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Archivio Maggio 29, 2008

LASCIARE SOLI I VIOLENTI

Avrei da dire un paio di cose sulla violenza maschile. Una celebre avvocata matrimonialista mi racconta che, in sede di separazione, troppi giudici sottovalutano la gravità e la diffusione delle violenze psicologiche dei mariti sulle mogli. Dice che quando non vedono occhi pesti o braccia rotte tendono ad ascrivere al “normale” stress da separazione
minacce, persecuzioni, telefonate minatorie e altre piacevolezze. Ci vorrebbe un salto di coscienza che ci facesse comprendere che se le violenze fisiche sono molto diffuse, e anche dove non ce le aspetteremmo mai, quelle psicologiche –vessazioni economiche, mancanza di rispetto, umiliazioni, ricatti, limitazioni della libertà personale, esercizio del dominio in tutte le sue forme: sono anche donne a esercitarle sui mariti, ma in non più di 1-2 casi su 10- sono diffusissime, con l’aggravante di essere quasi sempre invisibili e misconosciute nel loro potenziale di devastazione e di sofferenza.
Spesso, io credo, si tratta di violenze-rifugio: ormai consapevole di poter essere punito per gli abusi fisici, il violento si “limita” a quelli psicologici, che proprio per questo dovrebbero poter essere individuati e puniti con la stessa severità.
Un’altra cosa: molti violenti sono stimatissimi professionisti, uomini d’affari, intellettuali, personalità dello showbitz. I quali, dopo aver rotto la testa delle loro compagne o averle ridotte all’impotenza e alla depressione, continuano ad essere stimatissimi professionisti, uomini d’affari, etc. Non è giusto. La sanzione dovrebbe anche essere sociale, soprattutto da parte di quegli uomini che aborrono la violenza sulle donne. Si dovrebbe sapere chi sono, e poter dire: da quel dentista non ci vado, perché è un violento, i miei soldi non li do da amministrare a quel gestore, perché è un violento. Quel libro non lo leggo, quel film non lo vado a vedere, perché chi li ha firmati è un violento, con quel collega non bevo neanche il caffè, perché è un violento.
Non si può smobilitare su queste cose, che distruggono non solo gli individui e le famiglie, ma anche il tessuto sociale. Il patriarcato che muore è una bestia feroce.
(pubblicato su “Io donna”-“Corriere della Sera”)

Archivio Maggio 29, 2008

QUANDO LA POLITICA CI DISPREZZA

Sto parlando al telefono con un deputato (o con una deputata, non ne dirò il nome né il sesso) di un grande partito (anche qui, omissis) di uno dei due grandi schieramenti (idem). Ho bisogno di qualche chiarimento su alcuni punti di programma. Alla mia seconda domanda, clic. La comunicazione si interrompe. Ho proprio la sensazione che mi abbia appeso il telefono in faccia. Non perché io sia stata sgarbata, tutt’altro. La ma sensazione è che il deputato/a in questione non sapesse nulla di quel punto di programma, punto forse complesso ma molto significativo. Richiamo, e mi risponde l’addetta stampa che con la massima cortesia mi informa del fatto che il deputato/a è stata improvvisamente chiamato/a in una riunione. Alle sette di sera. “Sa, sono giorni un po’ così”. Io però dovrei completare la  conversazione. Quando posso richiamare? “Senta” mi fa l’addetta “perché non mi invia le domande via email? Per domattina le faccio avere tutto”. Cerco di non fare mai interviste via email. Ma ho fretta, e date le circostanze… La mattina dopo le risposte arrivano. Qualche giorno fa vedo sul giornale che il deputato/a figura nella rosa dei papabili ministri del suo schieramento. Se la sua parte politica vincerà la competizione elettorale è facile che ci beccheremo le sue prestazioni, per quale ministero non si sa.
Forse faccio male a dare tanta importanza a certe cose. Le scelte di fondo per il paese, nessuna illusione, non si fanno certo più lì, nelle istituzioni rappresentative, schiacciando un bottone. E comunque fin dalla composizione delle liste elettorali e salvo lodevoli eccezioni, tutto il potere è dei partiti. Il singolo può poco. Anche quel ministro/a farà quello che gli/le diranno di fare. Eppure mi dispiace tanto, ma proprio tanto, che messi come siamo, una barca che fa acqua da tutte le parti, si distribuiscano gli incarichi con tanta leggerezza. Che uno/una che dimostra tanta incompetenza non solo venga proposto agli elettori, ma addirittura premiato/a con un incarico tanto importante. Sono molto dispiaciuta che la gente di questo paese, con tutta la fatica che fa ogni giorno, venga gestita con tanta irresponsabilità e con tanto sprezzo.
(pubblicato su “Io donna”-“Corriere della Sera”)

