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cultura

Politica, TEMPI MODERNI gennaio 23, 2019

Umiliazione Banfi

La nomina di Lino Banfi all’Unesco è l’amarissima ciliegina sulla coeva manovra del popolo, che non spreca soldi in minchiate come i libri, la scuola, la ricerca e l’università. La definitiva dimostrazione che la cultura non serve a niente. Una cosa enorme, nella sua meschinità

ambiente, economics, esperienze, Politica novembre 19, 2012

Siamo molto ma molto meglio dei nostri politici

Renato Guttuso, Contadini al lavoro

Prova del nove del fatto che il Paese reale è molto ma molto ma molto meglio della sua classe dirigente, il sondaggio pubblicato stamattina dal Corriere -e che, lo dico al direttore Ferruccio De Bortoli, io avrei sbattuto in prima, e non a pagina 21-: per 9 italiani su 10 arte, ambiente e agricoltura saranno il motore della nostra ripartenza, il cuore del modello italiano di sviluppo, la vera possibilità di crescere e creare occupazione.

Per più del 90 per cento degli intervistati questi settori “potrebbero rivelarsi fondamentali per la ripresa e invece sono ingiustamente trascurati“. Hanno ragione.

Questa mancanza di visione e di slancio costituisce il vero grande limite dell’esperienza Monti, troppo ripiegata sul qui e ora, su un iperrealismo finanziario senza prospettive, per salvaguardare interessi che non sono certo quelli della maggioranza dei cittadini, su un ragionierismo asfittico che non sta ci sta portando da nessuna parte.

Come diceva tanti anni fa Alexander Langer, il buon senso di un popolo vale ben più di qualunque espertocrazia: notazione perfetta per raccontare quello che capita oggi.

Sono anche commossa perché combatto per questa visione da tanto tempo, nel mio ultimo libro ne ho parlato diffusamente, e sono sicura che presto sarà il nostro mainstream.

A patto di mandare al governo una classe politica che sia non dico meglio, ma almeno all’altezza di noi cittadini, che sappia favorire processi già in atto: è questo il compito principale della politica.

Dobbiamo lottare tutt* per questo.

 

AMARE GLI ALTRI, esperienze, Politica giugno 25, 2011

Caro assessore Stefano Boeri

Caro Assessore Stefano Boeri,

dove ti giri ti giri e la litania è sempre quella: non ci sono soldi. Neanche in Comune. Mancano per il pane, figuriamoci per le “rose” della cultura (anche se quelle rose si mangiano, eccome). Frugo nelle mie tasche, e come Tom Sawyer e Huck Finn ci trovo una fionda, qualche biglia, una rana morta, ma soldi pochi. In casi come questi si tratta di torcere il difetto -anzi il deficit- in opportunità. Se si prova a intendere la cultura come cultura della carenza, allora siamo ricchi.

Quando mancano i soldi in genere scattano altre cose: un senso più forte dello stare insieme per darsi una mano e per valorizzare quel poco che c’è. Una cultura del dono, del gratis e dell’amicizia che riesce a farsi largo quando l’onnipresenza del denaro, misura onnivora, le lascia un po’ di spazio. Dove c’è povertà e sofferenza noi milanesi diamo in genere il nostro meglio: è inutile che ti ricordi il nostro “volontariato”, un brutto nome per una cosa tanto bella.

Ecco, si tratta forse di fare di questa cultura del dono di cui siamo già naturalmente tanto ricchi l’asse portante della nostra politica culturale, in continuità con quella diffusa generosità che abbiamo visto in azione in questi mesi e che ha prodotto il miracolo della svolta civica. Questa è l’occasione che ci viene offerta dal deficit di bilancio.

Assessore, ti ricordi quando a messa il sacrestano passava con il suo saccoccio per l’offertorio? Dare qualche spicciolo funzionava  anche da collante per la comunità parrocchiale. Poter dare, ciascuno per ciò che ha e che può, alla nostra città, ristabilirebbe anche quel senso di comunità che ci è mancato dolorosamente e per troppo tempo, e sarebbe un fatto culturale, anzi Culturale in sé.

