Browsing Category

TEMPI MODERNI

AMARE GLI ALTRI, Politica, TEMPI MODERNI, Varie Maggio 23, 2009

VOTO A DESTRA, VITA A SINISTRA

Non sono una notista politica, per carità. Oltretutto il ragionamento che vorrei fare è piuttosto complicato. Io ci provo.
Politicamente andiamo sempre più a destra. Vedremo alle urne: ma il populismo berlusconiano, che in Abruzzo è andato a mille, in termini di voti dovrebbe dare buoni risultati. Ma per quanto siamo e andiamo a destra, cose di destra nella vita quotidiana mi pare di vederne poche. La maggioranza dei cittadini mostra di aderire, diciamo così, a valori “di sinistra”.
La famiglia tradizionale, per esempio, è sempre più alle strette; i matrimoni diminuiscono, le convivenze, etero e gay, aumentano; cresce il numero dei figli nati fuori dal matrimonio: nelle città settentrionali siamo a livelli nordeuropei. Il programma di emancipazione femminile è completato, le donne lavorano e guadagnano, danno grande importanza alla loro libertà; il pater familias non esiste più. Non c’è legge che riesca a sbarrare l’accesso alla fecondazione assistita: un’ora di aereo e sei in Spagna, per un utero surrogato c’è la Gran Bretagna o la California. La libertà sessuale è obbligatoria, per quanto spesso infelice; di Dio ci importa ben poco, della patria forse anche meno. In compenso nell’individuo, con tutto il suo sofisticato armamentario di diritti, investiamo moltissimo. Gli spagnoli hanno Zapatero, noi no: ma alle differenze politiche non corrispondono differenze negli stili di vita. Con un governo o con l’altro, la semina del Sessantotto continua a dare frutti, nel bene e nel male.
Che cosa ci dice questo strabismo tra vita e politica? Tanto per cominciare, conferma che la distanza tra l’una e l’altra è incolmabile. Si può votare in un modo e vivere in un altro: lo stesso capo del governo di centrodestra (anche se ogni tanto dice che lui di destra non lo è) è un uomo divorziato, e sua moglie ha raccontato il dolore di un aborto terapeutico. E poi ci dice l’insignificanza delle categorie di destra-sinistra, sulla cui usura ci si trova spesso d’accordo, salvo poi aggrapparcisi come naufraghi. Ci dice che per organizzare la polis qualcosa di radicalmente nuovo chiede di essere inventato. E che, così com’è, forse perfino l’idea di polis non ci serve più. E cos’altro ci dice, secondo voi?

(pubblicato su Io donna-Corriere della sera il 23 maggio 2009)

Donne e Uomini, TEMPI MODERNI, Varie Aprile 28, 2009

ORA BASTA

Ora basta. Il fatto che la gran parte delle violenze sulle donne avviene nel chiuso delle case, a opera di mariti e fidanzati, non può essere un alibi per non considerare con il massimo allarme la violenza che avviene fuori dalle case, nelle strade, nelle metropolitane, nei sottopassaggi, nelle stazioni, a opera di maschi brutali portatori di una cultura ferocemente predatoria sulle donne. La political correctness e la retorica dell’accoglienza non possono esercitarsi sulla carne femminile. Esistono culture peggiori di altre, e si deve poter dire: il livello di misoginia è un indicatore primario.

Che questi maschi violenti siano severissimamente puniti -anche a monito dei violenti domestici-, che si aumentino a dismisura le pene, che vengano processati e condannati con rito direttissimo, che vengano espulsi dal nostro territorio appena possibile e segnalati come indesiderabili al resto d’Europa.

Che si proceda con tutta la necessaria durezza nei loro riguardi, e da subito.

Senza categoria, TEMPI MODERNI Aprile 27, 2009

L'INVENZIONE DELLA SOLITUDINE

Mi domando se Roberta Tatafiore non abbia deciso di andarsene “semplicemente” perché stava diventando vecchia, come lo diventiamo tutti, e non sopportava l’idea di se stessa bisognosa e dipendente, senza nemmeno una figlia -o almeno un figlio- a cui appoggiarsi. Mia madre e io abbiamo sempre molto litigato, ma credo che oggi, pur dichiarando a ogni pie’ sospinto la sua orgogliosa autosufficienza, lei si senta molto rassicurata dalla mia presenza e dalla mia costante attenzione. Una figlia femmina, capace di cure, è una grande risorsa. Con i maschi in genere è tutto più complicato.