Archivio Maggio 29, 2008

PANIC ATTACK

Un indizio di come stiamo è quando riusciamo a prendere il metrò al volo. Credevamo di averlo perso e invece –miracolo-, piccola esitazione del conducente, ecco che ci scaraventiamo in carrozza con un balzo trionfante, rischiando lo stritolamento tra le porte. E atterrati lì, sciagurati sorridiamo, di un sorriso che non smette di aleggiare, come quello del gatto dello Cheshire, cercando ammirazione negli sguardi dei passeggeri. Abbiamo preso tre minuti, con quella corsa forsennata. Cinque, forse. Per farne cosa? Che prospettive apre, quel sontuoso tempo supplementare? Qualche istante guadagnato nella partita con la morte, o un inaspettato caffè prima del cartellino?
C’è anche chi balza in carrozza e si attacca alla sbarra senza cambiare faccia, uno stampo di sonno e disperazione. Ci vuole altro per strappargli un sorriso. Arrivare prima: e cosa cambia? e dove, poi? e perché? In genere a questi –ma anche a quelli, altra tipologia, che appena saliti saltano fuori pallidissimi la stazione dopo, una rantolante scorta di ossigeno per riuscire a fare un’altra fermata- un medico pietoso prima o poi prescriverà un farmaco SSRI, Selective Serotonin Reuptake Inhibitors, per trattenere in circolo quel poco di serotonina che consenta la sfida quotidiana della tratta Pasteur-San Babila.
Sull’efficacia di questa roba il dibattito è aperto: secondo alcuni, se il problema esistenziale che si è espresso biochimicamente nella carenza di serotonina alla fine della terapia è ancora lì, se non si è fatto nulla per sciogliere il nodo, i sintomi torneranno, quelli o altri. La questione della depressione è molto seria, visto che nel giro di qualche anno sarà la principale emergenza sanitaria in Occidente, e di come funziona il nostro cervello si sa ancora troppo poco. Ma un paio di convincimenti alla buona me li sono fatti: siamo corpi-anime, un tutt’uno, e separare ci fa sbagliare strada; la parola “sintomo” (gr. syn-, insieme, piptein, cadere) mi fa pensare a due cose che inaspettatamente si scontrano, a un conflitto che rivela qualcosa di noi: la malattia sta proprio nell’ostinazione con cui cerchiamo di non dare ascolto a questo nostro sé inaudito che vuole rivelarsi.
(pubblicato su “Io donna”-“Corriere della Sera”)