Qualcuno offrirà soldi: ci sono cospicui patrimoni privati, siamo sì un po’ più poveri, ma pur sempre al centro del triangolo più abbiente d’Europa. Qualcun altro idee: siamo pieni di creativi. Altri ancora un po’ del loro tempo, della loro buona volontà, delle loro relazioni. Una generale mobilitazione che, come ti dicevo, è già cultura e fa cultura. La cultura della comunità, dell’amicizia, del dono, del gratis: concetto inattuale ma fondamentale, perché la grazia è già abbondanza.

Per scendere a terra con qualche esempio: invitare i nostri stilisti, che tanto hanno avuto dalla nostra città, a restituire “adottando” un pezzetto di città meno fortunato del Quadrilatero per farci qualcosa di bello, visto che con il bello loro hanno una certa dimestichezza; chiedere ai nostri grandi artisti in ogni campo, dal cinema, al teatro, alla musica, alle arti figurative, di fare il loro dono alla città, con una performance “in sottoscrizione”, come si diceva una volta, finalizzata a qualche obiettivo benefico. Penso proprio a una rassegna, per Amore di Milano. Che se lo merita, perché ancora una volta Milano sta facendo qualcosa di politicamente rilevante per il resto del Paese, e qualcosa di buono, pare. Quindi anche grandi artisti “stranieri”: pensa a Toni Servillo, che a Milano si è sempre detto molto legato, o a Paolo Conte, che sta qui nella bella Asti, praticamente in periferia, per non parlare di Adriano, e pensa a tanti scrittori, che qui hanno avuto l’occasione di incontrare la grande editoria, insomma, pensa a chi vuoi tu.

L’Evento culturale sarebbe questo, caro Assessore: la nostra cultura e il nostro meglio che si mettono insieme per fare un regalo a Milano. E poi si dovrebbe dare l’occasione a tanta gente che smania per poter fare qualcosa, per partecipare direttamente e intensamente alla ricostruzione della città -uso parole un po’ drammatiche, ma non così lontane dal vero: si tratta soprattutto di una ricostruzione morale, anzi spirituale– di poter offrire il loro dono, canalizzando tutte queste buone energie, smistando il traffico della generosità

Insomma, Assessore Boeri, come vedi ci si offre, nella penuria, un’occasione straordinaria: quella di fare Milano almeno un po’ a prescindere dai dané. Parole d’ordine: dono, gratis, amicizia, amore, grazia, spirito. Il tutto simboleggiabile in quel bellissimo Mudra dello yoga, quel gesto delle mani rivolte a palmo in su, che simboleggia la richiesta di aiuto ma anche la capacità di accogliere la grazia -e poi ci vorrai dare la soddisfazione di una bella seduta collettiva di yoga ai Giardini pubblici o anche in piazza Affari, simbolica e distensiva?-

Chiudo con una dichiarazione del poeta coreano Lee Chang-dong, che è anche regista (“Poetry”) ed è stato ministro della Cultura del suo paese: “Mi sono battuto per cambiare la percezione che la cultura dovesse dipendere dall’economia“.

Ciò che impedisce davvero la cultura, più che la povertà di mezzi, è la povertà delle relazioni. Tutto ciò che rende difficile incontrarsi. Oggi c’è più cultura nella chiusura di una piazza o di una strada al traffico delle auto, nella possibilità di risentire il rumore dei propri passi mentre si cammina e di scambiare due parole con l’altro, che nell’apertura di un nuovo museo. C’è cultura ogni volta che si intuisce che il senso delle cose non è quello che appare. Che c’è dell’altro. E che nello spazio tra ciò che appare e quello che invece potrebbe essere corre la possibilità di un tratto di vita meno infelice, e di molte belle cose da fare.