Risparmiamo e investiamo molte risorse in pensioni integrative e altri congegni di sicurezza, ma la gran parte di noi, se tutto andrà bene, potrà contare solo sulla pazienza di una ragazza ucraina o sudamericana che magari avrà dovuto lasciare i suoi figli per venire a occuparsi di noi. Figuriamoci che felicità.

Questo modo di condurci è scellerato, e alle generazioni che seguiranno andrà probabilmente peggio. Abbiano disfatto la famiglia, e non siamo riusciti a inventarci nient’altro che solitudine, noi, animali naturalmente sociali. Ma a tutto questo non poniamo mai attenzione.

TEMPI MODERNI, Varie Aprile 23, 2009

QUELLI CHE SPARISCONO

Mai capitato? (sì, di sicuro). Quelli che ti interpellano e ti coinvolgono e ti chiedono un investimento di energie. Per esempio di fargli un progettino per quel tal lavoro; o magari ci hai già lavorato, e niente ti fa pensare che la cosa non avrà seguito; quelli che “allora è tutto a posto, facciamo passare Pasqua e si comincia”. E tu: “Ma siamo sicuri? Perché devo rifiurare altre proposte per questo”. E loro: “Ma scherzi? Comincia a scaldare i muscoli!”.

E poi spariscono. Nessuna spiegazione, non una telefonata, due chiacchiere, un’email, un “no” argomentato in qualche modo . Si sa, il business è business. Tutto è giustificato. Anche il fatto che la parola data non valga niente. Che sia possibile -e molto executive- prendersi gioco degli altri. Rubare il loro tempo, ingannare le loro aspettative, giocare con il loro bisogno

Vi è mai capitato? Ma certo, di sicuro. Persone nefaste, che distruggono il bene grande e insostituibile della fiducia.

Donne e Uomini, TEMPI MODERNI Aprile 21, 2009

SFIGURATE

Il nome non lo faccio, sarebbe una querela certa. Posso solo dirvi che pur avendo ormai fatto una certa abitudine, come tutti, agli sfiguramenti da silicone e materiali affini, quando l’ho vista mi è preso un colpo. Quella ex-bellissima ragazza dell’Est, già moglie di un orribile e famoso s-pregiudicato, il viso delicato già rigonfio di sostanze e oggi ancora più gonfio e tumefatto. Un pallone da baseball, le guance come glutei, la bocca pietrificata in una smorfia inerte. Quei lineamenti convessi che oggi dicono che stai invecchiando, e male. Una, insomma, a cui è capitato qualcosa di brutto: un incidente, una grave malattia, o cose del genere.
Credo che la psicosomatica sostanziamente ci azzecchi, e quando vedo qualcuna –oggi se ne vedono tantissime- che sembra incidentata o malata, sia pure per sua scelta, penso che qualche dolore o qualche incidente ci sia effettivamente stato: ma di che tipo? Quale male, quale disgrazia l’hanno ridotta così, complice un chirurgo cinico e baro? Di quale sofferenza ci sta parlando la sua faccia? Alla ragazza che dicevo, poverina, in effetti il marito ne ha fatte tante: la qual cosa, non c’è dubbio, aiuta. Ma penso che il fatto di base sia un altro. E cioè che le sfigurate siano in realtà delle super-emancipate. Donne che si sono omologate al sesso maschile al punto tale da assumere la questione nella carne.
Le emancipate di solito le pensiamo androgine, scabre, zero orpelli femminili. Ma le sfigurate costituiscono un passo avanti nella fenomenologia dell’emancipazione. Fanno molto meglio perché arrivano perfino a guardarsi con gli occhi degli uomini, scolpendo docilmente nella loro carne, un intervento dopo l’altro, il più dozzinale sogno erotico maschile: iper-seni, bocche sempre pronte a una fellatio, facce da fumettaccio porno… Travestite. Cose tra uomini, e per uomini. La femminilità definitivamente fatta fuori, come un miserevole ingombro.
Il male alla base è questo: l’orrore per se stesse come donne. E’ questa la disgrazia che è capitata. La faccia della sfigurata è quella di una resa definitiva. E se guardandola ci immalinconiamo, è perché in lei è incarnata tutta la tristezza di un mondo in cui il femminile e il suo splendore non esistono più.
(pubblicato su Io donna-Corriere della Sera il 18 aprile 2009)

