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economics, Politica luglio 31, 2015

Sud peggio della Grecia: ma anche alla sinistra importa poco o niente

Prima che ne parlassero molte prime pagine, ieri ho postato sui s/n che “il Sud sta peggio della Grecia”, dati Svimez.

Un paio di amiche “di giù” si sono risentite. Una mi ha dato della Salvini: capisco la reazione orgogliosa. E capisco anche chi dice: vivo qui, non c’è bisogno che qualcuno mi dica come sto. Ma i dati Svimez fotografano un dramma perfino superiore a quello percepito: nel periodo 2000-2013  il Sud è cresciuto metà della Grecia; nel 2014 i posti di lavoro in Italia sono cresciuti di 88.400 unità, tutti concentrati nel Centro-Nord (133.000), il Sud ne ha persi 45.000; 1 famiglia su 3 è a rischio povertà (contro 1 su 1o al Centronord); le culle vuote lì sono vuotissime, il che comporta anche uno snaturamento antropologico, culturale e sociale. In breve, il Sud è destinato alla desertificazione e al sottosviluppo permanente.

Dai dati si deduce l’insostenibilità delle due velocità: al Nord, isole di sviluppo -produttività, occupazione, servizi etc- che battono la media tedesca, al Sud quello che vediamo. La non-normalità ma anche la straordinarietà del nostro Paese sta in questa forbice, mai così spalancata.

Straordinarietà perché nel Sud ho sempre visto un’enorme occasione, per il Sud e per tutto il Paese, che i dati Svimez non rilevano. Come dico spesso ai miei amici, da nordica (meticcia) esausta corro “giù” appena posso a ricaricarmi, amo guidare in solitudine per quelle strade che traversano la grande bellezza in lungo e in largo, nella disperazione evidente percepisco un potenziale enorme, un’energia formidabile che mi invade e non sento in nessun altro luogo, un senso di vigilia che dura ormai da troppo tempo e che tuttavia mi riempie di fiducia. E sono certa che se qualcosa di davvero buono capiterà a questo Paese comincerà a capitare lì. Come dice Paul Valery, il Mediterraneo è un dispositivo che produce civiltà: è stato vero più volte, può esserlo ancora.

Il Sud è stato sostanzialmente dimenticato dai governi di centrodestra, che l’hanno utilizzato come mero serbatoio di voti, eventualmente sporchi. Ma anche il governo di centrosinistra ha continuato in modo miope per questa strada, abbandonando il territorio ai califfati locali e contribuendo alla desertificazione con metodici disinvestimenti: es., ottobre 2014: Ferrovie dello Stato destina 4.8 miliardi per il centro-nord e 60 milioni al sud; novembre 2014: vengono sottratti 3.5 miliardi di fondi FAS destinati al Sud per finanziare gli sgravi fiscali.

Si dovrebbe fare esattamente il contrario: una grande politica di investimenti sul Sud, un vero e proprio new deal accompagnato da una stretta vigilanza anticorruzione, una stra-mobilitazione nazionale per favorire la “restanza” e la ripopolazione, perfino un moto migratorio inverso, da Nord a Sud, nella certezza che il “nuovo modello” che si va cercando potrebbe delinearsi proprio lì.

Una sfida politica meravigliosa, la madre di tutte le sfide.

Ma anche alla sinistra, nel Pd, fuori dal Pd, un po’ dappertutto, mi pare che del Sud importi troppo poco. Senz’altro meno della Grecia, investita di attenzione molto maggiore. Quella battaglia è intesa come “meridionalismo” di retroguardia. Strano, dico: perché se non è una battaglia come questa a conferirti senso, baricentro e identità politica, che cosa te li può dare?

domenica 2 agosto: oggi c’è questa interessante novità, il piano del governo per il Sud .

 

Donne e Uomini, economics, giovani, Politica, sud gennaio 17, 2013

MacroNord e MacroSud

 

Non vi nasconderò, amiche e amici, che questa idea della Macroregione del Nord -Piemonte, Lombardia, Veneto e staterelli annessi-  che si tiene il 75 per cento delle tasse, provvede a darsi i suoi propri servizi sostituendosi in buona parte allo Stato -sanità, scuola, assistenza ecc.-, che chiede uno statuto speciale eccetera, insomma, una secessione sostanziale, qui in Nordland sta riscuotendo un certo successo. Anche se poi sono tanti anni che sentiamo parlare di federalismo e cose simili e non è mai successo niente, e non è escluso che anche stavolta siano le solite chiacchiere e distintivi.

