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Stranieri

AMARE GLI ALTRI, esperienze, TEMPI MODERNI gennaio 6, 2012

Non santificare il migrante

La santificazione del migrante fa il paio con l’intolleranza.

Lo dico perché la notte di Capodanno ho fatto un giro in piazza Duomo a Milano, dove c’era musica. Dopo 10 minuti di sparatoria furiosa a opera di giovani maschi testosteronici, prevalentemente maghrebini e sudamericani e strabevuti o altro -ma c’erano anche molti italiani- e senza essere riuscita a sentire una sola nota ho preso la via del ritorno a casa camminando radente ai muri per evitare un botto in faccia.

Non mi è piaciuto. E non mi piace che ci si nasconda dietro un dito, temendo di essere politicamente scorretti.

Ho visto varie piazze festanti per Capodanno, da Napoli a New York. La tentazione di approfittare della circostanza per dare sfogo alle proprie rabbie e magari liquidare qualche conto sospeso c’è sempre e dappertutto. La differenza, spiace dirlo, la fanno le forze dell’ordine.

A New York presidiano Times Square e intervengono durissimamente di fronte a ogni genere di intemperanza: ho visto una coppia di fidanzati che si pigliavano a schiaffi davanti a un ristorante messi istantaneamente faccia a terra dai poliziotti. Se vuoi gestire una piazza con centinaia di migliaia di persone, o anche milioni (la calata a Manhattan è impressionante, da Brooklyn, Bronx, Queens, oltre alle decine di migliaia di turisti) non c’è altra strada. E funziona: mai nessun incidente, niente risse, nè feriti o peggio.

Io dico: sì alla festa in piazza, ma con presidio adeguato. E nessuna paura a dire che molti giovani  di Milano, soprattutto “stranieri”, la notte di Capodanno si sono comportati davvero da schifo. “Niente botti”, aveva ordinato il sindaco. E invece a Milano non si è mai sparato tanto. Il senso è stato anche quello di una sfida, e si deve prenderne atto.

L’anno prossimo, per favore, tolleranza zero.

 

economics, TEMPI MODERNI gennaio 14, 2010

UNA COSINA FINE

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Molto interessante, qualche giorno fa sulla Stampa, un bilancio degli effetti della crisi sull’occupazione a firma dell’economista Luca Ricolfi. Se vi era sfuggito, ve lo ripropongo in sintesi.

La perdita di 400 mila posti in due anni, dice Ricolfi, ha colpito i gruppi sociali più forti: “Per operai e impiegati i nuovi posti di lavoro hanno sostanzialmente eguagliato i posti di lavoro perduti… Per i lavoratori indipendenti, invece, le chiusure di attività hanno largamente superato le aperture, con un saldo negativo di 402 mila unità”. Quindi la crisi non ha colpito le fasce più deboli.

Ma la cosa sorprendente, nota Ricolfi, è questa: gli oltre 400 mila posti di lavoro perduti sono il saldo fra un crollo per gli italiani (quasi 800 mila posti di lavoro in meno) e un sensibile aumento per gli stranieri regolari (quasi 400 mila posti di lavoro in più)”. E  perché la crisi colpisce di più gli italiani? Spiega Ricolfi: “Il nostro sistema economico riesce a creare quasi esclusivamente posti di lavoro poco appetibili, che gli italiani rifiutano e gli stranieri accettano… Non per la ragione che molti immaginano, però, ossia a causa della bassa qualificazione degli stranieri. Il livello di istruzione degli stranieri è analogo a quello degli italiani (10,2 anni di studio contro 10,9). La differenza è che «loro» vivono in un altro tempo, che noi abbiamo dimenticato. Un tempo in cui l’importante era avere un lavoro, non importa quanto adeguato alla nostra immagine di noi stessi, un tempo in cui fare sacrifici era normale, un tempo in cui il benessere non era considerato un diritto”.

Bell’e che smontato l”argomento retorico e xenofobo secondo il quale “gli stranieri ci portano via il lavoro” -ammesso che ci lo usa ci abbia mai creduto davvero-. Quello che “ci portano via” è il lavoro che noi ci rifiutiamo di fare. Ed è su questo che vorrei riflettere con voi: dovremmo sentirci in colpa per le nostre “pretese”? Dovremmo ridimensionarci -downshifting, detto in modo chic- e scalare marcia?

Mi viene in mente la signorina snob di Franca Valeri: “Pronto, mamma? Ho deciso di cercarmi un lavoro. Ma una cosina fine…”.

Donne e Uomini, TEMPI MODERNI, Varie aprile 28, 2009

ORA BASTA

Ora basta. Il fatto che la gran parte delle violenze sulle donne avviene nel chiuso delle case, a opera di mariti e fidanzati, non può essere un alibi per non considerare con il massimo allarme la violenza che avviene fuori dalle case, nelle strade, nelle metropolitane, nei sottopassaggi, nelle stazioni, a opera di maschi brutali portatori di una cultura ferocemente predatoria sulle donne. La political correctness e la retorica dell’accoglienza non possono esercitarsi sulla carne femminile. Esistono culture peggiori di altre, e si deve poter dire: il livello di misoginia è un indicatore primario.