Archivio Maggio 29, 2008

2 IDEE PER NIENTE POP

Oggi voglio rendermi impopolare. Ho due cose da dire che a tanti non piaceranno affatto. La prima è per i portatori di iPod. Vivo come mala creanza, scostumatezza, insolenza tutti quelli che, soprattutto sui mezzi pubblici, si isolano nelle loro cuffiette, ballando con il piedino. Io lo leggo così: tu non mi interessi; il mondo nel suo complesso non è degno della mia attenzione; meglio solo con la mia musica che male accompagnato, tanto non mi perdo proprio nulla.
Intanto sono invidiosa di quella musica, e vorrei ascoltarla anch’io. Mi pare che la musica dia il suo meglio quando è condivisa. Allora sprigiona tutto il potenziale energetico di cui è capace. Sentita così, privatamente, con balletto interiore, francamente mi pare sprecata. Quando ascolto della buona musica vorrei sempre che ci fosse qualcuno che la sente e ballicchia insieme a me. Vorrei sentire quella musica anche per capire che tipo è il portatore di iPod, chi è, che cosa fa nella vita. Curiosità eccitata dal fatto che a quanto pare non è affatto ricambiata. A lui non importa per niente chi sia io. Manco mi vede. Si basta, si avanza e non fa nulla per nasconderlo.
La seconda cosa che ho da dire è molto peggio: con tutto il parlare di asili nido che si è fatto prima delle elezioni –il nido va forte, tra le promesse elettorali-, ho dovuto mordermi la lingua per non dire che io non credo affatto che per i bambini quei posti siano il paradiso. Le mamme lavorano, certo, e non sanno dove metterli. Le educatrici saranno anche formidabili, per carità. E carini quegli stanzoni con Paperino sui muri. Ma ai bambini 0-3 anni di Paperino importa poco, e degli altri bambini 0-3 ancora meno: è dopo i tre anni, pare, che la socialità diventa importante. A casa con la mamma, e il papà, e la zia, sarebbero più felici.
Non è detto, voglio dire, che il nido sia la soluzione universale, e la migliore. Forse si dovrebbe inventare qualcos’altro. Tenendo conto del fatto che è possibile che le nostre necessità e i bisogni dei piccoli non coincidano. Non odiatemi troppo, per piacere. Casomai parliamone.
(pubblicato su “Io donna”-“Corriere della Sera”)

Archivio Maggio 29, 2008

CI VUOLE UN FISICO BESTIALE

Si tratta di scegliere tra due inferni: l’inferno della coppia, o quello della solitudine. E’ quello che dico di solito alle amiche zitelle che non si decidono: buttare all’aria l’ordine perfetto delle loro cabine-armadio per fare (o rifare) spazio a giacche e cravatte? o archiviare la pratica in via definitiva?
Le single sono state celebrate e vituperate da almeno un decennio di stampa e di cinema. Propaganda fruttuosa: sono sempre di più, originarie o di ritorno. A Berlino i soli hanno superato gli imparentati. L’eventualità di una vita da soli entra ormai a far parte di ogni educazione sentimentale illuminata. I figli li si vorrebbe vedere “sistemati”, certo, e se il posto fisso è un miraggio, almeno un partner fisso, casomai due, e magari un paio di bambini. Ma poi la vita va come va, ed è meglio prepararli. Meglio che siano attrezzati per stare sulle loro gambe: saper fare conto su se stessi è sempre una cosa buona, certo, anche quando si viaggia in due.
Ma c’è un difetto, mi pare, in questa impostazione: che venuto meno l’obbligo di sposarsi, alla famiglia non si fa più pubblicità. Anzi, mettere su un nucleo e tenerlo in piedi è diventata un po’ una cosa da sfigati. Parlando di Berlino, dice lo scrittore Peter Schneider: “Si fa strada l’idea che che fare bambini e famiglie sia un affare per il Terzo mondo… E’ una perdita, per gli adulti come per i bambini. Non è uno sviluppo positivo per la società”. Come se ormai la solitudine fosse la condizione umana naturale, e la coppia un’eccezione.
Ma ai ragazzi va detto anche questo: che per stare soli ci vuole un fisico bestiale. Ci dev’essere qualcosa di molto importante da fare in cambio, una missione, un challenge, qualche genere di “figlio” che ti risarcisca. E se è vero che anche in coppia ci si può sentire soli, mai come si è soli da soli, però. Certo, ci vuole pazienza e rispetto per l’altro, che resterà sempre un altro, anche se ce lo sposiamo. Eventualmente ammirazione per la sua differenza. Si può stare benino, a saperci fare.
L’essere umano sembrerebbe congegnato per il due: ma mi pare di dire un’eresia, ci credete?
(pubblicato su “Io donna”-“Corriere della Sera”)