Fare cultura oggi è soprattutto provocare il desiderio di qualcosa che non può essere consumato.

Un abbraccio e buon lavoro, a te e anche al sindaco e ai tuoi colleghi di giunta.

 

AMARE GLI ALTRI, Corpo-anima, esperienze, Politica aprile 16, 2011

MANGIARE LE ROSE

La cultura si mangia. E certe volte le rose sono più saporite e più necessarie del pane.

Leggo una dichiarazione del poeta coreano Lee Chang-dong, che è anche regista (“Poetry”) ed è stato ministro della Cultura del suo paese: “Mi sono battuto per cambiare la percezione che la cultura dovesse dipendere dall’economia. Penso che il governo di un paese non dovrebbe mai operare tagli drastici, ma finanziare la cultura senza lederne l’autonomia. Il pericolo da evitare è che la politica pretenda di intervenire troppo in cambio dei finanziamenti”.

C’è cultura ogni volta che si intuisce che il senso delle cose non è quello che appare. Che c’è dell’altro. E che nello spazio tra ciò che appare e quello che invece potrebbe essere corre la possibilità di un tratto di vita meno infelice, e di molte belle cose da fare.

In questo senso il luogo della cultura è dappertutto. In centro, in periferia, nelle biblioteche, nelle strade. Fare cultura significa attivare le polarità del dubbio –la radice della parola è proprio “due”-, magia che fa irrompere la possibilità e interrompe il corso già dato della vita e delle cose. Questo può capitare in molti modi -con una parola, un filo d’erba, un suono- e in tutti i luoghi in cui ci sono relazioni.

Ha ragione Chang-dong: ciò che impedisce la cultura non è semplicemente la mancanza di investimenti. Ed è vero che la politica –o meglio, quello che si fa chiamare politica ma è semplicemente esercizio del potere- in grande parte investe là dove gli conviene investire, ovvero in ciò che gli garantisce un ritorno: in ultima analisi in ciò che gli permette di riprodursi e di accumulare.

Ciò che impedisce davvero la cultura, più che la povertà di mezzi, è la povertà delle relazioni. Tutto ciò che rende difficile incontrarsi. Oggi c’è più cultura nella chiusura di una piazza o di una strada al traffico delle auto, nella possibilità di risentire il rumore dei propri passi mentre si cammina e di scambiare due parole con l’altro, che nell’apertura di un nuovo museo. Non che il museo non serva. Ma se prima non avrà prima preso forma la domanda, non sapremo riconoscere alcuna offerta. Senza la scintilla che spinge ad andarci per cercare quello di cui è nato il desiderio, non c’è museo che tenga: vedremo solo forme vuote, linee senza significato.

Fare cultura oggi è soprattutto provocare il desiderio di qualcosa che non può essere consumato.

