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Archivio Giugno 20, 2008

LA RIVOLTA DELLE MADRI

C’è stato un tempo in cui per una donna non essere madre era quasi sinonimo di libertà. Quel tempo è finito. Ho provato una profonda emozione leggendo la storia di quelle 17 ragazzine di Gloucester, Massachussetts, che hanno stretto un patto per diventare ragazze madri tutte quante insieme. Maternità e libertà che si ricongiungono. Il desiderio dell’amore di un figlio, la scommessa su una relazione “per sempre” per poter essere individue libere. Ha scritto la teologa femminista Mary Daly che da almeno un quindicennio “la libertà riproduttiva delle donne è repressa ovunque”. Le donne devono negoziare la loro maternità con molti “nemici”. dal datore di lavoro al partner, che non è mai “pronto”. Da molte inchieste risulta che oggi le ragazze, visto come sono andate le cose alle loro sorelle maggiori sterilizzate a forza da una cultura antimaterna che nei fatti ha loro impedito di fare bambini al momento giusto, lasciandole childless per sempre, pianificano diversamente le loro vite, fanno i figli per tempo, e non accettano più di esserne tenute lontane da qualsivoglia “impegno di lavoro”, vogliono crescerseli, occuparsi di loro, guidare i loro primi passi, ascoltare le loro prime parole.  E’ una piccola grande rivoluzione, una rivolta simbolica che cambierà le vite di tutti.

Archivio Giugno 19, 2008

Prof immaturi

La ministra della Pubblica Istruzione Mariastella Gelmini è ancora abbastanza giovane da conservare certamente un ricordo vivo del suo liceo, che non corrisponderà di certo alla retorica smaltata espressa nelle tracce per i temi di maturità. Più che l’orribile gaffe su Montale e quella sul Galata morente, cose che meriterebbero dei ricorsi, e non è escluso che ve ne saranno, mesi e mesi di commissioni al lavoro senza che nessuno si accorgesse degli imbarazzanti svarioni, colpisce la lontananza tra la realtà della scuola  e la rappresentazione che ne viene data nella circostanza della maturità, come se i professori incaricati di selezionare le “tracce” avessero più a cuore l’esibizione delle loro frustrate competenze – e che competenze!- più che la serena valutazione degli studenti giunti al termine del loro corso di studi.

Certamente la ministra  comincerà di qui ad applicare quel criterio meritocratico a cui dichiara di ispirarsi, levandosi di torno certi burocrati incapaci. Ma già che c’è, non varrebbe la pena di riconsiderare tutta quanta  la questione,  aggiornando, riformando o eliminando tout court  l’esame di maturità, la cui unica funzione certa  è  quella di garantirci materia per incubi ricorrenti anche in età ben più che matura?

Archivio Giugno 17, 2008

Il meglio del Sud

C’è una storia che riguarda la psicoterapeuta napoletana Elvira Reale, trent’anni di esperienza sulle psicopatologie di genere. Vorrei raccontarvela per arrivare poi a dire qualcosa su Napoli. Un giorno le sottopongono il caso di una giovane donna gravemente depressa: non regge più i tira-e-molla del suo fidanzato, pensa solo al suicidio. La ragazza è chiusa nella sua angoscia, muta, si dondola avanti e indietro. Sarebbe da ricoverare. Ma Elvira fa un tentativo: “Tu non parli” le dice“ ma puoi ascoltarmi. Ti chiedo tre mesi, non di più. Rimanda fino ad allora, e poi decidi. A suicidarti fai sempre in tempo”. Poi prende il fidanzato-aguzzino e gli intima di levarsi di torno. La ragazza è ancora al mondo. Elvira ha saputo accompagnarla fuori dal suo buio. Solo con le parole, senza ricovero, senza farmaci.
Di questa storia, oltre al lieto fine, mi sono piaciute tre cose: l’assunzione di responsabilità, anche se le cose potevano finire male, ed è raro che un terapeuta sia disponibile a correre un rischio del genere; quel pragmatismo femminile, quello “sporcarsi le mani” mettendosi in mezzo, senza tante storie, tra la vittima e il suo carnefice; e soprattutto la profonda fiducia nella relazione, senza la quale la vita non è vita, si rischia di morire, e vale per tutti, non soltanto per chi è depresso.