Archivio Maggio 29, 2008

IL BENE CHE CAPITA

Vista in tv –canale Cult- una cosa davvero straordinaria. Nel 1964 il regista Michael Apted cominciò a seguire la vita di 14 bambini inglesi, ragazzi di campagna, di città e di tutte le classi sociali, incontrandoli periodicamente ogni sette anni, dall’infanzia alla mezza età. L’ultimo incontro l’anno scorso, i bambini sono diventati donne e uomini maturi, traversando tutte le irripetibili, affascinanti, gioiose e dolorose vicissitudini che compongono ogni singola esistenza. Tra tutte le storie ho molto amato quella di Neil.
Da bambino è bellissimo, vivacissimo, gli occhi scuri pieni di stelle. A 14 anni la bellezza si è un po’ smarrita, il viso è diventato ossuto, un velo opaco sullo sguardo. A 21 Neil comincia a perdersi: tutti i suoi piani sono andati in fumo, non è riuscito a fare l’università, vive a Londra in uno squat, una casa occupata, campa di lavoretti, si agita sulla poltrona come un animale in gabbia, è un ragazzo brutto e trasandato.
Negli anni successivi vaga per l’Inghilterra senza fissa dimora. E’ un homeless, vive del sussidio, è preda dei suoi fantasmi, la sua sensibilità sembra bruciarlo, è stato curato per disturbi psichici, si dondola penosamente mentre parla. Apted gli chiede: “Come pensi che andrà, tra sette anni?”. “E’ una domanda orribile” risponde lui. “Forse vivrò in giro per Londra. Ma con un po’ di fortuna non succederà”.
Sono pronta al peggio. La puntata successiva accendo la tv con il cuore sospeso. E invece Neil si presenta con un decoroso cappotto e il viso rasato. E’ un bell’uomo, come lo sono spesso gli inglesi bruni, e ora si vede. Negli occhi un po’ delle stelle di un tempo. Fa il consigliere comunale in una piccola città: la politica era un suo antico desiderio. Vive ancora del sussidio, ma spera che le cose possano andare meglio. Ce la sta facendo. Provo per lui una gioia autentica.
Nella vita capitano tante cose brutte. Specie dai 40 in su, siamo sempre pronti al peggio, tonalità grigio piombo. E invece può capitare anche il bello. Possono capitare gioie nuove e inattese. A questa cosa, al bello che può accadere, datemi una mano, bisogna fare molta pubblicità.
(pubblicato su “Io donna”-“Corriere della Sera”)

Archivio Maggio 29, 2008

FELICI DI RESPIRARE

Non per essere disfattista, ma confesso che dal ticket milanese sul traffico speravo un po’ meglio. Qualcosa sembra essersi mosso, ma i miei pur fallibili rilevatori personali -naso, gola, bronchi- al momento non segnalano cambiamenti rilevanti. E forse non c’era neanche da aspettarseli. Chi non ha occasione di viaggiare potrebbe credere che in tutte le metropoli le cose vanno così. C’è anche di peggio: mi dicono che Pechino è una camera a gas. Ma a Londra, a Parigi, a New York senti di poter respirare a pieni polmoni. Sono una camminatrice indefessa e aerobica, lo percepisco immediatamente.
Geograficamente parlando siamo sventurati, nel bel mezzo di una conca mal ventilata e lontani dal mare: guardate le nubi che corrono nel cielo di Parigi, rabbrividite con le raffiche newyorkesi, dove oltretutto il traffico privato è meno intenso del nostro. Il fatto è che le polveri sottili, la CO2 e le altre schifezze non fanno solo male al corpo, ma anche allo spirito, ammesso che ci sia ancora qualcuno che creda a una loro divisibilità. Se tu non respiri, se fermi difensivamente la corsa dell’aria a metà torace per limitarne gli effetti tossici, ti sentirai rabbioso, infelice e aggressivo. Serenità e appagamento si associano naturalmente a una respirazione quieta, profonda e addominale. Quando invece stringi i pugni e ti prepari alla lotta, il diaframma si contrae e il respiro “sale” (fate la prova).
Vale anche l’inverso: se respiri profondamente e quietamente ti senti calmo e sereno, se fermi il respiro in alto la rabbia monta. Ne consegue che aria più pulita e meno rumorosa e quindi una respirazione più completa vorrebbe dire anche una città meno triste e violenta. Bisogna riuscirci, a maggior ragione. Lasciate a casa la macchina, per favore, ticket o non ticket. Vi pare semplicistico, più ossigeno e meno violenza? Non siamo che carne, in fondo, meravigliosa carne spirituale.
(pubblicato su “Io donna”-“Corriere della Sera”)