Politica, TEMPI MODERNI Aprile 17, 2009

UN SUICIDIO POLITICO

Se potessi intervistare Roberta Tatafiore sul suo suicidio sono certa che avrebbe da dirmi qualcosa di sorprendente. Dico “intervistare” perché il mio rapporto con lei, da quasi trent’anni, era di attenzione e di scambio di pensiero: stavamo in due città diverse e non ero tra le sue amiche strette, e oggi grande parte del loro dolore mi è risparmiato. Quando le parlavo ero sempre sicura di non trovarla là dove mi sarei aspettata, ma sempre un passo oltre, a forzare il limite di una libertà che lei concepiva come estrema e lancinante.
Non l’ho conosciuta abbastanza a fondo, come dicevo, per potermi fare un’idea sull’imprinting di questo suo impulso a cercare e rovistare senza protezioni ideologiche, senza fare caso ai rovi, ai graffi, al male che inevitabilmente si faceva – e di certo sarà stato lì, come per tutti, all’origine, nello spazio sconfinato tra il corpo della madre e quello del padre-, ma mi sento di dire che questo lavoro doloroso lei l’ha fatto per tutti. E che con la sua clamorosa uscita, in qualunque modo lei abbia voluto motivarla, l’ha portato a compimento.
Posso dire di lei solo dicendo di me, partendo da me -come faceva sempre anche lei- per capire quello che è accaduto, raccontando il definitivo mutamento del mio paesaggio interiore per dire quello che è capitato fuori. E anzi opponendole me stessa e il mio senso delle cose, come tante volte mi è capitato di fare con lei viva.
Mi sono fatta l’idea che Roberta sia voluta andare a frugare anche oltre quel limite, il limite dei limiti, e dato che farlo con la testa non bastava l’ha fatto anche con il corpo: faceva parecchie cose con il corpo, credeva alla sua sapienza insostituibile. E la sua meticolosa e impietosa esplorazione di eros forse è leggibile anche come una lunghissima preparazione, lunga quanto tutta la sua vita, all’incontro con la morte, con cui ha voluto giocare alla pari, senza lasciarsi sorprendere, e anzi sorprendendola lei con un ultimo gesto di ricerca e di libertà, stoico e politico.
Dico politico per almeno due ragioni: perché il suo suicidio, come quello di Alexander Langer –hanno, o avrebbero avuto, più o meno la stessa età- è la resa di un Hoffnungsträger, di un portatore di speranza schiacciato dall’enormità del peso che sta portando, e tuttavia condannato a portarlo anche da morto, perché chi pensa a lei-lui continua a pensarlo per quello che è stato e ad aggrapparsi alle sue spalle. Anche Roberta la penso come una Hoffnungsträger, probabilmente suo malgrado, perché per me e per tante lo è stata. Io speravo sempre che avesse trovato qualcosa di luminoso, quando la interpellavo. E forse non avrebbe cercato così tanto se non fosse stato per la speranza, e anzi la certezza di poter trovare qualcosa di decisivo in un altrove che vedeva spostarsi sempre più in là.
Penso al suo suicidio come politico anche perché oggi non c’è niente di più politico del discorso sui fondamentali, sulla vita e sulla morte: la cosiddetta biopolitica. La vicenda Englaro l’aveva evidentemente presa anima e corpo, anche nel corpo nel senso che dicevo prima. E se non per la sua morte, per il suo post mortem –la gestione del suo memoriale- Roberta ha voluto dimostrativamente affidarsi a quella relazione, “a quella “zona grigia sottratta al controllo statale” che le era parsa, come pare anche a me, la sola alternativa alla burocratizzazione delle morte e all’impossibilità di morire in pace. Lo dice nel suo ultimo articolo, pubblicato a metà febbraio sul sito Donnealtri, che si conclude così: “Mi chiedo come fare, qui e ora nel mio paese, a mettere la sordina a quel “dispiegamento di potenza”… che ha fatto il bello e il cattivo tempo nella politica e sui media intorno alla umana troppo umana vicenda di Eluana Englaro. Non trovo risposta, ma so che dare una risposta è essenziale”.
Ecco, la risposta è arrivata. Il paradosso è questo, e Roberta mi perdoni, se ancora è, e dovunque sia, ma io sto cercando di fare una critica della sua vita, morte compresa: che per dire la sua irriducibile e dolente libertà –è strano come tante si siano affrettate a dire che non c’era un dolore: il dolore c’è sempre, e capita che sia soverchiante- le sia toccato usare la lingua di chi ha voluto dire l’irriducibile legame. Che è stato, anzi, il legame, è questo il senso vero dell’attributo di Logos, o Verbo. E cioè: prendete e mangiatene tutti, questo è il mio corpo. Per onorare Roberta, la libera, io mi prendo la scandalosa libertà di dire questa cosa che penso con tutto il cuore. E mi domando se non è sempre lì, alla fine, in questo darsi da mangiare agli altri, in questo sacrificio per gli altri, che va a parare l’umanità più bella.