Mi viene in mente un grande scrittore napoletano, Domenico Rea: lui diceva che qui a Milano parlavamo tutti “o scientifico, o inglese”. Se n’è andato un po’ di anni fa. La lingua che parliamo ormai è quasi solo quella. Con la sua paziente Elvira Reale non ha parlato né scientifico né inglese. Ha scelto la lingua materna, l’autorità che risana, il corpo-a-corpo della relazione primissima.

In questi giorni a Napoli è in corso un grande Festival del Teatro. Penso a quanta gente di valore vive lì, a quanta intelligenza vi circoli: e credo che il nerbo stia proprio in questo talento per la relazione, talento che resiste, sia pure in tanto strazio. Lo dico soprattutto ai più giovani: non si facciano l’idea che lì c’è solo immondizia. Quello che di lì potrebbe venirci, insieme a questo peggio, è anche il nostro meglio.

(pubblicato su “Io donna”- “Corriere della Sera” il 14 giugno 2008)

Archivio Giugno 4, 2008

Hillary: un non-sogno finito

Erica Jong dice che questo dovrebbe essere un giorno di lutto per tutte le donne. In parte si deve darle ragione. Con la sconfitta di Hillary muore una speranza che in realtà non è mai del tutto nata, un sogno che le donne non hanno abbastanza sognato. La sua candidatura non è mai stata sostenuta da un forte movimento femminile. Hillary ha ballato da sola, e molte cose non le sono state perdonate. L’essere la moglie di un presidente, per cominciare. Ma soprattutto la qualità “maschile” della sua straordinaria ambizione, tutta una vita giocata su questo tavolo.
Simbolicamente con Hillary muore l’emancipazione, affonda definitivamente la nave che ci ha portate tutte fin qui, e che merita senz’altro bandiere listate a lutto, ma che è pronta per essere smantellata, perché non ci potrà condurre un solo miglio più in là.
Da oggi la domanda sul potere delle donne, sulle sue regole e sulla sua morfologia, diventa ineludibile. La ricerca si fa più stretta, improrogabile, consapevole. Si tratta di sapere e voler vedere che cosa nasce, in questo giorno di “lutto”. E io credo che da questa disillusione definitiva possa anche nascere più libertà femminile.

Archivio Giugno 2, 2008

DEPRESSIONE: PER NON AMMALARSI

Nel 2020 la depressione sarà la seconda causa di malattia e di invalidità nel mondo. Le donne ci sono già arrivate: nella fascia d’età tra i 15 e i 44 anni – dati OMS- la depressione è già prima causa di infermità, senza differenze tra classi sociali, né tra paesi sviluppati e in via di sviluppo. Le donne si ammalano di più (il rapporto è di 2 a 1), sono curate peggio, hanno più frequenti ricadute.
Elvira Reale ha una lunga esperienza in questo campo: prima della legge Basaglia è stata primaria psicologa all’Ospedale psichiatrico Leonardo Bianchi di Napoli. Quindi ha lavorato negli ambulatori territoriali dove, tra la fine degli anni Settanta e i primi Ottanta, ha preso definitivamente avvio la sua pratica di ascolto del malessere femminile. Oggi Reale dirige l’unità operativa di Psicologia clinica della ASL Napoli 1, di cui fa parte un centro di Prevenzione Salute Mentale Donna oltre a un centro clinico per il maltrattamento visto nel suo nesso con i disturbi psichici femminili, e collabora come ricercatrice su questi temi con il CNR e l’OMS.
Mossa da due idee guida -che come altre patologie anche la depressione si possa prevenire, e che un approccio “di genere” sia decisivo per aiutare le donne a non ammalarsi e a guarire- Elvira Reale ha pubblicato per FrancoAngeli un libro prezioso, “Prima della depressione- Manuale di prevenzione dedicato alle donne”, completo di schede di approfondimento ed autovalutazione.
Le domandiamo anzitutto come mai l’idea di poter prevenire la depressione stenti ad affermarsi.