economics, TEMPI MODERNI marzo 23, 2009

NON SI TAGLIA SULLE IDEE

I cinema e i teatri, leggo, sono pieni. E un amico che lavora nell’editoria mi racconta che dopo un fine d’anno perplesso e attendista, anche lì si registra una certa ripresa: a Natale si sono regalati volentieri libri, e quando si è invitati a una cena, anziché una bottiglia, alla padrona di casa molti offrono un saggio o un romanzo. Alto valore e impagabile, un buon libro, con un ottimo rapporto qualità-prezzo.
Ho visto recentemente uno spettacolo delizioso, “Il dio della carneficina”, testo smagliante di Yasmina Reza e due formidabili coppie di attori (Bonaiuto-Orlando e Boni-Cescon), che mi è risuonato dentro per parecchi giorni. Divertimento, intelligenza, idee: e che cosa si può volere di più?
So invece che molti tra i festival culturali che animano la nostra estate saranno costretti a ridimensionare quando non a tirare del tutto i remi in barca, perché i finanziamenti –in grande parte da sponsor privati- sono stati ridotti o tagliati tout court.
Certo, un festival non vale l’altro, ci sono occasioni preziose e altre meno. Ma in generale sottrarre risorse ed energie alla cultura è un’operazione dissennata. Di questi tempi, soprattutto. Si fa l’errore di pensare –marxianamente- alla cultura come a qualcosa di sovrastrutturale, di cui quando c’è crisi si può anche fare a meno. La domanda di cultura invece, e sembra un paradosso, cresce proprio in momenti come questi. Stimoli, riflessioni, contenuti, buone idee: è questo che ci aiuterà a leggere quello che capita e ad andare avanti. E’ di questo che c’è una grande fame. Il superfluo da tagliare è altro. Vale in particolare per un paese come il nostro, che nell’immaginario del resto del mondo –nonostante le nostre notevoli défaillance- continua a rappresentare cultura e bellezza. Vorrà pur dire qualcosa.
Signori mecenati, dunque: non smettete di legare il vostro nome alla promozione culturale, continuate a riservarle una quota dei vostri budget. Ci saranno di sicuro altre voci che possono essere limate. Il ritorno non sarà immediato, ma è strategico e garantito. E questo è di sicuro un gran momento per fare strategie.

(pubblicato su Io donna-Corriere della Sera il 21 marzo 2009)

Archivio ottobre 25, 2008

NON E’ BELLO ESSERE POVERI

C’è il rischio, quando si parla di razzismo, di ficcarsi in un cul de sac. “Io razzista? Figuriamoci!”. E non si viene a capo di nulla. Mi ha illuminato quello che ho sentito dire a un signore nero, elegantemente incravattato: “La questione non è il colore della pelle. La questione è la povertà”. Non tutta la questione, forse, ma una parte cospicua.
Uno magari è stato povero, sa bene cos’è. Ha lottato per tirarsene fuori. Oggi i suoi figli capiscono l’inglese, sanno stare a tavola, hanno amici nella buona società. Magnifico. Poi un bel giorno gli arriva al piano di sotto una famiglia da chissà dove. Lei col foulard, quattro o cinque bambini moccolosi, tutti quei calzini stesi, gli odori dalla cucina. Il ritorno del rimosso, una rampa di scale più sotto. La paura che scatena la rabbia. La rabbia che diventa violenza. Ci vuole una grande anima per resistere, molte risorse interiori. E snon tutti le hanno.
Non c’è niente di sbagliato nel non voler essere poveri. Ho in mente un’orribile professoressa, signora borghesissima che purgava i suoi sensi di colpa insegnando in una scuola con molti bambini stranieri e presentandosi in classe indecorosamente ed esibizionisticamente stracciata. Niente analisi logica, niente storia o geografia. Solo “sperimentazioni”, cretinate multietniche e un sacco di altre inutili idiozie che non facevano crescere gli ultimi e tiravano verso il basso i primi. Perché lei “amava” snobisticamente i poveri, che pertanto dovevano restare poveri, o il suo goal esistenziale sarebbe andato a gambe all’aria.
Ma i poveri non vogliono restare poveri. I poveri vogliono uscirsene di lì. E’ facile che sbaglino strada, pensando che basti una bella macchina presa a credito o una cintura griffata. Ma quel moto dell’animo è sacrosanto. Non c’è niente di buono nell’essere poveri. E la bellezza, quella vera, la cultura, possono tutto. Avrebbe fatto meglio, la scellerata prof, presentandosi con uno di quei  bei tailleur che sicuramente aveva in guardaroba.
Prima sapremo garantire agli italiani “stranieri” diritti, rispetto, decoro, integrazione, occasioni culturali, prima faremo fuori la loro –e la nostra- povertà. Più gli faremo guerra, e peggio sarà per tutti. E non venitemi a parlare di San Francesco. Quella è tutta un’altra storia.
(pibblicato su Io donna – Corriere della Sera il 25 ottobre 2008)