Archivio Maggio 29, 2008

FACCIAMO DJIKI-DJIKI

Il ragazzo –ragazzo per dire, ha passato di sicuro i 40, ma la pelle nerissima è tesa e lucente- prende la faccenda alla larga. “Tu sa? Io ho tante amiche italiane. Io gli fa compagnia. Loro mi telefona e io va”. Si siede sul mio lettino, poggia il box con gli anelli e le altre chincaglierie del Senegal. Riposa un poco sotto l’ombrellone, fa caldo anche per lui. “Loro mi telefona: tu mi fa’ un po’ di compagnia? E io va. In macchina, in albergo. Un po’ di djiki-djiki. Anche tre djiki-djiki in una volta”. “Complimenti” gli dico. C’è qualcosa di innocente nel modo in cui racconta sconcezze. “E ti fai pagare?”, gli chiedo. “Noo! Altri ragazzi sì, ma io no. Io lo fa per compagnia, per divertirsi. Mia moglie è lontana. Come fa un uomo sei mesi lontano?”. Ah, lo so bene. Qui da noi la questione è diventata perfino un caso politico. “Un uomo senza djiki-djiki non può. Noi uomini africani non può. Uomini italiani invece forse può”.
Questo è molto interessante: qualcuno può riferirlo all’onorevole Mele? “E chi lo dice che gli italiani può?”. “Le sue moglie. I mariti non fanno, e loro chiama me. Per djiki-djiki. E mi dice bravo. Una signora di cinquanta anni. Molto bella. L’ho vista ieri sera al Forte. Molto contenta”. “Tua moglie invece” obietto “non sarà contenta…”. “Ma io non dico! Lei non sa!”. Poligamia a parte, quindi, anche lì usa come da noi.
Eccoci al dunque: “E noi non può vedersi? La sera, le nove, le dieci. Noi ci diverte. Io vengo con macchina. Tu dove sta?”. “Guarda” gli dico “sei davvero gentile, ma io sono a posto così. Apprezzo molto, ma non mi serve nulla”. “Ma io so!” si scusa. “Tu brava moglie! Ma sempre pasta e pasta… magari una ha voglia di risotto con i frutti di mare”. “Niente frutti di mare, grazie”. “Ma non soldi!”. Ci manca pure che pago.
Si chiama turismo sessuale, e viene anche servito a domicilio: se Maometto non va alla montagna… Ma la notizia è un’altra: ormai, nell’opinione del Terzo Mondo, gli uomini occidentali sono maschi che non lo fanno più. “Forse perché donne non sono gentili?” mi domanda il mio generoso amico. Mi rituffo nella lettura del giornale.
(pubblicato su “Io donna”-“Corriere della Sera”)

Archivio Maggio 29, 2008

INDOVINA CHI INVITO A CENA?