“Il perché ha a che fare proprio con il genere” spiega. “La depressione è prevalentemente femminile, e quando c’è prevalenza femminile la medicina fa sempre riferimento alla vita biologica, ai cicli riproduttivi e agli ormoni come a un destino ineluttabile. Nei settori più abitati dagli uomini, invece, per esempio nelle malattie cardiovascolari -fino a pochi anni fa considerate erroneamente solo maschili- si è fatta molta ricerca sui fattori di rischio”.

Sei depresso, vai dal medico e sempre più spesso ti senti dire cose tipo
“hai poca serotonina”: la depressione come esito di una carenza biochimica.
Lei invece sostiene che anche dietro la depressione endogena ci sono circostanze della vita su cui almeno in parte si può intervenire.

“Lo stress è la porta di accesso al corpo, il limite tra interno ed esterno. Diventa patologico quando si prolunga nel tempo e non hai risorse sufficienti a reggerlo. La pressione eccessiva degli eventi produce modificazioni fisiche e psichiche che puoi affrontare o agendo all’interno del corpo –con i farmaci- o all’esterno, alleggerendo la pressione. Ma quando si tratta di fare prevenzione l’unica possibilità è il lavoro esterno. In fase di terapia si può scegliere tra i farmaci e psicoterapie, ma con la genetica e con i farmaci prevenzione non se ne può fare. Qui puoi solo lavorare sugli stili di vita”.

Il fatto che la depressione sia la prima causa di infermità per le donne tra i 15 e i 44 anni significa che le donne sopportano un maggiore carico di stress rispetto ai loro coetanei maschi?

“Sono fatti dimostrati da un’infinità di studi e ricerche. Che poi però non fondano un intervento terapeutico conseguente e un’idea di prevenzione”.

In genere si pensa che le donne metropolitane siano più a rischio di quelle che abitano piccole comunità, e che ci siano più depresse nelle realtà industrializzate che nei paesi in via di sviluppo. Invece non è così.

“La depressione è una patologia “interclassista”, legata a una funzione sociale che la donna svolge in tutte le situazioni. Lo stress diventa depressione quando oltre a portare un carico eccessivo quello che sei e che fai non viene riconosciuto, e si produce una lesione dell’autostima. Se un uomo va dallo psichiatra magari si sentirà anche dire che ha poca serotonina, ma qualche indicazione sui motivi del suo malessere gli verrà data: un lavoro stressante, una moglie rompiscatole, qualche imbeccata per intervenire sulla sua vita. La donna difficilmente avrà queste indicazioni. E’ il post partum, le si dirà, o la menopausa. Hai il marito, hai dei bei figli, pensa solo a loro. E sarà il colpo definitivo”.

Se dietro la depressione femminile spesso c’è un compagno violento, o la fatica di stare in un mondo del lavoro ancora pensato a misura degli uomini, la prevenzione non può che essere “politica”.

“Anche la singola donna può fare molto. Se c’è una cosa che ti fa definitivamente ammalare è non sapere perché stai male. L’idea del male oscuro genera un circuito perverso. Sapere invece che se non riesci ad alzarti dal letto è perché tuo marito ti dà della stupida, perché il datore di lavoro ti molesta, o perché i figli pretendono tutto da te, significa poter raddrizzare la schiena, non pensarti più come malata ma come oberata, e toglierti di dosso almeno parte dei carichi”.

