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Archivio Giugno 25, 2008

IL PROBLEMA DEGLI UOMINI

“Se c’è un tema che ritorna in tutti i miei libri è la questione dell’identità maschile. Di questi tempi il soggetto interessante non è più la donna ma il maschio. E il problema dell’uomo è la violenza. Anche le donne possono rivelarsi violente, ma la storia dimostra che all’origine di tutti i nostri mali non ci sono certo loro”: così lo scrittore inglese Martin Amis (“L’informazione”, eccetera), intervistato da Le Nouvel Observateur.

Il problema dell’uomo è la violenza. E capire, aggiungo io, che cosa ne è di un uomo se si estirpa quel nucleo doloroso. Questo è il pensiero che oggi i maschi hanno da pensare, e nei loro modi, che probabilmente non sono quelli -il parlarsi autocosciente- delle donne.

Direi anche questo, sugli uomini e le donne di oggi: che le donne hanno la forza, e talora anche l’arroganza, di desideri forti, precisi, trainanti, e gli uomini non più. Gli uomini girano a vuoto, tra rabbia e smarrimento, e questo li rende molto umani. In “American Beauty”, film magnifico e profetico, io mi sentivo dalla parte di lui.

Archivio Giugno 2, 2008

DEPRESSIONE: PER NON AMMALARSI

Nel 2020 la depressione sarà la seconda causa di malattia e di invalidità nel mondo. Le donne ci sono già arrivate: nella fascia d’età tra i 15 e i 44 anni – dati OMS- la depressione è già prima causa di infermità, senza differenze tra classi sociali, né tra paesi sviluppati e in via di sviluppo. Le donne si ammalano di più (il rapporto è di 2 a 1), sono curate peggio, hanno più frequenti ricadute.
Elvira Reale ha una lunga esperienza in questo campo: prima della legge Basaglia è stata primaria psicologa all’Ospedale psichiatrico Leonardo Bianchi di Napoli. Quindi ha lavorato negli ambulatori territoriali dove, tra la fine degli anni Settanta e i primi Ottanta, ha preso definitivamente avvio la sua pratica di ascolto del malessere femminile. Oggi Reale dirige l’unità operativa di Psicologia clinica della ASL Napoli 1, di cui fa parte un centro di Prevenzione Salute Mentale Donna oltre a un centro clinico per il maltrattamento visto nel suo nesso con i disturbi psichici femminili, e collabora come ricercatrice su questi temi con il CNR e l’OMS.
Mossa da due idee guida -che come altre patologie anche la depressione si possa prevenire, e che un approccio “di genere” sia decisivo per aiutare le donne a non ammalarsi e a guarire- Elvira Reale ha pubblicato per FrancoAngeli un libro prezioso, “Prima della depressione- Manuale di prevenzione dedicato alle donne”, completo di schede di approfondimento ed autovalutazione.
Le domandiamo anzitutto come mai l’idea di poter prevenire la depressione stenti ad affermarsi.

“Il perché ha a che fare proprio con il genere” spiega. “La depressione è prevalentemente femminile, e quando c’è prevalenza femminile la medicina fa sempre riferimento alla vita biologica, ai cicli riproduttivi e agli ormoni come a un destino ineluttabile. Nei settori più abitati dagli uomini, invece, per esempio nelle malattie cardiovascolari -fino a pochi anni fa considerate erroneamente solo maschili- si è fatta molta ricerca sui fattori di rischio”.

Sei depresso, vai dal medico e sempre più spesso ti senti dire cose tipo
“hai poca serotonina”: la depressione come esito di una carenza biochimica.
Lei invece sostiene che anche dietro la depressione endogena ci sono circostanze della vita su cui almeno in parte si può intervenire.

“Lo stress è la porta di accesso al corpo, il limite tra interno ed esterno. Diventa patologico quando si prolunga nel tempo e non hai risorse sufficienti a reggerlo. La pressione eccessiva degli eventi produce modificazioni fisiche e psichiche che puoi affrontare o agendo all’interno del corpo –con i farmaci- o all’esterno, alleggerendo la pressione. Ma quando si tratta di fare prevenzione l’unica possibilità è il lavoro esterno. In fase di terapia si può scegliere tra i farmaci e psicoterapie, ma con la genetica e con i farmaci prevenzione non se ne può fare. Qui puoi solo lavorare sugli stili di vita”.