Perché poi una domanda sorgerebbe spontanea: avendo tanti in Regione Lombardia rubato alla grande, gente da cui non si comprerebbe mai un’auto usata, voi le affidereste il 75 per cento dei soldi che ci vengono mensilmente trattenuti in busta paga, più o meno la metà, salvo conguaglio? Insomma: ne avremmo, noi di Nordland, qualche pur egoistica convenienza, o ce l’avrebbero solo coloro che andranno ad amministrare la macroregione e i loro clientes? E poi ne sorge un’altra: se già oggi che siamo regioni a statuto ordinario e non tratteniamo una così cospicua quota-tributi siamo così appealing per la grande criminalità organizzata, con particolare riferimento alla ndrangheta (la mafia in Lombardia fa redditi per 10 milioni al giorno), che cosa capiterebbe se il giro di soldi pubblici levitasse? Dovremmo tutti comprarci un canne mozze (magari con incentivi regionali)?

Nel frattempo, però, si può dire che quello che capita al Nord forse sta capitando un po’ meno al Sud, parzialmente alleggerito nella sua quota-criminalità. Che l’immagine perfino un po’ olegrafica del Sud mafioso si va scolorendo, e forse qualche maggiore spazio di inziativa lì si apre. Consiglierei quindi, e in particolare ai giovani della “restanza” meridionale: invece di preoccuparsi per l’eventualità di un Macronord, di cominciare a pensarsi come un Macrosud. Di coordinarsi, di dare vita a iniziative unitarie -qualcosa vedo già muoversi, anche sul fronte informativo-, di immaginare se stessi come possibile baricentro della rinascita anche economica del Paese, di approfittare della libertà e dello spazio di manovra che può dare non essere oggetto di interesse per nessuno.

Voi avete il Mediterraneo, la madre di ogni civiltà.

Lasciatevi ispirare nella vostra azione da quello che hanno fatto le donne: senza soldi, oppresse dal dominio, messe ai margini, senza rappresentanti elette, hanno scaravoltato il mondo (approfittare dell’assenza, come l’ha definito qualcuna).

Si può fare.

 

 

economics, esperienze, Politica novembre 11, 2012

Fine del Nord

Fata Morgana, Reggio Calabria

Mio marito mi guarda sorridente mentre giro sconsolata per casa e mi chiede se ho il “mal d’Africa”…

La notte scorsa a Reggio Calabria ho dormito con le finestre semiaperte, il vento caldo che agitava le palme del lungomare. Ora sono qui un po’ intirizzita, una ventina di gradi in meno. Con Melania Mazzucco, Vito Mancuso, Giulio Giorello, Rosario Villari sono stata onorata del premio letterario Rhegium Julii per il mio ultimo libro. Sul palcoscenico dell’Odeon di Reggio ho detto che se la straordinaria bellezza del Mediterraneo è stata così potente da dare impulso alla civiltà umana, non è escluso che lo faccia di nuovo, il Sud come baricentro e centro propulsore del Paese nuovo. Dello sviluppo, come si dice malamente.

I calabresi -come i potentini, i pugliesi, i campani, i siciliani: capita ogni volta che esterno la mia fiducia- hanno accolto con gratitudine le mie parole. E di fiducia ce ne vuole molta, perché a pochi metri dal teatro c’era un enorme mucchio di spazzatura -il comune di Reggio è stato sciolto per infiltrazioni mafiose ed è commissariato- e a meno di un chilometro i Bronzi giacciono sdraiati da tre anni -TRE ANNI- in attesa di un luogo che possa ospitare il loro splendore.

Eppure io questa fiducia ce l’ho. Al Sud c’è tanto da fare -il che mi accende tantissima voglia di fare-, c’è un’enorme ricchezza fatta di natura, di cultura e di capacità di relazione che attende di essere messa a frutto. Come dicevo ieri a una mia giovanissima amica e lettrice, io lì ormai mi sento a casa. Ogni volta sbarco dall’aereo in quella luce abbagliante e qualcosa dentro di me dice: “Rieccomi a casa”.

Il Nord mi sembra tanto stanco ed esausto. Uno dei miei nonni arrivò qui, quasi un secolo fa. Forse è arrivato il momento che io ritorni. I giovani meridionali percepiscono qualcosa di nuovo, e resistono lì dove sono, almeno ci provano, lottano, si aggrappano: si chiama “restanza”.

Io non so bene perché vedo questo. E’ una specie di miraggio, come fata Morgana, quel prodigio che da Reggio ti fa vedere Messina in mezzo allo Stretto, o fluttuante nel cielo.