Lei indica il lavoro di cura tra i principali fattori di rischio.

“Parlo di burn out, che è una sindrome analizzata nelle professioni di aiuto, come i terapeuti e gli insegnanti, e consiste nel saper non porre paletti tra curato e curante. Le madri non sono educate a mettere paletti tra sé e i figli. Ovunque si elogia la loro dedizione assoluta senza sottolinearne i rischi. Per loro e per i figli”.

Forse più che il sovraccarico pesa il fatto che il lavoro di cura non è riconosciuto nella sua preziosità…

“Le nostre madri e le nostre nonne questo riconoscimento l’avevano, e forse sì, c’era meno depressione. Ma soprattutto potevano contare su una condivisione nella cura dei bambini. C’erano altre figure femminili in casa, e non quel rapporto esclusivo, ossessivo che vediamo oggi. Il che permetteva una certa distanza tra madri e figli. Io non raccontavo tutto a mia madre, mentre oggi a noi terapeuti spesso tocca insegnare alle adolescenti a dire bugie alle loro madri, a separarsi, a porre dei limiti. Parlando di depressione metto al centro la maternità: la madre con figli piccoli è quella che rischia di più. Segue la madre con figli adolescenti e postadolescenti. Anche le bambine e le ragazze le guardo attraverso la lente della maternità, come “apprendiste” del materno e dell’oblatività, di quel fare per altri prima che per sé. E la personalità depressiva è proprio quella di chi non sa fare per se stesso”.

Per prevenire la depressione lei “prescrive” mezz’ora al giorno riservata a sé, fuori dai rapporti familiari, preferibilmente tutti i giorni. Come per salvare il cuore ci vuole una mezz’ora di camminata quotidiana. Ma torniamo alla temutissima depressione ormonale.

“Tre giorni di turbamento dopo il parto legati a un calo degli ormoni –il
famoso baby blues- non hanno niente a che vedere con quel radicale senso di
inutilità e di incapacità che si sperimenta nella depressione. Gli ormoni non
hanno tutto questo potere”.

Vale anche per la menopausa?

“L’età di maggiore incidenza della depressione è 15-44, quindi con ormoni molto attivi. Ma poi si dice che anche la menopausa è una fase di rischio: stavolta perché calano gli ormoni? In realtà in questa età si registra una flessione dei casi di depressione. Qui il primo fattore di rischio è l’immagine sociale, che ti induce a sentirti vecchia, da buttare via. E anche qui c’è una grande offerta di farmaci, sulla cui efficacia peraltro ci sono sempre più dubbi”.

Il suo interesse per la prevenzione nel campo della salute mentale è condiviso da altri operatori?

“Non mi risulta che ci siano esperienze analoghe sul territorio nazionale”.

Pensa che un centro come quello che lei dirige a Napoli incontrerebbe le stesse problematiche in una realtà come Milano?

“Forse con piccole variazioni: a Milano ci sono più donne che lavorano e meno casalinghe “pure”. Ma stress da sovraccarico e maltrattamenti ci sono anche lì, allo stesso modo”.

(pubblicato su “Io donna”-“Corriere della Sera” il 17 maggio 2008)

