARE GLI ALTRI, bambini, esperienze Gennaio 15, 2013

Vorrei scrivere una storia su un pesce

Una pausa di dolcezza e di fiducia, in mezzo a tante lotte.

Le parole dei piccoli. Sempre così unsophisticated, prossime all’essenza delle cose, ancora impigliate nella materia della nascita.

Bambini a cui “Terre di Mezzo”, editore e onlus, ha fatto incontrare una dozzina di scrittori -Silvia Ballestra, Gianni Biondillo, Marco Missiroli e altri –nell’ambito di “La grande fabbrica delle parole”, progetto sulla scrittura creativa, sul modello di “826 Valencia”, coordinato da Dave Eggers a San Francisco, di “Fighting Words” a Dublino (Roddy Doyle), di “Ministry of Stories” a Londra (Nick Hornby).

Location milanese, l’anfiteatro della Martesana, zona via Padova, il posto più multiculturale della città.

Il libro tratto dall’esperienza, “Ma tu quanti libri scrivi in una settimana?”, curato da Francesca Frediani,  raccoglie le interviste dei bambini agli scrittori: rarissimo caso in cui le domande sono più avvincenti delle risposte. Eccone una scelta:

“Ma scusa un attimo, se il libro l’hai scritto tu, perché è l’editore che deve decidere se pubblicarlo?”. “La vita da scrittrice a te ti piace?”. “Quale è stato il tuo peggiore libro?”. “Fai libri di paura?”. “Se diventassi ricchissima scriveresti ancora libri?”. “Io vorrei scrivere una storia su un pesce ma non mi viene un’idea speciale per il protagonista”. “Ma quindi tu ascolti le storie prima di scriverle?”. “Ce l’hai Facebook?”. “Sei mai stato bocciato?”. “Hai mai visto partite della Juve?”. “Capita che giri, giri e non trovi ispirazione?”. “Devi avere dei gran nervi saldi?”. “Ma chi ha scritto i libri dei draghi? Se li metti tutti insieme fanno una pila altissima!”. “Hai un buco nella felpa?”. “Ti è capitato di rovinare il quaderno mentre scrivi, magari rovesciandoci su qualcosa?”. “Scrivi spesso di quando eri piccolo?”. “Che cosa succede ai libri che nessuno compra?”. “Fai il lieto fine, di solito?”. “Ai bambini piacciono i tuoi libri?”. “Ti è mai venuto il blocco dello scrittore?”. “Ma lo scrittore non guadagna niente?”. “Bisogna finirle per forza, le storie?”. “Quando scrivi al computer ti fanno male le mani?”. “Ma tu scrivi anche i libro dei compiti?”. “Come avresti intitolato il primo libro del mondo?”. “Ti è successo di scrivere un libro e piangere?”.

 

 

bambini, Donne e Uomini Ottobre 16, 2012

La Cittadella delle madri

la fiaccolata delle madri a cittadella

Ricevo stamattina questa email

“Sono dalla parte di quel padre di Cittadella. Ha messo i riflettori su qualcosa che riguarda centinaia di padri, esautorati dal loro ruolo da erinni autorizzate e appoggiate da un sistema che le vede sempre e comunque vincenti. Io lo ringrazio, anche per il coraggio e la caparbietà dimostrata. Io questo coraggio non l’ho mai avuto, mia figlia ha vent’anni, non ci parliamo, sua madre è felice, io e mia figlia no. Saluti. G.S.“.

Il problema l’ho ben presente. Ormai molti anni fa, era il 2004, ne avevo parlato in una conversazione sul periodico “Via Dogana” con Lia  Cigarini, avvocata matrimonialista, femminista e fondatrice della Libreria delle Donne di Milano, intitolato proprio “Voglia di stravincere”.

Eccone alcuni passaggi:

“… quando come avvocata mi trovo a difendere le donne nelle cause di separazione, le vedo agire un forte senso di rivincita nei confronti dell’uomo con cui hanno vissuto. Come se avessero di fronte un nemico da distruggere… Le donne disconoscono le capacità paterne del compagno. Dicono che non sa accudire i figli, che li fa ammalare, non sa farli studiare, ecc. Io riconosco una competenza speciale alle madri, ma non penso a un’assoluta inettitudine paterna, perché non giova a nessuna. Più precisamente penso che nel conflitto tra madre e padre il sapere femminile debba fare qualcosa di più che rivendicare un’assoluta competenza della madre. Anche perché in questo nodo entra in gioco la libertà femminile. È libertà anche saper inventare mediazioni. Tuttavia per ora la propria libertà va seconda rispetto alla rivendicazione dell’assoluta competenza materna. Io tra responsabilità totale della madre e libertà vedo tante contraddizioni, loro no…  La lotta delle donne è soprattutto sui figli. Io sono d’accordo che vengano affidati alle donne, ma non sulla pretesa di cancellare totalmente il padre“.