Eppure ci credo, ci credo e desidero.

Politica giugno 24, 2010

C’E’ POCO DA RIDERE

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L’altro giorno, mi pare su Repubblica, si ridacchiava sui comaschi che vorrebbero diventare svizzeri. La cosa mi ha fatto tornare in mente quella volta che parlando con un’importante signora degli allora Ds -nordica di nascita ma politicamente romana- le segnalai la novità politica della nascente Lega, e lei mi rise in faccia.

C’è poco da ridere, di tutta questa faccenda. Non si tratta di folklore, e la sensazione è che il Centrosud del paese non l’abbia ancora del tutto chiaro, o che preferisca non vedere come stanno le cose.

Illuminante l’editoriale di Angelo Panebianco sul Corriere di oggi: forse la Padania non esiste, dice in buona sostanza, ma quel che certo continua a esistere, da 150 anni, una questione meridionale, e sono arrivati al pettine “i nodi di un fallimento storico, dell’incapacità delle classi dirigenti di risolvere il problema del Sud”. Quindi non è della Padania, ma “è del Sud che ci si deve occupare. Perché se non si creano, e in fretta, le condizioni per un sviluppo autonomo del Sud, saranno guai”.  Ma al Sud, continua Panebianco parlando dell’economia, della politica, delle istituzioni, del disastro della scuola, segni di mutamento non se ne vedono.

Al Sud il cambiamento non conviene. Mentre il Nord non può più aspettare. Altro che federalismo: ormai la secessione è un sogno di molti.

economics, Politica maggio 12, 2010

LA NOSTRA GRECIA

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Scrivo e vivo in una delle aree più ricche e produttive d’Europa: Milano, Lombardia. Piemonte, Lombardia e Veneto fanno da soli il 38 per cento del Pil italiano. L’Ile de France non supera il 27 per cento del Pil francese, la Baviera si assesta al 17 del Pil tedesco. Contemporaneamente scrivo e vivo in una delle nazioni a crescita più bassa d’Europa, il paese Italia. E’ piuttosto straniante, devo dire.

Gli osservatori internazionali parlano di Italia a due velocità, e non si può dargli del tutto torto, pur volendo bene al nostro Sud e all’unità nazionale. Di fronte alla prospettiva di federalismo fiscale, la Cei invita a non abbandonare il Sud e parla di federalismo solidale. La legittima domanda è se per federalismo solidale si debba intendere perpetuazione di un modello assistenziale in cambio di una crescita zero, di nessuno sviluppo, di una politica degli sprechi, e di tutti i problemi che ne conseguono.

Non sono un’economista, non sono neanche una leghista, sono una che vive al Nord e ama immensamente il Sud, e ne intuisce il grande potenziale. E che vorrebbe continuare a dare una mano, potendolo fare. Ma non più a fondo perduto. Dovrebbero volerlo anche gli amici del Sud. La lezione greca dovrebbe essere servita.

esperienze dicembre 31, 2008

NEBBIA, MOZZARELLA E AGLIANICO

Mi riconnetto dalla Basilicata, che saluta il nuovo anno con una nebbia che non vedevo da quando ero bambina (a Milano). Vorrei andare a fare un giro ai Sassi di Matera, ma non so come si farà… Stamattina, appena aperti gli occhi, ho guardato dalla finestra e c’era solo un muro bianco e lattiginoso. Ora intravedo appena un bel palazzotto ottocentesco intonacato di giallo.
Non ero mai stata a Potenza, e mi avevano preannunciato il peggio. E invece è una piccola città piacevole, elegante e ordinata. Perfino le decorazioni natalizie sono di un certo gusto. La gente è gentile e discreta, e la cucina -tanto per cambiare- irresistibile. Bevuto ieri sera stupefacente Aglianico, in compagnia di ottimi amici. Mangiata l’altro giorno nel Cilento divina mozzarella di bufala, e pizzelle fritte al momento dalla nostra squisita ospite Luisa. Il nostro Sud è un posto strepitoso, straripante di bontà e bellezza.

Buon anno a tutti. And be the change (your change, too).