Sabato sera, su un treno che corre in mezzo alla pianura. Sale a Codogno una signora nera con i più incredibili capelli che io abbia mai visto. Una massa di centinaia di treccine color bronzo raccolte in un torchon barocco e compatto che le ricade a metà schiena. Le colonne dell’altare maggiore a San Pietro. Gliele strapperei una a una, quelle trecce superbe. La lascerei spennata come un pulcino. Quel tesoro lo vorrei tutto per me: sana, purissima e infantile invidia per quella meraviglia della natura.
Poco più tardi, sul metrò giusto, qualche raro italiano oltre a me –siamo sempre i più eleganti…- e poi una gran quantità di filippini, marocchini, cingalesi, peruviani, senegalesi, ucraini, moldavi, croati. Mi pare di essere all’estero. Mi ricordo da ragazzina le prime volte che andavo a Parigi, l’odore eccitante delle spezie e del kebab, tutte quelle facce nere e quei vestiti colorati. Non parliamo di New York, razze mai viste, tipo gli aborigeni australiani. Li abbiamo anche qui, adesso. La mia preferenza, devo dire, il mio gusto degli altri è per la festosità latinoamericana. Mentre –razzismo compatibile- detesto quel puzzo d’aglio, specie in metropolitana: ma quanto diavolo ne mangiano? anche la mattina, poi?
Capisco all’improvviso, catastroficamente, lo capisco nella carne, voglio dire, che d’ora in avanti si dovrà tenere conto anche di loro. Qualunque cosa abbiamo in mente di fare –aprire un negozio, fare un nuovo giornale, scrivere un libro-, andrà fatto anche per loro, pensando a loro. Capisco che se le cose andranno al loro meglio, ed è quello che tutti speriamo, il “noi” e il “loro” si stempereranno rapidamente: avete in mente certi ragazzini neri come la pece che già parlano un lombardo magnifico, certi occhi azzurri con la plica mongolica? Capisco che la nostra razza bianchiccia, esangue e procreativamente stipsica dovrà mischiare il proprio genio e i propri geni ai loro, per durare ancora qualche annetto.
Mi rendo conto che i leghisti si arrabbieranno. E del resto, più meticcia di me, dalla Germania al profondo sud… Indovina chi invito a cena?
(pubblicato su “Io donna”-“Corriere della Sera”)

Archivio Maggio 29, 2008

SCRIVERE E TACERE

Tante mi chiedono: che cos è la scrittura, quella vera, per te? Intanto grazie per la fiducia. Per quello che ne so io, la scrittura è un po come fare ordine. Come i mestieri di casa. Ci sono cose che si fanno riordinare facilmente, e altre che chiedono più attenzione, più fatica, più delicatezza, certi vetri preziosi e fragilissimi.
Ci vuole un po di silenzio per lasciare che i pensieri e le parole vengano. Non parlo tanto dei rumori esterni: c è gente che ha scritto il suo meglio in condizioni infernali, con i bambini fra le gambe e il trapano del vicino in azione. Si tratta di farsi un po di spazio dentro, dove quello che trema appena un intuizione, un piccolo moto inconscio, un fantasma, un sogno- possa radicarsi e irrobustirsi al punto da poter resistere alle molestie esterne, specie all enorme massa di informazioni inutili da cui siamo bombardati. E a certi nemici interiori, alla paura che ti spinge a non ascoltare, o a rifugiarti nel già detto.
Come fare i mestieri, ho detto prima. E anche come fare un bambino, che ha bisogno di trovare spazio e accoglienza dentro di te. Si tratta di saper patire un po , nel senso di essere passivi e lasciare accadere. Per me è questo, patire, il lavoro principale. La lotta finale con le parole, le spinte, l espulsione, vengono poi, di conseguenza.
Si tratta a quel punto di accudire, di carezzare, di liberare dall inutile. Tra l inutile metto quei residui di te che vogliono restare attaccati al frutto. Piano piano, con pazienza e compassione, ci si stacca. Fino al momento in cui guardi quello che hai fatto, e ne riconosci l alterità. Capisci che è arrivato da qualche parte ed è passato dentro di te, ma non è più tuo. Che lo è stato solo per il tempo strettamente necessario. In un certo senso, non lo riconosci più. Forse non lo ami nemmeno più.
Ecco, questo sì, credo che sia un lavoro ben fatto. Non credo di esserci mai riuscita.
(pubblicato su “Io donna”-“Corriere della Sera”)