Il fatto che la depressione sia la prima causa di infermità per le donne tra i 15 e i 44 anni significa che le donne sopportano un maggiore carico di stress rispetto ai loro coetanei maschi?

“Sono fatti dimostrati da un’infinità di studi e ricerche. Che poi però non fondano un intervento terapeutico conseguente e un’idea di prevenzione”.

In genere si pensa che le donne metropolitane siano più a rischio di quelle che abitano piccole comunità, e che ci siano più depresse nelle realtà industrializzate che nei paesi in via di sviluppo. Invece non è così.

“La depressione è una patologia “interclassista”, legata a una funzione sociale che la donna svolge in tutte le situazioni. Lo stress diventa depressione quando oltre a portare un carico eccessivo quello che sei e che fai non viene riconosciuto, e si produce una lesione dell’autostima. Se un uomo va dallo psichiatra magari si sentirà anche dire che ha poca serotonina, ma qualche indicazione sui motivi del suo malessere gli verrà data: un lavoro stressante, una moglie rompiscatole, qualche imbeccata per intervenire sulla sua vita. La donna difficilmente avrà queste indicazioni. E’ il post partum, le si dirà, o la menopausa. Hai il marito, hai dei bei figli, pensa solo a loro. E sarà il colpo definitivo”.

Se dietro la depressione femminile spesso c’è un compagno violento, o la fatica di stare in un mondo del lavoro ancora pensato a misura degli uomini, la prevenzione non può che essere “politica”.

“Anche la singola donna può fare molto. Se c’è una cosa che ti fa definitivamente ammalare è non sapere perché stai male. L’idea del male oscuro genera un circuito perverso. Sapere invece che se non riesci ad alzarti dal letto è perché tuo marito ti dà della stupida, perché il datore di lavoro ti molesta, o perché i figli pretendono tutto da te, significa poter raddrizzare la schiena, non pensarti più come malata ma come oberata, e toglierti di dosso almeno parte dei carichi”.

Lei indica il lavoro di cura tra i principali fattori di rischio.

“Parlo di burn out, che è una sindrome analizzata nelle professioni di aiuto, come i terapeuti e gli insegnanti, e consiste nel saper non porre paletti tra curato e curante. Le madri non sono educate a mettere paletti tra sé e i figli. Ovunque si elogia la loro dedizione assoluta senza sottolinearne i rischi. Per loro e per i figli”.

Forse più che il sovraccarico pesa il fatto che il lavoro di cura non è riconosciuto nella sua preziosità…

“Le nostre madri e le nostre nonne questo riconoscimento l’avevano, e forse sì, c’era meno depressione. Ma soprattutto potevano contare su una condivisione nella cura dei bambini. C’erano altre figure femminili in casa, e non quel rapporto esclusivo, ossessivo che vediamo oggi. Il che permetteva una certa distanza tra madri e figli. Io non raccontavo tutto a mia madre, mentre oggi a noi terapeuti spesso tocca insegnare alle adolescenti a dire bugie alle loro madri, a separarsi, a porre dei limiti. Parlando di depressione metto al centro la maternità: la madre con figli piccoli è quella che rischia di più. Segue la madre con figli adolescenti e postadolescenti. Anche le bambine e le ragazze le guardo attraverso la lente della maternità, come “apprendiste” del materno e dell’oblatività, di quel fare per altri prima che per sé. E la personalità depressiva è proprio quella di chi non sa fare per se stesso”.

Per prevenire la depressione lei “prescrive” mezz’ora al giorno riservata a sé, fuori dai rapporti familiari, preferibilmente tutti i giorni. Come per salvare il cuore ci vuole una mezz’ora di camminata quotidiana. Ma torniamo alla temutissima depressione ormonale.

“Tre giorni di turbamento dopo il parto legati a un calo degli ormoni –il
famoso baby blues- non hanno niente a che vedere con quel radicale senso di
inutilità e di incapacità che si sperimenta nella depressione. Gli ormoni non
hanno tutto questo potere”.

Vale anche per la menopausa?

“L’età di maggiore incidenza della depressione è 15-44, quindi con ormoni molto attivi. Ma poi si dice che anche la menopausa è una fase di rischio: stavolta perché calano gli ormoni? In realtà in questa età si registra una flessione dei casi di depressione. Qui il primo fattore di rischio è l’immagine sociale, che ti induce a sentirti vecchia, da buttare via. E anche qui c’è una grande offerta di farmaci, sulla cui efficacia peraltro ci sono sempre più dubbi”.