Archivio ottobre 14, 2008

TROPPO GENTILE

Nell’elenco del patrimonio dell’umanità amministrato dall’Unesco compaiono anche numerosi beni immateriali. Insieme ai campanili di Belgio e Francia, ai trulli di Alberobello e all’arco geodetico di Struve, anche il Carnevale di Oruro, Bolivia, il ritmo dei tamburi conga nella Repubblica Dominicana, la nostra opera dei pupi, il canto “a tenore” dei pastori sardi.
Proporrei una tutela anche per la gentilezza del nostro Sud. Non so come si faccia a tutelare un tratto così squisito e delicato, e in tutte le sue molteplici manifestazioni: dall’ospitalità, alla cucina, alla sorprendente capacità di entrare in relazione con lo straniero e di condividere con lui la miracolosa bellezza di quei luoghi. Ma l’idea che possa andare perduto sotto i colpi del cafonismo e dell’individualismo contemporaneo mi procura uno sconforto assoluto.
Scrivo su un giornale del Nord, ma ho ben presente come tanta parte di questo Nord sia fatta di talenti e di energie del Sud. Non sapevo, però –me l’ha spiegato un signore che si intende di queste cose- che è fatto anche dei soldi del Sud. Una parte cospicua dei denari che ci servono per fare impresa qui -finanziamenti, prestiti bancari e così via- provengono dalle tasche e dai conti correnti dei risparmiatori del Sud. Se girate nel Mezzogiorno, fate caso a quanti sportelli di banche nordiche aperti negli ultimi anni. Sicché, mi diceva questo signore, se il federalismo fiscale ci avvantaggerebbe, un eventuale federalismo bancario ci metterebbe con le spalle al muro.
Questa cosa io non la sapevo, e un po’ me ne vergogno. Spesso al nostro giudizio sulla questione Nord-Sud mancano troppi elementi perché non si tratti solo di venale pregiudizio. Una cosa, tuttavia, mi sento di dirla, per quel poco che so: che i baricentri del nostro sviluppo –e uso cautamente questo concetto, nella consapevolezza che sarebbe ora di sottoporlo a seria revisione critica- sono almeno due, uno sta a Nord e l’altro a Sud; e che forse le risorse più preziose in questo momento della nostra vita e della nostra storia, a cominciare dal bene assoluto della relazione, si trovano più facilmente “giù”, in quell’Italia splendida, misteriosa, antica. E straordinariamente gentile.

(pubblicato su Io donna – Corriere della Sera il 27 settembre 2008)

Archivio giugno 17, 2008

Il meglio del Sud

C’è una storia che riguarda la psicoterapeuta napoletana Elvira Reale, trent’anni di esperienza sulle psicopatologie di genere. Vorrei raccontarvela per arrivare poi a dire qualcosa su Napoli. Un giorno le sottopongono il caso di una giovane donna gravemente depressa: non regge più i tira-e-molla del suo fidanzato, pensa solo al suicidio. La ragazza è chiusa nella sua angoscia, muta, si dondola avanti e indietro. Sarebbe da ricoverare. Ma Elvira fa un tentativo: “Tu non parli” le dice“ ma puoi ascoltarmi. Ti chiedo tre mesi, non di più. Rimanda fino ad allora, e poi decidi. A suicidarti fai sempre in tempo”. Poi prende il fidanzato-aguzzino e gli intima di levarsi di torno. La ragazza è ancora al mondo. Elvira ha saputo accompagnarla fuori dal suo buio. Solo con le parole, senza ricovero, senza farmaci.
Di questa storia, oltre al lieto fine, mi sono piaciute tre cose: l’assunzione di responsabilità, anche se le cose potevano finire male, ed è raro che un terapeuta sia disponibile a correre un rischio del genere; quel pragmatismo femminile, quello “sporcarsi le mani” mettendosi in mezzo, senza tante storie, tra la vittima e il suo carnefice; e soprattutto la profonda fiducia nella relazione, senza la quale la vita non è vita, si rischia di morire, e vale per tutti, non soltanto per chi è depresso.

Mi viene in mente un grande scrittore napoletano, Domenico Rea: lui diceva che qui a Milano parlavamo tutti “o scientifico, o inglese”. Se n’è andato un po’ di anni fa. La lingua che parliamo ormai è quasi solo quella. Con la sua paziente Elvira Reale non ha parlato né scientifico né inglese. Ha scelto la lingua materna, l’autorità che risana, il corpo-a-corpo della relazione primissima.

In questi giorni a Napoli è in corso un grande Festival del Teatro. Penso a quanta gente di valore vive lì, a quanta intelligenza vi circoli: e credo che il nerbo stia proprio in questo talento per la relazione, talento che resiste, sia pure in tanto strazio. Lo dico soprattutto ai più giovani: non si facciano l’idea che lì c’è solo immondizia. Quello che di lì potrebbe venirci, insieme a questo peggio, è anche il nostro meglio.

(pubblicato su “Io donna”- “Corriere della Sera” il 14 giugno 2008)