Non voler prendere atto del problema ha esasperato il conflitto. Oggi molti padri separati fanno riferimento ad associazioni molto aggressive, e arrivano, come testimonia l’email che pubblico sopra, a credere in soluzioni altrettanto aggressive. I risultati di questa aggressività reciproca non sono buoni. Leonardo, il bambino di Cittadella, oggi vive in una comunità, e se non interverranno decisioni diverse ci starà per un anno intero. Credo che sia uno scacco per tutti, per la madre e anche per il padre, ma soprattutto un’esperienza davvero tragica per il bambino.

Io credo che tutti -i protagonisti della separazione, i giudici, gli avvocati, gli addetti ai lavori a vario titolo- debbano intensamente e accanitamente lavorare in direzione di una mediazione del conflitto, e che le madri affidatarie debbano essere accompagnate, quando serve, nella costruzione di un dialogo accettabile con l’ex-marito, a tutela di una buona relazione tra padre e figli. Senza dimenticare che, forse molto più frequentemente, le madri affidatarie vivono il problema opposto: un ex-marito che diventa anche ex-padre, allenta ogni relazione con i figli, non provvede al loro mantenimento, si dilegua fisicamente e moralmente.

La competenza materna deve esercitarsi anche nella ricerca di giuste mediazioni.

 

 

 

bambini, Donne e Uomini, esperienze, questione maschile Ottobre 12, 2012

Il padre di Padova e re Salomone

La storia la sapete, vero? Di quelle due donne che si presentano da re Salomone contendendosi un bambino: ognuna aveva partorito un figlio ed entrambe dormivano nella stessa casa. Uno dei due bambini muore, e sua madre prende il figlio dell’altra. Salomone ordina che il bambino venga tagliato a metà per darne una parte a ciascuna. La falsa madre accetta la soluzione -invidiosamente, mi viene da dire, pur che anche l’altra perda il figlio-. Ma la vera madre lo supplica di fermarsi e di dare il bimbo all’altra donna, pur di salvarlo. Salomone capisce che la vera madre è lei.

Salvare il bambino, metterlo davanti a tutto: è questo a fare una madre, e anche un padre. Il padre del bimbo portato via a forza dalla polizia usa proprio queste parole: “L’ho salvato”. L’ha salvato, a suo dire, da una madre che lo metteva contro di lui, e che lo stava facendo ammalare di Pas, o Sindrome di alienazione genitoriale, disturbo inventato da uno psichiatra americano, Richard Gardner, e mai riconosciuto dalla scienza.  “Ora è sereno”, aggiunge il padre. Difficile credere che possa esserlo, tolto alla madre e ospitato in comunità, e dopo quello che gli è capitato, un trauma che può fare ammalare davvero.

Può essere che quella madre abbia sbagliato, che non abbia agevolato i rapporti tra il piccolo Leonardo e suo padre, che addirittura li abbia ostacolati e impediti. Se così è stato, l’errore è grave. Severissimo, certo, è il recente disposto della Corte di Appello di Venezia, che toglie il bambino alla madre. Inaccettabile il comportamento delle Forze dell’Ordine, che ha trascinato via quel bimbo contro la sua volontà, o meglio, come se non avesse volontà, come se i suoi sentimenti, il suo divincolarsi, la sua sofferenza non avessero alcun significato e contassero molto meno di quelli della madre, del padre e della volontà dei giudici. Una sofferenza tanto grande che con la sua forza d’urto ci ha raggiunto tutti, per via mediatica.

Ma anche quel padre, di fronte alla spada che si stava abbattendo sul ragazzo, forse non avrebbe dovuto comportarsi come la finta madre, che così si rivolge al Re “Non sia né mio né tuo: dividetelo in due!”. Forse come la vera madre avrebbe dovuto sentire “le sue viscere commosse per suo figlio” e percepire l’inessenzialità del suo diritto e forse della sua volontà di vendetta di fronte alla sofferenza di colui che dovrebbe essere il suo primo oggetto d’amore. Se davvero quel padre crede che sia il bene di quel figlio essere tolto a sua madre -ed è sempre difficile crederlo- forse questo allontanamento si sarebbe dovuto realizzare con tutta la cura, la pazienza, la delicatezza necessarie, un piccolo sorso di sofferenza ogni giorno, senza ricorrere alla brutalità di una lama che recide in un solo colpo, lasciando intatta e non elaborata un’enorme mole di dolore.