Il suo interesse per la prevenzione nel campo della salute mentale è condiviso da altri operatori?

“Non mi risulta che ci siano esperienze analoghe sul territorio nazionale”.

Pensa che un centro come quello che lei dirige a Napoli incontrerebbe le stesse problematiche in una realtà come Milano?

“Forse con piccole variazioni: a Milano ci sono più donne che lavorano e meno casalinghe “pure”. Ma stress da sovraccarico e maltrattamenti ci sono anche lì, allo stesso modo”.

(pubblicato su “Io donna”-“Corriere della Sera” il 17 maggio 2008)

Archivio Giugno 2, 2008

Donne di Gomorra

Tanti avranno già visto il potente “Gomorra”, di Matteo Garrone-Roberto Saviano: le sale strapiene da subito, un milione di incassi già il primo week end. Sarete rimasti soggiogati dal fascino oscuro di quell’apocalisse: l’eco dei kalashnikov nelle spiagge desolate, le maestose “Vele” di Scampia, la cava, la danza solenne dei camion carichi di rifiuti tossici. Tutti quei bambini perduti, e tutto quel sangue. Gironi di un inferno fotografato una volta per tutte.
Forse anche voi vi sarete chiesti a che cosa serve tutto quell’immondo business, la guerra, le mazzette ossessivamente contate e ricontate, se poi la vita di chi ne tiene le fila resta lo schifo di vita che abbiamo visto. Se la miseria, il fetore, il lezzo del sangue gli restano incollati addosso, senza scampo: tutti quei soldi, quel potere, e per che cosa, se non per tirarsi fuori di lì? E Bernardo Provenzano, del resto, il boss dei boss, non viveva forse come una capra, solo e malandato, lui e il suo potere, in compagnia della morte? Basterebbe Shakespeare a raccontarlo?
Quel che è certo, quel “sistema” è un’invenzione degli uomini. Come tutti i sistemi di questo mondo, del resto. Un gioco tra maschi, e le donne pegni in partita, chiuse in casa, vittime e mute aguzzine. Sempre più spesso incluse e scaraventate in prima linea –emancipate-, e allora anche più feroci, come tutte le cooptate. Pazienti mediatrici del male, garanti silenziose della continuità di quell’orrore, di padre in figlio, di marito in fratello, testimoni del sangue, addestratrici di altre donne vittime e aguzzine come loro: vero capolavoro di autosessismo.
Non basterebbe, dico –e sarebbe un mutamento immane, ma anche istantaneo, perché iscritto nel registro del simbolico, e il simbolico non ha bisogno di tanto tempo-, che queste donne si sottraessero? Che voltassero le spalle ai padri e ai fratelli, che rifiutassero il training delle madri, che abbandonassero i mariti e ripudiassero i figli, che riprendessero nelle loro mani i fili delle loro esistenze? Non sarebbe un duro colpo, per il “sistema”?
Perché una donna vede “Gomorra” e si dice: che cosa posso fare, io? Ecco, per esempio può fare questo, e dire ad altre donne di farlo, dare loro una mano a farlo. Sottrarsi.
(pubblicato su “Io donna”-“Corriere della Sera” il 31 maggio 2008)

Archivio Maggio 29, 2008

LASCIARE SOLI I VIOLENTI

Avrei da dire un paio di cose sulla violenza maschile. Una celebre avvocata matrimonialista mi racconta che, in sede di separazione, troppi giudici sottovalutano la gravità e la diffusione delle violenze psicologiche dei mariti sulle mogli. Dice che quando non vedono occhi pesti o braccia rotte tendono ad ascrivere al “normale” stress da separazione
minacce, persecuzioni, telefonate minatorie e altre piacevolezze. Ci vorrebbe un salto di coscienza che ci facesse comprendere che se le violenze fisiche sono molto diffuse, e anche dove non ce le aspetteremmo mai, quelle psicologiche –vessazioni economiche, mancanza di rispetto, umiliazioni, ricatti, limitazioni della libertà personale, esercizio del dominio in tutte le sue forme: sono anche donne a esercitarle sui mariti, ma in non più di 1-2 casi su 10- sono diffusissime, con l’aggravante di essere quasi sempre invisibili e misconosciute nel loro potenziale di devastazione e di sofferenza.
Spesso, io credo, si tratta di violenze-rifugio: ormai consapevole di poter essere punito per gli abusi fisici, il violento si “limita” a quelli psicologici, che proprio per questo dovrebbero poter essere individuati e puniti con la stessa severità.
Un’altra cosa: molti violenti sono stimatissimi professionisti, uomini d’affari, intellettuali, personalità dello showbitz. I quali, dopo aver rotto la testa delle loro compagne o averle ridotte all’impotenza e alla depressione, continuano ad essere stimatissimi professionisti, uomini d’affari, etc. Non è giusto. La sanzione dovrebbe anche essere sociale, soprattutto da parte di quegli uomini che aborrono la violenza sulle donne. Si dovrebbe sapere chi sono, e poter dire: da quel dentista non ci vado, perché è un violento, i miei soldi non li do da amministrare a quel gestore, perché è un violento. Quel libro non lo leggo, quel film non lo vado a vedere, perché chi li ha firmati è un violento, con quel collega non bevo neanche il caffè, perché è un violento.
Non si può smobilitare su queste cose, che distruggono non solo gli individui e le famiglie, ma anche il tessuto sociale. Il patriarcato che muore è una bestia feroce.
(pubblicato su “Io donna”-“Corriere della Sera”)