Archivio Giugno 2, 2008

Donne di Gomorra

Tanti avranno già visto il potente “Gomorra”, di Matteo Garrone-Roberto Saviano: le sale strapiene da subito, un milione di incassi già il primo week end. Sarete rimasti soggiogati dal fascino oscuro di quell’apocalisse: l’eco dei kalashnikov nelle spiagge desolate, le maestose “Vele” di Scampia, la cava, la danza solenne dei camion carichi di rifiuti tossici. Tutti quei bambini perduti, e tutto quel sangue. Gironi di un inferno fotografato una volta per tutte.
Forse anche voi vi sarete chiesti a che cosa serve tutto quell’immondo business, la guerra, le mazzette ossessivamente contate e ricontate, se poi la vita di chi ne tiene le fila resta lo schifo di vita che abbiamo visto. Se la miseria, il fetore, il lezzo del sangue gli restano incollati addosso, senza scampo: tutti quei soldi, quel potere, e per che cosa, se non per tirarsi fuori di lì? E Bernardo Provenzano, del resto, il boss dei boss, non viveva forse come una capra, solo e malandato, lui e il suo potere, in compagnia della morte? Basterebbe Shakespeare a raccontarlo?
Quel che è certo, quel “sistema” è un’invenzione degli uomini. Come tutti i sistemi di questo mondo, del resto. Un gioco tra maschi, e le donne pegni in partita, chiuse in casa, vittime e mute aguzzine. Sempre più spesso incluse e scaraventate in prima linea –emancipate-, e allora anche più feroci, come tutte le cooptate. Pazienti mediatrici del male, garanti silenziose della continuità di quell’orrore, di padre in figlio, di marito in fratello, testimoni del sangue, addestratrici di altre donne vittime e aguzzine come loro: vero capolavoro di autosessismo.
Non basterebbe, dico –e sarebbe un mutamento immane, ma anche istantaneo, perché iscritto nel registro del simbolico, e il simbolico non ha bisogno di tanto tempo-, che queste donne si sottraessero? Che voltassero le spalle ai padri e ai fratelli, che rifiutassero il training delle madri, che abbandonassero i mariti e ripudiassero i figli, che riprendessero nelle loro mani i fili delle loro esistenze? Non sarebbe un duro colpo, per il “sistema”?
Perché una donna vede “Gomorra” e si dice: che cosa posso fare, io? Ecco, per esempio può fare questo, e dire ad altre donne di farlo, dare loro una mano a farlo. Sottrarsi.
(pubblicato su “Io donna”-“Corriere della Sera” il 31 maggio 2008)

Archivio Maggio 29, 2008

UN ACTING OUT

Domenica di elezioni, una primavera angosciosamente fredda. Sul tergicristallo della mia auto trovo un bigliettino scritto in pennarello blu: “Mi hai rovinato la macchina. Abbi la cortesia di chiamarmi. Che poi oltretutto hai devastato la tua!! Complimenti!! Mirko”. Segue numero di telefono. Penso a uno scherzo, o all’acting out di un esaurito. Alle otto di sera suona il citofono. Mi affaccio alla finestra. Un ragazzotto un po’ sovrappeso e una ragazza dall’aria scarmigliata. “Sei tu la proprietaria della macchina! Ti rendi conto di quello che hai fatto?”. Lei è una furia, gli fa da coro, mi ricopre di insulti. Ci metto un po’ a realizzare. Ah sì: “Lei è quello dei bigliettini”. “Sì che sono io. Perché non hai telefonato?”. Lei continua a strillare. La domenica l’hanno passata così, un’inchiesta per scoprire chi era il fottuto proprietario della macchina assassina. “Lei vaneggia” gli dico. “Io non ho danneggiato nessuna macchina”. “Allora vado dai carabinieri” (lei: “Str.., p…”). “Ho le foto!” . Le foto?
Mi rendo conto del fatto che se fossi lì, alla loro portata, mi riempirebbero di botte. Non c’è margine per farli ragionare. Io non ho urtato nessuna macchina, ma loro hanno passato il pomeriggio a darmi la caccia, e niente gli farà cambiare idea. Chiudo la finestra. Sento gli urli dalla strada.
Potrei diventare la protagonista di un caso di cronaca: “Urta la macchina del vicino, e lui la uccide”. Infamata, oltretutto, perché io non ho urtato un bel niente. La violenza che mi ha investito mi resta dentro e non so come liberarmene. Faccio qualche respiro profondo. Tento la strada della compassione per i miei aggressori. Sono giovani, avranno fatto fatica a comprarsi quella dannata macchina. Ma io sono innocente come l’acqua.
Sembra uno di quei racconti neri di Raymond Carver. Una di quelle storie in cui il vicino ti perseguita per trent’anni solo perché un giorno, inavvertitamente, i tuoi panni hanno sgocciolato sui suoi.
Sono triste e desolata. C’è un sacco di disperazione in giro, che aspetta solo l’occasione per travasarsi. Io posso scrivere, almeno, per purificarmi. Ma loro?
(pubblicato su “Io donna”-“Corriere della Sera”)