(pubblicato su Il Foglio, 17 aprile 2009)

Donne e Uomini, TEMPI MODERNI Aprile 10, 2009

DELUSI DALLA CARNE

Alberto Stasi, secondo l’accusa (delitto di Garlasco, dove una volta c’era una celebre rotonda e ci si andava a ballare, e oggi c’è questa roba qui) avrebbe ucciso a colpi in testa la fidanzata Chiara Poggi perché lei aveva rifiutato di sottoporsi ai giochi erotici che lui le proponeva. A quanto pare l’aveva già forzata più volte a girare filmetti hard, sebbene lei non avrebbe voluto.

Non entro nel merito della questione giudiziaria. Da madre di un giovane uomo mi interrogo su questa sessualità che oggi, come mi ha detto una volta Charles Melman, decano degli psicoanalisti francesi, “è dappertutto, perciò non è più al centro”, ovvero non è più sacra né decisiva per la formazione dell’identità di un soggetto. Nessun moralismo, ma mi dico questo: formarsi sessualmente su un immaginario sostanzialmente libero, come è capitato a noi che oggi siamo adulti, è cosa diversa dal crescere sovrastimolati e oppressi da un repertorio di immagini già immaginate che non dà tregua.

In poche parole: le donne di carne, a questi ragazzi che si sono formati sulle evoluzioni sfrenate delle donne virtuali, devono sembrare molto deludenti. Bisogna riconvertirle in donne virtuali, per esempio fotografandole, filmandole, facendo loro interpretare un repertorio da pornostar, perché siano eccitanti. Una volta la donna di carta era il surrogato di quella di carne, oggetto vero del desiderio. Oggi sembra che capiti il contrario. Lo domando soprattutto agli uomini: è così?

TEMPI MODERNI Aprile 1, 2009

IL GRANDE RUTELLI

Buon ultimo, Francesco Rutelli tuona contro i reality. “Credo” dice “che certi modelli proposti, ad esempio dai reality televisivi, non aiutino i nostri giovani a crescere”. Grande Fratello, che ha inaugurato la stagione dei reality, in verità è alla sua nona edizione: Rutelli deve avere i riflessi un po’ lenti. Lo dico in generale: è anche diventato un democratico cristiano quando ormai la Dc non c’era più.

E poi, se mi è consentito, c’è reality e reality. La fattoria è inguardabile. GF quest’anno non è male: la conduzione di Alessia Marcuzzi è professionale e beneducata, le volgarità sono sanzionate, il cast offre uno specchio della società reale. E tutti i ragazzi lo guardano: ottima ragione per dargli un’occhiata, senza pregiudizi.

Donne e Uomini, TEMPI MODERNI Marzo 30, 2009

AL POSTO DELLA FAMIGLIA

Pensavo in questi giorni alla famiglia. Alla sua crisi oggettiva e irreversibile, e non c’è nostalgia che tenga. Alla sofferenza del “provare e riprovare“, come dice il sociologo Marzio Barbagli. Al fatto che, tolta la coppia madre-bambino (padre-bambino molto più raramente), non vi è più nulla di certo, se non la possibilità della solitudine. E anche al fatto che la solitudine è una condizione non meno oggettivamente inumana, perché un individuo umano solo fa perfino fatica a essere individuo.

La famiglia ha funzionato per alcuni millenni, ora non tiene più, e si deve prenderne atto. Mi piacerebbe che si inventasse qualcosa, un modo di vivere per gli esseri umani, che non fosse la resa dello starsene soli. Ma che cosa?