Archivio Maggio 29, 2008

CI VUOLE UN FISICO BESTIALE

Si tratta di scegliere tra due inferni: l’inferno della coppia, o quello della solitudine. E’ quello che dico di solito alle amiche zitelle che non si decidono: buttare all’aria l’ordine perfetto delle loro cabine-armadio per fare (o rifare) spazio a giacche e cravatte? o archiviare la pratica in via definitiva?
Le single sono state celebrate e vituperate da almeno un decennio di stampa e di cinema. Propaganda fruttuosa: sono sempre di più, originarie o di ritorno. A Berlino i soli hanno superato gli imparentati. L’eventualità di una vita da soli entra ormai a far parte di ogni educazione sentimentale illuminata. I figli li si vorrebbe vedere “sistemati”, certo, e se il posto fisso è un miraggio, almeno un partner fisso, casomai due, e magari un paio di bambini. Ma poi la vita va come va, ed è meglio prepararli. Meglio che siano attrezzati per stare sulle loro gambe: saper fare conto su se stessi è sempre una cosa buona, certo, anche quando si viaggia in due.
Ma c’è un difetto, mi pare, in questa impostazione: che venuto meno l’obbligo di sposarsi, alla famiglia non si fa più pubblicità. Anzi, mettere su un nucleo e tenerlo in piedi è diventata un po’ una cosa da sfigati. Parlando di Berlino, dice lo scrittore Peter Schneider: “Si fa strada l’idea che che fare bambini e famiglie sia un affare per il Terzo mondo… E’ una perdita, per gli adulti come per i bambini. Non è uno sviluppo positivo per la società”. Come se ormai la solitudine fosse la condizione umana naturale, e la coppia un’eccezione.
Ma ai ragazzi va detto anche questo: che per stare soli ci vuole un fisico bestiale. Ci dev’essere qualcosa di molto importante da fare in cambio, una missione, un challenge, qualche genere di “figlio” che ti risarcisca. E se è vero che anche in coppia ci si può sentire soli, mai come si è soli da soli, però. Certo, ci vuole pazienza e rispetto per l’altro, che resterà sempre un altro, anche se ce lo sposiamo. Eventualmente ammirazione per la sua differenza. Si può stare benino, a saperci fare.
L’essere umano sembrerebbe congegnato per il due: ma mi pare di dire un’eresia, ci credete?
(pubblicato su “Io donna”-“Corriere della Sera”)