Che questi maschi violenti siano severissimamente puniti -anche a monito dei violenti domestici-, che si aumentino a dismisura le pene, che vengano processati e condannati con rito direttissimo, che vengano espulsi dal nostro territorio appena possibile e segnalati come indesiderabili al resto d’Europa.

Che si proceda con tutta la necessaria durezza nei loro riguardi, e da subito.

Archivio maggio 29, 2008

FACCIAMO DJIKI-DJIKI

Il ragazzo –ragazzo per dire, ha passato di sicuro i 40, ma la pelle nerissima è tesa e lucente- prende la faccenda alla larga. “Tu sa? Io ho tante amiche italiane. Io gli fa compagnia. Loro mi telefona e io va”. Si siede sul mio lettino, poggia il box con gli anelli e le altre chincaglierie del Senegal. Riposa un poco sotto l’ombrellone, fa caldo anche per lui. “Loro mi telefona: tu mi fa’ un po’ di compagnia? E io va. In macchina, in albergo. Un po’ di djiki-djiki. Anche tre djiki-djiki in una volta”. “Complimenti” gli dico. C’è qualcosa di innocente nel modo in cui racconta sconcezze. “E ti fai pagare?”, gli chiedo. “Noo! Altri ragazzi sì, ma io no. Io lo fa per compagnia, per divertirsi. Mia moglie è lontana. Come fa un uomo sei mesi lontano?”. Ah, lo so bene. Qui da noi la questione è diventata perfino un caso politico. “Un uomo senza djiki-djiki non può. Noi uomini africani non può. Uomini italiani invece forse può”.
Questo è molto interessante: qualcuno può riferirlo all’onorevole Mele? “E chi lo dice che gli italiani può?”. “Le sue moglie. I mariti non fanno, e loro chiama me. Per djiki-djiki. E mi dice bravo. Una signora di cinquanta anni. Molto bella. L’ho vista ieri sera al Forte. Molto contenta”. “Tua moglie invece” obietto “non sarà contenta…”. “Ma io non dico! Lei non sa!”. Poligamia a parte, quindi, anche lì usa come da noi.
Eccoci al dunque: “E noi non può vedersi? La sera, le nove, le dieci. Noi ci diverte. Io vengo con macchina. Tu dove sta?”. “Guarda” gli dico “sei davvero gentile, ma io sono a posto così. Apprezzo molto, ma non mi serve nulla”. “Ma io so!” si scusa. “Tu brava moglie! Ma sempre pasta e pasta… magari una ha voglia di risotto con i frutti di mare”. “Niente frutti di mare, grazie”. “Ma non soldi!”. Ci manca pure che pago.
Si chiama turismo sessuale, e viene anche servito a domicilio: se Maometto non va alla montagna… Ma la notizia è un’altra: ormai, nell’opinione del Terzo Mondo, gli uomini occidentali sono maschi che non lo fanno più. “Forse perché donne non sono gentili?” mi domanda il mio generoso amico. Mi rituffo nella lettura del giornale.
(pubblicato su “Io donna”-“Corriere della Sera”)

Archivio maggio 29, 2008

INDOVINA CHI INVITO A CENA?

Sabato sera, su un treno che corre in mezzo alla pianura. Sale a Codogno una signora nera con i più incredibili capelli che io abbia mai visto. Una massa di centinaia di treccine color bronzo raccolte in un torchon barocco e compatto che le ricade a metà schiena. Le colonne dell’altare maggiore a San Pietro. Gliele strapperei una a una, quelle trecce superbe. La lascerei spennata come un pulcino. Quel tesoro lo vorrei tutto per me: sana, purissima e infantile invidia per quella meraviglia della natura.
Poco più tardi, sul metrò giusto, qualche raro italiano oltre a me –siamo sempre i più eleganti…- e poi una gran quantità di filippini, marocchini, cingalesi, peruviani, senegalesi, ucraini, moldavi, croati. Mi pare di essere all’estero. Mi ricordo da ragazzina le prime volte che andavo a Parigi, l’odore eccitante delle spezie e del kebab, tutte quelle facce nere e quei vestiti colorati. Non parliamo di New York, razze mai viste, tipo gli aborigeni australiani. Li abbiamo anche qui, adesso. La mia preferenza, devo dire, il mio gusto degli altri è per la festosità latinoamericana. Mentre –razzismo compatibile- detesto quel puzzo d’aglio, specie in metropolitana: ma quanto diavolo ne mangiano? anche la mattina, poi?
Capisco all’improvviso, catastroficamente, lo capisco nella carne, voglio dire, che d’ora in avanti si dovrà tenere conto anche di loro. Qualunque cosa abbiamo in mente di fare –aprire un negozio, fare un nuovo giornale, scrivere un libro-, andrà fatto anche per loro, pensando a loro. Capisco che se le cose andranno al loro meglio, ed è quello che tutti speriamo, il “noi” e il “loro” si stempereranno rapidamente: avete in mente certi ragazzini neri come la pece che già parlano un lombardo magnifico, certi occhi azzurri con la plica mongolica? Capisco che la nostra razza bianchiccia, esangue e procreativamente stipsica dovrà mischiare il proprio genio e i propri geni ai loro, per durare ancora qualche annetto.
Mi rendo conto che i leghisti si arrabbieranno. E del resto, più meticcia di me, dalla Germania al profondo sud… Indovina chi invito a cena?
(pubblicato su “Io donna”-“Corriere della Sera”)