Archivio Maggio 29, 2008

LA COMUNIDAD

Ho avuto la fortuna di crescere in una famiglia “aperta”. In casa si stava poco, i confini con l’esterno erano molto labili, e andava bene così. Forse per questo sono sensibile a un tema poco discusso, che chiamerei “estinzione della comunità naturale”: non sono una sociologa, e le cose le dirò come posso.
Si parla molto di individuo, con tutto il suo corredo di diritti e solitudini; e di famiglia “in crisi” –famiglia e crisi sono termini che viaggiano in coppia-, bisognosa di sostegno. Quasi mai si parla della comunità del posto in cui si vive, che sta alla famiglia come il nucleo familiare sta al singolo, e dunque per le famiglie costituisce il primo e più arioso sostegno.
Una cosa che l’ha fatta indebolire probabilmente è il fatto che i luoghi di lavoro sono quasi sempre lontani da casa. La gente se ne va la mattina e torna la sera per vedere un po’ di tv e per dormire, attività spesso coincidenti. Il sabato la spesa, il week end fuori per chi può permetterselo. I posti dove si vive sono gusci vuoti, brutti come sono esemplarmente brutte le nostre periferie, proprio perché vuote di relazioni e quindi di amore e di bellezza. Il fatto che anche le donne si siano messe a lavorare abbandonando i posti di vita ha dato il colpo definitivo. Deboli surrogati, le comunità che si creano sul lavoro, o legate alla scuola dei figli, o alla palestra, o a non so cosa.
Mi stupisce molto che non se ne parli, perché un sostegno alle comunità –non saprei bene come- risolverebbe in un colpo vari problemi: si ricreerebbe un welfare spontaneo, darsi una mano tra famiglie per tante cose, dalla spesa all’assistenza di chi ne ha bisogno; questo “terzo polo” garantirebbe l’individuo contro la perversione delle relazioni nel suo nucleo stretto, e di rapporti familiari perversi e ammalanti ne vedo sempre di più; ci sarebbe meno andirivieni avanti e indietro dai propri quartieri, e quindi meno macchine, meno traffico, meno inquinamento; i quartieri anche periferici sarebbero più belli e vivibili. Forse l’aumento del lavoro autonomo, del telelavoro e delle cosiddette microimprese individuali, gente che lavora in solitudine tra le sue quattro mura, casa e bottega, riporterà il tema della comunità al centro dell’attenzione.
(pubblicato su “Io donna”-“Corriere della Sera”)