Archivio Maggio 29, 2008

FACCIAMO DJIKI-DJIKI

Il ragazzo –ragazzo per dire, ha passato di sicuro i 40, ma la pelle nerissima è tesa e lucente- prende la faccenda alla larga. “Tu sa? Io ho tante amiche italiane. Io gli fa compagnia. Loro mi telefona e io va”. Si siede sul mio lettino, poggia il box con gli anelli e le altre chincaglierie del Senegal. Riposa un poco sotto l’ombrellone, fa caldo anche per lui. “Loro mi telefona: tu mi fa’ un po’ di compagnia? E io va. In macchina, in albergo. Un po’ di djiki-djiki. Anche tre djiki-djiki in una volta”. “Complimenti” gli dico. C’è qualcosa di innocente nel modo in cui racconta sconcezze. “E ti fai pagare?”, gli chiedo. “Noo! Altri ragazzi sì, ma io no. Io lo fa per compagnia, per divertirsi. Mia moglie è lontana. Come fa un uomo sei mesi lontano?”. Ah, lo so bene. Qui da noi la questione è diventata perfino un caso politico. “Un uomo senza djiki-djiki non può. Noi uomini africani non può. Uomini italiani invece forse può”.
Questo è molto interessante: qualcuno può riferirlo all’onorevole Mele? “E chi lo dice che gli italiani può?”. “Le sue moglie. I mariti non fanno, e loro chiama me. Per djiki-djiki. E mi dice bravo. Una signora di cinquanta anni. Molto bella. L’ho vista ieri sera al Forte. Molto contenta”. “Tua moglie invece” obietto “non sarà contenta…”. “Ma io non dico! Lei non sa!”. Poligamia a parte, quindi, anche lì usa come da noi.
Eccoci al dunque: “E noi non può vedersi? La sera, le nove, le dieci. Noi ci diverte. Io vengo con macchina. Tu dove sta?”. “Guarda” gli dico “sei davvero gentile, ma io sono a posto così. Apprezzo molto, ma non mi serve nulla”. “Ma io so!” si scusa. “Tu brava moglie! Ma sempre pasta e pasta… magari una ha voglia di risotto con i frutti di mare”. “Niente frutti di mare, grazie”. “Ma non soldi!”. Ci manca pure che pago.
Si chiama turismo sessuale, e viene anche servito a domicilio: se Maometto non va alla montagna… Ma la notizia è un’altra: ormai, nell’opinione del Terzo Mondo, gli uomini occidentali sono maschi che non lo fanno più. “Forse perché donne non sono gentili?” mi domanda il mio generoso amico. Mi rituffo nella lettura del giornale.
(pubblicato su “Io donna”-“Corriere della Sera”)

Archivio Maggio 29, 2008

UNA GRANDE FAMIGLIA

Oggi è l’8 marzo. E tanto per essere chiara non ho nessuna voglia di parlare di aborto, cosa di cui peraltro fatico a parlare in qualunque altro momento dell’anno. Non ho voglia nemmeno di parlare di single, di emancipate, di quote, di glass ceiling, della forza delle donne, di pari opportunità, di conciliazione dei tempi, di allegre pizze tra colleghe d’ufficio con i mazzetti di mimosa nel portatovagliolo. Né tanto meno voglio parlare di strip maschili e di sguaiate signore che infilano banconote nei perizoma.
Oggi mi è venuta voglia di parlare di famiglia, e della grande nostalgia che ne ho. Guardo la mia famigliola striminzita, 4 cane compreso, sparpagliata nella grande casa, e mi faccio una certa pena. Penso a chi non ha nemmeno questo, e il cuore mi si stringe anche di più. Penso alla mia famiglia d’origine, allegrissima e allargatissima ad amici, vicini, cristi di passaggio. Un carrozzone festoso e incasinato, avete in mente certi flash back di Woody Allen? chiassose tavolate kosher nella vecchia Brooklyn, la zia zitella, il nonno, il cugino intellettuale, non uno uguale all’altro, il trionfo della singolarità.
Che strano, mi viene da dire: oggi che siamo finalmente individui, che la dimensione comunitaria è stata fatta fuori, ci somigliamo tutti, avete fatto caso?  perfettamente interscambiabili, uno che vale l’altro, vestiti allo stesso modo, la stessa amara piega nasogeniena, segno inconfondibile della solitudine umana.
Mi fa schifo come viviamo, non siamo nati per questo, vorrei potermi chiudere in una stanzetta con i miei libri, tappandomi le orecchie come facevo da bambina, vorrei il caos della vita intorno a me, vorrei i miei genitori che stavano al bar fino all’una di notte perché era tutto troppo divertente per andare a dormire, e io che gli crollavo in braccio. Vorrei una grande famiglia, una famiglia però senza padroni, piena di fiducia, di allegria e di libertà, piena di vecchi e di bambini, e le chiacchiere delle donne in cucina. Abbiamo cercato altro, e non ci è venuto benissimo. E’ il momento di dirselo. E’ quello che penso, e ve lo offro con tutto il cuore.
(pubblicato su “Io donna”- “Corriere della Sera”)