Archivio Maggio 29, 2008

INNAMORARSI/2

Non si può tirare il sasso e poi nascondere la mano. E qui bisogna che io almeno provi a chiudere degnamente un dibattito che ho scatenato, molto vivace e partecipato, e che prosegue ad libitum. “C’è qualcuno o qualcosa di cui si può essere quasi costantemente innamorati” avevo chiesto “e senza danni? E di chi o di cosa, secondo voi?” (vi immaginate un sondaggio tv su una faccenda così poco seria, l’amore, con commento di Piepoli o Mannheimer?). Due i filoni di risposta: chi vede nella passione per il lavoro, nella cura di sé, nella gioia serena delle piccole cose di ogni giorno una possibilità di surrogato non nocivo dell’amore, una specie di amore decaffeinato; e chi invece pensa che no, che non ci possa essere amore senza danno e senza rischio, senza quel senso di mancanza, di sbilanciamento, di essere tagliati a metà.
Lo dice Philip Roth rovesciando il mito del Simposio platonico, secondo il quale in origine eravamo un tutt’uno con altro e poi ne siamo stati separati, due semisfere che non smettono mai di cercarsi e nell’amore si ritrovano. Altro che rifare l’intero, obietta Roth, l’amore ti taglia a metà, e quella metà di te che non è più tua è nelle mani dell’altro, che ne fa quello che vuole. Il fatto è proprio qui, in come si vede questa cosa. Se la si intende come una condizione miserabile o sublime. Se in fondo al baratro di questo bisogno radicale, penoso e incolmabile dell’altro c’è l’Inferno, o piuttosto Dio. Se di inferno si tratta, è un inferno che tante donne, hanno sempre cercato. Forse agli uomini come Roth piace di meno. Quel sentirsi protese, fuori di sé, intere solo se divise. I confini del proprio io che si disfano, e questo disfarsi percepito come salvezza. L’equilibrio ritrovato  in questo stare sull’orlo dell’abisso, su una gamba sola,  tendendo la mano verso quello che tu ami.
Io direi che sì, che si può cercare di essere costantemente innamorati, e senza danni, e anzi con un guadagno. Che la meta è il cammino, come spesso capita, e non ce ne accorgiamo. Che l’amore, e cioè il bene, e forse anche Dio, sta proprio nella costante e instancabile ricerca dell’amore.
(pubblicato su “Io donna”-“Corriere della Sera”)

Archivio Maggio 29, 2008

SBALLO CHIMICO

Man mano che ringiovanisco, come diceva la mia cara nonna, vado convincendomi di quello che va sostenendo un mio amico dottore di talento e di buona volontà, e con pochi pregiudizi: che l’età matura andrebbe sostenuta con qualche tipo di aiuto psicotropo. Un po’ di sballo chimico, meglio sotto controllo medico, per fronteggiare un’età in cui le prospettive fatalmente si riducono: non troppi anni da vivere, e oltretutto senza amore, a basso tasso calorico, con l’artrosi o qualche altra rognetta di salute. Senza Eros, per farla breve. L’esercizio della saggezza –sempre meno richiesto, peraltro- dovrebbe poter essere nutrito da una riserva di dissennatezza. Del resto quasi non conosco anziana e rispettabile signora che non si “cali” per dormire o per alzarsi la mattina. E allora perché non anche per divertirsi un po’, anziché limitarsi alla mera sussistenza?
Mi preoccupa invece molto che siano i giovani a vivere immersi in un’universo addicted, in cui la sostanza, di qualunque tipo, è diventata centrale. Nella socialità o anche peggio, in solitudine. Dentro e fuori di loro, nell’altissimo potenziale ormonale e in tutte le altre delizie endogene che titillano i loro neuroni, e nell’epifania del mondo, nuovo e luccicante come una mattina di primavera dopo un temporale, dovrebbero reperire energie sufficienti a saltare i fossi per il lungo, come dice invece mia mamma, e a scatenarsi nelle loro formidabili scorrerie di creature moleste e incontinenti.
Non è moralistico, quindi, il mio dispiacere. Mi domando se anche per loro il mondo ormai sia la poltiglia grigiastra che i nostri occhi adulti vedono, e come mai. E chi ce ne indicherà i colori smaglianti se non lo fanno loro, come faceva il mio bambino che seduto nel suo passeggino mi faceva notare con gorgoglii di felicità lo splendore di una carta svolazzante nel vento di marzo, e la magnificenza di un portoncino –aveva questa mania dei portoni- smaltato di verde. Mi chiedo anche come mai, se il mondo gli piace così poco, non si ribellino, non inchiodino noi adulti alle nostre responsabilità, si accontentino dei colori fasulli di qualche milligrammo di MDMA.
(pubblicato su “Io donna”-“Corriere della Sera”)