Archivio Maggio 29, 2008

UNA RISERVA INDIANA

Ho incontrato un gruppo di lettrici ticinesi che mi hanno invitato per una piacevole conversazione in una bella villa tra i monti di Melano, dalle parti di Lugano. Un’ala della villa ospita un ricco archivio –letteratura e saggistica femminile- ed è arredata come una confortevole residenza di famiglia, le tazze di porcellana sul tavolo ottocentesco, una piccola galleria con ritratti di signora lungo la scala che sale al primo piano, teche con sussidiari scolastici scritti da valorose maestre primi Novecento, pizzi, ricami e imparaticci incorniciati alle pareti. E la presidente dell’associazione che aveva provveduto personalmente a una squisita crostata di mele e nocciole.
La prima cosa che ho detto alle mie ospiti è stata che, senza offesa, mi pareva di essere in una riserva indiana, in una di quelle mostre sugli Irochesi o sugli Algonchini dove si espongono ninnoli e testimonianze di culture ormai del tutto estinte. Le donne come qualcosa di folk. Come se uno dei due sessi avesse conquistato e depredato il territorio dell’altro, riducendolo in schiavitù e condannandolo all’alternativa omologazione-o-morte, salvo permettergli di esporsi in piccoli musei. Pare che il maschio occidentale non abbia mai avuto in grande simpatia la varietà, la pluralità e la differenza, mosso dall’imperativo della riduzione del tutto all’uno, e a uno preciso a lui. Uno –e una- che se vuole essere libero di esistere deve imparare a vederla come lui, a guardare il mondo come lo guarda lui e a fargli quello che gli fa lui, a percepire lo spazio e il tempo come li percepisce lui (e di conseguenza a lavorare, a fare politica e tutto il resto come lui). A essere libero come lui.
Le signore hanno sorriso, e la spinosa questione che si è posta è se allora quelle donne che vivevano le loro giornate accanto al focolare, chine sui loro lavori di cucito o tutte prese con i bambini fossero per caso più libere di quanto lo siamo noi. Mettiamola così: che lì c’erano tracce di una libertà che ancora non si sa bene com’è.
(pubblicato su “Io donna”- “Corriere della Sera”)

Archivio Maggio 29, 2007

QUANDO LE DONNE AVRANNO LA CODA

Una piacevolissima cena “tra donne”, un sabato sera di inizio primavera. Mi lamento della punta del mio naso. Prima o poi, dico, ne leverò una fettina. Una delle commensali dice che lei invece vorrebbe farsi innestare una coda. Si è informata, è un po’ complicato, ma chissà. Non un codino così, precisa: “Una bella coda che scondinzola, e tutto”. Ha sempre sentito la mancanza della coda, una specie di nostalgia della coda. Dev’essere una sensazione simile a quella di un arto fantasma. Trapianti interspecifici se ne fanno già, del resto: valvole cardiache di maiale, collagene bovino… Perché no? Certo, bisognerebbe adattare i vestiti, un buco nelle gonne e nei pantaloni per farcela passare.
Un paio d’ore dopo, a cena conclusa, il pensiero della coda comincia a rutilare e a scoppiettarmi dentro, come una castagnola per la festa del santo patrono, mettendomi uno straordinario buonumore. Ho in mente certe cene “tra donne” tutte a base di mercato del Forte e di problemi scolastici dei figli. Altre di entrambi i sessi in cui borghesemente si minuetta (“Posso servirti, cara?”, “Magnifico dessert, tesoro”) fino allo sfinimento. Una noia devastante. La signora della coda ha tutta la mia gratitudine. Che ci sia ancora al mondo qualche eccentrico, qualcuno che non ha paura di uscire dalle righe, è quasi un miracolo.
Qualche settimana fa in tv, trasmissione sul guinness dei primati, si presenta un giovanotto messicano con la faccia completamente coperta di peli. Un orsacchiotto. Uno yorkshire. La presentatrice si affretta a precisare che il ragazzo “è normale. Anormali sono quelli che lo guardano strano”. Oddio: simpatico, sì. Anche carino, nel suo genere. Ma normale non direi. Come se essere un po’ fuori dal normale fosse una condizione insostenibile.
Sono i bambini, di solito, a voler essere “normali”: scarpe normali, capelli normali, pennarelli normali. Il loro conformismo è proverbiale. Sarà che stiamo diventando tutti un po’ bambini, terrorizzati dalla diversità.
Poi smetto di pensare, e mi godo semplicemente l’idea dell’eccentrica signora che scodinzola di felicità.
(pubblicato su “Io donna”-“Corriere della Sera”)